Mi sentivo un drugo alla Kubrick in sella alla gloriosa MV Agusta 350 bicilindrica che tagliava le curve della litoranea in Gallura e puntava le file di suore impaurite nonché sobbalzanti. E pensare che prima di venire a trovarti non mi ero allontanato più di tanto dalle contrapposte sponde del Piave, di qua e di là dov’era un’osteria, un'osteriiiaaa! E che rientrando poi su dalla Marca trevigiana fra le mie dolomie sarei passato addirittura ai Sex Pistols! Ma intanto lì a Santa Teresa con te, giovane e spoglia, ascoltavo Loy e Altomare: «Quattro giorni insieme, a far l’amore come matti, a cucinarci gli spaghetti lalala lala lalalala...».
Mio caro amore (III) sai che c’azzecca la moto coi monti, con Intraisass? La moto è come il cavallo. È libertà. È da uno e hai presente piuttosto l’effetto di due sopra lo stesso cavallo? Sì, perfino sui monti incontri in processione i cajani che se vai svelto t’inseguono e se rallenti van dentro di testa al tuo zaino. Ma puoi andare anche da solo. Puoi, rischiando il giusto, scartare. E comunque sia pure tu Silia in quell’estate calda e ventosa senza l’obbligo del casco, nel ’76, pressoché in capo alla Sardegna avevi la pelle del mare.
Il blu, il giallo, il verde e di nuovo il blu e lo spumeggiante salmastro nell’aria delle Cinque Terre. Sembrava quasi fatta, monterossina e nobile Lucia. Lucia d’oro e di pelle del mare, a me non familiare. Dicesti: «Va bene, facciamo ancora un giro fin sopra al vicino crinale dov’è il santuario della Madonna di Soviore e poi io vengo a letto con te, quaggiù in paese». Ma come direbbero gli americani, non funzionò più di tanto. Non nacque propriamente uno Stato, alla prima.
Mio caro amore (VII), restammo allora amici? Sì, lo restammo. Ma sotto le gelide coperte dell’antico Albergo Monte Leone lassù all’Alpe Veglia, a 1761 metri d’altezza oltre il livello per te abituale, quando mi richiedesti al fine di addomentarti se potevi infilare una delle tue gambe tra le mie e procedesti, io non è che poi riposai... più di tanto. Sarebbe stata magari buona la seconda? Vabbé, ’fanculo agli yankee e già che ci siamo anche a Francesco Alberoni! All’amicizia, pure, ’fanculo!
Al Vaiolet arrivarono poi i Dangers, lì fondati da Smell nel Decamerone, lì imperversanti per uno, due, tre, quattro... o cinque anni? Di più, di più!
E sebbene m’inoltrassi ancora altrove, dato che la collana per l’Athesia di volume in volume e di amore in amore procedeva, mantenendo come base Vigo di Fassa restavo spesso ad un passo dalle Torri. I Dangers scendevano da me per una doccia e per convincere il mio nuovo padrone di casa, del paese il taxista, a scambiare la sua Regata con una Porsche. Io salivo da loro per un caffè, per riposarmi dopo una puntata nelle Dolomiti meno domestiche, per sparare qualche cazzata insieme.
Tullio Pederiva, il gestore, ci aveva preso tutti a cuore. Ci accoglieva nella sua cucina, quando la sala era piena di crucchi e merenderos, per cenare in famiglia. S’informava al rifugio e ci teneva d’occhio in parete, protettivo. Ci diede anche una bella lezione. Verso la fine di un’estate acconsentì infatti, dopo che lo avevamo corteggiato lungamente, a legarsi con noi. Eravamo onorati di scalare in amicizia con una guida emerita. Con il figlio di Marino, a sua volta allievo di Tita Piaz. Scelse per l’occasione una via non difficile ma che apprezzava molto, una camminata di croda, ambientalmente pregevole: la “Ampferer-Berger” per la cresta nord-est del Catinaccio. Mentre lui stava per raggiungere da capocordata la prima sosta uno di noi – mi duole dirlo, un Danger – con la scusa che il tiro apparisse facile e con la presunzione di dimostrare quanto fosse bravo partì senza aspettare alcun richiamo. Quindi arrivammo pure noialtri, alla sosta in questione. Ci autoassicurammo. E Tullio, silenzioso, a quel punto si slegò. Disse, a bassa voce e con tono calmo: «Amici come prima. Ma io con voi in montagna ho già chiuso. Non ho nessuna intenzione di ammazzarmi. E fintanto che siete legati con me e io comando la cordata e sono in movimento, non vi dovete azzardare a muovervi alle mie spalle se non vi ho ancora chiamato e non abbiamo disposto altrimenti». Ci salutò, pacatamente. S’incamminò di nuovo, solo soletto, su per la cresta. Noi continuammo mogi mogi e dall’anticima settentrionale scorgemmo le torri meravigliose, piccole piccole. Al ritorno lui ci offrì benevolo le birre e però in montagna assieme... mai più, nisba!
Suo figlio, Bruno, era già un vero portento. Il primo anno che lo incontrammo aveva i capelli cortissimi, alla sudtirolese. Beveva la Lemonsoda. Parlava di arrampicata e di ragazze. Dopo avere lavato i piatti del pranzo e servito i caffè al banco, chiedeva a suo padre un’oretta di permesso per sgranchirsi le gambe. Partiva quindi di corsa il bòcia, risaliva solo e slegato la via “Eisenstecken” sulla parete nord della Punta Emma e scendeva a sud-est, sempre solo e slegato, per la “Steger”. Mi diceva: «Una di queste volte vieni su con me e mi scatti le foto dal tetto». Fossi scemo! «Ma ti lascio una corda e le jumar!». Sì, sì... Al rientro, nella cucina del Vaiolet, mentre lui affondava il faccione in una tazzotta di latte, lo stuzzicavamo: «La tua è un’arrampicata soprattutto di forza che può andare bene su questo particolare tipo di dolomia, ma se venissi dalle nostre parti in Grigna ti troveresti male perché là conta piuttosto la tecnica». Lui se la rideva: «Sì, sì...», ma non ci aveva mai visto arrampicare e non era stato nemmeno sulle Grigne. Riaffondava così la faccia dentro alla tazza, senza concludere. Quando poi salì con noi in montagna sentenziò beffardo e crudele: «Allora, il Nonno è l’unico che può cominciare ad arrampicare, voialtri dovete prima imparare a camminare».
