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venerdì, 16 maggio 2008

UNA MOLECOLA DI ALPINISMO

postato da gabrielevilla alle 23:02 in storie

Per vent’anni eravamo andati con i corsi di alpinismo e roccia ai “Sassi”, quei tre affioramenti di trachite (la roccia di origine vulcanica tipica dei Colli Euganei), difficili da arrampicare e su cui avevano messo le fondamenta della loro capacità di arrampicata decine di allievi. Sembrava impossibile, ritornandovi a distanza di tempo, che su quel microcosmo vi si fossero potuti muovere contemporaneamente e in maniera utile e proficua fino a 30 allievi e 20 loro istruttori, cioè dieci gruppi didattici ognuno formato da tre allievi e due istruttori. I gruppi venivano preventivamente organizzati e coordinati in modo che ognuno potesse svolgere il proprio programma di tecnica del movimento nella varie “aule”, cioè i settori con caratteristiche differenti su cui imparare le tecniche di parete, di camino, di diedro, di opposizione in tutte le varianti possibili. Sulla parte sinistra della parete nord del Sasso1 (la più alta con i suoi venti metri) avevamo cementato diversi ancoraggi per fissare il cavo metallico per la via ferrata (…”la più difficile di tutti i Colli Euganei”…, scherzavamo spesso con gli allievi) e tracciato un paio di vie, scavando varie prese nella trachite con tanto di scalpello e mazzetta. Però nel tratto centrale di quella parete del Sasso1 nessuno aveva mai messo le mani, nessuno era mai salito, nemmeno con la corda dall’alto. C’era una “partenza” che provavamo spesso, si trattava di una fessura diagonale da affrontare con tecnica dulfer, pochi metri “secchi” con difficoltà di 5°+, da cui ci si lasciava poi cadere sotto prima di andare troppo in alto, atterrando su di un cuscino di soffice erba.

Quella mattina ero con Marco, il mio compagno di cordata di quella primavera del 2006 in cui la stagione arrampicatoria sembrava essere partita con il piede giusto: nel giro di dieci giorni, in quell’inizio aprile, avevamo inanellato tre belle vie, diverse fra loro, andando dalla libera spinta ma protetta delle Placche Zebrate in quel di Arco, fino all’artificiale della Maestri-Alimonta alla Rupe di San Leo. Lì, ai Sassi, avevamo cominciato quella mattina facendo un po’ di potatura ed estirpo a contrastare la rigogliosità della macchia mediterranea che, senza quel paziente ed improbo nostro lavoro, avrebbe finito con l’inglobare anche le rocce in quel suo abbraccio verde e spinoso. Finalmente ci eravamo poi imbragati, mettendo in cintura una quantità di materiale che avrebbe ben figurato in un’ascensione dolomitica… invece c’era in programma un tour del Sasso1, con arrampicata a tiri alterni, senza mai scendere a terra, protezioni naturali e rapide posizionate da noi, compresi i punti di sosta, il tutto creando le linee a piacimento e fino ad esaurimento della voglia. Era un giocare all’alpinismo e se io conoscevo ogni tratto di quel Sasso1, per il mio compagno era invece anche una scoperta di quanti passaggi e di quante situazioni potesse nascondere e riservare quel sassone di trachite alto appena venti metri. Era proprio un gioco divertente quello che stavamo facendo, terminato il quale ci trovammo sotto la parete nord del Sasso1 e, vista la fessura obliqua, sentii la voglia di salire, ma non per lasciarmi poi cadere a terra, bensì per procedere oltre, verso l’alto. Una via nuova? Avrebbe avuto senso chiamarla così in quel contesto? Forse no, eppure… avrei potuto facilmente buttare una corda dall’alto e salire senza rischiare nulla, ma la voglia era proprio quella di provare a salire dal basso, l’istinto era quello di scoprire, di provare, di intuire il modo di procedere oltre quei pochi metri iniziali conosciuti e faticosi, di riuscire a creare una linea. Non sarebbe stata una via, ma più semplicemente un tiro di corda che avrei salito con dentro di me tutte le sensazioni, pur se applicate su scala ridottissima, di quel tutto che viene chiamato alpinismo. Più tardi, ritornato sotto la parete guardavo dov’ero riuscito a passare, notavo lo spuntoncino attorno a cui avevo posizionato un buon cordino di sicura, la nicchia nella quale avevo incastrato un grosso friend (grosso sì, ma dalla tenuta dubbia, il classico sostegno morale), più sopra l’alberetto su cui avevo rinviato più sicuramente, lo strapiombo aggirato all’esterno e, infine, la paretina e il camino finale.

Mi venne alla mente il professore dell’Istituto Tecnico Industriale che si sforzava di farci capire con esempi alcuni principi base di quella materia fatta di neutroni, elettroni, molecole che si chiama Chimica… “una briciola di pane è pane, non vi sfama, ma dal punto di vista chimico le molecole che la compongono sono le stesse…”. Era come se fosse lì con me il buon vecchio e simpatico professor Giovannini, sembrava dovesse spiegarmi ancora qualcosa: “… questa salita che hai fatto è come una briciola di alpinismo, ne è una molecola, perché salendo ne hai assaporato tutti gli ingredienti che lo compongono…”. Già, una molecola di alpinismo... dev’essere proprio per quello che la ricordo con tanta intensità ed intima soddisfazione.     

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venerdì, 09 maggio 2008

ARRAMPICATA METROPOLITANA

postato da gabrielevilla alle 00:24 in storie

“Scusi, signore…”.

