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sabato, 03 maggio 2008

LA CORRENTE DI PASSO

postato da gabrielevilla alle 00:27 in storie, varia

Venivamo da una settimana di arrampicate, io e il mio amico Alberto ed era l’inizio di agosto del 1999. Avevamo fatto base all’alberghetto La Baita presso Andraz e da lì partivamo per le nostre arrampicate giornaliere verso il Piccolo Lagazuoi, le Torri di Falzarego, la zona del Nuvolau, il Pissadù verso Corvara. Arrampicavamo rigorosamente a comando alternato su vie di difficoltà fino al quarto grado superiore e l’intento era di “irrobustire” un po’ il curriculum alpinistico del mio amico Alberto che intendeva presentare la domanda per partecipare alla selezione per aiuto-istruttori organizzato dalla nostra Scuola di alpinismo intersezionale. Fummo abbastanza fortunati con il tempo meteorologico ed avevamo messo insieme sei viette e stavamo andando, ultimo giorno di quella vacanza, verso i Lastoni di Formin per una via corta e semplice perché le previsioni davano temporali in arrivo e non volevamo correre rischi con i fulmini. L’avvicinamento avrebbe richiesto però almeno un’ora e mezza e ciò non ci avrebbe favorito. Partimmo da Passo Giau, raggiungemmo l’omonima forcella e scendemmo nella verde conca che porta a Mondeval mentre già le nuvole cominciavano ad annerirsi ed ammassarsi sempre più minacciose. Passammo nelle vicinanze delle placide mucche che pascolavano o se ne stavano stese a ruminare, ognuna di loro con il proprio campanaccio al collo in modo che il malgaro le possa trovare con facilità nel caso si dovessero allontanare dal pascolo perchè ad ogni movimento anche minimo dell’animale il campanaccio fa sentire il rumore del batocchio che sbatte. Ho sempre pensato che le mucche fossero animali veramente pacifici per poter sopportare quel rintoccare continuo che farebbe saltare i nervi a qualsiasi essere umano in men che non si dica. Quando le mucche sono al pascolo, dunque, non c’è un solo momento in cui non si senta il rumore contemporaneo di decine di campanacci, è impossibile poter percepire anche un solo secondo di silenzio. Ci avvicinammo dunque alle rocce accompagnati da quello scampanio continuo facendo finta che le nuvole non diventassero sempre più nere e minacciose, imperterriti ci imbragammo e preparammo il materiale d’arrampicata e, inevitabilmente, iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia. Seguì una fuga precipitosa a cercare ricovero sotto ad una roccia sporgente, mentre i brontolii del tuono cominciarono a farsi sentire. Fu lì, seduti sotto la roccia sporgente, che vedemmo le mucche giù sui prati e ci colpì quel silenzio totale mentre notammo tutte le mucche ferme immobili come impietrite tanto che non si sentiva un solo rumore di campanaccio. Era uno spettacolo spettrale e per noi incomprensibile. Poi la pioggia divenne battente e la nostra roccia cominciò a sgocciolare, ma fu un torrentello che cominciò a rumoreggiare improvviso sopra di noi portando acqua e sassi verso valle che ci fece abbandonare quell’insufficiente ricovero per avviarci al rientro rassegnati ad inzupparci fino alle ossa, mentre le mucche sul prato restavano sempre immobili come impietrite nell’assoluto silenzio.

 

La spiegazione di quella scena cui avevamo assistito venne fornita in seguito da un fascicoletto del Soccorso Alpino scaricato da internet e si chiama “corrente di passo”. In termini tecnici così è spiegato. <A partire dal punto d’impatto del fulmine si formerà un campo di tensione con forte gradiente in diminuzione verso l’esterno. Tra un cerchio concentrico ed il prossimo, a causa della resistenza del terreno, vi è una sensibile differenza di campo elettrico. Se tocchiamo perciò due punti del terreno con tensione differente vi sarà della corrente che attraverserà il corpo, la “corrente di passo”. La corrente minima si avrà toccando un solo punto del terreno, cioè stando fermi a piedi uniti, mentre è maggiore per chi è in cammino. Gli animali subiscono una “corrente di passo” ancora superiore e ciò si rispecchia in un maggior numero di incidenti>. Il disegnino esplicativo che raffigurava un uomo in movimento ed una mucca era più eloquente di qualsiasi altro discorso e spiegava perfettamente la scena cui avevo assistito assieme al mio amico Alberto: le mucche erano perfettamente immobili per sfuggire agli effetti della “corrente di passo”. Ed un conto è leggerlo sul manuale di meteorologia, altro è vederlo raffigurato in una scena silente che ha dell'incredibile.

