Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
venerdì, 24 novembre 2006

ACONCAGUA HORROR - II

postato da francomichieli alle 10:34 in cosas patagonicas

Quel pasticciaccio brutto del cavalletto video

 

«Certo che sei sfortunato» convenì con aria seria padre Topio incrociandomi all’ingresso dell’albergo quel mezzodì, e offrendosi comunque di prestarmi delle mutande visto che le mie erano state tutte rubate, dopo che il mio vagabondaggio per le orride vie periferiche di Mendoza alla ricerca dello zainetto ghermito era fallito. Già. Perché la sparizione delle mini cassette video con le immagini girate in Patagonia era solo l’ultimo atto della serie di avvertimenti che fin dall’inizio mi avevano intimato di lasciar perdere: «questo film non s’ha da fare!», mi gridavano. Così ora che lo stracarico bus El Poderoso arrancava su per gli immensi e preistorici terrazzi fluvioglaciali della valle andina del Rio Mendoza, tagliati a picco dal fiume marrone, io me ne stavo rincantucciato sul mio sedile a rimuginare sulla maledizione del cavalletto.

  

Ora bisogna sapere che per girare un film decente è indispensabile un ottimo cavalletto con testa video, ovvero massiccio, stabile e con rotazione morbida e fluente per ottenere delle panoramiche non a scatti. Dopo aver girato il mio primo film per almeno l’80% col cavalletto e per il resto con la macchina a mano, ed essere stato scartato a Trento “perché il film era girato tutto con la macchina a mano in stile Lars Von Trier che fa venire il mal di testa”, ero ovviamente partito per la Patagonia con due cavalletti, di cui uno era un Manfrotto professionale pazzesco con testa video da 6 kg costato una fortuna, trasportabile solo da alpinisti dell’epoca eroica. Bisogna sapere anche un’altra cosa: da quindici anni a questa parte, cioè da quando uso quasi ogni anno gli aerei per viaggiare, oltre il 50% dei voli si concludono con la sparizione di uno dei miei bagagli. Questa percentuale è assolutamente realistica e non ha nulla a che fare con lo humour nero. È semplice testimonianza dei frutti del progresso umano. Tutto cominciò al minuscolo aeroporto allora sterrato di Lukla, in Nepal, quando consegnai lo zaino per l’imbarco e mai più se ne vide traccia. Nei miei innumerevoli via vai all’aeroporto di Kathmandu per avere notizie, cercarono anche di dirmi che non avevo diritto di recuperarlo perché sul biglietto la dicitura a mano Mr. Michieli sembrava un po’ Mrs. Michieli. Da allora ho fatto una ventina di viaggi in aereo, ciascuno con andata e ritorno e molti cambi intermedi di velivolo, dunque potete calcolare quante volte sono uscito dagli aeroporti scarico e con l’aspetto di una tigre feroce. Ovviamente anche stavolta, quando arrivammo a Buenos Aires dall’Italia, l’unico zaino che mancava era il mio più grosso, quello con dentro una straordinaria scelta di capi alpinistici che avvolgevano i due preziosi cavalletti. L’ufficio bagagli smarriti non trovò alcun indizio della sua fine.

  

Cocciutamente, e per rispettare l’impegno a documentare il viaggio, costrinsi tutti alla ricerca di un nuovo cavalletto video a Buenos Aires, prima di andarcene in Patagonia dove sicuramente non ne avremmo trovati. Assieme al cugino italo-argentino di Domenico che entusiasticamente ci ospitava, battemmo a piedi la sconfinata città frugando tutti i negozi colmi di attrezzature fregate a precedenti viaggiatori, ma tra migliaia di tipi di cavalletti uno davvero adatto allo scopo non saltava fuori. “Filmare o non filmare?”, mi arrovellavo digrignando, mentre una miriade di giovanotti ci sbarrava la strada ad ogni passo offrendoci biglietti da visita di locali particolari con moltissime ballerine a loro volta particolari che a quanto pare funzionano a ogni ora del giorno e della notte, ma noi «nada, sin cavalletto no se puede, nada!», e via a cercare.

Vidi così tanti cavalletti inadatti che alla fine ne comprai uno a caso, senza più capire se sarebbe servito o no. Comunque la sera, a casa dei nostri ospiti, impacchettammo tutti i bagagli con cura meticolosa, avvolgendoli religiosamente in sacchi di plastica e scocciandoli integralmente per disincentivare le manomissioni. All’alba un taxi-furgone fermò esattamente davanti al portone: non dovevamo far altro che spostare questa mole di zainoni insaccati dalla portineria al bagagliaio. Facile. Li consegnammo ferocemente al check-in, volammo e fummo a El Calafate. Domenico telefonò al cugino: «Come? Hanno ritrovato lo zaino? Bene! Come non era quello? Cioè...un altro?»...

Incredibile. Eppure era successo. Un’oretta dopo la nostra partenza dalla casa di Buenos Aires, il gestore di un chiosco lì vicino era arrivato per l’apertura mattutina. Notò uno strano saccone nero appoggiato accanto al portone e andò a vedere. Un biglietto appiccicato riportava dei nomi italiani, oltre a quello del cugino di Domenico con relativo recapito. Con mostruosa onestà citofonò al cugino...

  

Guardammo il nostro cumulo di bagagli appena recuperati. Quale mancava? Non ci fu neanche bisogno di cercare. Era assente quello che conteneva una residua collezione di capi alpinistici nuovi che avvolgevano il cavalletto appena comprato. Nelle ore seguenti mi consultai con padre Topio a proposito dei segnali che Nostro Signore a volte ci manda quando stiamo intraprendendo una via inopportuna. Ma lui mi redarguì, mettendomi in guardia dal cedere a simili credenze.

Il giorno dopo, grazie all’impegno del cugino e ad altre casualità latinoamericane, entrambi gli zaini spariti riapparvero miracolosamente sul carrello trasportatore del Calafate. Il famoso cavallettone professionale con tutto il contorno era finito a Lima, mi dissero, quindi in Brasile e a un certo punto si era ripresentato in Patagonia. A quel punto avevo tre cavalletti. Il pomeriggio del giorno seguente eravamo già su una cimetta patagonica: il Pliegue Tumbado, di fronte al gruppo del Fitz Roy. Nella brezza quieta della vetta uno dei cavalletti leggeri era lì montato a sostegno della fotocamera reflex di Bruno. Improvvisamente il vento ebbe un rigurgito di fierezza, sollevò il cavallettino e lo fece atterrare a testa in giù, provocando non si sa come soltanto una lussatura all’obbiettivo di Bruno. Il mio cavallettone con la testa da sei chili era invece stabile come una roccia. «Guarda che viene giù anche quello» mi ammoniva Bruno. «Impossibile, è troppo pesante», lo rassicuravo. D’un colpo il vento ringiovanì per un istante, e il mazzante cavalletto volò via, sfiorando la testa di Bruno che si salvò per miracolo.

  

A questa epopea, e a come il film in realtà fosse già stato messo in crisi prima del furto, a causa dei troppi, drastici tagli alla sceneggiatura messi in atto dal viaggio stesso, andavo rimuginando sul mio sedile tra le gole delle Ande. «Basta – mi dicevo nell’approssimarci a Puente del Inca –, ora godiamoci l’Aconcagua senza altri pensieri!».

 

link al post | commenti | categoria cosas patagonicas
mercoledì, 08 novembre 2006

ACONCAGUA HORROR - I

postato da francomichieli alle 09:10 in cosas patagonicas

Los ladrones de Mendoza

  

Addì 13 febbraio 2006 noi residui aventureros della Patagonia, Topio, Domenico, Davide, Bruno, Valerio e io, ci eleviamo in volo da El Calafate per fare scalo a Buenos Aires, atterrando sull’orlo di un Mar de la Plata marrone fino all’orizzonte. Marrone non per dire, ma marrone marrone, a profezia di ciò che ci aspetta. Bruno, lungimirante, gira la sua mountain bike verso altri lidi. E alla sera siamo a Mendoza, città di vigneti sconfinati, gigantesche industrie chimiche e fiumi marroni, passaggio obbligato per dirigersi alla cima delle Americhe, la famigerata Acongagua o Sentinela de Piedra, per la quale l’astuto Parque Provincial Aconcagua riscuote salati permessi d’accesso rilasciabili solo in città (con un indotto obbligato di molte migliaia di presenze alberghiere in più, nonché di altri introiti per così dire in nero o, più pedissequamente, in marrone). Inutile aggiungere che per i fatti miei non ci sarei venuto, ma ora, si sa, lo scopo è condividere con i nostri amici peruviani la conoscenza di una montagna fondamentale per delle giovani guide andine che devono sviluppare la loro professione. E non c’è montagna delle Ande dove si lavori di più che sull’Aconcagua. Alla sera, tutta la trentina che siamo di nuovo, ci ritroviamo in una tavolata pazzesca, ben contenti che si sia conclusa la separazione tra chi se ne era andato col bus El Poderoso a Ushuaia e chi era rimasto sulle cime patagoniche. E tuttavia, all’albergo che occupiamo quasi per intero, è già in moto l’ingranaggio destinato fin dall’alba dei tempi a comprovare che sviare, anche solo di poco, dalle proprie più intime convinzioni produce mostri. Nella camera di Valerio e mia, infatti, solo in questa e in nessun’altra, c’è un’invasione di zanzare che mi butterano completamente e non mi lasciano chiudere occhio. Come conseguenza ineluttabile, il giorno dopo sono completamente stordito. Spendo le risorse rimaste andando alla sede del Parque a sborsare i 700 pesos in oro richiesti per mettersi in fila sul sentierone della vetta suprema, e poi mi perdo nella bolgia dei preparativi per la partenza: preparare zaini e borsoni da portare in su, e mettere da parte borsacce e bidoni da lasciare a Mendoza.