La vocina veniva dall’alto dei cinque metri di quell’angolo di mura storiche su cui andavo ad allenarmi abitualmente all’arrampicata ed apparteneva ad un bambino di una decina d’anni o poco più che si sporgeva a guardare. Io ero più sotto, a circa metà altezza, e distolsi lo sguardo dall’interstizio tra un mattone e l’altro, per rivolgerlo verso l’alto, non appena vi si infilarono le dita della mia mano per fare presa.

“Ma lei si allena per fare l’alpinismo?”.

“Certamente, così quando vado in montagna sono più sicuro” – risposi esplicativo.

“Non sporgerti che altrimenti potresti cadere” – disse una voce, autoritaria ed affettuosa al tempo stesso che proveniva da sopra.

“Vieni a vedere, nonno; c’è un alpinista che si arrampica” – disse il bambino, mentre dietro a lui comparve la figura di un anziano.
Stettero un po’ a guardare, nonno e nipote, mentre io continuai la mia traversata sulle mura storiche. Avevano cominciato i ragazzi più giovani del CAI ad arrampicare su quelle mura, agli albori dell’arrampicata sportiva, prima del boom delle palestre artificiali e dei muri indoor, proprio all’inizio degli anni ’80. Ne parlavano in sezione del luogo dove andavano (un lungo tratto di traversata a fianco del campetto di calcio chiamato della Fulgor) ed un giorno mi ci recai a curiosare e mi piacque quell’allenamento che faceva “acciaiare” gli avambracci. In tempi successivi iniziai ad andare in un tratto di mura vicino a casa, prima ancora che arrivasse il Comune a pulire il sottomura con i fondi ottenuti da un finanziamento statale per la riqualificazione e valorizzazione della cinta muraria medievale della città di Ferrara. Un giorno vi incontrai anche Luigi, un amico arrampicatore del CAI, pure lui lì ad allenarsi visto che abitava proprio di fronte a quel tratto di mura. Ci si divertiva insieme e ci si aiutava a pulire il sotto-traversata dalle erbe, dai rampicanti, e dai rovi che allora crescevano rigogliosi, fino a che ricavammo una traversata della lunghezza di una quarantina di metri che elessi a luogo abituale di allenamento. Quando, in anni successivi, vennero le imprese a riqualificare anche quel tratto di sottomura, il luogo perse tutta la sua riservatezza e quando, infine, fu realizzata la pista ciclabile imparai a scegliere le ore di minore passaggio e al contempo dovetti abituarmi ad essere osservato dai passanti. Un pomeriggio si affacciò da sopra una vecchietta che, vistomi faticare, mi chiese se volevo che mi allungasse una mano per aiutarmi a salire. Un’altra volta si affacciò un ragazzo e rimase lì, seduto sopra la mura, a parlare a me che ero sotto ad arrampicare, invisibile a chi passeggiava sopra che, certamente, lo avrà preso per matto. Altre volte ancora erano i ragazzini che venivano a giocare a tennis nel campetto adiacente che mi chiedevano se potessi rilanciare su le palline che finivano accidentalmente nel sottomura, evitando loro di fare tutto un lungo giro. Spesso spuntava la testolina del bambino assieme al nonno e, a volte, con gli amichetti con i quali giocava a pallone sui giardini ed a cui mi indicava spiegando loro che ero un alpinista che “si allenava per andare sulle montagne”.
Un giorno aspettò che mi avvicinassi verso di lui e poi, timidamente, disse:
“Scusi signore, potrebbe mica venire a darmi un aiuto?”.
Arrivai fino all’angolo e salii nel diedro fino ad uscire nel sopra mura e mi feci spiegare in cosa potevo aiutarlo.
“Il mio pallone è rimasto impigliato nei rami di un albero, ma lei sicuramente riesce ad arrivarci a prenderlo”.
Non potevo certo deludere tanta fiducia, così lo seguii nel prato dove attendeva il nonno. Il pallone era a circa quattro metri da terra, impigliato nei rami dell’albero di cui non conoscevo il nome, ma la cui forma mi agevolava in quanto i rami risalivano quasi verticali a fianco del tronco, avrei solo dovuto afferrarmici ed issarmi verso l’alto fino ad arrivare al pallone. Fu sufficiente dare un colpetto al pallone da sotto in su perché di disincastrasse e cadesse terra. Ridiscesi mentre il bimbetto cominciò a ringraziarmi visibilmente soddisfatto di avere risolto il suo problema con il mio aiuto. Mentre mi allontanavo, a mia volta soddisfatto di essermi reso utile, sentii la voce del bambino che diceva allegra:

“Hai visto, nonno, che fortuna avere un amico alpinista?”.

Beh, l’allenamento al “magnifico inutile”, una volta tanto, si era rivelato utile a recuperare un pallone ed a far felice un bambino.

