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giovedì, 17 maggio 2007

NIVES SUL TETTO DEL MONDO

postato da melanialunazzi alle 16:17 in alpinismo extraeuropeo
Questa mattina Nives e Romano hanno raggiunto la vetta dell'Everest.
La notizia è stata data in coda al telegiornale regionale, senza ulteriori dettagli.
mercoledì, 06 dicembre 2006

PINK ICE VERSO LA PATAGONIA (#4)

postato da marcoconte alle 18:54 in alpinismo extraeuropeo
patagonia3Cala il sipario sulla spedizione italiana Pink Ice partita in ottobre per tentare la traversata integrale dello Hielo Patagonico, una delle più estese calotte glaciali continentali dell'intero Sud America. Domenica scorsa, 3 dicembre 2006, il gruppo composto da Antonella Giacomini, Eloise Barbieri e Nadia Tiraboschi è rientrato alla base: il 25 novembre le tre andiniste erano uscite dallo Hielo attraverso il passo del Viento e avevano raggiunto il piccolo centro abitato di El Chalten, dove sono state accolte da Manrico Dell'Agnola e Giuliano De Marchi.
Com'è andata? «Il bilancio della spedizione appare positivo», ci racconta Antonella Giacomini raggiunta al telefono nel pomeriggio di ieri: «Abbiamo percorso molta più strada rispetto all'ultima volta, e con un tempo decisamente più inclemente». La scorciatoia per il passo del Viento ha ridimensionato l'itinerario progettato inizialmente, ma il racconto di Antonella, Nadia ed Eloise evidenzia come si sia trattato di una scelta obbligata dalla difficili condizioni atmosferiche: «La perdita della tenda principale implicava che potessimo tentare di raggiungere al massimo l'uscita all'altezza del ghiacciaio Upsala e solo con almeno 3 giorni di bel tempo», si spiega nell'ultimo comunicato diffuso giorni addietro dall'ufficio stampa.
«Pensavo di conoscere le bufere patagoniche, ma mi sbagliavo...», spiega ancora Antonella Giacomini che aveva già sperimentato i disagi dello Hielo Patagonico quattro anni fa. Sulla stessa linea di pensiero anche le altre due componenti della spedizione in rosa: «Ho scoperto una nuova potenza della Patagonia», è il commento a caldo di Nadia Tiraboschi; «Più di così non potevo avere dalla Patagonia, nel bene e nel male», sottolinea Eloise Barbieri. «Questa è la Patagonia», è la conclusione del comunicato: «Bella ma imprevedibile!»
martedì, 28 novembre 2006

LA TERRA PRIMA DEL TEMPO

postato da mauromazzetti alle 14:16 in alpinismo extraeuropeo
“E’ stato lo sforzo più duro che abbiamo mai sopportato in montagna”. Con queste parole il trio anglo-americano comprendente Jim Lowther, Mark Richey e Mark Wilford ha sintetizzato lo sviluppo e l’esito di una mini spedizione nella parte più orientale del Tibet. I tre speravano infatti di scalare per la cresta est [e per la prima volta] il Denang (6860 m), la vetta più alta della zona.
Caratteristica della montagna è quella di avere una parete verticale di oltre 3000 m di altezza, raggiunta dopo sei giorni di avvicinamento, l’attraversamento di due ghiacciai ed il superamento di due cascate di ghiaccio, il tutto inframmezzato da trasferimenti in profonda neve polverosa. Ma, 300 metri sotto la vetta, la loro progressione è stata fermata da un crepaccio che tagliava in due la cresta. Visto ormai che si era fatto tardi, i tre hanno tenuto un consiglio di guerra dentro il crepaccio: neanche la traversata tirolese che avevano attrezzato li ha convinti a proseguire. Le condizioni meteo “artiche” hanno invece suggerito loro di non rischiare, considerata inoltre la lontananza dal ogni fonte di soccorso [il termine inglese remoteness rende ancor meglio la distanza dalla civiltà n.d.r.].
Anche l’attesa di due giorni al campo alto (6200 m) non ha dato i frutti sperati: il cattivo tempo non ha consentito neanche di cercare una via alternativa. Meno male che l’humour anglosassone ha contribuito ad allentare la tensione: Richey ha infatti commentato come anche i viveri fossero alla fine, e come l’ultima razione giornaliera fosse rappresentata da tre colpi di tosse.
Nonostante il disappunto per la non riuscita della spedizione, i tre hanno aperto la via all’esplorazione di questa incontaminata ed affascinante regione, dove solo tre vette sono state salite, a fronte di oltre un migliaio mai scalate. Richey ha infine commentato come l’avvicinamento attraverso foreste primordiali e gorge scolpite da profondi flussi di acqua turchese li abbia portati veramente in una terra prima del tempo.
giovedì, 16 novembre 2006