  

Dal momento che le camere vengono liberate alle 10 del mattino, e che El Poderoso rigurgitante di materiali sufficienti per aprire 28 vie nuove sulle 7 cime principali delle Ande si trova parcheggiato di fronte all’albergo, nonché accanto a un bel giardinetto pubblico con alberi che ombreggiano dal sole rovente, i più si mettono sull’erba a spargere e suddividere picche, giacche, barrette e tende per formare i vari bagagli. Non so bene quali logistiche organizzative mi distraggono continuamente, ma sommate alla fiacca da insonnia fanno sì che io resti ultimo ai quieti giardinetti a insaccare la mia roba. Quando ho finito, uno zainone, un borsone e uno zainetto giacciono zeppi ai miei piedi. E siccome ho in mano una pallottola di carta e nastro adesivo da buttare via, ligiamente mi dirigo verso un cestino che si trova a venti passi di distanza.

Di colpo un ometto tracagnotto in camicia azzurra s’alza di scatto da una panchina richiedendomi freneticamente cose incomprensibili ed esclamando “avocado, avocado!”, per poi aprire nervosamente un borsello nero e tirarne fuori volantini pubblicitari dei bus che mi ficca addosso ripetendo “por l’hotel, por l’hotel!”. Ovviamente all’istante io mi scanso e lo rifuggo, e lui dietro, finché all’improvviso si placa e con un sorrisetto se ne va per i fatti suoi attraversando la strada.

Bah! È pazzo, mi dico. Butto la cartaccia e torno ai miei zaini. Strano: non erano tre? Mierda!! Bastardi! Lo zainetto blu, merde! Lo hanno preso, scheisse! In giro nessuno. Qualcuno sulle panchine a leggere il giornale. Tutto tranquillo. Corro da una parte e dall’altra: niente. Maledetti! Un momento: cosa conteneva lo zainetto blu? Ragioniamo: i calzettoni dell’orrore (non lavati), le mutande de l’Infierno (non lavate), braghe usate e intrise, altre mutande mostruosamente colorate di rosa perché lavate assieme a dei calzettoni impregnati di un colorante degli scarponi e altra robaccia del genere. E va bene: se li godano, bastardi!

Improvvisamente il crollo: non c’era solo quello. Shit! It’s a real fuck! (bisogna sapere che questo improperio fu acquisito nella lontana notte tra il 24 e il 25 settembre 1983 mentre tornavo in treno con un amico dal primo viaggio in Norvegia. Nello scompartimento c’era un giovanotto dai lunghi capelli che dormiva. Si svegliò di colpo e si accorse che Hannover, stazione dove doveva scendere, era già passata; e intanto il mega-espresso correva forsennato nell’oscurità germanica. In preda all’angoscia cominciò a battersi i pugni sulla fronte esclamando: shit! It’s a real fuck!, e non smise più finché non potè scagliarsi giù dal treno a Göttingen. Da allora l’espressione viene riesumata in situazioni analoghe).

Shit! It’s a real fuck! Non c’è niente da fare: è finita. In cima alle mutande c’erano tutte le pellicole impressionate, e tutte le videocassette del girato, dei primi dodici giorni di Patagonia: quelli passati con i ragazzi peruviani, insomma. Il Torre senza una nuvola, il Fitz visto da tutte le parti, gli scivoli del Solo, e anche, porcaccia di quella mierda, il puma! Il puma filmato in primo piano (si fa per dire), che spiccava nello scenario unico al mondo del Fitz Roy senza una nube. Skitt! (questa è in norvegese, e si pronuncia esattamente come il termine inglese).

 

Non resta ormai che l’ultima, remota speranza di ritrovare abbandonato da qualche parte il contenuto non rivendibile di quel maldido zainetto blu della rinomata marca The South Fuck. Con somma partecipazione, Giancarlo e vari amici italo-peruviani si mettono alla ricerca, mentre qualcuno di noi si presenta al posto di polizia della vicina stazione ferroviaria. Un corpulento sergente, con la faccia di uno che potrebbe stritolare con una mano sola quel cicciottello dalla camicetta azzurra che mi ha fregato, si lega in vita un cinturone con una pistola di mezzo metro ed esce in pattuglia con due uomini. Se il tracagnotto se lo trovasse davanti sarebbe spacciato, ma ovviamente non succederà. Io mi sbatto a vagare per l’orrido dedalo di vie periferiche di Mendoza contemplando le strisciate di pattume che bordeggiano la carreggiata nonché gli infiniti cestini rigurgitanti monnezza, nella demenziale speranza di incocciare nel luogo dove il losco compare senza volto del celeste cicciottello potrebbe aver svuotato lo zaino dopo aver preso atto delle mutande. Ma ogni strada è bordata da due canaletti liquamosi, in parte a cielo aperto in parte coperti, dove ristagna ogni schifezza: troppo facile buttarci dentro qualsiasi cosa facendola sparire per l’eternità. Sotto il sole senza pietà vago ancora per i rettilinei spopolati, fiancheggiati da catapecchie e abitati da spazzature, orridamente metafisici, dove comincio a sognare ad occhi aperti di veder sbucare il tracagnotto azzurro col suo sorrisino da sberle; ed ecco che mi lancio alle sue calcagna con un allungo pazzesco - sono stato un mezzofondista due volte quarto ai campionati italiani cosa credi e ho appena attraversato il Cerro Electrico di corsa - ti ho già preso, sgambetto alla Totti e il bandido si impasta sull’asfalto di faccia, lo afferro per i capelli e gli faccio sputare una a una tutte le pellicole e le minicassette video...

Macché. Cosa vuoi far sputare. In fondo sono qui per la compagnia degli amici peruviani, per incoraggiare la loro esperienza. Quei due ladrones saranno semplicemente parte del 50 % degli argentini che hanno perso tutto. Le mie pellicole dovrei farle sputare a calci sui denti a quei bastardi dell’alta finanza che hanno fatto fare bancarotta all’Argentina, ma a questo ci penserà l’Arcangelo Michele il giorno del giudizio. Vadano in pace il tracagnotto e il suo compare, poveretti, anche se mi hanno tolto il frutto del mio lavoro sto sempre meglio di loro. E così rincaso all’hotel, deciso a lasciar perdere di filmare per tutto il resto del viaggio, tanto ormai è inutile.

  

Mentre El Poderoso freme per l’imminente partenza verso Puente del Inca, i giovani amici che ben conoscono il loro continente mi propongono una contromossa che secondo loro ha ottime probabilità di funzionare. E su vari tovaglioloni bianchi scrivono a caratteri cubitali dei manifesti che appendono nei dintorni dei giardinetti del misfatto. Si tratta di un WANTED: taglia di 100 US $ per chiunque riconsegni in albergo, vivo o morto, il contenuto dello zainetto. Per “vivo o morto” s’intende il tale che fa la consegna: non essendo certo che i calzettoni dell’orrore e le mutande de l’Infierno lo lascino in vita. Ma il centone andrà comunque agli eredi.

