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martedì, 18 marzo 2008

QUANDO ARRIVA IL SOLE

postato da mauromazzetti alle 18:01 in gente di mare
Io sono una persona fortunata. Almeno così mi ritengo. Vivo a Genova, città di mare ma anche di monti; ho un buon lavoro ed una famiglia felice. La vita mi sorride. Fine dei luoghi comuni.
Però.
Però sono appassionato di montagna. E questo mi porta ad un continuo conflitto fra quello che vorrei fare e quello che faccio in realtà. Scalare o non scalare, questo è il problema. Mollare la famiglia per macinare centinaia di chilometri in macchina, e solo al fine di appendermi da qualche parte. Oppure sognare, sognare dove andare per rendersi conto che non ci si andrà.
La mia casa è esposta a nord ovest, ed il poggiolo si affaccia sulla valle di fronte e sulla corona delle fortificazioni costruite a difesa della città.
Il fatto dell’esposizione ha la sua importanza. A Genova, la tramontana, tesa e fredda da nord, spazza le nuvole e porta tempo buono. Abbassa decisamente la temperatura, creando mulinelli di polvere (e di rumenta), degni della location dei migliori film western. Sul mio poggiolo, ripeto esposto a nord ovest, il sole colpisce forte solo in estate e nel pomeriggio. A me piacerebbe il contrario; la casa è sottotetto, quindi calda d’estate e fredda d’inverno, come ben sa chi vive all’ultimo piano.
Dato che non posso girare la casa, faccio buon viso a cattivo gioco. Allora prendo nota di quando il sole arriva radente a colpire le mattonelle del terrazzo (di solito proprio in questa stagione di fine inverno/inizio primavera) seguendo mentalmente i progressi costanti ed implacabili della luce.
Ed a ogni tacca corrisponde un sogno alpinistico.
Con le prime tacche penso a canali di neve e di ghiaccio in Alpi Marittime e Cozie, o magari a qualche vietta di roccia a Finale, tanto per togliersi di dosso la ruggine dell’inverno.
Con l’aumentare delle tacche c’è un innalzamento di quota, direttamente proporzionale al numero delle tacche stesse. Sempre più in alto, come diceva Mike Buongiorno. Le tacche segnalano mete più ambiziose; vie di montagna, con sviluppo e dislivello che diventano man mano più importanti e significativi.
Negli anni le tacche ed i sogni si sono sovrapposti e mescolati. A volte si sono ricomposti autonomamente, soddisfacendo alle aspettative; molto spesso l’emulsione non ha dato vita alle salite desiderate.
Però continuo a fare le tacche.
Un giorno sarò costretto a cambiare le piastrelle.
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martedì, 05 febbraio 2008

QUELLA VOLTA CHE HO VISTO LA CORSICA 2/2

postato da mauromazzetti alle 08:57 in gente di mare
Come già scritto in uno dei primi post di Gente di mare, i genovesi sono geneticamente propensi a storpiare le parole che sembrano non essere italiane al cento per cento. Quindi diciamo Buone Saire (Buenos Aires), Màrguarei (Marguarèis), Tenìbre (Tenìbres). E poi, seppur ligi ed adusi all’abitudine di dimezzare le doppie, invertiamo la regola e diciamo invece Antorotto al posto di Antoroto. Un po’ come quando si sente dire Anguille du Midi o Mont Blanc du Tucul, anche se capitoni e capanne africane nulla hanno a che spartire con la montagna ;-)
Il monte Antoroto, o semplicemente Antoroto, è un’altra meta consueta di alpinisti ed escursionisti. Geograficamente già in Piemonte, contabilizza peraltro molte visite della gente ligure, facilitata in questo dal raddoppio dell’autostrada Savona-Torino, ex autostrada della morte. Ora, qui bisognerebbe aprire ancora una parentesi e parlare di questa autostrada, nata per trasportare le macchine FIAT dagli stabilimenti torinesi al mare ed ai porti liguri. Basti comunque dire che, dopo centinaia di incidenti e decine di vittime, l’alternanza della doppia corsia su singola carreggiata ha lasciato il posto a due carreggiate distinte.
Fatta colazione all’autogrill di Priero, e reso doveroso omaggio alla barista Giuditta (nome di fantasia n.d.a.), si abbandona l’autostrada per seguire la statale che si addentra nella valle pressappoco parallela alla costa fra Savona ed Imperia. Basta far finta che la nebbia non ci sia e non lasciarsi influenzare dal nome della valletta laterale che si imbocca (valle Inferno), per rendersi conto che l’ambiente attorno vive una lacerante e combattuta schizofrenia bio-geografica.
La macchia mediterranea finge infatti di non aver già oltrepassato lo spartiacque, mentre sono frequenti le incursioni botaniche di alta quota nei pressi del mare.
Memori di ciò, si risale un dolce sentiero, e si lasciano a sinistra gole e forre dove si nasconde un po’ di Ghiaccio dell’Ovest, per dirla alla Gian Carlo Grassi. Giunti in vista dell’Antoroto, pardon “Antorotto”, il versante nord est si presenta imponente, quasi come un clone della parete nord della Becca di Monciair nel gruppo del Gran Paradiso.
La nord dell’Antoroto è via di un certo impegno, con ripidi pendii nevosi ed un traverso ascendente da sinistra verso destra, che prende come riferimento un isolotto roccioso dove è possibile utilizzare un chiodo per limitare le conseguenze di un eventuale pendolo in caso di scivolata.
 