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sabato, 03 maggio 2008

LA CORRENTE DI PASSO

postato da gabrielevilla alle 00:27 in storie, varia

Venivamo da una settimana di arrampicate, io e il mio amico Alberto ed era l’inizio di agosto del 1999. Avevamo fatto base all’alberghetto La Baita presso Andraz e da lì partivamo per le nostre arrampicate giornaliere verso il Piccolo Lagazuoi, le Torri di Falzarego, la zona del Nuvolau, il Pissadù verso Corvara. Arrampicavamo rigorosamente a comando alternato su vie di difficoltà fino al quarto grado superiore e l’intento era di “irrobustire” un po’ il curriculum alpinistico del mio amico Alberto che intendeva presentare la domanda per partecipare alla selezione per aiuto-istruttori organizzato dalla nostra Scuola di alpinismo intersezionale. Fummo abbastanza fortunati con il tempo meteorologico ed avevamo messo insieme sei viette e stavamo andando, ultimo giorno di quella vacanza, verso i Lastoni di Formin per una via corta e semplice perché le previsioni davano temporali in arrivo e non volevamo correre rischi con i fulmini. L’avvicinamento avrebbe richiesto però almeno un’ora e mezza e ciò non ci avrebbe favorito. Partimmo da Passo Giau, raggiungemmo l’omonima forcella e scendemmo nella verde conca che porta a Mondeval mentre già le nuvole cominciavano ad annerirsi ed ammassarsi sempre più minacciose. Passammo nelle vicinanze delle placide mucche che pascolavano o se ne stavano stese a ruminare, ognuna di loro con il proprio campanaccio al collo in modo che il malgaro le possa trovare con facilità nel caso si dovessero allontanare dal pascolo perchè ad ogni movimento anche minimo dell’animale il campanaccio fa sentire il rumore del batocchio che sbatte. Ho sempre pensato che le mucche fossero animali veramente pacifici per poter sopportare quel rintoccare continuo che farebbe saltare i nervi a qualsiasi essere umano in men che non si dica. Quando le mucche sono al pascolo, dunque, non c’è un solo momento in cui non si senta il rumore contemporaneo di decine di campanacci, è impossibile poter percepire anche un solo secondo di silenzio. Ci avvicinammo dunque alle rocce accompagnati da quello scampanio continuo facendo finta che le nuvole non diventassero sempre più nere e minacciose, imperterriti ci imbragammo e preparammo il materiale d’arrampicata e, inevitabilmente, iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia. Seguì una fuga precipitosa a cercare ricovero sotto ad una roccia sporgente, mentre i brontolii del tuono cominciarono a farsi sentire. Fu lì, seduti sotto la roccia sporgente, che vedemmo le mucche giù sui prati e ci colpì quel silenzio totale mentre notammo tutte le mucche ferme immobili come impietrite tanto che non si sentiva un solo rumore di campanaccio. Era uno spettacolo spettrale e per noi incomprensibile. Poi la pioggia divenne battente e la nostra roccia cominciò a sgocciolare, ma fu un torrentello che cominciò a rumoreggiare improvviso sopra di noi portando acqua e sassi verso valle che ci fece abbandonare quell’insufficiente ricovero per avviarci al rientro rassegnati ad inzupparci fino alle ossa, mentre le mucche sul prato restavano sempre immobili come impietrite nell’assoluto silenzio.

 

La spiegazione di quella scena cui avevamo assistito venne fornita in seguito da un fascicoletto del Soccorso Alpino scaricato da internet e si chiama “corrente di passo”. In termini tecnici così è spiegato. <A partire dal punto d’impatto del fulmine si formerà un campo di tensione con forte gradiente in diminuzione verso l’esterno. Tra un cerchio concentrico ed il prossimo, a causa della resistenza del terreno, vi è una sensibile differenza di campo elettrico. Se tocchiamo perciò due punti del terreno con tensione differente vi sarà della corrente che attraverserà il corpo, la “corrente di passo”. La corrente minima si avrà toccando un solo punto del terreno, cioè stando fermi a piedi uniti, mentre è maggiore per chi è in cammino. Gli animali subiscono una “corrente di passo” ancora superiore e ciò si rispecchia in un maggior numero di incidenti>. Il disegnino esplicativo che raffigurava un uomo in movimento ed una mucca era più eloquente di qualsiasi altro discorso e spiegava perfettamente la scena cui avevo assistito assieme al mio amico Alberto: le mucche erano perfettamente immobili per sfuggire agli effetti della “corrente di passo”. Ed un conto è leggerlo sul manuale di meteorologia, altro è vederlo raffigurato in una scena silente che ha dell'incredibile.

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venerdì, 25 aprile 2008

LE FAVE DI GILARDON

postato da gabrielevilla alle 23:09 in storie

Ci sono tanti modi di accorgersi dell’arrivo della primavera. Quest’anno, ad esempio, il primo segnale mi è arrivato dalle violette che l’anno scorso sono comparse per la prima volta nel cortile ghiaiato del mio condominio in piena città e sono rifiorite quest’anno ancora più numerose, quando ancora l’inverno non dava cenni di volersene andare. Ci sono anche altri modi, magari un po’ meno “romantici”, per accorgersi del ritornare della stagione dei fiori, chessò, magari andando a fare la spesa al supermercato o dal verduraio e notando il comparire di certe primizie. Negli ultimi tempi vado abbastanza spesso al supermercato per conto di mia madre che non è più in grado di girare con le sporte della spesa ed anche per conto della famiglia di cui sono “l’incaricato” dei vini e, saltuariamente, del latte e dei sottaceti. E’ stato così che mi sono accorto del richiamo irresistibile che hanno su di me le fave e non manco mai di comprarne un sacchetto per poi mangiarle in olio, pepe e sale e immancabilmente il pensiero ritorna a tanti anni fa ad un ricordo apparentemente insignificante e che pure ritorna ogni volta che vedo i verdi baccelli.

 