E finalmente il nostro bus caracolla fuori dalla mostruosa città e si avvia su per le Ande.

link al post | commenti | categoria cosas patagonicas
lunedì, 25 settembre 2006

LA PATAGONIA NUEVA - XIII

postato da francomichieli alle 11:35 in cosas patagonicas
Moleskine & disavventure di passaggio
  
L’ultimo giorno di permanenza al Chalten decisi di tenere fermo il corpo, mano sinistra esclusa, per concentrarmi su un altro aspetto del viaggio: scrivere. Ho cominciato questa mia narrazione proprio domandandomi come può aver senso raccontare di montagna e di wilderness oggi, tempo di virtuality-show e di notiziole telegrafiche in diretta da cime e campi base con contorno di sbrodolate redazionali. Avevo scovato un suggerimento che ricalcava il mio sentire: tu non spiare gli eventi se non vuoi che ti si rivoltino contro, ma vivili, e solo in un secondo tempo, se vuoi, raccontali, sapendo che tutto ciò che si scrive – se non è esperimento scientifico verificabile - è fiction. Sì, è tutta fiction, che serve a comunicare voglia di vivere, e di vivere bene, non un’impossibile riproduzione del reale accaduto.
E così eccomi ritirato nel famoso locale delle fette di torta fitzroyane al cioccolato e dulce de leche – quella che, ingoiata, mi permise di traversare il Cerro Electrico di corsa dal Chalten alla Piedra del Fraile –, dove seduto a un tavolo d’angolo, accanto a un finestrone che sigillava fuori le nuvole di polvere alzate sulla via sterrata, mi misi a calcare per la prima volta le pagine di una famosa Moleskine. Di per sé sarebbe un po’ snob, per non dire kitsch: come noto, i quaderni a copertina rigida e nera “Moleskine” venivano confezionati in una rilegatoria di Tours, in Francia, ed erano maniacalmente usati per scrivere appunti e diari da Céline, Hemingway, Sepùlveda e naturalmente Chatwin, che li rese famosi. Nel 1986 l’artigiano morì e la produzione si fermò, cosicché Bruce si lanciò in una campagna di accaparramento degli stock residui in alcune cartolerie. Dopo tanto parlarne ovviamente qualcuno si è rimesso a produrli (in seconda di copertina c’è un astuto recapito italiano), e a Natale, poco prima della partenza, mio fratello me ne regalò uno, costosissimo. Poi rivelatosi eccellente come pagine da diario, anche perché i nomi troppo illustri dei precedenti utilizzatori suscitano in ogni semplice scribacchino un sentimento autoironico, sempre utile nello stilare memorie.
  
Dunque, centellinando le gigantesche fette di torta, scrissi per otto ore di seguito, senza interruzione, salvo nei dieci minuti in cui un gruppo di israeliani mi si avvicinò indagando: «Are you? Are you?», intendendo chiedere se ero l’attore Robin Williams, del quale periodicamente sono additato come sosia, e vollero assolutamente scattarsi numerose foto al mio fianco. E ovviamente scrissi a mano, con la biro, muovendo il mio polso mancino in accordo con le molte decine di migliaia di lettere che mi capitò di calcare quel giorno, secondo linee che per ciascuno, enigmaticamente, formano uno stile grafico personale, diverso da qualunque altro. «Che sciocchezza!», ha già lasciato intendere qualcuno dei 25 lettori del blog. «L’importante è il contenuto che devi comunicare, non come è scritto! Col P.C. raggiungi tutti in un attimo, che senso ha più metter roba su carta?». Tra volontari dell’Operazione Mato Grosso, tra Italia e Perù, ci scriviamo lettere a mano. Peggio: data l’aleatorietà delle poste, le affidiamo a conoscenti che viaggiano in un senso o nell’altro, così vengono consegnate da amici ad amici, magari un mese o due dopo che sono state scritte. Trovarsele in mano quando sono state così attese, con la scrittura personale di ciascuno, e sapendo che sono frutto di un impegno complessivo, anche fisico, non solo di dita sui tasti, è più importante delle idee in sé che vi si possono trovare.
  
Mi sono rimaste impresse certe infinite discussioni di gioventù, a proposito delle grandi opere d’arte dell’antichità: c’era chi sosteneva che le statue di Fidia, per esempio quelle di qualche Venere, oppure un Partenone, mancanti rispettivamente di qualche braccio, piede, testa o bassorilievo, avrebbero dovuto essere ricreate ricostruendole come l’artista le aveva pensate e volute: perché ciò che si deve tramandare, e conoscere, sarebbe “l’idea” di quella Venere o Partenone, non la statua in sé. Altri invece ritenevano più affascinante l’originale così come ci è arrivato: in fondo una Venere cui le vicissitudini della storia abbiano asportato certi pezzi – accidenti, magari proprio quei pezzi! -, racconta qualcosa di più vero dell’illusorio modellino perfetto e ideale: c’è qualcosa, nella realtà, che è più decisivo, che supera le nostre idee. Inutile dire che io mi schieravo su questo secondo fronte: proprio la montagna mi aveva già tirato verso la sua materia. Sono un innamorato dei corpi, come Galileo Galilei, che dichiarava di amare mille volte di più una piccola pianta di arancino coltivata in un vaso, con le sue foglie e i frutti, la sua sete, il suo dover invecchiare, rispetto a quei pianeti e stelle fisse che avrebbero dovuto essere di cristallo perfetto, liscio e intangibile, nonché gelido e vuoto. E come Galileo soffro constatando che di nuovo si sta formando una pseudo-conoscenza di un universo cristallino, non fatto di umile terra come il nostro pianeta mortale e quindi risuscitabile. Sempre più ci viene visualizzato asettico su cristalli liquidi e ce lo beviamo come povera acqua imbottigliata; sempre meno avremo il coraggio di guardare dentro quel cannocchiale per riconstatare: «ma quelle sono pianure e montagne della nostra stessa materia!».
Sì, anche queste righe sono solo idee disincarnate, peggio delle stelle fisse della Scolastica pregalileiana. Scrivere su Internet mi lascia perplesso. Ancor più mi lascia perplesso leggerci.
La rapidità, anzi l’immediatezza ottenuta con un clic, si traduce in fretta, e la fretta in superficialità. Mancano i corpi, la materia, in questo connettersi. Tuttavia, essendo questa la scelta del mondo odierno, la coltivo in parte, perché il primo desiderio è di essere comunque in relazione: chissà, anche l’astratto può essere una tappa. E la lunga barba che cresce di fronte al virtuale può stimolare a riesplorare il reale. Accetto purché, per equilibrio, io riesca a tener vivo anche l’atto materiale: scrivere a mano per otto ore consecutive su Moleskine in un locale patagonico col supporto di blocchi di torta massicci come pilastri del Fitz Roy.
  
Quello che scrissi quel giorno è già finito triturato e reinventato in queste puntate. Nei giorni seguenti però dovetti aggiungere altre notizie. Infatti, mentre mi isolavo al tavolino di quel caffé, gli amici consumavano un arrivederci alla Patagonia. La sera prima, reduci dal macerante viaggio in bus a Ushuaia con le guide peruviane, erano rientrati al Chalten padre Topio e Valerio, nonché Bruno, che invece a Ushuaia era andato in bicicletta assieme a Michel e Maximo, vivendo grandi giornate. Era lui il più felice: il viaggio di oltre mille chilometri battuto da vento e tempeste attraverso pampas e vallate era stato entusiasmante. I due giovani aspiranti erano entrati in pieno nello spirito dell’avventura, per loro nuovissima, sempre attivi e di buon umore spingendo la bici controvento, pernottando nella tendina sbatacchiata o nelle solitarie estancias che li avevano accolti. A Ushuaia avevano un’altra faccia rispetto ai compagni giunti dopo una settimana di bus, raccontava Bruno. Valerio, lo straordinario corridore delle cime, era stato con i secondi, e si era ripreso grazie ad alcune giornate esplorative vissute dal gruppo nella valle Carbajal, alle spalle di Ushuaia nella catena meridionale della Terra del Fuoco, fra foreste paludose, castori e cime tempestose. Avevano aperto una lunga via su roccia su una cima senza nome, Valerio davanti contro la nebbia, senza mostrare per nessun motivo alcuna titubanza. Si rendeva conto che dopo aver evitato il giro sullo Hielo Patagonico, per i ragazzi sarebbe stato fondamentale mettere a segno qualcosa di avventuroso. Con Luciano e il suo GPS avevano poi effettuato la misurazione del ghiacciaio sconosciuto di quel monte, elaborandone una relazione dettagliata poi consegnata all’Istituto geografico del capoluogo fuegino. Padre Topio era il più provato dalle settimane di bus, lui così entusiasta dell’alpinismo, lui dotato di un concetto così forte dell’impegno sportivo e dell’avventura condivisa. La sofferenza non era solo per i tanti interminabili giorni passati rannicchiato sulle poltroncine anziché sulle vette patagoniche; era preoccupato dalla superficialità che inevitabilmente stordisce un gruppo di giovani alla scoperta del mondo, ritrovatisi sulla rotta di una meta d’agenzia. Lo sforzo per restare comunque positivo l’aveva giustamente logorato.
  