Come nel gioco delle bocce: prima si accosta sapientemente, poi si boccia inesorabilmente.
Prima l’accosto: emmu faeto a nord du Anturuttu, si buttava lì con finta casualità ed astuta negligenza. Abbiamo fatto la nord dell’Antoroto, tanto per dire che il famigerato traverso non ci incuteva paura e che lo avevamo domato.
Ma poi arriva la bocciata, implacabile e senza remissione: u l’ea cuscì nettu che se vedeiva a Corsica (era così terso che abbiamo visto la Corsica).
Ecco il punto. Io queste battute le ho sempre sentite, sempre con la stessa sceneggiatura, gli stessi tempi, le stesse pause e la stessa conclusione. Ma ero uno spettatore, non un attore. E la Corsica non l’avevo mai vista.
Ma poi, finito l’apprendistato del bocia alpinistico, sono salito sull’Antoroto, pardon Antorotto, titubante ma rassegnato alla foschia dei panorami di vetta. Si vedeva un po’ di pianura padana; veramente, per essere più precisi, la pianura stava sotto la nebbia. Verso il mare, invece, tutto era limpido, pulito, terso. Nettu. La costa si stagliava nitida, quasi si potesse toccare. Si potevano vedere le spiagge della Riviera ligure di Levante; magari, impegnandosi strenuamente, si potevano intuire i pescatori sul mare d’inverno. Nettu. Tranne che verso il sud pieno. Della Corsica nemmeno l’ombra. O forse no. Strizzando al massimo gli occhi, facendo uso di improvvisati artifici ottici, come il teleobiettivo di una macchina fotografica prestata per l’occasione dal vicino di vetta, qualcosa si vedeva all’orizzonte. Forse appena dopo l’orizzonte. Una striscia marroncina, di una stentata sfumatura sbiadita.
Tanto è bastato per poter buttare lì, con studiata noncuranza: Fin la Corsica, si vedeva.
Più che altro è stata una autocertificazione. Spero che l’ex ministro Bassanini non mi assoggetti ad un feroce accertamento e che al contrario preferisca rimanere a lavorare in Francia con Sarkosy. Spero anche che la visione di Carla Bruni lo distragga a sufficienza per non accorgersi di me.
A me di Carla Bruni non importa un accidente.
L’importante è poter dire che ho visto la Corsica.
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martedì, 29 gennaio 2008