L’anno seguente Bruno si unì a Manolo e a Mariacher. Portava i capelli fino alle spalle. Beveva la birra e parlava di donne e di arrampicata. Una volta che lo incontrai a Gardeccia mi porse al volo le gambe di una tedesca che aveva avuto un malore su al suo rifugio, mi chiese di aiutarlo a trasportarla nella prima macchina che capitava e che scendeva a valle, lo aiutai pure a caricare le casse di bibite sopra la jeep e mi diede uno strappo riavvicinandosi il più velocemente possibile alle Torri del Vaiolet. La Delago in cinque minuti! L’uomo di punta del Soccorso Alpino locale! Un’altra volta mi capitò in casa a Vigo, di sera. Lo sapevo infortunato, dopo che una cordata che lo sovrastava gli aveva mollato un pietrone sulla clavicola lungo la via “CAI Alto Adige” alla parete est del Catinaccio. E invece niente, non aveva più il gesso. Se lo era tolto autonomamente con venti giorni di anticipo. Non stava più nella pelle, doveva mettersi alla prova. Bisognava che lo assicurassi giù al masso di Pera di Fassa. Salì, scese, due, tre, quattro lunghezze. Una furia. Si sentì nuovamente pronto e mi disse: «Visto come si fa?», riferendosi al mio, d’incidente, di cui tuttora sono terrorizzato. E un’altra volta ancora mi chiese di fotografarlo durante la prima ripetizione solitaria della via “Eisenstecken” sulla parete sud del Gran Mugón. Potevo anche starci. Avrei dovuto sormontare esclusivamente il pilastro d’appoggio all’attacco, con un tiro di III. Sarei poi rientrato in doppia. Ma su per il bosco di Vaél, insieme ad uno spericolato come lui sopra ad un trial, con ben due zaini carichi addosso mi pentii enormemente e rischiai un’ernia del disco. Dal pilastro, ad ogni modo, partì sereno con la corda alla schiena e gli feci le foto. Poi mi calai e mi sdraiai tranquillamente nel prato su dalla Mandra. Lo vedevo progredire costantemente. Lo vidi staccarsi all’improvviso dalle rocce, parecchio in alto, volare nel vuoto. Pensai per un attimo che si schiantasse. Invece lui pendolò, si arrestò in aria e mi gridò: «Tutto bene!». Al ritorno mi spiegò che come prevedeva non c’era affatto da fidarsi dei chiodi del traverso finale in A0, che perciò in quel tratto si era precauzionalmente legato e che dopo il volo aveva lasciato spazientito la corda sul posto e aveva preferito concludere la scalata in libera.
Del mio incidente ho già scritto. L’ho ricordato, poc’anzi. Da dire ancora c’è che nel conseguente periodo della convalescenza la bella stagione stava oramai terminando e mi mancavano diverse cime per completare l’esplorazione del “Sassolungo e Sella”, cioè del titolo in preparazione quell’anno. Zoppicavo. Ero un tantino avvilito. Senza che lo richiedessi, si fecero avanti spontaneamente le guide alpine di Vigo. Una in particolare, che conoscevo fin da bambino, mi avrebbe volentieri aiutato poiché tra settembre ed ottobre in ogni caso i clienti scarseggiano e c’è meno pane da mettere a cuocere... E senza volere una lira lo scalatore più prodigioso della valle, Tita Weiss, mi portò sino in fondo al mio di lavoro. Sembrava un asceta, quel giovane d’oro. Si preparava alla Patagonia dormendo in inverno sul balcone di casa. Digiunava per rafforzarsi. Infornava e sfornava, dalle 4 alle 6, per l’intero paese. Ma ascoltava la musica rock avvicinandosi ai monti. E non disdegnò mezzo “Caprice des Dieux” sul campo di calcio in vetta alla Grohmann: «Buono!». Mai lo aveva assaggiato. Presso il Bivacco Giuliani, vedendo sopraggiungere improvvisamente dei nuvoloni neri dalla parte della Val Gardena, afferrò la corda, la mise in tensione con le due sole mani attorno ad un’impercettibile protuberanza della roccia, mi disse: «Buttati giù!». Io pure stavolta: «Fossi scemo!». Lui: «Fidati, Luca. Anche se siamo quassù in amicizia resto comunque una guida e se dovesse accaderti qualcosa ne risponderei e dovrei rinunciare alla mia professione. Fidati, buttati». Un’ora dopo, non capii manco come, eravamo al sicuro dentro al Rifugio Demetz. Tita, con Marco Rasom, morirà sotto cento slavine, sulla Cima Scalierét...
Andavo in montagna a quel tempo anche con Fulvio, uno scultore di Vigo di Fassa che mi raccontava di essersi accoppiato una mattina presto in paese, grazie alla nebbia, su un paracarro della curva del Belvedere (lui seduto sul paracarro di granito bianco e nero, la sua lei sopra il tutto: non ricordo se abbracciata o di schiena, ma, insomma, uno e una, po’...) e che mi raccomandava di non precipitare dallo spigolo della Torre Delago perché: «Verda che tu rue col cul sora la ponta del campanil de Sen Zoprian!». Lungo gli ottanta metri del canale ghiacciato della Torre Innerkofler impiegammo due ore a gradinare con la piccozza una scalinata certificabile, non conoscendo ancora la progressione tecnica in piolet-traction e riempendo così i terrazzini delle soste di quintali di frammenti dello stesso ghiaccio. Sopraggiungendo all’alba al Passo delle Scalette, onde attraversare poi dal Gran Crónt alla Pala di Mesdì, sorprendemmo i camosci che giocavano a prendersi come fanno i bambini sullo zoccolo del Cogolo del Larséc.
Il Catinaccio restava sempre là e mi copriva, mi copre ancora, le spalle. Gli dedicai un altro libro intitolandolo – che fantasia! – “Il giardino delle rose”. Un libro di foto, di disegni e racconti. Mi vergognerò di questi ultimi, così come mi aveva predetto in una recensione Armando Biancardi, solitamente indulgente nei miei riguardi. Ingenuo era il contenuto, ridondante la forma. Ma non sono mai stato ricco e non potevo acquistare tutte le copie. Quando verrà il turno delle “Dolomiti d’oltre Piave”, con un testo ugualmente involuto, non potrò neanche ritirare quest’altra tiratura... Tra quei racconti nel giardino delle rose, comunque sia, ce n’è uno assai bello. Non è mio, è di Arturo Tanesini. Glielo chiesi estraendolo da una sua raccolta chiamata, con un anticipo di decenni rispetto a Messner, “Settimo grado” e pubblicata nel 1946 per conto della casa editrice L’Eroica. Me l’aveva regalata proprio il vecchio amico, la raccolta, ed io ero rimasto colpito dalla storia intitolata “Dal taccuino di ignoto alpinista”. Parlava, questa storia, di uno strano e magico incontro fra uno scalatore incantato e una fantastica Martina. Sulla cresta sommitale del Catinaccio... Tanesini mi rispose in una lettera che qua ricopio: Caro Visentini, Le scrivo circa la Sua richiesta di inserire nella nuova pubblicazione che Lei sta preparando un brano del mio “Settimo grado”: precisamente “Dal taccuino di ignoto alpinista”. Le confermo che sono d’accordo. Le chiedo soltanto di darmi il tempo di rileggere con calma quelle pagine, per vedere – dopo tanti anni – se meritano qualche correzione (in ogni caso, sarebbero di poco conto): poiché quelle pagine mi premono particolarmente... Martina, Martina Lippert, esisteva davvero. Aveva perso la vita il 22 settembre 1936 durante una ricognizione nel Latemàr assieme allo stesso autore.
Non è che non mi vergogni più dei miei pezzi, adesso. Di questo per esempio. Ma ho imparato a dormire fuori all’aperto e nelle Dolomiti, in estate, il sacco a pelo mi basta. Nemmeno più sopporto i rifugi...
I volumi si sono succeduti e gli amori li ho con me, al mio fianco. Per l’inverno ho pure una stufa a legna, in cucina, di nome Flora. Mi basta.