Per recuperare qualcosa, nel giorno della mia Moleskine gli amici intrapresero due diverse esperienze: Egidio, Valerio, Topio e Donatella decisero di andare al Paso del Viento per dare uno sguardo allo Hielo, mentre Bruno, Davide e Domenico si accordarono con Pedro Gonzales, il fiero gaucho marito di Cristina, la luminosa figlia di Egidio all’ottavo mese di gravidanza, per sperimentare una gran giornata a cavallo sui monti patagonici.
Presso la Laguna Toro, Egidio e Valerio si divertivano a provare forze e ritmi contro la violenza del vento, quel giorno stranamente restaurato. Tanto che giunti tutti al passaggio della tirolesa, la fune sospesa sulla forra del Rio Tunel, decisero di tornare indietro per l’eccesso delle raffiche. Accanto al bosco del campamento Laguna Toro trovarono degli inglesi mal messi: una sorta di improvvisa tromba d’aria si era abbattuta d’un tratto sul gruppo. Il più corpulento, un anziano sir di 105 chili, era stato sollevato di colpo e buttato alcuni metri a lato, con rottura del polso; una lady era stata parimenti sollevata e scagliata contro un’amica, incresciosamente da lei schiacciata al suolo. Inoltre un paio di tende erano state sfasciate, dentro al bosco. Donatella, medico, visitò i disgraziati, che parevano in stato confusionale.
Quando i quattro tornarono al Chalten avevo già finito di scrivere da ore; ma del gruppo partito a cavallo non si sapeva ancora nulla. Era buio pesto da un pezzo quando si affacciarono sulla porta di Egidio in stato di eccitazione. L’avevano scampata bella: Pedro li aveva portati su in cima a un monte con circa 1200 metri di dislivello e discesa ripidissima, col cavallo portato a mano, giù per uno sperone, il cavaliere davanti e il destriero a picco sopra di lui; incredibilmente per noi novellini, nessun equino scivolò. Ma dopo tanto andare, il guado di ritorno del Rio de las Vueltas si presentò al termine del crepuscolo, quasi al buio. La vasta e tumultuosa corrente appariva minacciosa, insondabile: davanti cavalcava Pedro, energico e flemmatico, quindi Domenico e poi gli altri. I cavalli entrarono nell’acqua fin oltre la pancia, quando a un tratto Domenico ebbe l’impressione che il suo stesse perdendo contatto col fondo e minacciasse di ribaltarsi. Istintivamente saltò giù di sella e si trovò in piedi nella corrente fino alla vita, sul punto di essere trascinato via. Bruno, che gli stava alle spalle, se lo vide già morto. «No logro! No logro!» chiamò Domenico, ma nessuno, nemmeno Pedro che era più avanti, poteva dirigere il cavallo fin da lui senza perdere a sua volta la stabilità. Non si sa come, Domenico riuscì a compiere qualche passo e a uscire dal vortice. «Non si deve mai lasciare il cavallo – raccomandava più tardi la limpida, sorridente Cristina -. Una volta, quando avevo appena conosciuto Pedro, anch’io sono finita in acqua, e mi sono salvata perché ho preso il cavallo per la coda!».
  
La mattina dopo ci ritrovammo nella cappelletta in riva al Rio de las Vueltas dedicata a Toni Egger, caduto sul Cerro Torre nel 1959, che raccoglie anche i nomi di numerosi altri alpinisti scomparsi sulle montagne patagoniche. «Ma sono più numerose le persone trascinate via dai fiumi», ci informò Egidio. Topio celebrò la messa, in cui ognuno ebbe qualche amico rimasto in montagna da ricordare. Non restava che partire: il bus con i nostri amici peruviani, da Ushuaia, stava già correndo verso Mendoza, nell’Argentina centrale, dove ci saremmo ritrovati tutti per deviare all’Aconcagua.
La corriera per El Calafate era pronta sotto il sole. Ci infilammo dentro e presto ci mancò l’aria. I finestrini erano sigillati. C’erano almeno 40°. Qualcuno aprì il portello del tetto, ma con scarsi risultati. Tutti pensavano che con la messa in moto sarebbe partita anche la ventilazione. Non avvenne. La situazione peggiorava. Diversi passeggeri si rivolsero all’autista, senza risultato. Alla fine venne data una risposta: non c’era che da aver pazienza. Sulla strada sterrata si andava piano e non c’era aria, ma più avanti si sarebbe trovato l’asfalto e la velocità più elevata avrebbe fatto entrare brezza a sufficienza. Così finiva: aspettando l’asfalto. Ancora pochi anni e tutte le eterne strade delle pampas saranno bitumate. Allora sì che di nuovo e sempre egli soffierà. Vento per tutti noi, il grande vento della Patagonia Nueva.
  
  
PROSSIMAMENTE SU QUESTI MONITOR
lo straordinario SEQUEL di COSAS PATAGONICAS:
  
ACONCAGUA HORROR
  
Ovvero avventure e sventure del formidabile gruppo italo-peruviano reduce dalla Patagonia sulla più alta, più ventosa, più ambita, più costosa, più idolatrata, più affollata, più maleodorante, più mostruosa, più esilarante montagna delle Americhe!
link al post | commenti | categoria cosas patagonicas
sabato, 16 settembre 2006

LA PATAGONIA NUEVA - XII

postato da francomichieli alle 11:24 in cosas patagonicas

Sogni e destini del Desierto

  

Enrico, il più forte scalatore tra noi, dovette rientrare nella sua Biella e al suo caseificio di formaggi tipici, mentre Sergio volò in Perù a riprendere servizio fra i ragazzi della Cordillera. Rimasti momentaneamente in quattro di venticinque che eravamo un dì, ci sentimmo abbastanza snelli per fare un giro fra le montagne del Desierto.

Il lago lucente, grandissimo, distava solo una trentina di chilometri dal Chalten, niente rispetto alle migliaia di miglia della Patagonia, eppure parve di varcare un altro mondo. In effetti, all’impresario che si offrì di costruire quella strada sterrata verso il surreale confine col Cile, il governo regalò in cambio quasi tutta la valle, ritenendo quel collegamento col nulla di vitale importanza. Fatto sta che il Rio de las Vueltas, emissario di quella Laguna del Desierto, si rivelava sempre più libero dai suoi sedimenti limacciosi man mano che passavamo a monte dei suoi torbidi affluenti, quali il Rio Milodon o il Rio de los Toros, fino a farsi limpido come cristallo, tutto bagliori di sole e riflessi d’azzurro e di verde. Tra le sue anse da Arcadia solitari pescatori lanciavano la lenza in cerca di trote, entro scenari di vegetazione lussureggiante. Non si riusciva a credere di essere a due passi dal polveroso Chalten.

Ma noi guardavamo ai candori splendenti in alto, sopra quinte di foresta. La vastissima parete ghiacciata del Cerro Vespignani ci aveva attratto varie volte da altre cime o valichi toccati nel mese passato. Anche Egidio, l’amico residente al Chalten e instancabile esploratore di angoli patagonici, ci aveva consigliato quelle montagne, dove non va quasi mai nessuno. Così a fine mattina salimmo per un sentierone con escursionisti (10 pesos di pedaggio per chi non fosse già ospite della catena di servizi turistici del Desierto) fino alla Laguna Huemul, presso cui alcuni cartelli avvertivano che per ragioni di sicurezza l’accesso ai ghiacciai era vietato. Naturalmente interpretammo “vietato ai turisti”, non “agli alpinisti”, quali noi eravamo. E sotto il gran sole fiammeggiante piazzammo le tende in vista delle seraccate.

  

Fu ancora una volta il condor a farmi notare dove sarebbe stato bello salire. Sotto il sole a picco volteggiò sopra i ghiacci, e poi andò a posarsi sulla parete rocciosa alla sinistra della lingua. Guardai e riguardai, sospettando che su quei dirupi potesse avere il nido. E fui attratto dalla serie di banche che formavano una sorta di storte gradinate fra il ghiacciaio e la parete, lunghe liste inclinate e parallele che salivano verso uno svettante Cerro bifido a sud del Vespignani, chiamato su una carta Creston. Verso le ore 14 decisi all’improvviso di provare a salire e Davide venne con me. L’entusiasmo ci colse subito, arrampicandoci sui primi salti levigati tra una cengia e l’altra: i torrenti scroscianti correvano lungo imprevedibili zigzag a tre dimensioni, deviando bruscamente a ogni ostacolo o spazio vuoto, sia sui piani inclinati, sia in verticale; e noi, passaggio dopo passaggio, ci trovavamo d’un colpo uno spumeggiare d’acque sopra il capo, a fianco o laggiù sotto i piedi, mentre affiorando sui terrazzi ci ammutolivano cespi enormi di centinaia di fiori rosso vivo. Fu allora che mi accorsi di avere dimenticato in tenda la macchina fotografica: anche quella rimasta giù, come la corda. Leggerissimi, non avevamo con noi che piccozza e ramponi. Qualcosa come il becco e gli artigli del condor, cui dovevamo aggiungere gambe e braccia al posto di ali. Per il momento il grande avvoltoio della parete non ci apparve più; e noi con un finale più ripido verso sinistra sbucammo sul crinale nevoso. Davanti si ergeva in un’alternanza di neve e roccia una sorta di cresta Biancograt, sinuosa e rigonfia come sulle Alpi non è più dato vedere. Ci lanciammo sul filo luminoso, traguardando i lontani e rinnovati profili del Fitz Roy, del Cerro Torre, del Piergiorgio e della Gorra Blanca, tranquilli nell’immensità come a volerci chiedere perché mai si è preso il vizio di associarli alle tempeste.