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mercoledì, 13 febbraio 2008

DIFFICILE FARE PEGGIO

postato da marcoconte alle 22:08 in varia
vajont2La montagna veneta diventa suo malgrado primatista mondiale in fatto di disastri: il "malgrado" è d'obbligo, in quanto il vero colpevole non è tanto l'elemento naturale in sé quanto piuttosto una scriteriata amministrazione dell'ambiente da parte della comunità umana. Apprendiamo infatti dal Corriere della Sera di martedì 12 febbraio che la tragedia del Vajont (9 ottobre 1963) figura al primo posto tra i cinque peggiori esempi di gestione del territorio in un documento ONU presentato all'UNESCO di Parigi per l'Anno internazionale del pianeta Terra.

«Il Vajont è un classico esempio del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere il problema che tentavano di risolvere», si sottolinea nel documento. A parte un errore nella quantificazione delle vittime della catastrofe, che nella ricerca presentata nella capitale francese sarebbero state 2.500 (in realtà furono 1.910), questo giudizio riporta comunque alla mente quanto scritto in tempi recenti da Edoardo Semenza, il geologo che scoprì la frana: «La tragedia si è consumata anche a causa di una scarsa o assente comunicazione tra le persone coinvolte. [...] I giudici sembrano dunque affermare che si debbano sempre tener presenti le ipotesi più pessimistiche. Ma secondo me non si può mai prescindere dalle conoscenze scientifiche, per cui non si deve tener conto di ipotesi prive di base scientifica (1)».
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(1) Edoardo Semenza, LA STORIA DEL VAJONT raccontata dal geologo che ha scoperto la frana, Tecomproject, novembre 2001.
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lunedì, 21 gennaio 2008

UN’ALTRA MAGIA

postato da mauromazzetti alle 08:54 in varia
Tutto è cominciato ieri nel tardo pomeriggio.
Un mio amico, compagno di scalate e residente a Finale, mi chiama e mi urla attraverso il telefonino un nome, una zona geografica, un titolo (se ho capito bene), infine un numero ai confini con il 10.
E allora? penso tra me e me, stando ben attento a non far trasparire una marcata indifferenza ed un sottile fastidio, come di volo di zanzara che ti ronza intorno.
Dio bon, mi ripete per la terza o quarta volta nella telefonata successiva, facendo sicuramente vibrare i tralicci dei ripetitori telefonici con la forza delle sue onde sonore.
Ed io mi congratulo, anche se non afferro tutto quello che mi spara.
Pare però di capire che la sua libidine arrampicatoria non sia ancora finita; magari è uno di quei tipi da multi-orgasmo, da poli-piacere, da mega-estasi. Un Casanova dell’imbrago. Un Don Giovanni della sosta. Un Rocco Siffredi della magnesite.
Quando si accorge del mio tiepido interesse, riparte da capo e mitraglia nuovamente la notizia: Manolo ha liberato Bimbaluna, 9a nella falesia di Saint Loup a Losanna. Nessun’altra specifica tecnica, al momento.
Ed ancora, dopo l’ennesima telefonata, vengo a sapere dal mio “erotico” amico che Manolo ha dato il placet alla pubblicazione della sua prestazione (sempre per restare a luci rosa).
Se fossi un giornalista, più o meno professionista/professionale, non perderei un momento: stare sulla notizia è condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per mettersi in mostra e per fare bella figura. E magari qualche soldo.
Ma un bel echissenefrega ce lo mettiamo o no?
Non sembra un genere di news che mi possa interessare.
Dopo matura e profonda riflessione, ho deciso di non mettercelo (il echissenefrega).
 