QUELLA VOLTA CHE HO VISTO LA CORSICA 1/2

postato da mauromazzetti alle 14:18 in gente di mare
Si dice che tutte le strade portano a Roma; a Genova basta invece risalire una qualunque delle nostre creuze de ma per guadagnare quota e fare un po’ di dislivello. Si arriverà immancabilmente sul crinale spartiacque che divide le valli genovesi; qualche buontempone megalomane ha definito questa cresta come la Muraglia genovese, perché costellata di fortificazioni e mura medievali a guardia e protezione della città.
Nelle giornate limpide la vista spazia verso la pianura padana da una parte e sul golfo ligure dall’altra. Verso i monti è facile scorgere buona parte della catena alpina occidentale (ma con gran pena). Verso mare c’è solo acqua (se si esclude il promontorio di Portofino, e scusate se è poco…). Il summitwatching, ossia la caccia al riconoscimento delle vette, è sempre aperto: se è abbastanza facile inquadrare il Bianco, il Rosa, il Monviso e più lontano il Vallese, è invece estremamente improbabile individuare il profilo intrigante della Corsica. Eppure, in termini di miglia o di chilometri che dir si voglia, siamo più vicini a Bastia che a Courmayeur. L’inghippo sta nella macaja, citata anche da Paolo Conte nella canzone Genova per noi.
La macaja, scimmia di luci e di follia, connota un tempo meteorologico che ci possiamo permettere solo a Genova, dove riusciamo a farci del male gratuitamente (e ci mancherebbe anche che dovessimo pagare ;-).Pensate a chi vive in pianura, circondato ed assediato dalla nebbia, dove si crede che sia Buontempo (v. Ivano Fossati), quando si scorge una parvenza di sole lattiginoso e schermato da tristi nuvole. Al mare, anche a Genova, è bello quando è bello: tautologicamente parlando non fa una grinza. Se invece ci giochiamo la carta della macaja, saremo avvolti da una impalpabile nebbia grigiolina, con l’igrometro che schizza a tassi di umidità stratosferici, che neanche nella giungla amazzonica.
In tal caso, dalla cresta della Muraglia genovese si vedranno a stento la collina di fronte e la diga foranea del porto. Altro che Dente del Gigante o “dito” della Corsica!
Tant’è, come tutti quelli che tendono ad innalzarsi, escursionisticamente o alpinisticamente parlando, ci si fa vanto di aver visto la Corsica. La frase tipica, scandita con malcelato orgoglio, come se uno ci avesse messo del proprio, suona più o meno così: Una giornata spettacolare. Si vedeva anche la Corsica.
Per dirla alla Camilleri/Montalbano, io mi sono fatto persuaso che spesso questa affermazione è solo millanteria. Mi pare assai arduo presumere che il Corsicawatching abbia buon fine, soprattutto quando occorre il GPS per raggiungere ad esempio il capolinea dell’autobus n. 40 dell’Azienda Mobilità Trasporti di Genova. Altrettanto strano e mendace mi sembra poi il giuramento sulla testa dei bambini di chi afferma di aver addirittura scorto le luci del porto di Bastia alla fine di una gita durante la quale ha invece fatto ricorso ad azimut e punti sulla carta geografica per riguadagnare l’automobile.
Esiste un club, il Club dei 4000, che annovera fra le sue fila quanti hanno salito almeno trenta vette superiori ai 4000 metri; non mi risulta invece che esista il Club dei Guardoni della Corsica, forse più difficile da regolamentare ma altrettanto affascinante.
Comunque, se tale club esistesse, io non ne farei parte, perché la Corsica non sono mai riuscito a vederla. Almeno da in cima ad un monte.
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venerdì, 18 gennaio 2008

A CRAVASCO NON CASCO 2/2

postato da mauromazzetti alle 14:04 in gente di mare
Quando uno vuol cominciare ad arrampicare, magari anche con le pedule da escursionista, viene ancor oggi depositato ai piedi di queste placche di serpentino. Dopo un veloce bignami di nodi e manovre, il “buono” del gruppo comincia a far sicura in moulinette.
Qui c’è un buon appoggio; appena sopra trovi un’ottima maniglia come appiglio, mentre il malcapitato novizio ha ben altri problemi che quello di abbinare concettualmente appoggio ed appiglio a piede ed a mano.
Chi passa l’esame e non patisce il vuoto ci ritorna, magari meglio attrezzato e con amici pari neofiti.
Come è capitato a me, tanti anni fa.
A Cravasco ci torno come l’assassino torna sul luogo del delitto. Circospetto, guardingo, incapace di starne lontano, magari da solo, per salire qualche tiro in autoassicurazione. Ci torno da allenato e fuori forma.
Attorno tutto è bucolico: il verde delle piante, il cinguettare degli uccellini, d’estate il frinire delle cicale. C’è anche l’odore del letame delle cascine dei terreni circostanti.
I nomi delle vie la dicono lunga: Primini per chi comincia, Van Loon per chi ha problemi esistenziali, Il diedro per chi ama la geometria, Decalcomania per chi preferisce i traversi esposti sui quali spalmarsi senza pietà, Guàrdati i piedi per chi non fa della forza una virtù ineluttabile.
Uno dei tiri più estetici si chiama A Cravasco non casco. Elegante, mai banale, tecnico e non braccioso; buchetti, tacchette e reglettes per un’arrampicata delicata e di soddisfazione.
Dopo una giornata estiva di lavoro, si riesce anche a dimenticare lo stress; quando il sole tramonta, i tiri rubati alla roccia ed al buio ristabiliscono frequenze e ritmi assonanti con i nostri tempi frenetici.
Tutto bello, tutto perfetto.
Anche se mia moglie, con fare sarcastico, una volta mi ha fatto notare come la strada che porta alla Rocca si chiami “via Caduti di Cravasco”. A buon intenditor…
La prossima volta ci torno con mio figlio. Così, tra un tiro e l’altro, giocheremo con i Gormiti, inventando caverne e ponti di roccia nei buchetti e sulle reglettes.
Ogni occasione è buona per tornare un po’ bambini. Anche sulla roccia.
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mercoledì, 16 gennaio 2008