  

E la cresta si impennò, facendosi radente ai raggi del sole, nella cui luce schizzavano dall’ombra gli spruzzi di neve levati dai colpi rapidi dei ramponi. Salivamo felici, su pendii di firn fra i 45 e i 50 gradi di inclinazione; poi senza ramponi ci arrampicammo sul tratto roccioso più ripido, cristallino, spaccato secondo fratture concoidi, tondeggianti, quasi da cipolla di pietra. E ricalzammo le punte di ferro sulla sinuosa rampa finale, aerea e meravigliosa: quella era un’ora per cui ringraziare, il trovarsi salire attratti solo dall’essenza della montagna, immersi nel presente puro, senza sapere se mai qualcuno fosse passato di lì. Con l’aggiunta di uno stimolo insistente ad assorbire la bellezza: il dubbio che quelle forme fossero labili, ormai prossime a fondersi nel caos dei climi caldi. Alla nostra destra, sulla parete Sud Est del Cerro Vespignani, una visione impressionante continuava a richiamare il nostro stupore. Il paretone era costituito da un’unica immensa placca di roccia nerastra, che fino a poco tempo fa doveva essere interamente ricoperta da un ripidissimo ghiacciaio seraccato, come ancora lo si vede sui più ampi versanti orientali. Al momento, solo addosso alla cresta sommitale stava sospeso uno spesso cordone glaciale, tagliato bruscamente a strapiombo sopra la placca oscura; altre dorsali bianche rigonfie restavano su qualche sperone laterale. Ma la lastronata di ghiaccio principale, la parete vera e propria, giaceva nelle profondità del plateau sottostante, frantumata e appiattita in cumuli giganteschi. Faceva pensare di essersi staccata un certo giorno per intero, così, sul più bello, su un dislivello di circa 500 metri, come un Vajont glaciale cui nessuno avesse fatto caso. Quel volto nero in contrasto con i rigonfi rigogliosi e zuccherini, bianchissimi, delle levigate forme nevose rimaste in cresta o sugli speroni, rivelava qualcosa di forte: che il cambiamento non è in superficie, sulla pelle, sempre giovane e splendente. No, è dentro che si è spezzato qualcosa, al di sotto delle decine, delle centinaia di metri delle coperture di ghiaccio: là i mutamenti della terra stanno lavorando, per presentarsi ai nostri occhi impreparati all’improvviso, e dirci: “ormai è tardi!”. Ma come curare il mondo? Rivolti di nuovo alla luce, sbucammo sulla cima meravigliosa.

  

Al di là, una cresta scendeva a Sud, accanto a un nuovo ghiacciaio, e provammo a calarvi a caso. Il filo pareva una montagna russa, che alternava forti inclinazioni di neve e ghiaccio a insellature e quasi contropendenze, ognuna delle quali nascondeva il seguito. Uno di questi salti, tra ghiaccio e roccia, offrì il passaggio più impegnativo della traversata. Poi, con nostra gioia, la cresta ci diede accesso a una parte facile del ghiacciaio, che potemmo attraverare e quindi aggirare su rocce rotte e placche lasciate libere dal ritiro. Fu allora, mentre cercavamo di chiudere l’anello verso le tende nell’ombra della sera, che il condor tornò: vicinissimo, appena sopra le nostre teste, planò stupefacente come per rinfocolare la nostalgia di quanto avevamo appena vissuto; di quell’arrampicare e vagare alti nell’aria e nella luce, interpretando le onde della materia, senza scelte prestabilite. Perché già nel folto della foresta, strisciando per stretti varchi, spalancando gli occhi fra massi enormi sepolti nella vegetazione come città perdute, la bellezza di quelle creste scoperte e poi lasciate si era già trasformata in nostalgia.

  

Nella notte ripartimmo prestissimo tutti e quattro, Domenico, Donatella, Davide e io, per tentare una grande traversata sul Cerro Vespignani. E in cima ci arrivammo, colpiti dal passaggio fra monoliti di ghiaccio squadrato così grandi che i crepacci tra di essi erano ammirabili verso l’alto anziché il basso. Coperti da tetti di neve azzurra che creavano volte immense, elevate decine di metri sopra il fondo e chiuse infine da absidi blu, parevano interni di cattedrali gotiche. Ma proprio nel momento in cui Domenico iniziò a salire la torretta inclinata della cima, caddero le prime gocce d’acqua. Un formidabile fronte grigio, a onde di nubi in cui spiccavano pesci da tempesta, avanzava da ovest sopra i ghiacci dello Hielo. Sul culmine sostammo poco nel vento, poi tornammo sulle nostre tracce verso le tende, rinunciando all’idea di traversare a nord per l’interminabile cresta sommitale irta di torri. La pioggia aumentò, divenendo dirotta quando ormai eravamo sulle morene, sotto ai ghiacciai. Mi rallegravo pensando che avrei così avuto occasione di recuperare il sonno accumulato: non vedevo l’ora di potermi addormentare in tenda sotto il ticchettare della pioggia, finalmente al fresco entro la serenità delle nubi umide che ho sempre amato.

Niente da fare: come entrai in tenda il cielo si squarciò. Dopo cinque minuti, del gran fronte da Ovest non restava traccia: c’era un sole africano da far bollire il sangue. Impossibile, sotto quei raggi, stare nelle tende surriscaldate, tanto meno a dormire. Mentre riguardavo gli effimeri ghiacciai sospesi, pensavo alla gioia degli scalatori: con quel solleone che spaccava i sassi in quattro, anche su Fitz, Torre e Pier Giorgio come minimo le fessure stavano quadruplicando. E iniziava una nuova era di aperture: crack da sogno, dove ai bei tempi antichi non c’erano che placche impossibili.

link al post | commenti | categoria cosas patagonicas
venerdì, 18 agosto 2006

LA PATAGONIA NUEVA - XI

postato da francomichieli alle 19:36 in cosas patagonicas

Enigma per sempre

 

Quella mattina un doppio arco multicolore si eresse a immenso portale celeste fra il Fitz Roy e il Cerro Torre. Pareva veramente una doppia volta trionfale, un gioco di luce che usava lo spettacolo per attirare e offrire alleanza. I due monoliti mitici che avevano forgiato la storia leggendaria della Patagonia facevano da pilastri ai due arcobaleni intensi e persistenti, uno sopra l’altro, mentre noi cinque mettevamo piede sul Glaciar Grande e lo seguivamo quale immenso tappeto grigioazzurro rinfrescato da rivoli spumeggianti, svolto innanzi a noi a pavimentare la mitologica valle aperta sotto i sette colori dell’iride. Richard Wagner avrebbe dato qualsiasi cosa per avere uno scenario simile sul palcoscenico della sua ouverture L’entrata degli dei al Walhalla (quella famosa in cui un branco di eroi vichinghi entra in paradiso galoppando sull’arcobaleno).

Anche se, in verità, benché il Torre si prestasse a sostenere l’arco della riconciliazione, se ne stava rinchiuso da metà in su in un nuvolone grigio. E a dire il vero anche noialtri, alzatici prestissimo al campamento De Agostini-ex Bridwell per provare a salire ai biancheggianti crinali del Cordon Adela, passata la tirolesa sul Rio Fitz Roy, ma scorta qualche buferetta lassù sulle creste, ci eravamo scoraggiati; ed era finita che avevamo ripiegato; non solo: avevamo scelto come meta di ripiego il Cerro Torre in persona, nel senso di andare giusto a curiosare alla sua base. Così, appena spenti gli arcobaleni, cominciammo a sentirci insonnoliti. Perché la più leggendaria di tutte le montagne, che ha riempito di sé innumerevoli articoli, libri, foto, film, relazioni drammatiche, polemiche, festival e commemorazioni, può dar l’impressione di non aver più niente da aggiungere, se si va solo a cincischiare ai suoi piedi. O ci si lancia su per le sue pareti, oppure è un mortorio. Certo, scoprirlo di lontano in mezzo all’immenso paesaggio selvaggio resta una favola, un colpo al cuore, ma ciondolare sulle pietraie, sotto a oltre 2000 metri di spessore di storie già raccontate migliaia di volte, farebbe addormentare anche un albero del caffé. Insomma, cominciammo a sentirci così sonnolenti da sgranarci sempre più fiacchi sul ghiacciaio. Donatella andava pian piano, ma in fondo era sveglia. Ma Domenico, Enrico, Davide e io, pur tentando un passo più pretenzioso, se solo ci sedevamo su un masso ci cadeva la testa indietro sulla patella dello zaino e passavamo nel mondo dei sogni. Donatella immortalò con la sua digitale due o tre di noi lunghi distesi su un pietrone con zaini e ramponi indossati e picca in mano sprofondati in un sonno invincibile. Al momento non ci spiegavamo il fenomeno. Ipotizzai che fosse un riflesso del mate, ingerito ripetutamente nei giorni precedenti. Comunque fosse, Donatella, detta Doda, ribattezzò la compagnia con denominazione da band latinoamericana: Doda e i Somnolentos. Ma poi, a ripensarci, no: doveva essere proprio il Torre.