Perché Manolo è Manolo, come Sanremo è Sanremo. Perché Manolo sembra (è) diverso da tanti altri che concorrono a formare questa variopinta e variegata corte dei miracoli arrampicatoria. Perché Manolo è sempre stato un po’ al di là – oltre – il normale, usuale, omologato e stereotipato sentimento del vivere la roccia. Se volete, e grazie ad Intraigiarun, qui potete trovare qualcosa in più su Manolo. Il “mio” Manolo, naturalmente.
A parte l’età, che condividiamo splendidamente ;-), ci dividono ferocemente circa quattro gradi (francesi) e spietatamente una decina di chili. In più io non ho mai posseduto o indossato un orologio “senza limiti” come lui…
Eppure, la cosa che più mi infastidisce è la stessa che mi induce a non mollare.
Lui è un gran bell’esempio di costanza, longevità e di fantasia. Magari chissà, la prossima settimana, con impegno e dedizione, potrò anch’io fare la mia magia, chiudendo in libera e senza resting il secondo (grado UIAA) che mi tormenta e mi respinge da più di un anno.
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giovedì, 17 gennaio 2008

SCHIEVENIN, TUTTI A VENEZIA

postato da marcoconte alle 21:40 in varia
schieveninQuali novità sul fronte delle cave di Schievenin, dopo la manifestazione del maggio 2007? Riportiamo un estratto dal programma per il prossimo fine settimana pubblicato sul sito del CAI - TAM:

100mila PASSI PER LA MONTAGNA E LE SORGENTI

Sabato 19 e domenica 20 gennaio 2008 a piedi da Schievenin e dal Col del Roro a Venezia. Dopo la manifestazione in Col del Roro e Valle Schievenin del maggio 2007 e la presentazione in Regione da parte di 9.000 residenti veneti delle "Osservazioni" contro il devastante progetto di miniera che vuole estrarre 8 milioni di metri cubi di materiali nella straordinaria val Schievenin sul versante bellunese-trevigiano del monte Grappa.

Venerdì 18 gennaio: ore 20.00 a Schievenin, fiaccolata di apertura della Manifestazione.

Sabato 19 gennaio: ore 8.20, partenza dalla stazione di Fener dopo l'arrivo dei treni da Feltre e Treviso; ore 9.20 a Pederobba, sosta breve con Comitati davanti alla CementiRossi; ore 11.00 a Cornuda; ore 12.30 a Montebelluna piazza Municipio, ristoro e incontro con i Sindaci contrari alla miniera; ore 14.20 Falzè; ore 16.00 Porcellengo, sosta breve con i comitati contro le cave di pianura; ore 17.00 Castagnole; ore 17.40 Monigo all'imbrunire, accensione delle fiaccole; ore 18.00 Treviso, viale Monte Grappa, Porta Santi Quaranta; ore 18.30 Palazzo della Provincia, incontro con consiglieri regionali, provinciali e comunali delle province di Treviso e Belluno.

Domenica 20 gennaio: ore 8.20 partenza dalla stazione di Treviso dopo l'arrivo dei treni da Feltre, Conegliano, Mestre e Portogruaro, col saluto dei Comitati di Treviso e provincia; ore 10.00 Preganziol, sosta breve in piazza con comitati contro le cave; ore 11.00 Mogliano, sosta in piazza con comitati Rifiuti Zero contro inceneritori di Silea e Mogliano; ore 12.30 Mestre Piazza Ferretto, ristoro e incontro con artisti, pittori e musicisti; ore 13.00 partenza per Piazza Barche, via Forte Marghera, cavalcavia S.Giuliano, Ponte della Libertà; ore 16.20 arrivo a Venezia Piazzale Roma; ore 16.30 conclusione sul Piazzale della Stazione; lettura della mozione "No Miniere" per la Regione.
 
Mercoledì 23 gennaio: ore 11.00 a Venezia, Consiglio Regionale, incontro di una rappresentanza della Marcia con i capigruppo e i consiglieri regionali del Veneto per sostenere le Mozioni contro l'attività di miniera che minacciano la Valle di Schievenin.