A CRAVASCO NON CASCO 1/2

postato da mauromazzetti alle 09:12 in gente di mare
Dove si va/a far l’amore dove si va? cantavano gli Stadio vent’anni fa, poco più poco meno.
Loro m[andavano] allo stadio, in mezzo ad un concerto rock. Solo lì il piacere era assicurato al centopercento.
A Genova c’è lo stadio di calcio Ferraris; ci sono poi altri stadi, magari con piste di atletica e, udite udite, con muri di arrampicata. Se uno vuole, in sacrosanto regime di libero arbitrio, prende le sue scarpette sante e volteggia acrobaticamente su prese artificiali di ogni tipo.
E’ un po’ come il gioco della battaglia navale. 5-c: niente! 6-b: colpito! 7-a: colpito ed affondato! Tra sinfonie di incastro e litanie per voli, qualche ora la si passa piacevolmente.
Però.
Però ci sono alternative migliori, almeno a mio giudizio.
Ora, per chi non conosce Genova, si impone una precisazione di carattere geografico. Genova, come si dice con tono aulico, è adagiata a semicerchio sulla costa, come una “T” con doppio braccio rovesciato e puntato verso l’interno. Allora, si prende l’automobile e si risale il braccio di sinistra della “T” fino a sconfinare nel Comune viciniore (per dirla burocraticamente).
Attorno ci sono verdi colline non d’Africa, sovrastate dal Santuario della Guardia; anche qui fece irruzione Giovanni Paolo II, durante la sua infinita serie di viaggi alla ricerca dei luoghi mariani, come testimonia la targa apposta all’ingresso della chiesa.
Proprio di fronte alla Guardia, teatro di escursioni generazionalmente reiterate, e sulla sinistra orografica del già nominato braccio sinistro della “T”, si incunea una valletta laterale, che mena al paesino di Cravasco.
Appena fuori ed appena sopra le case bianche, con i tetti rossi e le persiane verdi, ci si para davanti un bivio; sacro e profano qui si dividono. Il sacro ci porta al luogo dell’eccidio di Cravasco, dove numerosi partigiani vennero ammazzati dai nazi-fascisti; il profano ci conduce ed induce fino ad una manciata di roccioni, alti da 15 a 25 metri.
Se si guarda con attenzione ed in favore di propizia luce riflessa, si vedranno scintillare al sole placchette e fittoni.
Eccoci così alla Rocca di Cravasco, luogo iniziatico di molte carriere alpinistiche ed arrampicatorie.
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giovedì, 29 novembre 2007