C’è stato un tempo in cui avevo la testa altrove – fra i rivoltosi dei quali si celebra un quarantennale inviso ai pentiti di adesso e a chi allora perdette il treno – e il corpo rimaneva sui soliti gradini del piedistallo che sostiene nei giardinetti di Via Sidoli a Milano il monumento raffigurante l’imperatore Costantino. Presto, pur non essendo io Carlo Michelstaedter, la vita riunì il corpo alla testa. Il corpo, alla testa... Sull’esito della rivolta, se abbia poi vinto o se sia stata sconfitta, si sono formate due opinioni, ma già il fatto che possa essere espresso al riguardo non un unico pensiero mi fa propendere per la prima ipotesi. E i vecchi amici comunque non li persi. Andai anche in montagna, ancora. In un altro mio “posto delle fragole”, all’Alpe Veglia, preparai l’esame di maturità leggendo “Il sentiero dei nidi di ragno” d’Italo Calvino. Qualche ulteriore puntata non la mancai nelle Dolomiti. Amai nuovamente. Furono gli anni della cognizione dei baci e del Castoro. Lottai e non entrai in banca. Mi salvai. Finché la testa non ritornò altrove. Intanto che il corpo stava sotto la naia, cioè dentro una caserma, nel 1977. Per l’anno dopo dovevo inventarmi un mestiere. Mi rivenne in mente il Catinaccio.
Quand’ero quattordicenne avevo scritto un primo libro sul raggruppamento. Il testo riportava gli itinerari diversificando ingenuamente i tempi di percorrenza in base a un passo lento, oppure medio, o addirittura veloce, con tanti altri inutili orpelli come i dislivelli che nelle guide abbondano tuttora e che però ognuno può dedurre da sé. I disegni in china erano neri, neri. Le cartine sfumavano anche troppo a pastello. Le foto, beh, facevan tenerezza, scattate con una piccola Kodak Istamatic! Mio padre ne andava ciononostante fiero e in qualche modo me lo rilegò. Io poi lo regalai. Se non è finito in un cassonetto delle immondizie deve trovarsi nella cantina o nel solaio di un “volume” non ancora pubblicato, il XII.
Nel ’78 a giugno, appena congedato, presi di corsa la funivia del Ciampedìe. Avevo uno zaino abnorme, sembrava fatto da un boy-scout e da un tesserato CAI al contempo. Una tendina, la pesantissima Moretti del K2 italiano, sopra. Uno zainetto con il materiale fotografico e cartaceo, davanti. Avevo anche due baffi incolti, retaggio della ribellione... Un bambino, nella cabina, disse alla mamma, additandomi: «Che brutto quell’uomo!». Mi accampai verso la sera in mezzo alla Gran Busa di Vaél. E benché avessi le stringhe rosse ai Galibier Grand Guide, feci così una stupidaggine. Di notte, nel disgelo, veniva giù di tutto. Botti e frastuoni. Scariche e ventate. «Se scampo», mi ripromisi, «ripiego al rifugio». All’alba richiedevo una cuccetta per l’intera settimana a Rino Rizzi. Cominciai a salire le cime dai bei nomi. Le Coronelle, i Mugoni. Il Testolón del Vaiolón. Poi mi portai più addentro al gruppo. Dal Vaiolet passavo ripetutamente. Lo gestiva allora la vecchia guida Tullio Pederiva, figlio di Marino, l’allievo di Piaz. Gli domandai una prima volta della Cima delle Pope e lui dopo tante stagioni che più non lo faceva volse le spalle, per fornire un’indicazione, alla Gola delle Torri. Gli domandai in un’altra occasione della Grande e della Piccola Valbona e mi rispose che erano percorribili e collegabili, che c’era stato, sì, ma da ragazzo. Gli domandai in un’ulteriore circostanza della Torre Nord... e lui sbottò: «Senti, tu non me la conti giusta, che cosa ci vai a fare in questi posti?». Io lo temevo e rivelando le mie intenzioni di pubblicare un libro pensavo di risultare ridicolo agli occhi di una tale gloria dell’alpinismo fassano. Invece lui mi prese sotto l’ala. Mi accompagnò la primavera successiva, il manoscritto pronto, da un altro mostro sacro: Arturo Tanesini.
Il manoscritto era in realtà un dattiloscritto. Battuto con una macchina da scrivere dai caratteri credibili e piccini. I titoli, li avevo composti con i trasferibili. Le diapositive stampate in cibachrome. Gli schizzi, le carte, erano decenti e leggibili. La rilegatura, importante. Se non è finito in un cassonetto delle immondizie deve trovarsi nella cantina o nel solaio di un “volume” già pubblicato, il V... Tanesini, il mio secondo Maestro, ne fu entusiasta: «Che belle foto a colori! Con le ragazze! Avessi avuto io queste possibilità ai miei tempi!». M’incoraggiò e sponsorizzò, mi avrebbe dato una sua prefazione. Io intanto giravo per le case editrici che una dopo l’altra mi bocciavano: «Per le guide di montagna ci vuole piuttosto un formato ridotto. Abbiamo troppi titoli del genere in catalogo. Magari l’anno prossimo». Tanesini mi spronava a non arrendermi. Lui era l’autore del volume della Guida dei Monti d’Italia dedicato al Sassolungo, al Catinaccio, al Latemàr. L’aveva pubblicato nel 1942. Era un vecchio ingegnere elegante, colto e sereno. Andavo spesso a trovarlo nel suo studio in Via Rosmini, a Bolzano. Mi voleva proprio bene. Era un piacere ascoltarlo. Mi raccontò di quando aveva attaccato i camini Schmitt alle Cinque Dita nel pomeriggio tardi e si era lassù incrodato con una tipa appena conosciuta al Passo Sella. In capo ai ghiaioni, per tener loro compagnia durante il bivacco notturno, era salito dalla Val Gardena il suo amico Emilio Comici a suonar la chitarra. Mi raccontò tante altre storie non banali, mi diede tanti consigli preziosissimi. Infine andai all’Athesia. Il tentativo ultimo. Mi chiese, il direttore, se potevo lasciargli il materiale per una settimana. E perché no, a quel punto? Il lunedì seguente, alle otto e un minuto, squillò il mio telefono a Milano. Andai a rispondere mezzo addormentato e mi sentii dire: «Lo pubblichiamo!». E poi: «Non è che ci farebbe, delle Dolomiti intere, una collana?».
Il libro stava per uscire. E il Castoro voleva che glielo dedicassi. Inutilmente obiettavo che per una guida tecnica, geografica, un’eventuale dedica sarebbe apparsa fuori luogo. Lei insisteva, per otto anni aveva amato insieme a me i monti intensamente. E in un periodo in cui la coppia sembrava che dovesse scoppiare frequentandosi eccessivamente, un periodo nel quale lei passava i sabati e le domeniche con le amiche e gli amici delle amiche a giocare a Risiko, se gliela avessi concessa quella benedetta dedica, sarebbe venuta via di nuovo con me nell’imminente ponte fino al primo maggio. Salii in giornata a Bolzano per chiedere per noi una pagina, il direttore dell’Athesia me l’accordò gentilmente, rientrai la sera stessa del 24 aprile, il Castoro era già partito da Milano. Via per il Lago di Como con un amico delle amiche, un insegnante dotato di tanto tempo libero, del brevetto d’istruttore di vela, dei carri armati in Europa, nell’Asia, nelle due Americhe e mi sa pure in Oceania. Della telefonata giusta, dell’invito giusto, allorché in Italia si superava esattamente il punto di non ritorno del riflusso. Level!