PINK ICE VERSO LA PATAGONIA (#3)

postato da marcoconte alle 21:24 in alpinismo extraeuropeo
patagonia2La spedizione italiana Pink Ice sul ghiacciaio dello Hielo Patagonico prosegue approfittando del bel tempo e, per il momento, il vento sembra gonfiare le vele. «Dal 10 novembre il tempo è stupendo», leggiamo nel comunicato diffuso due giorni fa dall'ufficio stampa che segue a distanza i movimenti di Antonella Giacomini, Nadia Tiraboschi ed Eloise Barbieri: «In soli tre giorni le esploratrici della spedizione Rosa hanno percorso più di 70 chilometri. Il terreno in questa zona è abbastanza piano ed il paesaggio è uno dei più belli al mondo».
Le tre andiniste si trovano al momento attuale nei dintorni di alcune tra le montagne più famose del continente sudamericano: dal Passo Marconi, la porta di entrata più classica allo Hielo, si possono infatti ammirare Cerro Pier Giorgio, Fitz Roy ed infine lui, il tanto temuto "Urlo di Pietra" registrato ufficialmente all'anagrafe come Cerro Torre. Pur con qualche capriccio meteorologico, che non risparmia al gruppo qualche sporadica bufera di neve pesante ed umida, il gruppo procede con regolarità ad una quota di circa 1000 metri trascinando appresso le slitte.
La faticaccia portata a termine i primi giorni di novembre, quando Antonella, Nadia ed Eloise hanno finito di trasportare a spalle sul ghiacciaio oltre un quintale di materiale a testa, comincia solo adesso a diventare uno sgradevole ricordo del passato. «Anche se, grazie alla precedente esperienza di Antonella in Patagonia, le tre esploratrici avevano posizionato il primo campo il più in alto possibile e vicino al ghiacciaio per evitare l'aria umida, le precipitazioni provenienti dai fiordi cileni non hanno dato tregua». Prossimamente su questo schermo, il seguito della vicenda.

E NON LA VOGLIONO CAPIRE

postato da mauromazzetti alle 10:13 in alpinismo extraeuropeo
Con questa frase di Cesarino Fava, che ha anche dato il titolo ad un film di montagna, segnaliamo una prima salita in terre lontane [tanto per citare anche Bonatti].
Sono terre così lontane ma così vicine che precedenti notizie dello scorso maggio avevano coinvolto in aspre polemiche all’ultimo articolo/post.
Eccoci quindi in Tibet, massiccio montuoso del Genyen. Sono state salite per la prima volta due vette finora inesplorate [il Sachun ed il Phurpa, rispettivamente di 5970 e 5640 m]; gli americani Dave Anderson, Molly Loomis e Andy Tyson, insieme alla canadese Sarah Hueniken, hanno superato difficoltà molto alte, sia su roccia sia su ghiaccio, compiendo anche un’esplorazione accurata, ancorché non completata, di altre quattro vette della zona.
A leggere il sito relativo, sembra comunque che la preoccupazione principale, o meglio lo sforzo concettuale, sia stato quello di dimostrare come la spedizione abbia mantenuto ottimi rapporti con i 266 monaci del locale monastero di Rengo, vicino al quale è stato predisposto il Campo Base.
Ed ancora. Il team ha partecipato alla costruzione di un piccolo ostello, che dovrebbe facilitare la logistica della zona ed “agevolare la ricerca di fondi da parte del monastero” [testualmente dal citato sito].
Non riprendiamo la discussione, rimandando ad altri luoghi telematici e non un eventuale dibattito sull’aria fritta o sul sesso degli angeli. Ed a proposito di angeli e di salti arditi, se volete fare un giro qui.
giovedì, 09 novembre 2006

