Da una settimana si hanno notizie di disordini a Lhasa, di oggi notizie più gravi, scontri si sono registrati non solo a Lhasa, ma anche nelle province interne della Cina con minoranza tibetana, come il Gansu ed il Sichuan. Non voglio riportare qui notizie che si possono trovare facilmente sui giornali. Solo una brevissima riflessione 'professionale'. Se per lo stato cinese è (relativamente) semplice bloccare le sommosse, è difficile bloccarle nella sua globalità, poichè sono 'rizomatiche' e prive di un capo politico di riferimento da poter incarcerace per stroncare la sommossa. Dato di fatto è che la Repubblica Popolare Cinese non mollerà mai la Regione Autonoma. Soprattutto alla vigilia delle Olimpiadi.
C’è un tizio appoggiato al bancone che spaccia peperoni sottolio. Fa un giro completo con la testa e ci chiede: ‘Volete peperoni sottolio’? Io smarrita mi chiedo perchè il peperone sottolio col brulè. Le polpette con la birra sì, ma il peperone col brulè chiama catastrofe.
Allora Lucia prepara i brulè, accende lo stereo attacca e a cantare
E mi viene da pensare che le donne sono portentose. Orgoglio di categoria o delirio mattutino, chiamatelo come volete, ma certe donne sono veramente portentose.
E dall’altra sera ho una nostalgia pazzesca per il vento, le dune, la sabbia, lo sporco, le rughe, la pelle, l’odore di burro ed i vestiti rancidi di quelle donne così portentose di una casa che non è casa mia; donne che mi fanno sentire così a casa come mi fa sentire così a casa
E in questo paese piatto di vento, pioggia, grigio, umido e mal di sciatica anche le donne burrose e senza calze con le gonne verdi smeraldo sudano fuori vita.
Allora su e giù, giù e su e ancora su e giù dagli altipiani, mamma mia che luce pazzesca, guarda le nuvole come sono basse qui, spazi spazi spazi, guarda com’è bello lo Shishapagma, e in giugno ci sono pure i fiori rosa in questo deserto giallo, e i nomadi che mi fan l’amore accanto di notte, ma che bello poi signori anche questa è vita.
Sì è proprio finita, e lascio il Tibet e tutto il resto con la convinzione che nudità, secondi cazzi, terze palle, tette e fighe siano tutta vita, ed evviva chi lo dice, perché io le montagne le amo, ma delle montagne ingessate ritte ritte austere austere spente spente non ne posso proprio più.
Amo il Tibet per la sua bellezza non domata. Pensavo ieri, seduta in moto dietro a Manuel, al vento dolcemente tiepido di una sera di aprile con le stelle e la luna a Kathmandu, colli neri all'orizzonte, mentre Il Capitano scorrazzava felice lungo la strada. Lenzuola a stendere ed i colori delle donne sotto gli occhi. Con Kathmandu ho avuto un rapporto conflittuale: lei è vitale, e di quel tipo di vitalità che all'inizio ti spaventa, ma che poi ti travolge e ti conquista, come una bellissima donna un po' puttana. Qui ho imparato la dolcezza della sospensione del giudizio morale. Forse Kathmandu è un po' puttana perche' piace a tutti, ma come si fa a resisterle. Se si ha un cuore non le si puo' resistere, e infatti non conosco persona che le sia resistita; conosco persino un uomo che ha un cuore grande come una casa ma che la vita gliel'ha fatto mascherare cosi' bene che la gente pensa che non ce l'abbia piu', ed anche lui a volte dimentica di averlo, che qui lo ritrova. Quante leggende himalayane cara Nives, tormentate come l'Icefall (l'Icefall lo amiamo perche' è tormentato, dice Il Capitano, e pure perché non è domato, penso io), ed è così raro che noi donne ci incontriamo amiche su questi territori che sono stati resi un po' maschili. Ma la Chomolangma è amica pure lei, non temere Nives, e lei non si sente in dovere né di occuparsi di noi né di darci un ruolo -come a volte gli uomini- perché, da donna, lei ci ama per come siamo, come l'Icefall.
Tata tararatarara – tata tarataratara
Fresca era l’aria di marzo, profumo di scuro di verde di lago di legno di neve di monti
Tarataratara –taratarataratara
Lei, cotte ciambelle di farina di orzo pei pesci
Tata tararatarara – tata tarataratara
Lui, sguardo vorace sdentato scafato, dal motoscafo pei turisti
Tarataratara –taratarataratara
Una monaca sopra sbilenca tra i piedi di un cane molosso
Tata tararatarara – tata tarataratara
Tra le ciambelle pei pesci una calendula arancio
Tarataratara –taratarataratara
Un gatto nero tra calendule arancio, un ciliegio in fiore nell’isola nel lago, tra il cane felice che abbaia
Tata tararatarara – tata tarataratara
Il liquore strega le parole
Tarataratara –taratarataratara
Nelle montagne del lago
Tata tararatarara – tata tarataratara
Faranno un paio di figli, uno andrà monaco e l’altro commercerà in larve afrodisiache con l’innesto di fungo da vendere ai ricchi cinesi e coreani per rafforzare le loro virtù nascoste
Tata tararatarara – tata tarataratara
E piovevano rospi, la sera
Ecco.
Davanti ad un’oracola. Una rispettabilissima signora che di lavoro fa l’oracola, nelle vallate su-per-vattelapesca-a-nord-della-Chomolangma/Everest. Sto preparando un errore MADORNALE, AGGHIACCIANTE, e pure lo so.