Il Castoro non so più neanche se sia vivo. Mio padre era morto il 16 novembre del ’77 , mentre ancora assolvevo il servizio militare, non facendo in tempo a sapere che sarei diventato per davvero uno scrittore di montagna. Io avrei seguito Re Laurino nella sua lunga rotta in cerca di sollievo tra le crode.
Avevamo oramai le stringhe rosse agli scarponi, le più eleganti, quelle da esperti.
E se le nostre colonne d’Ercole, ai limiti del mondo conosciuto, restavano le due quinte rugose e speculari del Principe e del Molignón, avevamo però visto il sole delle otto di sera, d’oro e d’arancio, di rosa, proprio in faccia alla svolta appartata del Bergamo. Lungo la Val del Ciamìn. Con Re Laurino già in fuga per un altro Catinaccio possibile.
Cominciavamo anche a pensare alle ragazze diversamente. In particolare a due sorelle di Milano, delle quali non sapevamo il nome. Rimarranno per noi, per sempre, “le milanesi”. La loro famiglia era la sola foresta, oltre alla mia in vacanza nel 1967, a Vigo. Sicché le notavamo. La più carina delle due era la più giovane. Direi nostra coetanea. Ma mai le conoscemmo. Non dovevamo essere allora del tutto grandi se un pomeriggio, ancora attratti dall’innalzare dighe per gioco nel Ruf de Pantl, attrezzati di assi, carriole, vanghe, chiodi e martelli, onde evitare brutte figure c’incamminammo da Valle su per un viottolo a monte del paese e le incontrammo fatalmente nei prati a ridosso del cimitero austriaco mentre leggevano dei libri e ascoltavano dal mangiadischi, sopra un bel plaid scozzese, “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi: dalla vergogna per il modo in cui eravamo combinati non rispondemmo nemmeno al loro primo e unico, storico, “ciao”. Le milanesi... Un mito! L’estate scorsa i locali mi hanno confidato che la più giovane, la più carina, era tornata. La milanese... È tuttora graziosa e simpatica, dicono. Ha quarant’anni e passa in più. Due figli adulti. È affezionata come me, di me verosimilmente ignara, al posto. Ricordo il suo volto. Il suo ciao. La mia inadeguatezza. Oh, quanto l’amammo!
Le donne, quelle che separano, sarebbero venute più tardi avrebbe scritto Cesare Pavese. E infatti Rita non ci allontanò. Arrivò da Reggio Emilia, per due estati consecutive in Via Valle, a partire dal 1968. Una rivoluzione! Battei sul tempo Giorgio, Rudy, mio fratello maggiore e tutti gli altri. Loro, alle spalle, si ritenevano in guardia giù per Larzonéi. Lei davanti con me, mi dichiarai. Poi la baciai, un mese più tardi, alla vigilia della sua prima partenza. Nel bosco fitto fitto, di fianco al Massogrosso. Sbuffò: «Era ora!». Sostenne di avere avuto comunque un orgasmo. Come? Che cosa? L’anno dopo io saltai l’agosto a Vigo di Fassa e lei baciò stavolta Giorgio. Lui ricevette poi da lei delle lettere. Inutilmente gli chiesi di mostrarmele. Erano finite dentro ad un’antologia in cantina. Lei scriveva da Dio, lo sapevo. Avrebbe potuto comporre ancor bimba, assieme a François Truffaut, la sceneggiatura di quel capolavoro che è “Jules et Jim”. Mi sarei arricchito. Benché più piccola di noi stava un millennio avanti. Era rossa. Bella, ribelle. Una poesia. Quanto l’amammo! Di Rudy, che dire? Che solamente lui tra gli italiani stringeva l’eschimo verde con la cintura a mo’ di Sheridan (il Tenente) e che con la sua Lambretta finì una volta in fondo al Ruf de Vaél. Di lei, ancora, so che è passata recentemente da Vigo. Ha chiesto di noi. Lei è lei. Noi, informati, abbiamo glissato e non siamo probabilmente più noi.
Con i suoi tredici anni d’età Rita a Vigo di Fassa nel ’68, i Beatles troppo fighetti, c’iniziò ai Rolling Stones. Mio nipote a diciotto adesso, a Claut guarda “Naruto”. Diventeranno come per Martin Scorsese, gli Stones, la colonna sonora della nostra esistenza. A fine estate comprammo dall’Elettricista Póllam io e Giorgio, in ricordo di lei, Rita, il disco a quarantacinque giri “Piccola Katy”. La sola canzone decente, mi sa, del repertorio dei Pooh. Comprammo anche un trentatre giri, “Between the buttons”, lo ascolteremo per tutta la vita...
Nel 1970 assistemmo in giugno, a Vigo, alla semifinale dei mondiali di calcio trasmessi dalla televisione. Esultammo dopo il memorabile 4 a 3 inflitto dalla Nazionale alla Germania nello stadio Azteca di Città del Messico, intanto che il panettiere tedescofilo Ottone, papà dell’emergente fuoriclasse dell’arrampicata Tita Weiss, si disperava. Ci deprimemmo poi al 4 a 1 subìto dal Brasile in finale, mentre il vecchio Ottone – grrr! – si consolava. Decidemmo di reagire e partimmo a piedi nel cuore della notte per vedere sorgere il sole dallo Sciliar. L’avremmo attraversato interamente al buio, il Rosengarten, per rifarci della delusione degli Azzurri! Alla Sella di Ciampàz, tuttavia, sentimmo degli strani versi. Nitrivano i cavalli al pascolo, liberi e nervosi, ci avvertivano. Meglio tornare. Cascavamo dal sonno ed eravamo dei ragazzi, dei mona, delle seghe. Non ancora delle bestie... Ripiegammo per i prati e il bosco al Passo di Costalunga e per la Grande Strada delle Dolomiti ideata da Theodor Christomannos, felici di tagliare le curve senza il traffico a quell’ora, di respirare l’aria montanina e di essere almeno a un passo dai campioni, rientrammo smaltendo la sconfitta prima dell’alba a casa.
Poi aprì l’ufficio della neocostituita Azienda di Soggiorno. Sotto al campo da tennis dell’Albergo Corona. S’intravedeva dalla vetrina un tradizionale costume ladino e uno chignon bellissimo, erano di Marugiana, sorella di Tita e morosa al momento di mio fratello, il maggiore. Ci regalò, Marugiana, il manifesto della prima Marcialonga in programmazione. Io lo guardai storto, m’insospettii. Preferivo il Dottor Zeni e il Fachiro, la Roda non ancora ferrata e i prati verdi o bianco immacolati. Già, i prati... Negli anni ’60 valevano mille lire al metro quadro, nei ’70 si vendevano a quarantamila. E negli ’80, dopo diversi fienili bruciati non più a causa dei fulmini, a me che di tanto in tanto ritornavo in paese e domandavo: «Cos’è ’sto nuovo schifo?», rispondevano: «Luca, guarda che quassù adesso non viene più da fuori soltanto chi amava la montagna come voi, ma arrivano anche e soprattutto quelli che in passato andavano a Rimini!». Quelli che s’ammassano e consumano. Che hanno e non sono. Lo scenario si stava modellando d’altronde e ovunque, in Italia, attorno a un tale Silvio Berlusconi...