L’UFFICIO DELLE COSE PERDUTE

postato da mauromazzetti alle 15:17 in gente di mare
Tra una cascata di ghiaccio e l’altra, l’inverno a cavallo fra 1999 e 2000 è finito bene. Stanchi di piccozze e ramponi, passiamo allora alla roccia, su quelle che vengono definite “strutture di bassa valle”.
Come se in val Luserna si potessero raggiungere quote vertiginose, da aria sottile.
Intendiamoci: niente di personale nei confronti della val Luserna. Forse bisogna andarci nel periodo giusto, per capirla ed apprezzarla. Forse il periodo giusto non è la fine dell’inverno, quando non è ancora primavera. La neve – quella poca che è venuta – ha preparato un terreno ottimale: stanchi ciuffi d’erba dell’anno passato dividono titubanti le pozzanghere di acqua fangosa, residuo dello scioglimento della neve. Mi pare che in piemontese, almeno il piemontese che conosco io, quell’acqua che non è più neve ma che non è ancora acqua venga detta paciocca. Non conosco l’etimo della parola, ma mi piace; il suono onomatopeico pa-cioc rende perfettamente il concetto e l’azione della scarpa che ingenuamente si appoggia con pesantezza all’apparente solida superficie, sulla crosta tentatrice, per poi sprofondare ineluttabilmente in un liquido denso e sporco. Che inzacchera senza pietà la scarpa, e spesso la calza ed il piede.
Anche in val Luserna è successo così. La paciocca ha colpito, proprio sul ciglio della strada asfaltata che risale questa stretta valle, che si origina dalla val Pellice. Pazienza, tanto la scarpetta la calzo “a pelle”.
In questi luoghi, se appena appena uno non ha gli occhi foderati di salame e fa funzionare a dovere il criceto che possiede al posto del cervello, in questi luoghi dicevo, si respira un’atmosfera particolare. Basta pensare alla storia dei Valdesi, qui arrivati e che qui vivono, ben diversi dagli americani Hamish, ma altrettanto gelosi ed orgogliosi della religione che professano e della cultura che vivono.
Ci si addentra in queste valli, peraltro così vicine a Torino, con un senso di reverenza, come se si entrasse in un mondo parallelo. Come in chiesa, non si alza la voce; i comandi della cordata vengono “parlati” e non gridati. Non si scherza più di tanto alle soste, mentre si guarda intorno il panorama di faggi. E dico panorama nello stretto senso etimologico: tutto quello che si vede è faggio. Faggio spoglio, privo di foglie ma bruno di colore, delle gemme che cominciano a ricoprire i rami, senza peraltro dare il tono di allegria che il verde dell’estate suggerisce.
Saliamo sulla roccia rugosa della Rocca Ciapel, un missile di pietra che fuoriesce dal bosco. Niente a che vedere con il ben più famoso Urlo di pietra (o forse era il Grido?); in cima niente funghi di ghiaccio poroso. Solo una spalla boscosa. E la paciocca.
La brezza del primo pomeriggio ci fa scendere veloci. Per dirla con Gianni Calcagno, anche oggi abbiamo avuto il nostro atomo di libertà.
 
Ed e' un ufficio del vento
cose perdute quelle
che son sparite in fondo
a qualche momento chiuso
Ed e' un ufficio pieno
di vecchie cianfrusaglie
di giorni poco usati e di candeline
di un'altra eta'.
Gino Paoli
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lunedì, 19 novembre 2007

IL [GRAN] PARADISO PUO’ ATTENDERE (2 di 2)