Un’intervista di almeno un’ora e mezza, ma ancora mi sfugge il nocciolo di base… ne ho intervistare tre di simpatiche signore oracole, ed ora ho un po’ di confusione in testa (se c’è mai stato ordine là dentro, direbbero un paio di amici miei). Beh. Ma il punto della questione è sempre quello: non mi ricordo di che cosa è oracola la signora. Cioè per che potente ed importante monte lavora, in pratica. E qui di monti potenti ce ne son tantini…. Ma lasciarsi sfuggire una notizia di IMPORTANZA COSI’ ESTREMA è assolutamente da imbecilli. Ed io ovviamente grufolo gioiosamente tra gli imbecilli. Chiedere alla signora – già peraltro piuttosto imbronciata di natura - ‘scusi, di cosa è oracola lei?’ è come chiedere ad un dottore chi lo autorizza a praticare. Insomma non è carino per nulla da parte mia.
Ecm ecm. Mossa angosciata sulla seggiolina.
Ho appena fatto un altro errore di base, credevo che
Torno a guardare l’oracola. Ansia. Mi rimuovo sulla seggiola, tossicchio.
Lei si ferma mi guarda inquisitoria. ‘E allora?’ mi fa.
Ecco, mi ha fregata, la signora.
Provo con il mio migliore sorriso-faccia-di-bronzo-360°-di-denti-bianchissssssimi mentre domando.
Ma non serve e non è servito per placare l'allarmante bagliore arancione nel fondo degli occhi della signora.
Il Dunya ha chiuso.
È un disastro, ghiacciai che si sfracellano e rocce che si smacellano, proprio come rimanere senza caffè di prima mattina quando sei abituata a prenderne 7 solo per riuscire ad emettere un grugnito ed ad aprire una palpebra. Uno scenario apocalittico (ma ognuno ha i suoi punti deboli, ecm ecm).
Il bar Dunya ha chiuso. La stagione è finita, in una notte strana con la luna piena, ma con la neve che cade sui monti attorno, e la neve quella buona, quella che fa croc-croc quando la calpesti. Interminabili camminate & solitudini, tenda chissà-dove-moh, deserti, sete, fatica, ho-finito-l’acqua-***, toh-un-asino, ohilalà un’antilope, cornuto-di-uno-yak-la-tenda-è-mia-non-mordermela, su e giù per il Tibet, per poi piombare nella musica calda del Dunya, affogando i ricordi in un whiskey gentilmente offerto da Fred. Un privilegio lo so, tutto questo. E anche il Dunya lo è. E Fred e Janett se ne tornano in Olanda. È segnale che sta per venire il tempo di tornare.
Fred che mette Janis Joplin, che mi offre i sigari, che mette Ziggy Stardust, Cohen, Lou Reed e tutto il meglio del Rock e del Jazz, e le note che si impigliano nei capelli biondi di Janett, la sera (grazie
Fred che con la sua musica è riuscito a far scendere una lacrima al Mio Capitano, sigaro in bocca, Margaridas sul tavolo, e Paolo a fianco, pronti a bacchettarmi ed a dirmi di smettere di scappare. Fred che ha accontentato pure l’incontentabile Dadà.
E Janett che veglia su di noi, Janett che stappa lo Champagne e mi regala il tappo a ricordo.
Il Dunya ha chiuso: tempo di ritorni, mi sa.
L’ uomo mi stringe una spalla e mi dice che questa è un versante della Chomolangma, poi mi stinge l’altra per indicarmi l’altro versante, quello che a lui non interessa. La moglie con la pelle del viso come il salice, prende l’acqua dalla stufa e mi rabbocca il tè, raccontandomi altro con la sua pelle da salice. Sotto a noi nella stalla una mucca protesta.
Poi mi dice che dietro, un po’ a destra della mia spalla, c’è il Makalu. Mi volto a guardare dalla finestra della casa, supero i corridoi strettissimi tra le case, supero il legno sopra i tetti, lo sterco di yak sopra al legno, i campi, le pecore, le capre e le mucche, i salici, la valle, il fiume in fondo, l’altra valle ed il passo, con le due cime in fondo.
I colori croccanti e i mulini di polvere. L’ autunno dorato.
Le mucche pacifiche come tutte le mucche del mondo, le capre curiose come tutte le capre del mondo, e le pecore un po’ tonte come tutte le pecore del mondo. Per fortuna certe cose non cambiano. Gli uccelli che fan bisboccia la sera, l’acqua sulle pietre, gli alberi d’oro, i monti marroni, bianchi alla fine, e il cielo blu. E i bambini sporchi che ti inseguono per giocare, e i vecchi affamati, e le donne che dividono la pula dall’orzo, gettandola al vento, che si fermano a ridere dei bambini e di te.
Se è una vita che cerco lo Shangrila, forse è qui. Ogni tanto mi sale come conati di vomito il dolore, ma ho imparato a tenerlo a bada, distraendomi nel paesaggio; fingo con decenza ora e infastidisco meno la gente, fino a quando ho scoperto che tuo padre viene tre volte al giorno a farti visita. Lì sono caduta ancora per l’ennesima volta. Ieri allora ho salito il Bonpa ri e ho gettato cavalli del vento per te, ma non è servito a molto perché nonostante questo magnifico e dolcissimo autunno croccante, non trovo pace.