 

Una sera che tornavamo verso El Chalten col piccolo bus dal meraviglioso Lago del Desierto, Donatella e io sedevamo accanto all’allegro autista. Ovviamente era un gran veterano dei luoghi, gran conoscitore di molti personaggi che avevano fatto la storia delle vicine pareti - personaggi che egli aveva più volte scorrazzato di qua e di là -, e di conseguenza aveva imparato a trattare di eventi alpinistici con un certo senso dell’umorismo. Dal momento che pochi mesi prima era stato in compagnia di Rolando Garibotti, Ermanno Salvaterra e Alessandro Beltrami in occasione della loro spettacolare e formidabile salita al Torre per il Colle della Conquista e la parete Nord, nei dintorni della linea enigmatica per eccellenza di Toni Egger e Cesare Maestri supportati da Cesarino Fava del 1959, sapendoci italiani pure noi, con garbo, leggerezza e un riso contagioso introdusse un po’ di aneddoti sulle varie diatribe del Torre. In effetti ci sarebbe da scrivere una commedia brillante su quella storia, ma non si può perché invece ferisce l’anima di molte persone.

Comunque sia, fra un sobbalzo e l’altro il simpatico conversatore mi sparò: «E tu che cosa pensi di questa storia?».

«Beh, io preferisco il mistero. Sono contento che non si sappiano bene le cose».

«Ah, el misterio, ah, ah!! Y los italianos, gli italiani, che cosa dicono?».

«Mah, penso che in generale gli italiani preferiscano anche loro il mistero, in questo caso...».

«Gli italiani – irruppe vivacemente Donatella – preferiscono non sentir più parlare di questa polemica! Credo che quasi tutti siano proprio stufi...».

Eh, sì, proprio giusto: mantenendoci tutti allegri convenimmo che le cose stavano così; del resto, visto che eravamo in Patagonia, potevamo continuare a riderci sopra.

 

Pochi mesi dopo il mio rientro in Italia, l’amico giornalista Giorgio Spreafico mi fece recapitare a casa una copia appena uscita di tipografia della sua opera, Enigma Cerro Torre (CDA & Vivalda Editori, 2006). Ci eravamo già scambiati qualche commento a distanza nel corso dell’ultimo anno, e io, dichiarandomi entusiasta per la presenza di un enigma anziché di una bella successione di relazioni tecniche, tanto da auspicare che la storia della montagna divenga in futuro un nuovo Amleto alpinistico di suggestione shakespeariana, avevo anche confessato che secondo me il modo in cui sarebbe stato trattato un tema così delicato e così eclatante avrebbe potuto influire in bene o in male sul futuro dell’alpinismo. Fresco dei miei ricordi delle atmosfere patagoniche, quelle 370 pagine mi hanno avvinto e riportato là, e anche in molti altri luoghi. Ebbene, in un libro che qualcuno avrebbe potuto redarre come un processo con giudizio finale, o introducendo conclusioni personali, Spreafico con competenza non comune ha invece dato tutto lo spazio a personaggi di mezzo mondo che al Cerro Torre, in un modo o nell’altro, avevano dedicato davvero molte esperienze e attenzioni. Intorno al Monolite è riuscito a far parlare innumerevoli vite, e soltanto quelle: ognuna con le sue visioni, convinzioni, fantasmi. E in ognuna si incontra una dignità: al di là di ogni parere, nelle parole che l’autore ha saputo raccogliere da ciascuno, il lettore può riconoscere un’origine in positivo, anche in positivo, delle innumerevoli vicende personali col Torre. Nonostante le eventuali e ben presenti maledizioni. E così, ora, questa piccola recensione entra spontaneamente nel mio racconto: ripensando a quanto avevo auspicato incontrando gli spazi patagonici, io in Enigma ho trovato quello che cercavo, che speravo. Non è ancora l’Amleto, ma è la base perché molti Amleti, sulle montagne, possano continuare a ispirare infinite domande, quindi infinite ricerche. Direi che si chiude in linea con un altro libro irrinunciabile su quella terra, il celebre Patagonia. Terra magica per viaggiatori e alpinisti di Gino Buscaini e Silvia Metzeltin. E chi lo leggerà potrà forse capire che si tratta di un’opera con un forte contenuto educativo. Non nel senso che insegna a lasciare o non lasciare tracce – cartacce? - in cima al fungo. Ma perché chi riverserà tutta questa storia nella propria interiorità potrà intuire come si fa a tenere intatto l’entusiasmo per la montagna per una vita, oppure come si spezza l’incantesimo.

“Insomma - qualcuno sbotterà -, la storia del Torre e quindi dell’alpinismo, alla fine, è una presa in giro o si dicono cose vere?”. Ecco, nel libro è onnipresente un personaggio più grande di tutti noi, mai citato (mentre avrebbe potuto esserlo, e questo è l’unico difetto che trovo), che si occupa di questa risposta. Luigi Pirandello. Ricordate? Così è. Se vi pare. E se non ci pare? Beh, allora fate un po’ voi.

 

In realtà l’attenzione quasi idolatrica per il Cerro Torre – così come l’attenzione ben più che idolatrica per le notizie-tormentone dei tanti TGzero – non sono altro che oppiacei con cui la psiche umana cerca di nascondersi che tutto è enigma. E che perciò in tutto si può trovare un messaggio nuovo, oppure andare a sbatterci la testa. Lo stesso giallo dipinto sotto e sopra il Colle della Conquista potrebbe essere scovato nelle vicende, nei pensieri e nelle parole di una qualsiasi delle nostre giornate, se solo una di esse venisse circoscritta, e quindi analizzata per anni con sommo spirito indagatore da innumerevoli intelligenze diverse. Ma restiamo alle nostre montagne, che sanno affascinarci con enigmi che non necessiterebbero di essere tormentosi.

Ancora al mio ritorno in Italia, io per esempio sono rimasto incuriosito dal mettere a confronto la nostra entusiasmante salita improvvisata al Cerro Francisco Pascasio Moreno (3393 m), cima della catena più alta interna allo Hielo Patagonico Sur, ovvero il Cordon Mariano Moreno (vedi La Patagonia Nueva – IX) e la prima ascensione del colosso bianco compiuta avventurosamente nel 1958 da Walter Bonatti, Folco Doro Altan, Carlo Mauri e René Eggmann. Naturalmente spero di poter incontrare prossimamente Walter per farmi raccontare come si presentava allora il monte. Sì, perché è il divenire, il trasformarsi del mondo pur all’interno di verità persistenti, che a mio parere sta alla base degli stimoli a vivere, e della bellezza stessa. E il monte stupendo che abbiamo incontrato noi sembra non coincidere più, in alcune parti, con quello descritto sinteticamente da Bonatti nel suo celebre libro Le mie montagne e poi, con qualche particolare in più, in Montagne di una vita. Perciò, sempre che io non abbia confuso totalmente le rispettive linee di salita, è probabile che le ciclopiche masse glaciali in questi quasi cinquant’anni di mutamenti climatici siano davvero cambiate in modo sorprendente. Non so quale sia il «grande sperone ghiacciato» o il «crestone di neve» rivolto a Est seguito nel ’58 nella prima parte della salita; se è lo stesso nostro, in basso il ghiaccio è ora quasi scomparso lasciando la roccia, e fin qui niente di strano. Ma poi, quando si sbuca sul plateau (che oggi fa cima a sé), Bonatti racconta del «pianoro sovrastante», da cui ripartirono «quasi di corsa» e di come poi «si camminava su per un lungo pendio uniforme che ci avrebbe condotti sull’antecima, e ancora oltre fin sotto la cresta della vetta». Oggi fra il pianoro e il pendio c’è una grandissima depressione, una sella valliva, dove noi abbiamo perso, a occhio, 200 m di dislivello. Bonatti ricorda quindi che più in alto le nuvole li avvolsero completamente, ma continuarono a salire finché «superammo l’anticima, e di questa ce ne accorgemmo appena dal breve declino che veniva a interrompere la costante salita». Oggi di anticime non c’è più traccia: che si trattasse di una formazione glaciale poi collassata? Subito dopo leggiamo che: «Verso le 11.30 qualcosa mutò. Fummo investiti all’improvviso da un vento fortissimo e teso che arrivava dalla nostra sinistra (...). Comprendemmo subito di aver raggiunto il dorso sommitale (...). Trovammo ancora la forza di avanzare, correggendo un po’ a destra la direzione del nostro cammino». Poco dopo le 12.30 i quattro raggiunsero la cima: «la montagna scendeva da ogni lato fino a scomparire nella densa nuvolaglia». Quest’ultima descrizione può ricordare il tratto finale del nostro percorso, salvo che oggi quel crestone lo si percorre in molto meno di un’ora. Perciò nel complesso io non riesco a ritrovarmi: siamo stati davvero nello stesso luogo? Del resto noi, dalla attuale cupola nevosa, abbiamo visto circa un chilometro a ovest, sul lato del Pacifico e quindi visibile solo all’ultimo per chi sale dal versante Viedma, un’altra cresta che sembrava appena più alta (per cui forse non eravamo proprio in cima, e certo per andare fin là ce ne voleva); una cresta forse più alta separata da un altro avvallamento notevole, profondo almeno 100 metri o più, e largo, appunto, circa un chilometro. Forse 50 anni fa quella depressione sommitale non c’era? E il meringone della cima forgiato dal vento era addirittura in posizione diversa?

