Avevamo oramai le stringhe rosse agli scarponi, le più eleganti, quelle da esperti.
E se le nostre colonne d’Ercole, ai limiti del mondo conosciuto, restavano le due quinte rugose e speculari del Principe e del Molignón, avevamo però visto il sole delle otto di sera, d’oro e d’arancio, di rosa, proprio in faccia alla svolta appartata del Bergamo. Lungo la Val del Ciamìn. Con Re Laurino già in fuga per un altro Catinaccio possibile.
Cominciavamo anche a pensare alle ragazze diversamente. In particolare a due sorelle di Milano, delle quali non sapevamo il nome. Rimarranno per noi, per sempre, “le milanesi”. La loro famiglia era la sola foresta, oltre alla mia in vacanza nel 1967, a Vigo. Sicché le notavamo. La più carina delle due era la più giovane. Direi nostra coetanea. Ma mai le conoscemmo. Non dovevamo essere allora del tutto grandi se un pomeriggio, ancora attratti dall’innalzare dighe per gioco nel Ruf de Pantl, attrezzati di assi, carriole, vanghe, chiodi e martelli, onde evitare brutte figure c’incamminammo da Valle su per un viottolo a monte del paese e le incontrammo fatalmente nei prati a ridosso del cimitero austriaco mentre leggevano dei libri e ascoltavano dal mangiadischi, sopra un bel plaid scozzese, “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi: dalla vergogna per il modo in cui eravamo combinati non rispondemmo nemmeno al loro primo e unico, storico, “ciao”. Le milanesi... Un mito! L’estate scorsa i locali mi hanno confidato che la più giovane, la più carina, era tornata. La milanese... È tuttora graziosa e simpatica, dicono. Ha quarant’anni e passa in più. Due figli adulti. È affezionata come me, di me verosimilmente ignara, al posto. Ricordo il suo volto. Il suo ciao. La mia inadeguatezza. Oh, quanto l’amammo!
Le donne, quelle che separano, sarebbero venute più tardi avrebbe scritto Cesare Pavese. E infatti Rita non ci allontanò. Arrivò da Reggio Emilia, per due estati consecutive in Via Valle, a partire dal 1968. Una rivoluzione! Battei sul tempo Giorgio, Rudy, mio fratello maggiore e tutti gli altri. Loro, alle spalle, si ritenevano in guardia giù per Larzonéi. Lei davanti con me, mi dichiarai. Poi la baciai, un mese più tardi, alla vigilia della sua prima partenza. Nel bosco fitto fitto, di fianco al Massogrosso. Sbuffò: «Era ora!». Sostenne di avere avuto comunque un orgasmo. Come? Che cosa? L’anno dopo io saltai l’agosto a Vigo di Fassa e lei baciò stavolta Giorgio. Lui ricevette poi da lei delle lettere. Inutilmente gli chiesi di mostrarmele. Erano finite dentro ad un’antologia in cantina. Lei scriveva da Dio, lo sapevo. Avrebbe potuto comporre ancor bimba, assieme a François Truffaut, la sceneggiatura di quel capolavoro che è “Jules et Jim”. Mi sarei arricchito. Benché più piccola di noi stava un millennio avanti. Era rossa. Bella, ribelle. Una poesia. Quanto l’amammo! Di Rudy, che dire? Che solamente lui tra gli italiani stringeva l’eschimo verde con la cintura a mo’ di Sheridan (il Tenente) e che con la sua Lambretta finì una volta in fondo al Ruf de Vaél. Di lei, ancora, so che è passata recentemente da Vigo. Ha chiesto di noi. Lei è lei. Noi, informati, abbiamo glissato e non siamo probabilmente più noi.
Con i suoi tredici anni d’età Rita a Vigo di Fassa nel ’68, i Beatles troppo fighetti, c’iniziò ai Rolling Stones. Mio nipote a diciotto adesso, a Claut guarda “Naruto”. Diventeranno come per Martin Scorsese, gli Stones, la colonna sonora della nostra esistenza. A fine estate comprammo dall’Elettricista Póllam io e Giorgio, in ricordo di lei, Rita, il disco a quarantacinque giri “Piccola Katy”. La sola canzone decente, mi sa, del repertorio dei Pooh. Comprammo anche un trentatre giri, “Between the buttons”, lo ascolteremo per tutta la vita...