Per maggiori dettagli si può visitare il sito del
Comitato Col de Roro.
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mercoledì, 05 dicembre 2007

DIECI TESI PER L'AMBIENTE ALPINO

postato da marcoconte alle 21:34 in varia
cascataLa lettura delle Tesi di Moena, il documento sul clima alpino licenziato lo scorso mese di ottobre durante il congresso della SAT, costituisce motivo di sicuro interesse per quanti in montagna vivono, lavorano, si divertono. Rimandiamo per completezza di informazione al testo completo presente in rete, ad ogni modo già pubblicato anche nell'ultimo numero della rivista del CAI Lo Scarpone, e passiamo di seguito a riassumerne i contenuti.
«Gli scenari prospettati ci dicono che nelle Alpi diminuiranno i giorni di gelo,» leggiamo nell'articolo di corredo pubblicato sul mensile del Club Alpino, «le precipitazioni nevose, i giorni con neve al suolo alla quote più basse; il limite della neve salirà di 300 - 500 metri. Aumenteranno gli eventi con precipitazioni di forte intensità, eventi alluvionali, fusione dei ghiacciai alpini».
Il successivo decalogo contiene invece diverse proposte per la promozione di comportamenti responsabili in grado di contrastare il degrado del clima: bisogna agire subito, è il messaggio espresso nel testo, cominciando dal nostro stile di vita quotidiano.
In materia di risorse idriche si sostiene la necessità di «stabilire una gerarchia di priorità nell'uso dell'acqua, evitando di avviare o promuovere attività che richiedono massicce quantità di acqua per il loro funzionamento». Per quanto riguarda invece il settore dell'energia e del risparmio energetico si sottolinea che i paesi alpini «sono in grado di soddisfare gran parte del proprio fabbisogno energetico attraverso energie rinnovabili, con le loro risorse di legno, acqua, sole, vento e geotermia, e con ciò raggiungere gli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto».
Al tema dei ghiacciai viene riservato un paragrafo apposito: «Deve essere evitato lo sfruttamento dei ghiacciai per tale pratica o limitato ai periodi in cui la copertura nevosa non scenda sotto un adeguato spessore». Molto precise le richieste anche per quanto concerne il ramo trasporti: «È necessario promuovere la razionalizzazione degli spostamenti, il potenziamento dei trasporti pubblici e l'educazione al loro utilizzo, incentivando l'uso delle ferrovie per sostituire il trasporto su gomma. [...] È necessario diffondere l'abitudine di utilizzare quanto più possibile generi prodotti a breve distanza, con particolare attenzione a quelli alimentari, che garantiscono la sopravvivenza dei settori agricoli alpini».
E cosa accadrà invece al turismo alpino? «Con l'incremento della temperatura la redditività degli impianti da sci a bassa quota diminuirà progressivamente nei prossimi anni, a causa dello scarso innevamento naturale e dei costi sempre maggiori legati all'innevamento artificiale. Per tali località sarà opportuno modificare le strategie di sviluppo, promuovendo forme di turismo integrato, meno "energivore" e che abbiano i caratteri della sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La versione completa delle dieci Tesi di Moena è reperibile su internet all'indirizzo del
CAI delle Marche.
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giovedì, 08 novembre 2007

UN POSTO DI M...