 

Non escluderei che fosse così. Forse parti di quel regno dei ghiacci migrano con le tempeste come le dune di sabbia del deserto. In diversi momenti del nostro passaggio sullo Hielo, abbiamo osservato un fenomeno di gloriosa potenza: da Ovest, dall’oceano, i venti spingono al colmo delle creste spumeggianti del Cordon un mare infinito di nubi, che certo, di frequente, scaricano lassù copiose nevicate. Ma appena oltre lo spartiacque, a Est, il vento discende, trascinando con sé lungo una linea di cateratte vasta come mille Niagara quegli inesauribili vapori e un flusso immenso di pulviscolo di neve asportato in alto, che alla base dei pendii si dissolve o si deposita. Soffermandosi a lungo a guardare, si entra in una sorta di incantamento ipnotico, proprio come al piede di una cascata. E d’istinto ci si chiederebbe: “quando smette?”. Invece non si ferma quasi mai. Quella sorta di rullo trasportatore semiplanetario s’innalza e precipita nei secoli dei secoli, e al mutare di piccole componenti fisiche dei venti e degli oceani, forse per cent’anni scava valli nel ghiaccio, per altri cent’anni forse le riempie, e costruisce e poi fa collassare giù, con nessuno là a testimoniare, cupoloni di cristallo più grandi e splendenti della cuspide di San Pietro o del Taj Mahal.

Da quel periplo mi porto dentro impressa la grande cateratta, enigma del divenire del settimo giorno, il giorno del riposo dalla creazione, cioé di questi nostri giorni normali.

link al post | commenti | categoria cosas patagonicas
sabato, 12 agosto 2006

LA PATAGONIA NUEVA - X

postato da francomichieli alle 21:48 in cosas patagonicas

Cerro Electrico: Alberto Maria batte pista

 

Sangue di condor sul vestito. Proprio davanti a quello stesso ghiacciaio, 75 anni fa, la vocazione infinita per l’esplorazione, la passione intensa per i ghiacciai interminati e le catene sconosciute, per popolazioni decimate eppure ancora fuse con la natura patagonica possente - tutte quelle aspirazioni - dovevano convivere con spruzzi di sangue dell’aria, versato. Come in ogni avanzare dell’uomo: «Mentre, sul ciglio di un burrone, eseguo alcune fotografie, quattro condor compiono ampi circoli sopra di noi, destando viva ammirazione per il loro superbo planare, che effettuano senza il minimo movimento vibratorio delle ali, sia che ascendano sia che discendano. Derriard, che sta in agguato con il winchester, riesce con un tiro ben indovinato a ferirne uno mentre si libra a cinquanta metri sopra il nostro capo. Colpito in pieno, il rapace, che in quel momento trovasi proprio sopra di me, precipita a terra. Faccio appena in tempo a ritirarmi di un passo, per non riceverlo sulla testa, che quello cade a’ miei piedi, spruzzandomi di sangue il vestito». Alberto Maria. Che senza criticare le sue guide valdostane incapaci di non sparare, ricorda a più riprese che lui preferisce fotografare. Si potrà del resto esplorare senza abbattere qualcosa, senza macchiarsi di qualcosa abbattuto?

 

Alti sopra quello stesso ghiacciaio 75 anni dopo, sopra la fiumana immensa del Glaciar Viedma, continuavamo a chiederci cosa potessero voler dire quella limpidezza e quelle catene ridondanti di ghiacci, sempre senza nubi, sempre in assenza di quella violenza che in mille racconti dipingono l’icona della Patagonia. Uscivamo dallo Hielo per il Paso del Viento, rientravamo al Chalten dopo aver circumnavigato il gruppo Torre-Fitz Roy e salito il Cordon Mariano Moreno in sei giorni meravigliosi, su un percorso tranquillo che anche al termine del Glaciar Viedma aveva contraddetto tutte le catastrofiche descrizioni con cui guardaparco, guide e portatori locali cercavano di impaurire e svogliare ogni aspirante al grande ghiacciaio. Perché, perché tutto è così contraddittorio, perché gli uomini dipingono infinitamente di sangue ciò che è brezza serena, e d’oro ciò che è ebbrezza di sangue?

 

In realtà il periplo non era proprio concluso: mancava un pezzettino da fare a piedi, venti chilometri di sentieri, fra il Chalten e la Piedra del Fraile, da cui eravamo partiti. E dove dovevamo comunque andare per recuperare del materiale. È proprio in questi casi – quando c’è da fare una piccola commissione, come andare a riprendere della roba – che mi viene l’ispirazione di trasformare il quotidiano in qualcosa da ricordare. Trasformare una cosa da niente in avventura: ecco cosa mi entusiasma e mi carica, tanto quanto i grandi progetti ridondanti di mezzi e di obiettivi mi scaricano.

Dunque la mattina del settimo giorno, rientrati al Chalten, incredibilmente il tempo era cambiato. C’erano buferette sulle montagne, con pioviggini che andavano e venivano. L’idea di Enrico e Domenico di tentare il Cerro Torre era rinviata. Tra un’ipotesi e l’altra sorbimmo due colazioni, alle 8 e alle 10, la seconda con una fetta di torta monolitica al cioccolato farcita di dulce de leche più spessa del Pilastro Est del Fitz Roy. Il che per me si rivelerà decisivo. Infine si stabilì che in tre sarebbero andati alla Piedra a riprendere quella roba, usando il bus fino al ponte sul Rio Electrico, come fatto le altre volte. Con noncuranza accennai che io sarei partito a piedi dal Chalten, tanto non c’era altro da fare quel giorno, “almeno coglievo l’occasione per fare un po’ di moto e conoscere un tratto nuovo di sentiero”. Ero dunque in scarpe da ginnastica, braghe di tela e maglietta, con uno zaino contenente giacca e sovrapantaloni da pioggia, come si conveniva per andare al Fraile, ma di nascosto infilai dentro – perché non si vedesse – anche la piccozza.

 

Verso le 11.30 l’amico Egidio mi scorse transitare in una nuvola di polvere davanti a casa sua con un passo forsennato, bastone in mano e cappello a falda larga in testa. Imboccai il sentiero per il campamento del Rio Blanco, e in cima alla prima salita cominciai a correre: stavo benissimo e avevo una voglia di andare che mi sprizzava da tutti i pori. Naturalmente la piccola deviazione che avevo in mente riguardava la cima del Cerro Electrico Est: quello di cui avevo studiato varie vie di salita dalla cima del Cerro Madsen, uno dei primi giorni. Quello che avevamo schivato durante lo spettacolare giro sul Glaciar Piedras Blancas di 15 giorni prima per tentare invano il crollante Electrico principale. Lo stesso che avevo visto dipingere da Padre Hugo in una limpida mattina, specchiato nelle acque del Rio. E quello che rodendomi guardavo sotto la pioggia dalla Piedra del Fraile mentre con tutti i compagni peruviani e italiani della spedizione si rinviava l’entrata nello Hielo.