Aprì a Vigo di Fassa la pizzeria La Grotta, niente di che ma era quasi come da Arnold’s. Aprì Salìn a Pera, un ristorante per giovani insaziabili. Aprì la Cantinetta a Campitello per le birre, per i maccheroncini alle due della notte. Della discoteca Le Streghe verso Canazei, a una generazione che succedeva alla Legge Merlin e che tuttora è ricalcitrante al trentennale riflusso, gliene importava poco.
A diciott’anni Giorgio prese la patente. Suo padre nel contempo cambiò la macchina e portò a Vigo una K70, l’ultimo modello della Volkswagen di un arancione fiammante. Gli chiedemmo di farcela provare per un giretto di mezz’ora a Carezza. Lui acconsentì e a quel lago c’era la solita ressa, c’erano i turisti a fotografare un Latemàr che ancora si specchiava e c’eravamo noi che lì ci tuffavamo fin da bambini e avremmo voluto spiccare il volo. Ci spingemmo avanti un altro po’, lungo la Val d’Ega rinserrata nel porfido, sino alla nostra Bolzano. Quindi al Lago di Garda per trovare un’amica. Alla mia Milano. A Valtournenche per salutare il Castoro. Le Grandes Murailles innevate, il Breuil, il Cervino. Tornammo il giorno appresso dopo due piccoli tamponamenti in coda, in autostrada, perché distratti ascoltavamo all’autoradio una cassetta di Cat Stevens. Il padre di Giorgio ci fulminò con gli occhi ma non ci disse nulla. Altro che i Cesaroni!
Al Vaiolet continuavamo comunque ad essere di casa. Ci salivamo due o tre volte alla settimana, nel corso dell’estate, caricando gli zaini di qualche libro scolastico. Eravamo rimandati a settembre in alcune materie, infatti, regolarmente. Io in lingua inglese, ad esempio. Giorgio in tedesco, ovviamente. Ci piazzavamo sopra il Re Alberto, lungo la gradinata ai piedi della Stabeler e della Winkler. Ci preparavamo agli esami di riparazione e ammiravamo gli scalatori impegnati sullo spigolo della Delago. Giorgio chiedeva a me, che non capivo un’acca di alemanno, di controllare sul suo testo se ripeteva correttamente a memoria un certo brano: Friedrich Schiller. Er war ein deutscher Klassiker. Er wurde im Jahre siebzehnhundertneunundfünfzig geboren... Era la volta degli arrampicatori: – Molla tutto! Recupero! Parti! –. Ritornavamo necessariamente ai libri e lui replicava l’arduo pezzo a raffica. Alzavamo di nuovo la testa e sognavamo di essere lassù in cordata. Diventeremo, addirittura per mestiere, degli alpinisti. Tuttora ricordo quel brano impronunciabile: Friedrich Schiller. Er war ein deutscher Klassiker...
L’anno dopo, nel 1962, ci trasferimmo a Valle, proprio in Via Valle, appena sotto la statale per fora mont, il Costalunga. E là, pur sempre a Vigo di Fassa, ritornammo per ben dieci estati, cinque ancora da piccoli e cinque oramai da adolescenti. Non basterebbero mille pagine di blog a raccontarli... Tra poco per Valle passerà la tangenziale. Allora già il primo giorno, ossia il primo di luglio, vidi un bambino della mia stessa età in un prato rivolto a Larzonéi, un’altra frazione per quel tempo serena. Era Giorgio. Stava con una palla davanti ai pali improvvisati di una porta. Ci accordammo per giocare ai rigori: «Chi segna li ribatte e chi sbaglia va a sua volta in porta». Tirammo, parammo, per quattro ore e per oltre quarant’anni. L’agosto scorso è arrivato da Vigo, per i passi, in bici, a salutarmi. Fin qui a Cimolais. Suo figlio Luca, il mio figlioccio nato un 3 maggio (non lo scordo!), sta bene. Ha una nuova ragazza. Fa il vetraio.
Cinquanta erano i bimbi e cento i giochi, a Valle. Il calcio, certo. Ma il nostro gioco preferito consistette a lungo nel dividerci in due squadre, munite a testa di un bastone tratto dalla vicina segheria. Una squadra aveva tre minuti di tempo per imboscarsi nella frazione. L’altra quindi partiva alla ricerca. Tutti in ordine sparso. S’impugnava il bastone a mo’ di fucile e quando si stanava o sorprendeva un avversario si gridava: «Pem, sei morto!». Chi veniva puntato e dichiaratamente colpito risultava così eliminato. Nulla di strano... Se non che lo scontro poteva durare un intero pomeriggio. Qualcuno si spingeva fino a Larzonéi. Altri restavano a tal punto nascosti che nessuno li scovava e soltanto al richiamo delle mamme, per la cena, saltavano fuori dal nulla e rincasavano. Dietro all’abitazione di Walter Trotner, futuro portiere dell'A. C. Vigo di Fassa, avevano scavato un buco perfettamente squadrato. Profondo un metro. Mezzo metro per lato. Conteneva giusto un bambino. E lì dentro, ci si poteva scommettere, un bambino rannicchiato stava all’erta. Semplice? Nient’affatto! Intanto uno doveva strisciare. Per terra o rasente alle case e ai fienili. Non smuovere alcun sassolino. Evitare, anche qua, le boace. Dopo un’ora gli era addosso, al nemico. Pressoché sopra. Teso. Un silenzio assordante. Dentro al buco l’altro bimbo sgamava. Si rizzava di scatto. «Pen, sei morto!», «Pen, sei morto!». Sì, ma, chi era stato ad urlarlo per primo?
Saltavamo con gioia nel fieno. E dall’alto del fienile di tre sorelle poco più grandi di noi e molto carine – Aurelia, Marianna e Mercedes – ci buttavamo per primi. Quindi ci volgevamo in su e non capendo ancora ma già intuendo esclamavamo: «Panorama delle Dolomiti!». Poiché durante il loro lancio, in volo, ad Aurelia, Marianna e Mercedes si aprivano e si sollevavano le sottane. Una volta giù, le stesse ci riempivano di botte. E tutti e tutte si rideva. Non ancora capendo, ma già intuendo...
Delle tre la più bella era Mercedes. Si narra che alcune estati dopo, in qualità di cameriera presso l’Albergo Savoia al Passo di Costalunga, ebbe addirittura un flirt con Gianni Rivera, approdato lassù in villeggiatura per due settimane assieme a Padre Eligio. Per una Val di Fassa in prevalenza milanista, a differenza della Val Cellina che a maggioranza è piuttosto interista e non avrebbe potuto fregargliene di meno, fu un subbuglio.