Nel 1970 assistemmo in giugno, a Vigo, alla semifinale dei mondiali di calcio trasmessi dalla televisione. Esultammo dopo il memorabile 4 a 3 inflitto dalla Nazionale alla Germania nello stadio Azteca di Città del Messico, intanto che il panettiere tedescofilo Ottone, papà dell’emergente fuoriclasse dell’arrampicata Tita Weiss, si disperava. Ci deprimemmo poi al 4 a 1 subìto dal Brasile in finale, mentre il vecchio Ottone – grrr! – si consolava. Decidemmo di reagire e partimmo a piedi nel cuore della notte per vedere sorgere il sole dallo Sciliar. L’avremmo attraversato interamente al buio, il Rosengarten, per rifarci della delusione degli Azzurri! Alla Sella di Ciampàz, tuttavia, sentimmo degli strani versi. Nitrivano i cavalli al pascolo, liberi e nervosi, ci avvertivano. Meglio tornare. Cascavamo dal sonno ed eravamo dei ragazzi, dei mona, delle seghe. Non ancora delle bestie... Ripiegammo per i prati e il bosco al Passo di Costalunga e per la Grande Strada delle Dolomiti ideata da Theodor Christomannos, felici di tagliare le curve senza il traffico a quell’ora, di respirare l’aria montanina e di essere almeno a un passo dai campioni, rientrammo smaltendo la sconfitta prima dell’alba a casa.
Poi aprì l’ufficio della neocostituita Azienda di Soggiorno. Sotto al campo da tennis dell’Albergo Corona. S’intravedeva dalla vetrina un tradizionale costume ladino e uno chignon bellissimo, erano di Marugiana, sorella di Tita e morosa al momento di mio fratello, il maggiore. Ci regalò, Marugiana, il manifesto della prima Marcialonga in programmazione. Io lo guardai storto, m’insospettii. Preferivo il Dottor Zeni e il Fachiro, la Roda non ancora ferrata e i prati verdi o bianco immacolati. Già, i prati... Negli anni ’60 valevano mille lire al metro quadro, nei ’70 si vendevano a quarantamila. E negli ’80, dopo diversi fienili bruciati non più a causa dei fulmini, a me che di tanto in tanto ritornavo in paese e domandavo: «Cos’è ’sto nuovo schifo?», rispondevano: «Luca, guarda che quassù adesso non viene più da fuori soltanto chi amava la montagna come voi, ma arrivano anche e soprattutto quelli che in passato andavano a Rimini!». Quelli che s’ammassano e consumano. Che hanno e non sono. Lo scenario si stava modellando d’altronde e ovunque, in Italia, attorno a un tale Silvio Berlusconi...
Aprì a Vigo di Fassa la pizzeria La Grotta, niente di che ma era quasi come da Arnold’s. Aprì Salìn a Pera, un ristorante per giovani insaziabili. Aprì la Cantinetta a Campitello per le birre, per i maccheroncini alle due della notte. Della discoteca Le Streghe verso Canazei, a una generazione che succedeva alla Legge Merlin e che tuttora è ricalcitrante al trentennale riflusso, gliene importava poco.
A diciott’anni Giorgio prese la patente. Suo padre nel contempo cambiò la macchina e portò a Vigo una K70, l’ultimo modello della Volkswagen di un arancione fiammante. Gli chiedemmo di farcela provare per un giretto di mezz’ora a Carezza. Lui acconsentì e a quel lago c’era la solita ressa, c’erano i turisti a fotografare un Latemàr che ancora si specchiava e c’eravamo noi che lì ci tuffavamo fin da bambini e avremmo voluto spiccare il volo. Ci spingemmo avanti un altro po’, lungo la Val d’Ega rinserrata nel porfido, sino alla nostra Bolzano. Quindi al Lago di Garda per trovare un’amica. Alla mia Milano. A Valtournenche per salutare il Castoro. Le Grandes Murailles innevate, il Breuil, il Cervino. Tornammo il giorno appresso dopo due piccoli tamponamenti in coda, in autostrada, perché distratti ascoltavamo all’autoradio una cassetta di Cat Stevens. Il padre di Giorgio ci fulminò con gli occhi ma non ci disse nulla. Altro che i Cesaroni!
Al Vaiolet continuavamo comunque ad essere di casa. Ci salivamo due o tre volte alla settimana, nel corso dell’estate, caricando gli zaini di qualche libro scolastico. Eravamo rimandati a settembre in alcune materie, infatti, regolarmente. Io in lingua inglese, ad esempio. Giorgio in tedesco, ovviamente. Ci piazzavamo sopra il Re Alberto, lungo la gradinata ai piedi della Stabeler e della Winkler. Ci preparavamo agli esami di riparazione e ammiravamo gli scalatori impegnati sullo spigolo della Delago. Giorgio chiedeva a me, che non capivo un’acca di alemanno, di controllare sul suo testo se ripeteva correttamente a memoria un certo brano: Friedrich Schiller. Er war ein deutscher Klassiker. Er wurde im Jahre siebzehnhundertneunundfünfzig geboren... Era la volta degli arrampicatori: – Molla tutto! Recupero! Parti! –. Ritornavamo necessariamente ai libri e lui replicava l’arduo pezzo a raffica. Alzavamo di nuovo la testa e sognavamo di essere lassù in cordata. Diventeremo, addirittura per mestiere, degli alpinisti. Tuttora ricordo quel brano impronunciabile: Friedrich Schiller. Er war ein deutscher Klassiker...