Sopra la conca di Cortina d’Ampezzo, salendo verso il Passo Falzarego, si incontra una frazioncina che si chiama Gilardon e proprio lì abitavano lo zio Aldo, la zia Gisa e mia cugina Silvana in una casa grande con più appartamenti ed annesso fienile alla cui porta d’entrata si accedeva attraverso un vòlto in muratura contornato da fiori e rampicanti. Era veramente inconfondibile, tant’è che quando mi capita di ripassare di lì in auto riconosco ancora la casa a quasi cinquant’anni di distanza. Lo zio Aldo aveva un’officina giù, a fianco del Boite, dove lavorava il ferro battuto e dicevano che era un bravo artigiano. Aveva lavorato anche alla costruzione della funivia del Faloria e quando lo sentivo raccontare, a me adolescente, faceva l’effetto di un racconto mitologico tanto che, ancora oggi, “funivia del Faloria” suona mitico, come, chessò, “cannoni di Navarone” o “colonne d’Ercole”. Doveva essere estate ed io ero ospite degli zii assieme a mia madre e ricordo che, verso sera, mandavano Silvana e me a prendere il latte appena munto ad una stalla distante circa un chilometro dalla casa. Passavamo sotto il voltino fiorito e ci avviavamo con la nostra “candolina” lungo la strada bianca in discesa fino alla stalla dove il contadino ce la riempiva e poi ritornavamo. Al ritorno imboccavamo una scorciatoia attraverso i prati che Silvana mi aveva insegnato, per arrivare direttamente a casa senza rifare la strada, ma il fatto è che il viottolo passava al fianco dei campi coltivati e, guarda caso, in uno di questi c’erano le fave di cui, immancabilmente, facevamo una scorpacciata. Ma evidentemente eravamo stati notati ed una sera, appena rientrati in casa, la zia Gisa ci chiese molto insistentemente che strada avessimo fatto, se fossimo passati vicino al campo di fave e se ne avessimo mangiate. Io tacevo e Silvana negava decisamente e più la zia insisteva a chiedere e più lei negava, finchè cominciarono a volare sberle perché era chiaro che il proprietario del campo si era lamentato con la zia per le nostre “sottrazioni indebite”, che lei probabilmente ci aveva tenuto d’occhio nel nostro percorso e quella bugia, quel voler negare l’evidenza, la faceva arrabbiare ancora di più. Nelle sere successive andammo ancora a prendere il latte con la “candolina”, ma non imboccammo più la scorciatoia fra i campi, ritornavamo immancabilmente per la strada bianca e ripassavamo sotto al voltino fiorito, di certo pensando alle fave del campo ed a quanto sarebbe stato piacevole farne un’altra scorpacciata.

 

Oggi, quando mangio le fave, oltre a gustarmi il loro sapore ritrovo sempre il piacere di quel lontano ricordo di Gilardon e mi meraviglio di come certi episodi, almeno apparentemente di marginale importanza nel percorso di una vita, siano rimasti così indelebili nella mia mente.

Non trovo una risposta precisa, sento solo il piacere di ripensarli e di ricordare le persone cui mi tengono legato e con cui li ho condivisi.   
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sabato, 19 aprile 2008

L’UOMO CHE PORTAVA LA PIOGGIA

postato da gabrielevilla alle 00:56 in storie

C’è stato un periodo della mia vita alpinistica in cui le previsioni del tempo erano solo un’indicazione di massima su cosa mettere nello zaino per andare in montagna nel fine settimana. Facevo allora cordata con Stefano, un allievo del corso roccia del 1978 con il quale avevo stretto un’intesa alpinistica veramente perfetta: di dieci anni giusti più giovane di me, aveva una passione per la montagna ed una voglia di andare che non si esauriva mai. Erano gli anni in cui lavoravo in officina meccanica e per me la montagna era anche fuga da un quotidiano che non mi soddisfaceva per nulla. Anche per quello le previsioni del tempo erano diventate solamente un’indicazione di massima, perché comunque noi si sarebbe andati. Bel tempo stabile voleva dire un’arrampicata lunga o un’escursione di ampio respiro se era autunno inoltrato o inverno, tempo variabile equivaleva ad un’arrampicata corta (solitamente in zona Falzarego o in Val Canali), con la pioggia o la neve erano giri in fondo valle o su sentieri in quota con la mantellina, perfino i temporali non ci fermavano perché c’era sempre una baita in cui andare ad accendere un fuoco o un rifugio sconosciuto da andare a scoprire.

 

Un pomeriggio in cui le previsioni erano veramente disastrose e non lasciavano alcuna speranza partimmo con la Fiat 127 blu a gas di Stefano, un carico di legna di varie dimensioni dentro al bagagliaio, la graticola, olio, sale ed aromi, due braciole da cuocere ed un paio di bottiglie di rosso. Allora non era ancora stata realizzata la galleria di Arsiè e per andare nel Primiero dalla Valsugana si salivano le rampe di Primolano e siccome pioveva a “sèci revèrs” (secchi rovesciati) ci fermammo proprio lì, lungo i tornanti, sotto ad un arco delle fortificazioni a fianco della strada, accendemmo il fuoco, facemmo le braci, cuocemmo la carne, bevemmo il vino e infine proseguimmo andando a piantare la tenda in Val Canali. Durante la notte continuò il diluvio e si sentiva il rumore sordo ed inquietante dei massi che rotolavano nel torrente sotto la spinta delle acque in piena.

 

In quegli anni capitava abbastanza spesso quindi di essere sulle Dolomiti e di prendere qualche “lavata”, non potere arrampicare o dover smettere per l’arrivo improvviso della pioggia. Allora diventava naturale andare a Pecol, dove sapevamo di trovare la casa calda ed ospitale dei miei zii e magari avremmo pure trovato a casa Bruno e Giorgio De Donà e, davanti ad un bicchierino di grappa, ci saremmo potuti dilungare a parlare di montagna, di arrampicate e di quella passionaccia per le crode che condividevamo. Forse per quello divenne altrettanto naturale che qualcuno abbinasse la mia presenza alla pioggia ed, assieme ai saluti, divenne abituale la domanda: “Esto vegnù su a portà la piòva?” All’inizio la cosa un po’ mi infastidiva anche se capivo che era una battuta scherzosa e cercavo di giustificarmi dicendo (quasi con un gioco di parole) che “no l’è la piòva perché son qua mi, ma son qua mi perché l’è la piòva”. Per quanto mi premurassi di spiegare che non ero io ad aver portato la pioggia, ma la pioggia ad avere portato me, mi resi conto che era una difesa inutile e che la volta successiva che fosse nuovamente accaduto mi sarei sentito ripetere la stessa identica domanda: “Esto vegnù su a portà la piòva?”. Mi rassegnai così ad essere indicato come l’uomo che portava la pioggia e badavo solo a gustarmi il bicchiere di grappa e quel rilassante piacere di essere in montagna con amici a parlare di montagna e di arrampicate.     
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sabato, 12 aprile 2008