Lungo il Ruf da le Arce andavamo, dopo i temporali, a caccia di lumache. Che poi la mamma di Giorgio pazientemente spurgava e mirabilmente cucinava per quei pochi tra noi ai quali non facevano schifo. Giorgio e io ne eravamo ghiotti. E ne mangiavano in due, in un solo colpo, più di quante avrebbero saziato a pranzo e a cena l’intera clientela del noto ristorante parigino “Les Escargots”. Recentemente Giorgio mi ha comunicato che non si trova più manco una lumaca in quell’avvallamento. Come se le avessimo estinte... Non a caso Gesù ci punì. La volta in cui ricercando le chiocciole, quelle più grandi, sulla sponda erbosa del torrente in questione calpestammo inavvertitamente un vespaio. Ahi! Ahi! Avevamo lo sciame dietro. Ahi! Ci precipitammo in giù e attraversammo lo stradone, cioè la statale, senza nemmeno badare al traffico. Ci gettammo nell’acqua gelida del lavatoio di Valle tra la segheria e la torre dei pompieri. Inutilmente. Ahi! La testa rimaneva fuori. E, fuori allora del tutto, lasciammo pure il lavatoio. Giù ancora per Via Valle. Sbam! Ahi! Sbam! Diverse porte sbattute. Perfino dentro le nostre stanze ritrovammo qualche vespa ronzante e minacciosa, l’indomani, intorno ai lampadari. Ricordo Giorgio nudo e piangente, sopra il tavolo di una cucina, impomatato dalle mamme. Contava venticinque punture esclusivamente nel collo. Io me la cavai con diciotto, di punture, sempre nel collo.
Preannunciato dalle locandine arrivava una sera d’estate un artista di strada soprannominato “Il Fachiro” e noi riempivamo nell’occasione lo spiazzo davanti al Bar Bianco per salirgli in pancia come lui richiedeva quando si sdraiava sugli spilloni e per ammirarlo mentre ingoiava e rigettava le rane vive. Alla messa della domenica mattina a San Giovanni evitavamo la navata dove una statua del Cristo sembrava tenerci d’occhio in qualunque punto ci fossimo sistemati e prendevamo posto invece nel coro, aspettando il momento solenne della consacrazione durante il quale un neonato che chiamavamo Tarzan attaccava immancabilmente a strillare. All’improvviso suono della sirena del municipio che non segnalasse il mezzogiorno della stessa domenica mollavamo tutto quanto stavamo facendo e accorrevamo magari con un budino in mano, da finire di mangiare sul luogo dell’evento, per assistere allo spettacolo dei vigili del fuoco che domavano l’incendio provocato non ancora dallo speculatore bensì dal fulmine.
Spingendoci nel bosco sopra la curva del Belvedere c’imbattemmo un dì in un blocco alto tre metri. Lo scalammo prontamente e ci arrampicammo anche su tutti gli alberi nei dintorni. Con facilità sugli abeti e sui cirmoli, che disponevano dei rami bassi. Con maggiore impegno ma con successo ugualmente, grazie alla corteccia più scabra, sugli amati larici.
Già contenti pensavamo che quel piccolo blocco ci avrebbe intrattenuto nelle settimane seguenti. Non sapevamo ancora che più addentro, nel medesimo bosco per Vaél, si nascondeva un altro masso assai più esteso e di quasi dieci metri d’altezza. Lo scoprimmo di lì a qualche giorno e lo battezzammo con immensa meraviglia “Massogrosso”. Occupò svariati anni della nostra giovane e magica esistenza. Non mancava di nulla: gradinate, salti, caminetti, strapiombi... Da un versante lo potevamo salire con un elementare sentiero e dalle piante affidabilmente radicate sulla sommità calavamo le corde per assicurarci. Dallo zio di uno di noi, Rico, una vecchia guida alpina della stirpe dei Pederiva, ci facemmo collocare i chiodi da roccia. Chiodi che comprammo presso il Toni Sport. Acquistammo pure un corto Cassin a pressione, poiché andava allora di moda, ma a causa della sua pochezza e della nostra inesperienza dubitammo e mai lo utilizzammo. Ci servimmo invece delle staffe. E a sei o sette metri da terra, con un panino con lo sgombro o con la cioccolata sciolta procuratoci dagli Alimentari Lorenz, “bivaccavamo” nell’ora della merenda in piena parete. Sul Massogrosso!
Cominciai crescendo a consultare con mio padre, alla vigilia delle gite, le carte e la guida delle Dolomiti Occidentali. Del mio primo Maestro, Silvio Saglio. E cominciammo a salire by fair means le cime, la Roda of course per prima, in capo a Vigo. Ancora mi sta qua l’inutile ferrata successiva!
La Cima Dodici poi, rispetto al paese in costa, tutta davanti...
Restavo però piccolo. Al Rifugio Mulàz, alle ore ventidue meno cinque, mentre il gestore si accingeva a togliere le luci, di fronte alle nostre cuccette ingarbugliai le stringhe gialle di uno scarpone. Non potevo dunque levarmelo. E non riuscivo a sciogliere i nodi. Provò allora mio padre, chino, a risolvere il groppo. Le ventidue intanto scoccavano. Lo sentii dire: «Mi sto incazzando!». Sì, dal papà, che entrava quotidianamente in chiesa il mattino prima di andare al lavoro. Che mai aveva pronunciato una parolaccia in presenza dei figli. Turbato, lo confidai al ritorno alla mamma che se la rise. Nella circostanza, attraversammo comunque al risveglio con i coniugi Zuccolo e i loro maglioni blu, la cui fascia bianca faceva tanto club alpino, il Passo delle Faràngole.
Prendevamo sempre maggiore confidenza con il Catinaccio. Sulla prima funivia, quella che sobbalzava sull’unico pilone nell’avvio suscitando i sospiri degli inesperti e che incrociando la cabina di rientro appariva irragionevolmente più lenta, guadagnavamo in pochi minuti il Ciampedìe. Là dunque pigliavamo lo slancio nella rapida discesa verso il Rifugio Negritella e sorpassavamo suore, cani, famiglie, comitive e crucchi, sino a Gardeccia. Perdevamo un po’ di tempo per innalzare un palo o un legno in vetta a uno dei tanti macigni attorno, conquistati. Ritornavamo a correre su per le scorciatoie del Vaiolet e all’omonimo rifugio ci bevevamo un tè con lo zitronen. Risalivamo a mani nude da bambini la Gola delle Torri e adesso – indovinate? – l’hanno ferrata. Nel Gartl, al centro del mondo, il cemento del Rifugio Re Alberto ci era di troppo. D’un balzo montavamo al più discreto Santner. Ci affacciavamo nell’aria, nella luce, verso Bolzano.
E a Bolzano rimasi un anno, in coda alle vacanze, un altro mese. Tutto settembre. Invitato dai genitori di Giorgio per due o tre giorni, venni sorpreso dall’alluvione del ’66. La ferrovia e l’autostrada del Brennero furono chiuse. Mio padre poté recuperarmi da Milano solamente ad ottobre. Ho un ricordo fantastico di quel periodo. Della mia nuova città. Delle bici con cui scavalcavamo il Ponte Roma e delle corse in una zona industriale a misura allora – incredibile! – di bambino. Delle partite a pallone nel parcheggio dello stadio, il Druso. Del primo film di James Bond ad Oltre Isarco. Della Pizzeria Vesuvio (nel Südtiroler!). Delle angurie in Via Resia. Dei würstel gustosissimi all’incrocio dei Portici. Delle vetrine dell’Athesia... Bolzano, Bozen. Eravamo proprio dei bimbi e la mamma di Giorgio, per far presto, c’immergeva insieme luridi, alla sera, nella vasca da bagno. Bozen, Bolzano. Da ogni dove potevo guardare ad est al Rosengarten, alle Torri.
