Come già scritto in uno dei primi post di Gente di mare, i genovesi sono geneticamente propensi a storpiare le parole che sembrano non essere italiane al cento per cento. Quindi diciamo Buone Saire (Buenos Aires), Màrguarei (Marguarèis), Tenìbre (Tenìbres). E poi, seppur ligi ed adusi all’abitudine di dimezzare le doppie, invertiamo la regola e diciamo invece Antorotto al posto di Antoroto. Un po’ come quando si sente dire Anguille du Midi o Mont Blanc du Tucul, anche se capitoni e capanne africane nulla hanno a che spartire con la montagna ;-)
Il monte Antoroto, o semplicemente Antoroto, è un’altra meta consueta di alpinisti ed escursionisti. Geograficamente già in Piemonte, contabilizza peraltro molte visite della gente ligure, facilitata in questo dal raddoppio dell’autostrada Savona-Torino, ex autostrada della morte. Ora, qui bisognerebbe aprire ancora una parentesi e parlare di questa autostrada, nata per trasportare le macchine FIAT dagli stabilimenti torinesi al mare ed ai porti liguri. Basti comunque dire che, dopo centinaia di incidenti e decine di vittime, l’alternanza della doppia corsia su singola carreggiata ha lasciato il posto a due carreggiate distinte.
Fatta colazione all’autogrill di Priero, e reso doveroso omaggio alla barista Giuditta (nome di fantasia n.d.a.), si abbandona l’autostrada per seguire la statale che si addentra nella valle pressappoco parallela alla costa fra Savona ed Imperia. Basta far finta che la nebbia non ci sia e non lasciarsi influenzare dal nome della valletta laterale che si imbocca (valle Inferno), per rendersi conto che l’ambiente attorno vive una lacerante e combattuta schizofrenia bio-geografica.
La macchia mediterranea finge infatti di non aver già oltrepassato lo spartiacque, mentre sono frequenti le incursioni botaniche di alta quota nei pressi del mare.
Memori di ciò, si risale un dolce sentiero, e si lasciano a sinistra gole e forre dove si nasconde un po’ di Ghiaccio dell’Ovest, per dirla alla Gian Carlo Grassi. Giunti in vista dell’Antoroto, pardon “Antorotto”, il versante nord est si presenta imponente, quasi come un clone della parete nord della Becca di Monciair nel gruppo del Gran Paradiso.
La nord dell’Antoroto è via di un certo impegno, con ripidi pendii nevosi ed un traverso ascendente da sinistra verso destra, che prende come riferimento un isolotto roccioso dove è possibile utilizzare un chiodo per limitare le conseguenze di un eventuale pendolo in caso di scivolata.
Come nel gioco delle bocce: prima si accosta sapientemente, poi si boccia inesorabilmente.
Prima l’accosto: emmu faeto a nord du Anturuttu, si buttava lì con finta casualità ed astuta negligenza. Abbiamo fatto la nord dell’Antoroto, tanto per dire che il famigerato traverso non ci incuteva paura e che lo avevamo domato.
Ma poi arriva la bocciata, implacabile e senza remissione: u l’ea cuscì nettu che se vedeiva a Corsica (era così terso che abbiamo visto la Corsica).
Ecco il punto. Io queste battute le ho sempre sentite, sempre con la stessa sceneggiatura, gli stessi tempi, le stesse pause e la stessa conclusione. Ma ero uno spettatore, non un attore. E la Corsica non l’avevo mai vista.
Ma poi, finito l’apprendistato del bocia alpinistico, sono salito sull’Antoroto, pardon Antorotto, titubante ma rassegnato alla foschia dei panorami di vetta. Si vedeva un po’ di pianura padana; veramente, per essere più precisi, la pianura stava sotto la nebbia. Verso il mare, invece, tutto era limpido, pulito, terso. Nettu. La costa si stagliava nitida, quasi si potesse toccare. Si potevano vedere le spiagge della Riviera ligure di Levante; magari, impegnandosi strenuamente, si potevano intuire i pescatori sul mare d’inverno. Nettu. Tranne che verso il sud pieno. Della Corsica nemmeno l’ombra. O forse no. Strizzando al massimo gli occhi, facendo uso di improvvisati artifici ottici, come il teleobiettivo di una macchina fotografica prestata per l’occasione dal vicino di vetta, qualcosa si vedeva all’orizzonte. Forse appena dopo l’orizzonte. Una striscia marroncina, di una stentata sfumatura sbiadita.
Tanto è bastato per poter buttare lì, con studiata noncuranza: Fin la Corsica, si vedeva.
Più che altro è stata una autocertificazione. Spero che l’ex ministro Bassanini non mi assoggetti ad un feroce accertamento e che al contrario preferisca rimanere a lavorare in Francia con Sarkosy. Spero anche che la visione di Carla Bruni lo distragga a sufficienza per non accorgersi di me.
A me di Carla Bruni non importa un accidente.
L’importante è poter dire che ho visto la Corsica.