postato da mauromazzetti alle 13:09 in gente di mare
…La valle Soana è forse la Cenerentola del Gran Paradiso, anche se è una delle più selvagge e suggestive. La causa è forse da ricercare nello spopolamento che la valle ha subito in questi ultimi anni (inizio degli anni ottanta, n.d.r.) e nello scarso richiamo verso un turismo di massa. Una valle solitaria, direi antica, dove stranamente vanno convergendo gli interessi degli arrampicatori di oggi (v. nota precedente), alla ricerca non tanto di montagne famose, quanto soprattutto di nuovi campi di attività per potersi esprimere su roccia e su ghiaccio…
Con queste parole, tratte dalla sua guida Ghiaccio dell’Ovest, Gian Carlo Grassi presentò questa valle, i suoi silenzi e le sue solitudini.
Quando si arriva sulla piazzetta di Forzo, difficilmente si trovano macchine posteggiate. Forse al sabato pomeriggio, davanti all’automobile al ritorno da una cascata “da casello a casello”, qualcuno arriva, per aprire una finestra nel fine settimana.
L’unica presenza costante nei nostri ripetuti viaggi in val Soana è stata una anziana signora, probabilmente una contadina [avete notato che i contadini sono una razza che non va mai in pensione? Uno o una è contadino per sempre, come i Carabinieri sono Carabinieri per tutta la vita]. La prima volta ci siamo limitati ad un cenno del capo; la seconda ci siamo salutati; la terza abbiamo parlato del più e del meno; la quarta poco ci mancò che ci invitasse in casa sua per un caffè. Certo eravamo ben strani, ai suoi occhi. Partire da Genova, ogni venerdì notte, per quattro settimane di seguito. E tutto per arrivare in un posto dimenticato dal mondo, ai confini della Terra. Ed in più, per scalare su ghiaccio, attività effimera ed utile ai suoi occhi come una mostra sulle raccolte di stuzzicadenti nel Basso Impero Cinese.
Eppure, risalendo i tornanti della bassa valle, prendendo quota tra i muri bianchi che lo spazzaneve aveva nottetempo creato, slittando ad ogni curva sulla carrozzabile ghiacciata, a noi quel posto piaceva.
Forse perché era border line, sul confine di una normalità artefatta e costruita. Magari appena un poco oltre la nostra normalità. Però ci piaceva.
Sarebbe bastato sprofondare fino all’inguine nella neve, alla ricerca delle combe ghiacciate; sarebbe bastato fermarsi a guardare i boschetti spogli di faggi, color marrone come la terra dura dei pochi orti; sarebbe bastato parlare con un guardaparco, che ci aveva chiesto educatamente ma fermamente se avevamo bisogno di aiuto, essendo noi letteralmente in mutande, a metà del cambio di indumenti.
Era l’atmosfera strana e triste di paesi depressi, e non solo in senso giuridico-economico. Era comunque un’atmosfera vera.
Basta alzare gli occhi verso le montagne più alte, dalla Rosa dei Banchi alla Torre di Lavina, per rimanere quasi increduli: basta attraversare il colle di Bardoney, per tornare nella valle di Cogne ed al Parco così come lo conosciamo ed immaginiamo. Da questa parte invece, solo le paline ed i cartelli ci testimoniano che siamo in territorio protetto.
Allora mi dico che preferisco lasciar perdere la normale al Gran Paradiso, a favore di una sconosciuta Guglia Ciapei di Pratofiorito, salita magari per la Via del camoscio fuggente.
Meglio soli che male accompagnati.
Molto meglio.
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giovedì, 15 novembre 2007

IL [GRAN] PARADISO PUO’ ATTENDERE (1 di 2)

postato da mauromazzetti alle 10:26 in gente di mare
Ormai parecchi anni fa, Francesco Nuti ed Ornella Muti salivano e scendevano per i sentieri del Parco del Gran Paradiso, inseguendo i loro sogni e le loro illusioni in un film di non grande successo ma di grande semplicità narrativa.
In verità, la pellicola era stata girata in val d’Ayas, sotto il monte Rosa. Ma tant’è, la finzione cinematografica aveva stabilito diversamente: lo stambecco bianco inseguito da Nuti doveva per forza vivere nel Parco del Gran Paradiso. Questioni quindi di apparenza, più che di sostanza. Questioni di opportunità, prima ancora che di cuore.
Quando si arriva a Cogne, nei fine settimana d’estate come d’inverno, non si è mai soli. Anzi, non sembra neanche di aver lasciato la città. Traffico, semafori, sensi unici, segnaletica orizzontale e verticale, eleganza ostentata. E tanta gente, per una località famosa, per LA località del Parco.
La valle di Cogne, con le perpendicolari Valnontey, valle di Lillaz e vallone dell’Urtier, è crocevia di turismo, alpinismo, escursionismo e voyeurismo [e questo in tutti i sensi, anche in quello più becero e maleducato].
D’estate si fa a gara a calpestare il prato di Sant’Orso e ad avvistare lo stambecco delle 17.30, la cui presenza è frutto di una consolidata partnership fra Pro Loco, Ente Parco, Comune e Regione autonoma.
D’inverno poi, schivando i fondisti o calpestando malamente le loro piste tracciate, sarà quasi impossibile non mettersi in coda lungo i sentieri per “ghiacciatori”. Tutti in fila, a ripetere quella manciata di cascate alla moda, o meglio formate, o più comode nell’avvicinamento.
 