Tornato a scuola, mi misi in testa di comporre del raggruppamento un “plastico”. Non so più quanti chili di creta comprai di conseguenza. E non sapevo sul momento che la creta stessa andasse di continuo inumidita, modellandola. Partii dal Vaiolet. Da cos’altro dovevo partire? Il resto si seccò e non fece in tempo a prendere la forma. Frequentavo la seconda media inferiore. Non ero ancora entrato nell’adolescenza. Quest’ultima, magari, sarà per la puntata prossima... Ma il cuore del Giardino delle Rose oramai batteva congiuntamente al mio.
Eravamo liberi di spaziare illimitatamente a monte. Ché i pericoli se mai venivano da giù, dalla statale, dalle città degli uomini. Ché la montagna stessa, se impari a conoscerla da piccolo, è una ricreazione. Alloggiavamo in quella nostra prima stagione a Vigo nell’abitazione più elevata del paese, un paese non ancora votato spudoratamente al turismo, alternandoci nei letti noi bambini, testa e piedi, con i nove figli del macellaio.
Oltrepassato subito fuori di casa il letamaio che io ricordo profumava rispetto ai concimi chimici di adesso, dribblate le boace fresche con la scia e gli schizzi che le vace prima e dopo il pascolo diffondevano sul porfido dell’erta via Santa Giuliana, ogni giorno era un mondo. Al lavatoio, vicinissimo, stava il mare. Più in là di un edificio isolato da cui un mattino un matto aveva scagliato i piatti in strada intimorendoci scorreva il torrente, il Ruf de Pantl, dove ricavavamo dai salici gli archi e le frecce, dove alzavamo le dighe con migliaia di sassi fin quando trovammo al loro posto dall’oggi al domani dei blocchi giganti e affermammo: «Li ha portati Nembo Kid!». Altrimenti andavamo a fieno rinvenendo le vipere falciate e giù dal carro che ci riportava nel fienile volammo in curva un dì sbattendo il capo sul selciato e procurandoci una commozione cerebrale e una fiera benda alla Rambo. Giù dal colle dove sorgeva il cimitero militare austriaco ci lanciavamo con un cartone sotto il sedere, nell’erba rasa e ripida, all’impazzata. Fin su alla chiesa della santa che volando in cielo passò dalla finestra dell’ardito Croz ci recavamo spesso a consumare la merenda, nonché la sera della madonna di agosto, in processione, con certe fiaccole che inclinavamo apposta per incendiarle tutte d’un colpo e suscitare gli improperi del prete e delle beghine. Cercavamo di continuo un rifugio segreto in qualche sottosuolo disabitato, oppure nell’antro che chiamavamo “La tana della volpe” o sulla cava abbandonata in cima ad uno scoraggiante ghiaione. Dopo cena Donato Zeni, il dottore che poi precipitò dalla prima Torre di Sella e al quale hanno dedicato un bivacco fisso in mezzo alla Vallaccia, calava un lenzuolo da un balcone della piazza e ci mostrava le diapositive delle Dolomiti e del Gasherbrum IV. Talvolta ci spingevamo a piedi sino a Tamion dagli Zuccolo o sino alla Malga Alloch, oltre l’Avisio, per riempirci di panna montata. E con i genitori non mancavano le puntate al Col Rodella, alla Villetta Maria al Pian Trevisan e, dopo le vomitate lungo i tornanti del Pordoi o del Falzarego (sul Tre Croci no perché non avevamo più niente da spendere), a Misurina...
Scoprivamo a quel tempo il fascino del Tour de France. Ne seguivamo le tappe seduti per terra in massa, un Lemarancio o un Fiordifragola come gelato, davanti alla televisione pubblica dell’ex Albergo Cervo. Poi un bambino dalla farmacia di allora, all’incrocio tra la piazza di Vigo di Fassa e l’imbocco della via Santa Giuliana, partiva gasato ogni centoventi secondi per la prova a cronometro. Una cronometro un po’ particolare dato che nel bosco, impauriti, ci raggruppavamo. Procedevamo così tutti assieme, fino all’approssimarsi del Ciampedìe. Quindi lo scatto, la volata e l’agognato traguardo, le torri!
Fu il signor Zuccolo, il signor Carletto Zuccolo, barbiere nella clinica milanese dove mio padre faceva il ragioniere, a convincere mio padre stesso a portarci per la prima volta, per le vacanze estive, a Vigo di Fassa. Il signor Zuccolo e sua moglie Italia, della quale mia madre sosteneva crudelmente che non c’era da fidarsi ad andare insieme in montagna perché ci vedeva meno di una talpa, formavano con mio padre un piccolo sodalizio alpino che già era stato sul Breithorn e alla Capanna Regina Margherita, sul Disgrazia e sul Gran Zebrù. E, lo desumo dalle foto in bianco e nero di allora che adesso io conservo, sul Caminetto Pagani alla Grignetta! I coniugi Zuccolo, semplicemente per noi piccoli “gli Zuccolo”, privi di figli ma dotati entrambi di un maglione blu con una fascia bianca che faceva tanto club, appunto, alpino, delle Dolomiti erano ormai veterani. Andavano da molti anni per le ferie con la loro vecchia Autobianchi, la nostra “Bianchina Scorreggina”, in quel di Tamion. Una frazione idilliaca. Mentre i miei genitori, in Trentino-Alto Adige, si erano limitati ad attraversare in due giorni, durante il viaggio di nozze del 1949, dal Pian de Gralba alla Fedaia. Una Fedaia non ancora invasa dalle acque del bacino artificiale. Un grande pascolo. Perduto. Gli Zuccolo dunque ci avevano aperto la strada e trovato l’alloggio nel più capace comune di Vigo. Ricordo i preparativi primaverili. Le telefonate serali. Ricorreva spesso nei discorsi il soprannome di Cesare Maestri. Mio padre mi chiese una volta di comporgli il numero dello Zuccolo e dopo che io ebbi consultato velocemente l’agenda di famiglia e schiacciato tutto contento all’apparecchio i tasti, dopo che lui al tu tu che segnalava libero mi aveva preso la cornetta e aveva esordito con un beffardo: «Pronto, parlo con il Ragno delle Dolomiti?», cui erano seguiti alcuni momenti d’imbarazzo, di scuse, di spiegazioni, saltò fuori che avevo chiamato per sbaglio la mia maestra di seconda elementare, una clamorosa omonima, la signorina Zuccolo. Già mi vergognavo come un ladro ad andare a scuola in quel tempo con un orrendo montgomerino spigato e verdolino, eredità di non so quale cugino o cugina del trascorso dopoguerra, affatto demodé, ma l’indomani avrei preferito addirittura morire piuttosto che incrociare lo sguardo dell’importunata e vilipesa, LA MAESTRA, la signorina Zuccolo...