postato da mauromazzetti alle 13:06 in varia
Il Monte Bianco si chiama così perché è bianco. Lapalissiano. Visto da Chamonix, luccica in tutto il suo splendore abbacinante, avvolto nei ghiacciai che lo sostengono. Quando è bel tempo, proprio dalla piazza di Cham [e non da quella di Courma, come si dice con vezzo da neo linguaggio per adepti], si può risalire visivamente la traccia che solca la parete fino alla cresta più bella del mondo - scrive ripetutamente Rebuffat. Decine e decine di minuscole figurine risalgono diligentemente la pista, combattendo la propria personale battaglia con la quota, l’aria sottile, le gambe pesanti, sorpassati da quelli che agli sherpa gli fanno un c@@@ così.
Tutti, ma proprio tutti, con il permesso del tempo e del fiato, danno il massimo per arrivare sul cosiddetto tetto d’Europa [anche questa affermazione messa in dubbio e contestata. Pensate come ci restano male i francesi…]. Quando uno arriva in vetta, che più su non si può andare, percepisce dentro di sé una gioia irrefrenabile, un’emozione intensissima, una sensazione indescrivibile, una perfezione completa, un appagamento totale. Si mettono così in moto meccanismi sensoriali che stimolano pulsioni, compulsioni, segnali psichici e psico-motori altrimenti sconosciuti. Ci si sente svuotati di energia, placati e soddisfatti, con una blanda inedia, dolce e sensuale [canta Guccini: sembra sempre un poco di morire/nel momento eroico dell’amore).
Si mordicchia qualcosa di commestibile, magari si beve un sorso di the; poi si lascia libero sfogo alla natura. Ed allora, nel tripudio della luce accecante, nel baluginare lattiginoso delle nuvole basse, con la colonna sonora del vento che ci canta l’eterna canzone della montagna, ricolmi di ricordi diembergeriani e bonattiani, guardiamo i nostri ramponi e la neve circostante. Allora, e solo allora, il Monte Bianco non si chiama più così. Si può discutere a lungo sul toponimo più adeguato, ma la scelta andrebbe fatta fra questa terna: Monte Giallo, Monte Marrone, Monte Verde.
Non più Alpi, quindi, ma Marte.
Non più Alpi, insomma, ma vespasiano, latrina, ricettacolo. Che pacchia se fosse una scena del crimine, come ormai si deve dire a causa delle decine di telefilm specializzati nel trovare i colpevoli mercè l’analisi spettrometrica di alcuni frammenti infinitesimali di filo interdentale usato dal cugino della portiera del colpevole.
Sul Monte Bianco, pardon Giallo/Marrone/Verde, no. Tutti lasciamo qualcosa di nostro.
E non sono le nostre emozioni. Almeno non sono solo quelle.
Per fortuna, veniamo a sapere che si è cercato di porre rimedio a tale scempio.
Installando due gabinetti chimici a 4260 m di quota. Come ha detto il sindaco di St. Gervais, paese ai piedi del Bianco/Giallo/Marrone/Verde, si tratta della toilette più alta d’Europa.
Si aprono scenari solo parzialmente immaginabili. Con un piccolo sforzo di fantasia, si potranno vedere le prime code di alpinisti in attesa di usufruire del W.C. Avranno diritto di precedenza quelli che salgono o quelli che scendono? A favore dell’una e dell’altra tesi ci sono pro e contra [per una volta, lasciatemelo scrivere correttamente alla latina n.d.a.]. Prima quelli che salgono, per consentire loro di raggiungere soddisfatti e svuotati la vetta? Prima quelli che scendono, a loro volta soddisfatti della vetta ma non ancora svuotati? Oppure, democraticamente, un gabinetto per chi sale ed uno per chi scende? Ci sarà possibile utilizzare lo strumento sia in salita sia in discesa? Ed ancora: come valutare la gravità e l’urgenza – quindi la priorità di fruizione? La Gendarmerie piazzerà un addetto, adeguatamente e preventivamente formato, affinché decida sull’ordine di entrata/uscita? La porta del manufatto, tutto rigorosamente ed ecologicamente in legno, si aprirà automaticamente dopo un tot di tempo, come gli angoscianti W.C. che si vedono in città? Tutti rispetteremo la coda, o cercheremo di saltare la fila con mezzi e mezzucci, accampando urgenze da codice rosso ed esibendo certificati medici all’uopo ed in loco compilati?
E badate che la cosa non ha prezzo, anche se la faccenda costa 145.000 euro.
Apriamo un dibattito. Che tanto le parole non mancheranno.
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martedì, 30 ottobre 2007