UNA STRANA CORDATA

postato da mauromazzetti alle 16:24 in alpinismo extraeuropeo
Come scrive il sito di Desnivel, la cordata che ha scalato il Chomolhari (7350 m, Tibet) era composta da uno strano mix; accanto a Marco Prezelj ed a Boris Lorencic, il vero primo di cordata è stato il forte vento, che li ha accompagnati per tutta la salita. In particolare i due alpinisti, che facevano parte di una nutrita spedizione slovena, hanno avuto ragione di forti difficoltà tecniche ed ambientali lungo il pilastro nord est, mentre gli altri salivano in prima assoluta la nevosa parete nord.
Ci sono infatti voluti sei giorni di attività, e soprattutto di resistenza alle intemperie, per disegnare questa linea su una montagna interessante e fotogenica. Niente di scontato, con bivacchi di fortuna scavati nel ghiaccio a forza di piccozzate, fino a 30 cm di neve cristallizzata dal vento, e considerato che i due hanno ripercorso la via di salita e non la cresta sud, troppo pericolosa.
Il veterano Prezeli ha così commentato: “Una scalata seria in generale, dove la logistica e l’improvvisazione tattica sono state probabilmente più importanti dei pur difficili movimenti di tecnica arrampicatoria”.
giovedì, 02 novembre 2006

PINK ICE VERSO LA PATAGONIA (#2)

postato da marcoconte alle 21:17 in alpinismo extraeuropeo
patagoniaL'avventura sullo Hielo Patagonico Sur entra nel vivo. Avevamo lasciato Antonella Giacomini, Nadia Tiraboschi ed Eloise Barbieri alla vigilia della partenza per l'America Latina e le ritroviamo oggi impegnate in un tratto particolarmente impegnativo della loro traversata, almeno dal punto di vista fisico. Le tre andiniste della spedizione Pink Ice hanno messo piede sul grande ghiacciaio continentale condiviso tra i territori di Cile e Argentina e stanno ora affrontando con pazienza e sopportazione i nemici più agguerriti di tutti i viandanti che si spingono da queste parti: intemperie, trasporto a spalle del materiale fin sulla "groppa" del ghiacciaio, soste forzate ed intoppi logistici di vario tipo.
Se escludiamo le comunicazioni telefoniche tramite apparecchio satellitare, Antonella, Nadia ed Eloise sono isolate dalla civiltà a partire dallo scorso 16 ottobre: in quella data hanno salutato Manrico Dell'Agnola e Paulo Landeros che le avevano accompagnate in barca nel punto più vicino al ghiacciaio Jorge Montt, cercando di schivare i grandi zatteroni di ghiaccio in agguato sull'acqua salata. Le gatte da pelare sono cominciate subito dopo. «In questo momento le tre esploratrici stanno combattendo una lotta di nervi», leggiamo nel comunicato diffuso oggi dall'ufficio stampa della spedizione: «Le ragazze hanno percorso quattro volte ogni tratto, hanno trasportato il materiale da campo a campo perché per ora non possono utilizzare le slitte».
100 Kg di attrezzatura a testa non devono essere pochi, anche dividendo il bagaglio e trasportando sulla schiena 25 Kg alla volta. Una volta terminato questo lavoro di trasferimento, come se non bastasse, perfino il proverbiale maltempo patagonico ha voluto mettere le cose in chiaro e far comprendere alle tre alpiniste chi comanda: «Mercoledì 1 novembre erano ferme da tre giorni per le avverse condizioni meteo: brutto tempo e vento. Durante la notte sono state costrette a continue uscite per liberare i teli della tenda dal peso di una neve pesante ed umida [...] Il clima di questo tratto è uno dei peggiori al mondo. Il continuo afflusso di aria umida che proviene dal Pacifico si incontra con l'aria fredda prodotta dal grande ghiacciaio e si condensa trasformandosi in pioggia o neve».
Gran parte delle spedizioni che in passato hanno affrontato lo Hielo Patagonico hanno gettato la spugna in questo punto, oppure hanno stretto i denti per arrendersi poco più avanti. Questa volta andrà invece a finire diversamente? Non possiamo che sperare in questo senso. Tra qualche giorno la prossima puntata.
martedì, 31 ottobre 2006