Mio padre ci avrebbe raggiunti nelle due settimane a cavallo di Ferragosto e intanto il resto della famiglia, numeroso, con le valigie ed un baule verde e nero al seguito era in partenza. Già il primo di luglio. A Verona, aspettando la coincidenza dell’espresso per il Brennero, uno dei miei fratelli si perse. Mia madre si piazzò allora seduta con i vari bagagli davanti al convoglio appena arrivato da Roma e Bologna, sui binari, in una di quelle scene che hanno fatto la fortuna di certi film del neorealismo italiano e che mi fanno tuttora, ancora, vergognare. Da lì non si sarebbe mossa finché qualcuno non lo avesse ritrovato. Il figlioletto. Quel deficiente del mio stesso sangue. Tornò costui al binario, altra fortuna, causando un lievissimo ritardo. Tornò dalla visione dei giornaletti presso l’edicola della stazione. Sì, aveva sentito l’altoparlante. Sì, vedeva le facce dei poliziotti e del capostazione dapprima tese e ora più sollevate. Ripartimmo. E ad Ora un terzo treno. Per l’ultimo suo anno di corse. Nel 1961. Sino a Predazzo. Due piccoli vagoni soltanto. Su, lentissimamente, a scavalcare il varco di San Lugano. I rami degli alberi, gli abeti, fin dentro ai finestrini. Sembrava il Far West! Poi via per la serena Val di Fiemme. Non quella di adesso. Quella coi prati. Ciuff ciuff. Via. Un sogno. Un’ultima corriera. Vigo di Fassa. Non quello di adesso. Quello coi prati.
Alla tenera età di cinque anni Reinhold Messner salì, come si sa, con suo padre, in cima al Sass Rigais. Level! Io mi accontentai quell’estate, nel ’61, a sette anni, del Passo Ombretta. Assieme a mio padre. Agli inseparabili Zuccolo. Il valico, come si sa, è lungo e largo. E in lungo e in largo lo battei a caccia dei bossoli della Grande Guerra. Di ogni altro reperto. Mio padre, gli Zuccolo, mi fecero credere che un pacchetto di fiammiferi germanici che avevo là rinvenuto non appartenesse ad un qualunque turista austriaco o tedesco, cioè ad un contemporaneo, bensì ad un importante feldmaresciallo del ’15-’18. Lo riportai con me, orgoglioso, nel fondovalle.
Da Vigo l’orizzonte mi divenne familiare. C’era la Roda, Vaél, rosa alle sei del mattino. Scoscendeva un po’ il Latemàr. C’era la Cima Dodici, con un esteso e movimentato profilo che potrei oggi stesso, a memoria, disegnare. Spuntava la Marmolada. C’erano le doppie Buffàure, quella di destra da un impianto rigata. C’erano, in fondo alla valle, il Sella e il Sasso Levante (la Grohmann), bianchi di neve all’inizio di luglio, tersi e marrone pastello a settembre. C’era, alle spalle, una porta verso il più bel paradiso. Una porta senza dar troppo nell’occhio sospesa. Era il “Campo di Dio”, ovverosia il Ciampedìe. Lo spalto che lo sosteneva, ad un certo punto, erodeva. Nel mezzo del bosco cioè stava un salto. Di una friabilità impressionante. Noi bambini ci dicevamo: «Solamente Walter Bonatti potrebbe scalarlo!». Lo sorvolava una seggiovia. Noi su a piedi, di lato, nel bosco. La mia prima volta sul Ciampedìe. Non quello di adesso. Quello col prato. E da lassù, luminose, le Torri del Vaiolet. Per me, per sempre. Un’Odissea nello spazio.
Può succedere che un compilatore di guide vada a trovare un gestore di rifugio, fuori stagione, a casa sua. Il primo, per tre estati, è salito così tante volte al Vazzoler che sa perfino che, con uno zaino medio e un’andatura media, occorrono 950 passi dal IX tornante della Mussaia al guado nella Val dei Cantoni e 1200 dallo stesso guado al rifugio in questione. Il secondo, un burbero presunto, di estati ne ha trascorse ventidue sotto la Torre Venezia, davanti alla Trieste. Entrambi hanno dunque tutte le carte in regola per ben comparire in un blog di montagna, su Intraisass.
I due non è che si conoscano, ancora, più di tanto. Un cenno, un ciao, un “Quant’è che viene il conto?”... Ma un pomeriggio il compilatore ed i suoi Ragazzacci siedono sfatti ai tavolini, al sole, sulla terrazza della Capanna Trieste. Passa il nostro gestore e prima di risalire con i rifornimenti in jeep, al proprio rifugio, si concede una tappa presso quest’altro ristoro. Un cenno, un ciao del primo e in aggiunta, stavolta: «Torniamo da tre bivacchi al Covol delle Sasse». E il secondo: «Il più bel posto! Offro un giro di birre a tutti!».
Ed eccomi quindi qua di sera a suonare per la prima volta il campanello dell’abitazione di Pier in città. Entro e guardo subito, al solito, se c’è una libreria e che titoli contiene questa libreria. Non lo pensavo, un ottimo lettore... Nemmeno immaginavo che ascoltasse la musica leggera. Mina preferibilmente, oppure Mia Martini. Lui stappa una bottiglia di un buon vino del Collio e mi sorprende nuovamente: «È Radio Marilù. Vuoi che la chiami e che richieda per te una canzone?». Io mi spavento. Ritengo il “Drive In” e “Pronto, Raffa?” l’inizio del rincoglionimento in corso del popolo italiano ed ho per questo genere di cose, per il karaoke ad esempio, la stessa avversione di Cameron Diaz ne “Il matrimonio del mio migliore amico”. Già quando stavo a Milano e venivo avvicinato dalle sfrontate troupe di Mediaset, per un sondaggio magari d'opinione in Piazza San Babila o in Corso Vittorio Emanuele II, le scansavo inorridito come faceva Fantozzi con la madre del suo principale dopo la tragica sfida al biliardo. Addirittura ho atteso preoccupato sino all’alba il mio socio Mario Crespan, una notte, io su al Bivacco Menegazzi, intanto che lui giù al tornante tra Faustin e I Domadori si beava sentendo dentro all’auto le musiche più disparate di Radio Birichina. Però Pier insiste, vuole assolutamente che proponga una canzone. Vergogna! Vergogna! Mi viene anche da ridere. «Va bene, eccola qui, non so il titolo esatto ma è di Mina, forse della metà degli anni ’80, faceva in due o tre punti (intono) “Rose su rose, lalalalala lalala”». In piedi, Pier, grande e grosso, mio coscritto, compone il numero all’istante: «Pronto, sono l’Orso di Belluno, vorrei dedicare all’amico Luca di Cimolais una canzone di Mina, credo della metà degli anni ’80, che fa nel ritornello (intona) “Rose su rose, lalalalala lalala”, grazie, ’rivederci». Appende la cornetta del telefono. Gli ha risposto, mi spiega disinvolto, una segreteria. Fa un gesto con la mano, come per dire: «Aspetta, che mo’ arriva». Aspettiamo. Stappiamo un’altra bottiglia. Non arriva. Diventeremo, con una terza boccia, definitivamente compari. Di “Rose su rose”, nell’intera nottata, più traccia alcuna.
P.S. Recentemente Pier mi ha informato di avere ricevuto una lettera da Radio Marilù in cui lo pregano di rinunciare a chiedere di riascoltare per le sue varie dediche “Poster” nella versione di Mina e “La nevicata del ’56” di Mia Martini. Gli ho domandato se per davvero lui chiede troppo spesso a Radio Marilù “Poster” cantata da Mina e “La nevicata del ’56” di Mia Martini. Mi ha risposto imperturbabile che sì, lui a Radio Marilù richiede sempre “Poster” di Mina e “La nevicata del ’56” di Mia Martini...
Lo scorso anno non ci badavo. Benché già corressero per quei trenta metri in tutto, di marciapiede e di corridoio, dalle auto delle mamme allo spogliatoio.