La compagnia C
Lo sono stato anch'io, uno di loro. Senza particolare merito, devo dire. Perché erano più bravi di me. I migliori.
A tirare tardi nelle partenze, a mettere il caffé sul fuoco quando gli altri si caricavano lo zaino in spalla ed il direttore di gita li guardava furibondo.
Sempre pronti allo scarto verso il rifugio. Alla deviazione sulla punta prestigiosa. Alla battuta pronta, od allo sguardo trasognato davanti al Dom che incitava a sbrigarsi.
Il trekking del CAI di Rivarolo Canavese in Dolomiti, nell'anno di grazia 1991, si proponeva di intrecciare le Alte Vie 1 e 2, da San Candido a Listolade. O, se i paesi vi dicono nulla, ed i monti tutto, dalle Lavaredo alla Tofana, Pelmo e Civetta. Dato l'alto numero di iscritti, ci si sarebbe mossi in totale autonomia. Tende e batterie da cucina in spalla, pernottamenti lontani da rifugi e centri abitati.
Zaini immensi e differenti forme fisiche? Il risultato fu una comitiva lunghissima, con molti spazi vuoti. Frammentazione e dispersione tra gruppo di testa, velocissimo e da serie A, un centro abbastanza variegato, nella anonima serie B, e la coda lenta, tranquilla, paciosa, da serie C, appunto. Da qui il nome, e lo stile.
Kiki, Mario, Stefano, Davide, Luca, il Conte, l'altro Mario, Paola, Gian, Elena. Ed altri ancora, con maggiore o minor dedizione alla causa. Ma, sempre, con l'intima certezza di assaporare di più e meglio rispetto a chi stava davanti e correva, correva, correva.
Io ero un ibrido, lo confesso. Mi era piaciuto spingere sulle gambe e guadagnare la testa della comitiva A, all'inizio, ma dopo aver perduto per il troppo correre la deviazione alle gallerie del Paterno, avevo scoperto la piacevolezza di farmi assorbire dalle chiacchiere e dalla lentezza della comitiva C.
Non mi sono mai pentito, di quella decisione. Anche se ancora adesso mi piace correre avanti.
Questione di compagni di gita, direte. E di finalità, insisterete.
Momenti intensi. Come quando sfidammo la canicola infernale della Val Travenanzes trasportando per chilometri un assurdo palo da vigna, che rimase a galleggiare nel torrente in cui ci bagnammo. Ancora, in quella valle dimenticata, ripulimmo il sottotetto della malga da tonnellate di guano di pipistrello, pur di saltare per una volta il montaggio serale delle tende ed il piegarle alla mattina fradice di rugiada.
Sotto le Cinque Torri assalimmo il rifugio in cerca di cibo e bevande, e ne ritornammo a notte fonda ciarlando come merli ed incespicando nei baranci. Urlammo come dei pazzi nelle gallerie del Lagazuoi, cercando di restituire la vista al Kiki, che era entrato senza togliere gli occhiali da ghiacciaio e non capiva, proprio non capiva, cosa gli fosse successo, ma intanto mulinava la torcia come un saracino.
E, l'ultima sera, ci infilammo al Vazzoler a riempirci di polenta e spezzatino, per tenere compagnia alla nostra protetta Elena (ma questa è un'altra storia, la numero 1 di tutte le storie).
Sì, la compagnia C di quel trekking rimase un mito. Anzi, un fulgido esempio di come fosse possibile accordare la prestazione atletica con la curiosità della deviazione ed il piacere dell'ennesimo boccale di birra.
Certo, in qualche momento si esagerò con la mollezza, ma era il naturale complemento alla rigidità di chi dirigeva con un occhio al cronometro ed un altro alla carta topo.
Ecco, questo è stato per me l'insegnamento più importante di quei momenti: il chiedersi dove porta quel sentiero, cosa si vede da quel colle, quali incontri si possono fare in quel rifugio. Guardare, domandare, sentire e capire. In due parole, gustare la libertà di potersi fermare. Ed emozionare.
Caselle Torinese, marzo 2008. Assaggi di primavera, voli di pettirossi, ed un fiocco di neve.