AVVICINAMENTI (… AL CAMPANILE LUIGI NEGRELLI)

postato da gabrielevilla alle 00:28 in storie

Come si fa ad aprire una via nuova? Me l’ero chiesto molte volte in quei primissimi anni in cui avevo iniziato ad arrampicare. Leggendo i libri dei “grandi” avevo imparato che inizialmente si erano cercate le linee “logiche ed ideali” di salita, che successivamente era esistita la ricerca della linea della “goccia cadente”, che erano da individuare i “problemi della parete” cioè le scalate che risolvevano la salita più diretta ad una cima famosa, poi c’erano stati gli “ultimi problemi” delle Alpi, ma si parlava sempre dell’alpinismo d’elite, di un qualcosa che per me era impensabile ed irraggiungibile. Leggendo la rubrica delle prime ascensioni sulla Rivista del Club Alpino Italiano invece mi rendevo conto di quante salite continuassero ad essere realizzate su cime diversissime, anche non tanto “importanti”, da alpinisti a me sconosciuti, forse più “normali” di quanto non potessero apparirmi i grandi fuoriclasse di cui leggevo avidamente i libri. Dunque potevo immaginare che ci potesse essere da qualche parte una cima “minore”, con una linea logica di salita che ancora non fosse stata affrontata, sulla quale riuscire ad aprire una via nuova? Mi risposi di sì e che di certo, vista la notevole quantità di alpinisti che frequentava la montagna, questa sarebbe stata probabilmente lontana dal fondo valle, in qualche luogo sperduto, difficilmente e faticosamente raggiungibile, quanto meno fuori vista e in zone scarsamente frequentate. Bisognava avere la fortuna di scovarla.

 

In quel giugno del 1979 durante un’escursione che ci avrebbe portato dal fondo della Val Canali a pernottare al Bivacco fisso Carlo Minazio avevamo notato una linea di fessure che solcava la parete della Pala Cristoforo e, molto più in quota, un’altra linea, prevalentemente di camini, sul Campanile Negrelli (*), che si trova nel gruppo di Cima Sedole. Erano cime “secondarie” e sufficientemente lontane da far sperare di avere trovato la possibilità di realizzare la “nostra” via nuova. Al ritorno a casa avviai subito le ricerche nella mia biblioteca, ma la vecchia Guida delle Pale Centrali di Samuele Scalet, Giulio Faoro e Lionello Tirindelli tagliò subito a metà le speranze perché la fessura della Pala Cristoforo risultava salita nel 1963 dai padovani Sandi e Grazian. Mi consolò solo il fatto di avere avuto “occhio” sia per l’individuazione della linea di salita che per la valutazione delle difficoltà che venivano date di terzo e quarto grado. Rimaneva invece speranza per il Campanile Negrelli, salito la prima volta per spigolo e parete est dalla cordata Michele Gadenz, Lallo Gadenz e Giorgio Gilli il 23 giugno 1955, sulla cui parete nord la cordata Timillero–Trevisiol aveva tracciato una difficile via di 5° e 6° grado, solamente due anni prima. Fu lo stesso Renzo Timillero “Ghigno”, indimenticato gestore del rifugio Treviso, ad assicurarmi che quei camini che delimitavano a destra la parete nord non risultavano ancora saliti e me lo disse in un fine settimana che trascorsi al rifugio, armato di macchina fotografica e teleobiettivo con cui andai a fotografare i camini del Negrelli per carpirne i “segreti“ alpinistici. In seguito mia moglie aveva stampato la sequenza di foto in bianco e nero con le quali avevo realizzato un collage che evidenziava tutta la linea di salita di cui avevo cercato di studiare logica e difficoltà. Non che avessi allora grande esperienza: arrampicavo da poco più di tre anni ed il mio compagno, Stefano, nemmeno andava da capocordata, quindi le responsabilità della cordata sarebbero state completamente mie. La prematura scomparsa di un giovane socio del Cai Ferrara, cui ero legato da una grande simpatia, fu la molla che mi decise, ancora più dell’ambizione personale, per la volontà di dedicargli la via. Continuavo a guardare il mio collage fotografico cercando di capire quale e quanto materiale sarebbe stato necessario per avere ragione della parete ed alla fine decidemmo di partire con una “dotazione” di una trentina di chiodi, alcuni cunei di legno, una corposa serie di dadi e, immancabili, le staffe. Allora non ci dava troppo fastidio uno zaino pesante sulla schiena e nemmeno tre ore di avvicinamento, men che meno quel giorno che ci apprestavamo ad aprire una via nuova. Durante la scalata mi resi conto di quanto avevo sbagliato nel valutare quei 200 metri di parete che superammo in tre ore incontrando difficoltà prevalenti di terzo grado superiore, un breve tratto di quarto grado e solamente un passaggio in strapiombo di quinto superiore: di tutto il materiale che avevamo portato con noi per la scalata usammo due chiodi e tre dadi.

 

Tra gli avvicinamenti che ricordo questo è quello più carico di intensità e di affetto, quello più denso di sapore di avventura, di fascino dell’ignoto, perché non conoscevamo nulla della salita, ma nemmeno della discesa (dove trovammo i cordini con gli anelli di calata lasciati da Renzo Timillero). Quel giorno per me fu come essermi guadagnato sul campo “l’attestato di alpinista”. Non avevamo compiuto un’impresa, ma vissuto e concretizzato un grande sogno: aprire una via nuova tutta nostra.