WELFARE

postato da mauromazzetti alle 15:58 in varia
Giusto un paio di settimane fa, ho partecipato anch’io ad una delle assemblee per il referendum sul welfare.
E’ stata veramente una buona occasione per rivedere talune lastre [facce alla genovese, ma con significato lievemente dispregiativo], che da molto tempo non avevo il piacere di incontrare. Davanti, o meglio di fianco-quasi-dietro, ai delegati provinciali delle organizzazioni sindacali più [o meno] rappresentative sul piano nazionale, facevano bella mostra di sé le lastre di cui sopra. Sepolcri imbiancati, pecorelle smarrite, figliuoli prodighi, marie maddalene, lazzari, farisei e ponzi pilati.
Proprio come a certi convegni [?] sull’alpinismo. Dove va l’alpinismo, come va l’alpinismo, chi fa l’alpinismo, che cos’è l’alpinismo e via discorrendo.
Meglio, ma molto meglio, se andate a leggere qui. Premetto che l’arrampicata “a mani nude” non è il mio forte e non rientra nei miei preferiti. Però mi sembra significativo segnalare la forza di volontà e di scoperta che continua ad animare il “vecchietto” JB Tribout. Alla veneranda età di 46 anni, si permette ancora di salire a vista un ottoa.
Ma ce n’è anche per lo sciovinismo francese; non dimentichiamoci infatti che il “nostro” Erri De Luca ha salito quei gradi ben dopo aver passato la cinquantina [e con ciò offrendo allo scrivente ancora un paio d’anni di ossigeno].
Ma torniamo all’argomento principale.
Sembra che, alla domanda “dove va l’alpinismo?”, Cassin abbia risposto: “In montagna”.
Ipse dixit.
Nada mas.
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venerdì, 12 ottobre 2007

PREFERISCONO LASCIARSI CROLLARE

postato da marcoconte alle 18:33 in varia
«Tutte le guglie, compreso il superbo campanile di Montanaja, cadranno una dopo l'altra. Sono stanche di essere disturbate e palpate dalle mani avide degli alpinisti. Siccome da quell'orda di esibizionisti chiassosi e invadenti che siamo diventati non si possono difendere, preferiscono lasciarsi crollare giù».

[Mauro Corona - Aspro e Dolce]

Tutti gli ultimi sviluppi del giorno sul sito di
Repubblica.
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lunedì, 08 ottobre 2007

CAVE E AMBIENTE ...

postato da giovannibusato alle 18:56 in varia
... scriviamo di montagne.. finchè ci sono!!
alcune di esse non godono della protezione dell'aria rarefatta o dell'isolamento...
Segnalo per domenica 14 ottobre una passeggiata sul versante nord-est del Monte Priaforà (Alto Vicentino) dove una famelica speculazione sta assediando il monte con lo scopo di creare la cava più grande d'Europa!
La manifestazione che si svolgerà anche con momenti di discussione ed intrattenimento avrà inizio intorno alle ore 8.00 nei pressi di Velo D'astico in località "pesca sportiva".

Maggiori informazioni sul sito del comitato promotore:
WWW.COMITATOBRUSTOLE.ORG

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giovedì, 04 ottobre 2007

MUTATIS MUTANDIS

postato da mauromazzetti alle 12:45 in varia
Avvertenza preliminare: il titolo va tradotto proprio alla lettera, come lo farebbero i fratelli De Rege o Totò [oppure, più vicino all’attualità, come lo farebbero taluni millantati esperti/studiosi/giornalisti/tuttologi].
Quindi, mutatis mutandis va inteso nel senso che le mutande sono cambiate.
Andate qui, e capirete perché.
Si tratta in sintesi di un articolo di colore sulla condizione femminile in Nepal [ma non solo], con particolare riguardo alla particolare ed inusuale attività della signora Kamala Biswakarma, guida di alta montagna che porta a casa lo stipendio. E che stipendio!, più alto di quello del marito e della maggior parte degli uomini del suo paese. Un fatto che ha scandalizzato un po’ tutti [sia detto, ovviamente, con ironia n.d.r.].
La donna, nepalese ma non solo, è nata per sposarsi, lavorare, pulire, alzarsi presto alla mattina ed essere una buona padrona di casa. E guai a sgarrare; in caso contrario, la famiglia del marito si lagnerà con la madre della reproba.
Tutto è nato da un’idea di tre sorelle di origine nepalese, che hanno fondato una scuola “rosa” di guide, prendendo le mosse dalle pesanti avances di cui sono state oggetto alcune trekkers femmine da parte di portatori e/o guide uomini.
Immaginatevi quindi Mrs. Kamala, che adesso fa la guida, e MAGARI anche a trekkers maschi.
Siamo andati oltre i confini della realtà.
Sono veramente cambiate le cose da cambiare.
Almeno su internet e sulla carta.
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