C’è però un’altra faccia del Parco. Nella sua area non si parla patois valdostano, non ci sono le agevolazioni fiscali di cui invece usufruiscono i residenti della Valleé. Addirittura, ci va persino poca gente; pochi i paesi e le contrade, ancor meno gli abitanti effettivi.
Anche geograficamente, la parte piemontese del Parco nazionale del Gran Paradiso vive di [stentata] vita propria. Già la logistica e l’accesso non vengono in soccorso. Per andare a Cogne basta imboccare l’autostrada, mettere il pilota automatico, uscire al casello e seguire la strada statale (o regionale?) che conduce agevolmente e rapidamente al capoluogo. State sicuri che, in caso di frana e/o valanga, passerà pochissimo tempo prima che la strada sia resa nuovamente agibile.
Provate invece a recarvi in val Soana. Armatevi di cartina e, dopo essere usciti al casello di Ivrea, dovrete inventarvi a braccio l’itinerario. Passate Castellamonte, Cuorgnè, Pont Canavese, fate finta di andare in valle dell’Orco ad arrampicare sulle tracce del Nuovo Mattino; prendete rade e rare indicazioni per la val Soana, e infine decidete. Si può puntare verso Valprato e raggiungere la fine della carrozzabile [occhio al termine: carrozzabile, non strada statale/regionale], proprio nel paese di Piamprato Soana; oppure si può risalire la valle principale fino alla località Bosco, prendere un’altra carrozzabile a sinistra e traversare lungamente fino a Forzo. In entrambi i casi, fate atto di fede e di speranza quando è nevicato: in questo pezzo del [Gran] Paradiso, Onda verde non arriva.
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lunedì, 24 settembre 2007

FUORI STAGIONE 2/2

postato da mauromazzetti alle 10:30 in gente di mare
La cresta Kuffner al mont Maudit si chiama ufficialmente cresta est della Tour Ronde [Rebuffat dixit et scripsit], anche se per tutti gli occidentalisti rimane solo “la Kuffner”. Il quale Kuffner, come è certamente noto, si è dato da fare anche nelle Centrali, per esempio sul Piz Palù.
A me non importa un granchè, di come si chiama. Sono contento di essere qui, al bivacco della Fourche, davanti ad uno spettacolo indimenticabile. Pilier d’Angle, cresta di Peuterey, versante della Brenva, Major, Poire, Sentinella Rossa, Monte Bianco: basterebbe un solo flash, per riempire gli occhi di una stagione ed i ricordi per una vita.
Sto qui, e mi viene in mente il paese, dove adesso non c’è nessuno. Come qui, dove sono da solo con il mio compagno di cordata.
Sentiamo, prima ancora che vedere, i crolli dei seracchi; ambiente difficile e pericoloso, ci mancherebbe altro.
Però anche al paese c’è una muraglia rocciosa che potrebbe raccontare storie torbide e maledette, di una maledizione che ha dato il nome al monte che vogliamo scalare domani.
In paese si racconta da sempre che la Riva du Sengiu, una placconata verticale alta più di trecento metri che comincia a precipitare proprio sotto le case, sia luogo sinistro e dagli influssi negativi. Un posto tetro, che nasconde lontane verità, antiche storie, suicidi/omicidi mai provati, mancati riconoscimenti di figli, famiglie spezzate e divise da rancori, terra contesa per poche spanne. Sulla Riva, o meglio dentro di essa, crescono faggi, che nascondono la sua verticalità, almeno fino ad autunno inoltrato. Allora le foglie lasciano il passo a rocce levigate, a pronunciati strapiombi, a speroni marcati che vanno a bagnarsi nel torrente sottostante. E’ comunque un luogo fascinoso e suggestivo, che d’inverno si tappezza di colate di ghiaccio effimero, mai salite ma adocchiate da tempo.
 
Per certi versi, il concetto di “panorama” è lo stesso, anche qui in quota.
Si vede tutto quello che ci si aspetta di vedere: neve, ghiaccio e roccia si distribuiscono apparentemente a caso sul versante della Brenva, vigilato dall’alto dal monte Bianco e dalle Aiguille di Peuterey. In estate, esattamente come al paese, qui c’è la ressa. A volte non si riesce neanche a trovare posto e spazio al bivacco, “avamposto dell’inutile”, secondo una felice espressione di molti anni fa. Così come pernottare al rifugio Torino vuol dire fare i conti con la globalizzazione dell’andare in montagna, passando dal ristorante self-service agli occasionali e spesso rumorosi compagni di cuccetta.
A metà ottobre sembra che la faccenda si presenti molto meglio: al bando la folla alpinistica delle ferie estive e/o del fine settimana. Si riesce persino a raccogliersi – meditazione laica o preghiera religiosa non importa.
Sarà che la stagione è finita. Meno male, perché siamo riusciti a trovare una personalizzata finestra [che non è Windows].
Il paese? Fuori stagione.
La cresta? Fuori stagione.
Noi, qui al bivacco? Al posto giusto nel momento giusto.
Non è tanto.
Ma non è neanche poco.
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martedì, 18 settembre 2007