 

(*) Luigi Negrelli era un ingegnere dei trasporti nato a Fiera di Primiero il 23/1/1799. Autore del progetto dell’intera rete ferroviaria e fluviale svizzera, lavorò in Austria e Ungheria. I suoi progetti fornirono a Ferdinand Marie De Lesseps la base di lavoro per la costruzione del Canale di Suez. Morì a Vienna il 1/10/1858.

 

NOTA: La via “Claudio Sani” al Campanile Negrelli, aperta il 14 luglio 1979 da Gabriele Villa e Stefano Battaglia è relazionata sulla guida alpinistica “Pale di San Martino – Arrampicate ed escursioni nel Vallone delle Lede”, edita nel giugno 2004 da CIERRE Gruppo Editoriale (Verona) e firmata da Silvio Campagnola, Accademico del CAI e profondo conoscitore della zona, prematuramente scomparso all’inizio del 2005.

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sabato, 05 aprile 2008

CORRIDOI E AMPI ORIZZONTI

postato da gabrielevilla alle 00:07 in storie

Gennaio 2008.
Terminata la solita visita serale a mia madre esco dal reparto di ortopedia e scendo la solita rampa di scale che porta al piano terra, giro a sinistra e proseguo per il solito corridoio. Persone che vanno, altre che vengono, facce preoccupate, altre assorte, un infermiere che spinge una barella con sopra un infermo, insomma il solito scenario che può offrire un corridoio di ospedale quando lo si frequenta per giorni a fila.

Ad un certo punto, pur se assorto nei miei pensieri, vedo entrare nel mio raggio visivo una figura in camice verde e cuffietta verde in testa che parla, (ed è il contrasto che attrae la mia attenzione), con una donna in divisa rossa a strisce orizzontali rifrangenti, quella degli operatori del 118, e lunghi e vistosi capelli biondi. Il volto della figura in camice verde mi è conosciuta: riconosco Stefano, anestesista presso l’ospedale, marito di Valentina, entrambi sono stati allievi del corso di alpinismo del 2003. Proprio con loro due, in quel corso, ho salito la via normale a Cima Presanella, in una giornata stupenda di sole e subito mi torna alla mente il ricordo dei loro occhi soddisfatti e felici sulla cima. Mi fermo ed attendo che termini di parlare con la donna, poi ci salutiamo dandoci la mano e lui accenna un abbraccio che ricambio volentieri. E’ per me un segno di amicizia ed affetto che va oltre la nostra frequentazione, molto saltuaria, e la nostra amicizia legata a quel corso e ad altre occasioni (a dire il vero non tante) condivise in montagna. Ma è proprio questo il bello delle amicizie che nascono in montagna, quando condividi sensazioni forti, fatte di fatica, panorami, emozioni e magari qualche difficoltà tecnica non scevra da blandi pericoli che il legame di cordata permette di condividere e superare. Ci raccontiamo un po’ di noi, delle nostre vite, io prevalentemente delle sfighe degli ultimi mesi legate agli infortuni occorsi a mia madre, lui del suo piccolo Carlo di due anni, di come cresce ed abbia assorbito il tempo suo e di Valentina. Alla fine ci salutiamo con un’altra stretta di mano e un altro abbraccio.

Riprendo a camminare verso l’uscita e mi rivedo con Stefano e Valentina sul pendio terminale di Cima Presanella, mi sembra di risentire la brezza sul volto mentre arriviamo in vetta e di rivedere un amico che ci scatta una foto noi tre abbracciati e sorridenti per l’ascensione. Dimentico, anche se per poco, quel corridoio di ospedale in cui mi trovo per sentirmi per un attimo in cima ad una montagna inondata di sole a condividere un momento di intensa soddisfazione e felicità.   

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venerdì, 28 marzo 2008

DOLOMIA IN POLVERE 2/X

postato da gpcastellano alle 13:59 in storie, volti al volo

La compagnia C

Lo sono stato anch'io, uno di loro. Senza particolare merito, devo dire. Perché erano più bravi di me. I migliori.

A tirare tardi nelle partenze, a mettere il caffé sul fuoco quando gli altri si caricavano lo zaino in spalla ed il direttore di gita li guardava furibondo.

Sempre pronti allo scarto verso il rifugio. Alla deviazione sulla punta prestigiosa. Alla battuta pronta, od allo sguardo trasognato davanti al Dom che incitava a sbrigarsi.

Il trekking del CAI di Rivarolo Canavese in Dolomiti, nell'anno di grazia 1991, si proponeva di intrecciare le Alte Vie 1 e 2, da San Candido a Listolade. O, se i paesi vi dicono nulla, ed i monti tutto, dalle Lavaredo alla Tofana, Pelmo e Civetta. Dato l'alto numero di iscritti, ci si sarebbe mossi in totale autonomia. Tende e batterie da cucina in spalla, pernottamenti lontani da rifugi e centri abitati.

Zaini immensi e differenti forme fisiche? Il risultato fu una comitiva lunghissima, con molti spazi vuoti. Frammentazione e dispersione tra gruppo di testa, velocissimo e da serie A, un centro abbastanza variegato, nella anonima serie B, e la coda lenta, tranquilla, paciosa, da serie C, appunto. Da qui il nome, e lo stile.

Kiki, Mario, Stefano, Davide, Luca, il Conte, l'altro Mario, Paola, Gian, Elena. Ed altri ancora, con maggiore o minor dedizione alla causa. Ma, sempre, con l'intima certezza di assaporare di più e meglio rispetto a chi stava davanti e correva, correva, correva.