Basta! Quel pomeriggio era l’occasione giusta per tentare una scalata intima del Cerro. O andava o non andava. Mi affascinava assolutamente ripercorrere le orme di almeno una prima salita di Alberto Maria – come uno dei primi giorni il nostro giovane compagno di viaggio Davide aveva chiamato confidenzialmente padre Alberto Maria De Agostini, e come da allora l’abbiamo sempre ricordato, con una familiarità facilitata dal fatto che l’esploratore salesiano era un bis-prozio di Enrico – e l’Electrico pareva stare lì apposta ad invitare.

 

Correvo pieno di entusiasmo, sotto un cielo grigiastro a tratti ventoso che spruzzava qualche goccia d’acqua, e mi lasciai alle spalle il campamento del Rio Blanco quando mi pareva di essere appena partito. Proseguii di gran carriera sulla traccia ciottolosa che saltellava fra il greto del torrente Rio Blanco e il bosco; incrociai qui poche persone, avvicinandomi alla grande spianata fra questo corso d’acqua e il Rio Electrico. Il versante est della montagna di Alberto Maria era ormai proprio sopra. Avevo già ammirato la sua struttura, tutta bombature di roccia rossa incisa da gole nella parte inferiore e imbiancata da un ghiacciaio ripido sul triangolo superiore, infilato nelle nuvole; sulla cresta di destra s’innalzava la cima di Nord Est, inconfondibile cono aguzzo rosseggiante che sapevo di dover tenere come riferimento per immaginare una discesa sul versante opposto. Sotto a tutto c’era una vasta fascia di boscaglia, e lì mi inoltrai, balzando nel sottobosco su e giù per bastioni e valloncelli paralleli, puntando a caso alla massa del Cerro. Quando però cominciò la vera pendenza, correre non si poteva più: affondavo fino alle coscie negli arbusteti spinosi, mi divincolavo fra i calafate pungenti che non finivano più e i tronchi abbattuti, in un groviglio scoraggiante. Ma come i Nothofagus ad alto fusto cominciarono a diradarsi e gli affascinanti gobboni di roccia rossa, compatti e tondeggianti, tornarono a incombere sopra di me, lassù si misero a volteggiare due condor, grandi e liberi, che entravano e uscivano in una gola del Cerro: mi rapirono in su. Decisi di indirizzarmi proprio dentro quella gola impressionante, curioso anche di conoscere il regno dei veleggiatori. Trovai un cengione obliquo che vi penetrava, sospeso sopra lo scrosciare di cascate, e un condor allora planò con ali immense appena sopra di me, poi atterrò sull’altra sponda, restando enorme a guardarmi. Mi chiedevo se anche Alberto Maria con la guida Mario Derriard fosse passato di lì – della loro salita conoscevo solo il versante, quello Est, e l’anno, il 1932 -, se avesse incontrato i giganteschi avvoltoi e se la guida avesse voluto ancora una volta sparare. Mi arrampicavo sulla roccia bellissima, solida, alternata a incavi erbosi. Ero pieno di meraviglia per i condor, e scalavo veloce anche per togliere il disturbo. Un sentimento post-moderno, mi dico ora per scherzo, che forse una volta non esisteva, non era concepibile. E che forse riguarda pochi anche oggi.

 

Ben presto sbucai su un gran ripiano sassoso, insospettato dal basso, lasciato libero dal ghiacciaio che con una lingua scoperta si era ritirato in fondo a un valloncello appena più a monte. Era chiaro che non potevo risalire in scarpette il ghiaccio vivo della lingua, ma scoprii a sinistra un’altra gola, tagliata nella roccia ferruginosa, diretta a un livello superiore. Corsi là e mi arrampicai dentro lo stretto canyon, sovrastando l’acqua per liste sottili, riempito dal fascino del varcare un passaggio segreto. E fui fuori: in una nuova conca, sopra una fascia di rocce rotte multicolori, il pendio si ergeva nevoso svanendo nelle nuvole. Il mondo intorno, le  valli immense e le catene attornianti il Rio de las Vueltas, tutto si era sgranato e scolorito entro veli appena penetrabili dalla vista; una sottile pioviggine riprendeva a sommergere la montagna e si andava trasformando in nevischio. Mi lanciai sul gran semicerchio nevoso sotto la cresta di sinistra, che mi invitava a salire evitando i crepacci centrali. Potevo ancora permettermi di avanzare? Quanto tempo era passato? Sarei riuscito a raggiungere gli amici alla Piedra del Fraile? Non sapevo, ma l’atmosfera intima che si andava creando in quell’ovatta bianca, senza vento, sembrava predisporre un incontro fuori dal tempo e dagli sguardi del mondo; un incontro col brivido corporeo e interiore che regalano i passi verso l’ignoto; un ignoto che rasserena perché sta lì e inaspettatamente accoglie, in pace, senza bisogno di adattamenti del luogo da parte degli umani, quando gli umani direbbero che no, che non è accogliente. Sono convinto che Alberto Maria fosse ispirato da un sentimento simile nel suo girovagare esplorativo, ed era come se quel pomeriggio lo stessimo condividendo. Iniziai a battere nella neve una pesta dopo l’altra con le scarpe da ginnastica, e trovai che il manto si incideva alla perfezione: con un buon colpo entrava metà della scarpa, e la pesta teneva, né troppo dura né troppo molle. Tac tac, tac tac, ce ne stavano migliaia di orme in fila su quel pendio, e ormai andavo con fiducia crescente perché se la neve era così adatta ad avanzare, allora in qualche modo c’era Alberto Maria che mi batteva la traccia.

 

Superai una interminabile crepaccia terminale nel punto dove si originava, all’incontro con una fascia rocciosa a sinistra, e dopo non molto fui sulla cresta Est. Indossai la giacca e i sovrapantaloni, più che altro per evitare di gelarmi i piedi fradici, e con la piccozza in una mano e il bastone nell’altra puntai diritto al cono finale. Mi fermai ansimante dove il ghiaccio vivo iniziava ad affiorare. Di lì non potevo passare. Sotto la nebbia densa vedevo pendere alla mia destra il vasto scivolo di neve: fra i crepacci in basso e quelli in alto, una fascia bianca senza fratture lo percorreva fino alla cresta opposta, a Nord Est. Tac tac, tac tac, la attraversai tutta, pesta dopo pesta su un’inclinazione di circa 45 gradi, mettendo le mie scarpette dove lo scarpone chiodato di Alberto Maria aveva appena fatto una bella tacca. E fui sulle rocce sfasciate di quell’altro filo; non si vedeva più nulla se non a poche decine di metri; ero perso in compagnia; e nevicava fiocchi veri, sereni e senza vento. Mi inerpicai e trovai un torrione che pareva finale: stavo scalandolo quando rocce più alte si disegnarono al di là. Ridiscesi e avanzai allora per orme più fonde, per ondulazioni sommitali, e mi apparve la vera torre della cima, che probabilmente più di mezzo secolo fa era sommersa nel ghiaccio. Mi arrampicai e quasi non ci credevo di essere sul punto di arrivare in vetta, in quel modo e con quelle condizioni, quando un colpo secco sulla zucca, a due metri dal culmine, mi consigliò maggiore umiltà: avevo picchiato su un piccolo tetto sporgente che non avevo visto; o meglio, Alberto Maria mi aveva bacchettato col suo alpenstock: «adagio, ragazzo, ricordati che se oggi sei qui è perché ti ho battuto la pista!». Verissimo. Contemplavo felice il biancore che mi circondava, qualche altra torre appena delineata pochi metri lontano, e il grande vuoto dove ondeggiavano incoraggianti milioni di fiocchi. E giù, da dove ero venuto, scorsi sulla neve quelle ultime peste, provenienti da chissà dove, circondate da chissà cosa. Che suggestione! Com’era bello vederle, senza poter più dire se fossi stato io a lasciarle, né cosa volessero dire. Decine di anni passati da Alberto Maria a decifrare quei monti, i fiumi di ghiaccio e i dedali dei fiordi; ecco, il fascino di quella vita stava lì in quelle orme.

 

La Piedra del Fraile stava invece quasi 1700 metri più in basso, in fondo al versante nord, di cui non si vedeva assolutamente nulla. Che quel gran salto fosse percorribile senza speciali difficoltà era una mia ipotesi, ma non sapevo se qualcuno l’avesse salito o disceso. Calando dunque nella nebbia per la cresta nord est non avevo più davanti il mio apripista. Scendevo senza vedere nulla nemmeno della Punta Nord Est, quella aguzza e rosseggiante come una fiamma, al cui piede doveva iniziare un canalone adocchiato dalla Piedra settimane prima, che intendevo seguire. Dopo aver aggirato un salto sulla neve fui a una sella: il canalone sprofondava petroso nel nulla. Mi ci buttai e presto sbucai sotto le nuvole piovose: laggiù, a grande profondità, si vedeva davvero l’antico accampamento del fraile A