FUORI STAGIONE 1/2

postato da mauromazzetti alle 15:52 in gente di mare
Genova è una città che risparmia, anche sulle pianure. Appena usciti dal centro, si risalgono le valli perpendicolari che portano in alto, verso le cime di monti conosciuti solo da addetti ai lavori escursionistici.
Siamo a mille metri di quota, in un paesino dai tetti rossi e dagli intonaci bianchi – tranne quella villetta in perfetto stile sudtirolese, che una volta o l’altra bisognerà pur abbattere. La parlata è ancora ligure, anche se contaminata dalla confinante provincia di Piacenza e dalle inflessioni lombarde che ne lambiscono il territorio.
Qui, d’estate, tornano due categorie di villeggianti: gli autoctoni e i foresti. Con grande fatica, grazie a [a causa di] mia moglie e di mia suocera, non sono più nella seconda categoria, anche se mi devo ancora guadagnare e meritare – e non so come – l’inserimento nella prima.
A grandi linee, si può ragionevolmente affermare che autoctoni e foresti frequentano il paese al massimo per una quarantina di giorni all’anno, e solo durante l’estate. Ci sono casi che sfuggono a questa statistica; ma non ne tengo conto ai fini della contabilizzazione.
Il tutto sta a significare che il paese vive e si alimenta di presenze principalmente tra luglio ed agosto. Già dopo le colonne d’Ercole della festa patronale di S. Lorenzo [10 agosto] e di Ferragosto, il paese perde man mano di vivacità. Finite le sagre, le tombole, i giochi, i tornei, le ribotte [le mangiate], lo sfrecciare di bambini in bici ed in passeggino, il paese finalmente riposa. In silenzio.
C’è ancora un sussulto di entusiasmo e di presenze, giusto per il periodo della raccolta di funghi. Ma, dalla metà di ottobre in poi, le persiane verdi sono pressoché tutte chiuse e le stradine in salita ascoltano soltanto lo scalpicciare di pochi piedi.
In quel periodo, da soli, ci si riappropria del paese, novello archetipo di un mondo interiore che non si può [non si deve] spiegare.
Metà ottobre.
 
Ancora una volta, caracolliamo giù da punta Helbronner, arrivati a Courmayeur direttamente dal lavoro per prendere al volo (sic!) l’ultima funivia utile del pomeriggio.
Non è più settembre appunto, ma pieno ottobre, quando ci buttiamo giù per il pendio nevoso che ci porta al col Flambeau, la porta di accesso – o meglio la vetrina – che si affaccia su un mondo di granito e di ghiaccio. Il Tacul, i suoi satelliti rocciosi, la Tour Ronde, e giù in fondo la bastionata della parete sud dell’Aiguille du Midi, con la cresta controluce che arriva alla “benna”, per dirla con francese maccheronico.
Viriamo a sinistra, lungo il pianoro ghiacciato che si apre a ventaglio sui miei sogni di alpinista del venerdì pomeriggio.
Lasciamo a sinistra, orograficamente parlando, il Capucin e l’arete du Diable. Volgiamo le spalle alle pieghe dei contrafforti rocciosi, ai pilastri dai nomi storici [Boccalatte, Gervasutti], ai canali di neve e ghiaccio che portano in vetta al Mont Blanc du Tacul.
Noi no, non ci dirigiamo lì. Lì, durante luglio e agosto, sono passate centinaia [migliaia?] di pseudo-para-infra-extra alpinisti.
Oggi non c’è nessuno, come al paese. C’è silenzio e tranquillità. Imbocchiamo la nostra stradina in salita: è ghiacciata ed assai pendente, ma questo non ci preoccupa. Traguardiamo già la nostra cresta, al Mont Maudit.
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