Io ero un ibrido, lo confesso. Mi era piaciuto spingere sulle gambe e guadagnare la testa della comitiva A, all'inizio, ma dopo aver perduto per il troppo correre la deviazione alle gallerie del Paterno, avevo scoperto la piacevolezza di farmi assorbire dalle chiacchiere e dalla lentezza della comitiva C.

Non mi sono mai pentito, di quella decisione. Anche se ancora adesso mi piace correre avanti.

Questione di compagni di gita, direte. E di finalità, insisterete.

Momenti intensi. Come quando sfidammo la canicola infernale della Val Travenanzes trasportando per chilometri un assurdo palo da vigna, che rimase a galleggiare nel torrente in cui ci bagnammo. Ancora, in quella valle dimenticata, ripulimmo il sottotetto della malga da tonnellate di guano di pipistrello, pur di saltare per una volta il montaggio serale delle tende ed il piegarle alla mattina fradice di rugiada.

Sotto le Cinque Torri assalimmo il rifugio in cerca di cibo e bevande, e ne ritornammo a notte fonda ciarlando come merli ed incespicando nei baranci. Urlammo come dei pazzi nelle gallerie del Lagazuoi, cercando di restituire la vista al Kiki, che era entrato senza togliere gli occhiali da ghiacciaio e non capiva, proprio non capiva, cosa gli fosse successo, ma intanto mulinava la torcia come un saracino.

E, l'ultima sera, ci infilammo al Vazzoler a riempirci di polenta e spezzatino, per tenere compagnia alla nostra protetta Elena (ma questa è un'altra storia, la numero 1 di tutte le storie).

Sì, la compagnia C di quel trekking rimase un mito. Anzi, un fulgido esempio di come fosse possibile accordare la prestazione atletica con la curiosità della deviazione ed il piacere dell'ennesimo boccale di birra.

Certo, in qualche momento si esagerò con la mollezza, ma era il naturale complemento alla rigidità di chi dirigeva con un occhio al cronometro ed un altro alla carta topo.

Ecco, questo è stato per me l'insegnamento più importante di quei momenti: il chiedersi dove porta quel sentiero, cosa si vede da quel colle, quali incontri si possono fare in quel rifugio. Guardare, domandare, sentire e capire. In due parole, gustare la libertà di potersi fermare. Ed emozionare.

Caselle Torinese, marzo 2008. Assaggi di primavera, voli di pettirossi, ed un fiocco di neve.

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sabato, 15 marzo 2008

LE “CANNE” DELLO SPIGOLO BARBIERO

postato da gabrielevilla alle 00:47 in storie

Tra le vie classiche più ripetute della parete est di Rocca Pendice di Teolo sui Colli Euganei vi è certamente lo spigolo sud-est, meglio conosciuto da tutti come “spigolo Barbiero”. L’itinerario aperto l’8 aprile 1940 da Gastone Scalco e Libero Livotti consta di quattro tiri di corda per uno sviluppo di ottanta metri con difficoltà di terzo e quarto grado. In anni recenti sono stati aggiunti alla via due tiri di corda che dalla cima del pilastro sud-est raggiungono la vetta di Rocca Pendice, prima superando un compatto pilastrino, poi uno spigolo che diventa cresta via via più facile: le difficoltà sono decisamente più sostenute rispetto alla via originale e superano il quinto grado. Chi non se la sente di affrontare il pilastrino difficile, segue la vecchia traccia che consente di salire facilmente nella vegetazione superando brevi saltini di roccia, in assenza di esposizione. Tanti anni fa (quando si arrampicava ancora con gli scarponi a suola semirigida), soprattutto ad inizio stagione e quindi poco allenati di fisico ma soprattutto “di testa”, si andava ad affrontare quelle vie di palestra con grande deferenza perchè non regalavano niente, alpinisticamente parlando. Non regalavano niente perché, allora non si foravano sistematicamente le rocce con i trapani a batteria per mettere i “resinati” a distanza regolare, ma ci si assicurava ai chiodi piantati dai primi salitori e nei tratti dove le rocce erano compatte e quindi non era stato possibile piantare chiodi di protezione, la sicurezza la si doveva trovare dentro se stessi e nella buona tecnica di arrampicata.

Due sono i passaggi caratteristici dello “spigolo Barbiero”: una “iniziale placca molto liscia” (che ancora ricordo di avere “rigato” con le unghie alla gatto Silvestro in una scivolata durante il mio primo tentativo di salita da capocordata) e soprattutto un tratto che si trova al terzo tiro di corda che così veniva descritto nella relazione della vecchia guida del 1963:
<Ad una quindicina di metri (sopra la sosta) la roccia liscia e panciuta è solcata da due caratteristiche fessurina parallele dette “le canne”, distanti l’una dall’altra circa un metro ed alte tre-quattro metri circa che conducono ad un piccolo terrazzino. Raggiuntolo, su altri cinque metri molto verticali fino ad un terrazzo ove lo spigolo attenua la sua pendenza>.
Dunque “le canne” erano la chiave della via ed a proteggere il delicato tratto stava un cuneo di legno abilmente piantato a cui però, (non si sa da chi, forse da qualche oltranzista della lotta con l’alpe) veniva rotto il cordino a martellate per cui era d’abitudine, quando si andava per ripetere la via chiedere a chi era sotto la parete se il cordino delle canne fosse stato risistemato da qualche “anima buona”, più sensibile alla sicurezza degli alpinisti piuttosto che ad una rigida etica dell’arrampicata. Questo perché l’ultimo chiodo di protezione (un cementato con anello tutt’oggi presente perché sopravvissuto al moderno restiling della via) era almeno tre metri sotto le canne e quindi sbagliare il passaggio avrebbe significato un volo di una certa rilevanza, forse non esente da conseguenze. 