PASSEGGIANDO PER IL PAESE

postato da mauromazzetti alle 18:28 in alpinismo extraeuropeo
Nick Bullock e Jon Bracey, inglesi curiosi e giramondo, non stanno con le mani in mano e con gli occhi a terra. Al contrario, alzando lo sguardo appena fuori dal paese di Machermo, Gokyo, regione del Kumbu, Nepal, i due hanno pensato di avere le traveggole. A loro dire, sembrava di stare sotto il Mont Blanc du Tacul, gruppo del Monte Bianco, all’attacco del Supercouloir, affascinante e logica linea ghiacciata che sale fino alla vetta incuneandosi fra i pilastri rocciosi della montagna. Ovviamente i due non si sono lasciati sfuggire la ghiotta occasione e si sono dati da fare. Ne è così scaturita una salita nuova alla mai scalata vetta ovest del Phari Lapcha (6000m); il nome dato alla via è Snotty’s Gully, in ricordo dell’alpinista Sue Nott, sparita lo scorso maggio insieme alla compagna di cordata Karen McNeill sul Mt Foraker, Alaska, dopo aver scalato l’Infinite Spur, lo Sperone infinito.
Bullock e Bracey hanno salito 16 tiri in due giorni; anche in questo caso, a leggere la relazione, si riscontra come gli anglosassoni sappiamo prendere con umorismo e disincanto le difficoltà e gli ostacoli. Per esempio: “Nick (Bullock n.d.r.) non crede nell’acclimatamento; così un tiro assai difficile su ghiaccio gli è caduto pesantemente sullo zaino a circa 6000 m di quota” Oppure: “Il ghiaccio era sottile ma perfetto; due o tre denti [dei ramponi n.d.r.] hanno fatto presa come la gomma da masticare su di una scarpa da allenamento in una giornata torrida”. E via di questo passo.
Quando si dice dare del tu all’ironia [oltre che alla montagna].
lunedì, 30 ottobre 2006

LA PINNA DELLO SQUALO

postato da mauromazzetti alle 13:50 in alpinismo extraeuropeo
Dietro questo titolo si nasconde una grandissima impresa di alpinismo himalaiano: la prima salita della punta centrale del Meru (6300 m), situata nel Garwhal indiano. La linea sottile ed elegante del promontorio roccioso di questa vetta ricorda infatti l’ala dello squalo, quella che fuoriesce sempre dall’acqua per terrorizzare gli incauti bagnanti che sguazzano nelle acque americane.
Ma qui da sguazzare c’era proprio poco. I due Cechi Marek Holecek e Jan Kreisinger hanno arrampicato 13 giorni per quasi 2000 metri di dislivello (difficoltà dichiarate 7a, M5, 80°), chiamando la nuova via con il nome di Filkuv Nebesky Smich a ricordo di Filip Silhan, con cui Holecek aveva già tentato il Meru Central e che è morto nel 2001 sulle Alpi. Sempre in quell’anno, il Meru Central vede anche l’arrivo di Valeri Babanov, che al secondo tentativo si aggiudica la prima salita e prima solitaria di una via a destra dello sperone dello Squalo. Da segnalare che questa affascinante montagna ha visto negli anni ben 16 tentativi non andati a buon fine, compresa la spedizione leggera di Conrad Anker e C., che nel 2003 aveva salito i due terzi della via.
martedì, 24 ottobre 2006

E' MORTO TODD SKINNER

postato da mauromazzetti alle 17:37 in alpinismo extraeuropeo
Da climbing.com riprendiamo la notizia della morte di Todd Skinner, girovago verticale conosciuto principalmente per la prima salita in libera della via Salathè su El Capitan in Yosemite. Per saperne di più sul suo particolarissimo modo di vivere l'arrampicata, potete guardare sul sito personale.