Arrivò in un pomeriggio ventoso e assolato. Lo invitai a salire in casa ma lui preferì rimanere all’aperto, nell’aria azzurra, là, sui tre scalini dove spesso ci sediamo Luca ed io, “a fumarcene una” secondo il detto, cogliendo il dolce sapore dell’ozio rubato. Passando sulla strada aveva adocchiato la piccola roulotte parcheggiata sotto il pioppo e aveva deciso di fermarsi e chiedere se avessi intenzione di venderla.Per alcuni mesi continuai a sperare che Zvonko tornasse a trovarmi. Ma non lo rividi più.
I nostri occhi si incontrarono sotto l’Antelao e, solo due settimane più tardi – il 19 del mese azzurro di settembre – cominciammo la vita in comune accanto al laghetto Pradidali. La sorte amica volle che l’unione avvenisse lì, al cospetto di contrapposti giganti come Cima Canali e Pala di San Martino, dove la valle brevemente ripiana prima dell’ultima impennata verso l’Altopiano e il giallo degli appicchi circostanti prende il posto del giallo dei fiori. Sì, proprio lì, in Val Pradidali, dove pochi anni avanti era iniziata veramente la mia vita con la formazione di un luminoso universo di crode su cui proiettare e inscrivere i miei giorni a venire.
Quando frequentavo i primi anni di istituto tecnico, cominciai ad uscire dal sistematico lavaggio del cervello cui, assieme ai miei compagni, ero sottoposto grazie anche ad una divertente finzione visiva che mi si rivelò per caso. Dal filobus in corsa, all’improvviso vidi girare su se stessi i tralicci delle linee elettriche, grandi e piccoli. Ciò avveniva – lo capii in seguito – per semplice autosuggestione prospettica: concentrandomi sulla parte mediana del traliccio e considerandone i quattro montanti, non facevo altro che invertire la posizione del più vicino e del suo opposto più lontano. Ne risultava, appunto, una apparente rotazione, più rapida e contraria rispetto a quella che, per essere naturale e in armonia col movimento del mezzo, non appariva nemmeno tale. Stupore ed entusiasmo mi portarono a comunicare ai compagni la mia scoperta, ma fui ovviamente sommerso da canzonature e derisioni. Invano cercai di spiegare loro il curioso fenomeno. Al primo traliccio che capitava a tiro c’era sempre lo spiritoso di turno che, ammiccando ai presenti, mi chiedeva ridacchiando:
24 ottobre 2004.
Avevamo dormito su due vecchi materassi, nel sottotetto del vecchio Rifugio al Passo Gardena, ed ora stavamo distesi sui dolci prati adiacenti la strada. Guardavamo la dentellata teoria dei Cir beatamente oziando al sole tiepido nella limpida mattina.
Ecco, arriva Roberto, come aveva promesso. China un po’ il capo passando l’architrave della porta ed entra in cucina. Tutte le porte, qui, hanno un’altezza di un metro e ottanta, perciò chi è più alto – è il caso di Roberto, appunto – deve abbassare la testa se non vuole prendersi una bella zuccata in piena fronte. Egli si avvicina alla grande stufa, fabbricata a Dosoledo nel 1908. Quasi si trattasse di una persona che da tanto voleva incontrare vi concentra lo sguardo con intensa ma rattenuta partecipazione, che si stempera in un prevalente atteggiamento da conoscitore e da studioso. Solleva i cerchi e scruta l’interno del focolare, poi prosegue l’esame nelle parti rimanenti, non tralasciando accessori e finiture. Artigianato ruvido, ma non privo di eleganza. Non dice parola, Roberto, ma dai suoi occhi pare diffondersi un delicato umore di ritrovata appartenenza. Un intrecciarsi di stagioni fredde, costruite e accentrate sul fuoco – fuoco indiscusso signore – che, da anni remoti, sono colte e ricondotte ad unirsi agli aliti della gioventù ultima del Duemila.
Non dimenticherò mai quella mattina di maggio, a Venezia. Traversando la città per linee interne capitai per caso in Campo San Boldo, minuscolo. Alla sommità del ponte che vi immette, obliquo sull’omonimo rio, fui raggiunto e bloccato da una sequenza di accordi di violino che non mi giungeva del tutto nuova. Mi accoccolai sui gradini del ponte, continuando ad ascoltare, estasiato. Ben presto riconobbi la Ciaccona di Bach, che allora mi era nota solo nella trascrizione per chitarra di Andrès Segovia, e che ignoravo fosse stata composta per violino solo. Intanto seguitava la fantastica progressione della musica, che usciva da una finestra in ombra, ma aperta sul sole pieno del campiello. Il violinista non era male e stava studiando. Ogni tanto si fermava e riprendeva alcune sequenze. Al confronto, la versione per chitarra mi apparve povera, stentata, muta addirittura. Il violino invece era dolce e avvolgente, perentorio, sconvolgente e totale. Niente di più, niente di meglio. Quell’ascolto compì il miracolo e dissotterrò il violino che rimaneva sepolto in me dagli anni teneri dell’infanzia.