Un problema che oggi nemmeno si pone, sia perché la sicurezza del passaggio è garantita da un paio di sicuri fix resinati, sia per le scarpette d’aderenza in luogo degli scarponi a suola semirigida in uso una volta con cui il passaggio risultava assai più delicato. Oggi si va “di rinvio rapido”, si apre in ampia spaccata sapendo di poter contare sull’aderenza delle suole gommate e quel “brividino” che percorreva la schiena mentre si superava quel tratto posizionando con attenzione la punta degli scarponi sulle minime escrescenze delle “canne”, non lo sente più nessuno.
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sabato, 08 marzo 2008

IL PASSO DEI MIEI SOGNI

postato da gabrielevilla alle 00:35 in storie

Quel giorno di quell’estate in quel di Pecol stavo ciondolando davanti alla casa dello zio Mario come spesso capitava lassù, quando si è ragazzini e manca la compagnia per giocare a qualche cosa o per andare in giro “a fàr asenàde” come dicevano i grandi. Si fermò una ‘600 bianca, di quelle che avevano le portiere controvento. La conoscevo, era di Luciano Baracchi, quello che abitava nella casa un po’ isolata a metà strada fra Pecol e Piaia.

“Vàde via al Passo Giau. Vegnèto con mi?” – mi chiese deciso.

Il Passo Giau lo avevo solamente sentito nominare e l’idea mi piacque. Luciano entrò in casa a chiedere agli zii il permesso a che io andassi con lui che fu concesso senza timori perché lui era conosciuto come un ragazzo serio, ma soprattutto come uno di quelli che “no ‘l va in giro a fàr ciòche”.

Fino ad allora i Passi che conoscevo erano legati ad “eventi“ con precise connotazioni. Il Passo Falzarego era quello con i paracarri bianchi e neri che si percorreva in corriera per andare a trovare lo zio Davide che lavorava come portiere a Cortina alla Pensione Principe, il Pordoi era quello che avevo visto nelle foto dei ciclisti che partecipavano al Giro d’Italia e che solitamente veniva chiamato “Cima Coppi”, il Passo Costalunga ed il San Pellegrino erano quelli che percorreva lo zio Aldo con la zia Gisa quando da Bolzano venivano a Pecol a trovare i parenti. Negli anni successivi, quando mi trasformai in curioso automobilista, i Passi dolomitici diventarono il primo invito alla scoperta del “cosa c’era dall’altra parte”, esattamente come lo sono state le forcelle in anni ancora successivi quando iniziai a fare l’escursionista fuori dalle montagne di Pecol.

 

Dunque, accomodatomi sulla ‘600 al fianco di Luciano Baracchi, mi apprestai a godermi quella inaspettata occasione di conoscere un Passo “nuovo” di cui avevo solo sentito dire che era abbastanza vicino a Pecol e che rappresentava una specie di scorciatoia per arrivare a Cortina d’Ampezzo. In quegli inizi anni ’60, per me poco più che adolescente, era già un’emozione essere in auto con un conoscente e percorrere la strada a fianco del lago di Alleghe da una prospettiva così diversa da quella della corriera, perché essere seduto così “in basso” mi faceva sentire molto più vicino ai luoghi attraversati. Quando poi la strada cominciò ad inerpicarsi l’emozione si fece più forte e divenne intensissima quando, poco più avanti, imboccammo la strada indicata dal cartello “Passo Giau”. Era una stradina bianca con i paracarri più piccoli di quelli del Passo Falzarego, diversi anche per colore e del resto tutto faceva capire che eravamo su di una strada di importanza secondaria rispetto all’altra. La ‘600 saliva lentamente ed io avevo tutto il tempo di guardarmi intorno, osservare il bosco scuro che ad un certo punto lasciò il posto al verde dei prati, inciso e disegnato da quel nastro bianco che stavamo percorrendo e che guardando indietro si vedeva in tutta la sua scia ritorta ed arzigogolata. Non che facessi molta compagnia a Luciano, ma ricordo che lo vedevo sorridere e credo proprio fosse divertito dei miei stupori e delle mie meraviglie così ingenuamente palesati. Ad un certo punto, improvvisamente, entrammo dentro al “caligo” e dopo credo un paio di chilometri la strada smise di salire e capii che eravamo arrivati e l’unico segno umano in quel “caligo” lattiginoso che impediva la vista del panorama era una casetta di sassi, non tanto grande, e capii che era proprio quella la mèta di Luciano: il rifugio Passo Giau. Entrammo e ci avvicinammo al banco del bar dove c’era una ragazza che riconobbi subito: era la Ilda, una ragazza di Piaia e così compresi lo scopo di quel viaggio che ci aveva portato fin in quel posto che (allora) mi era parso fuori dal mondo. La Ilda e Luciano presero a parlare fitto fitto ed a sorridersi ed io ne approfittai per uscire, trovandomi a vagare nei dintorni del rifugio, immerso in quel caligo che a Pecol non ero abituato a vedere. Credo fosse un colpo di vento, che ad un certo punto si alzò improvviso, a squarciare quel velo grigio ed umido e, come una visione fantastica, apparve su in alto una cima slanciatissima, turrita, un vero e proprio castello di roccia: era (ma io non sapevo neanche che esistesse) la Gusèla de Giau. Venni sopraffatto dalla “magia” di quella visione che si era materializzata nella maniera più inaspettata ed imprevedibile e quella sensazione mi è rimasta viva nel cuore, indelebile. Per questo il Passo Giau è rimasto negli anni il mio preferito, non solo il più bello, ma quello “dei miei sogni” e di ciò devo ringraziare Luciano, la sua ‘600 e, di certo, soprattutto la Ilda.

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