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venerdì, 29 febbraio 2008

ARMANDO ASTE, UN DISTINTO SIGNORE ALPINISTA

postato da gabrielevilla alle 22:56 in storie, storia dell alpinismo

Ricordo ancora con nitidezza l’emozione che serpeggiò a Pecol quando si seppe che “… via dal Bruno l’è arivà l’Armando Aste”. Mi è difficile dire quale fosse l’anno esatto, ma doveva essere attorno alla metà degli anni ’70 e, proprio perché ero là anch’io, doveva essere estate. Fingendo una certa noncuranza ero andato a casa da Bruno e così avevo potuto conoscere personalmente il forte alpinista roveretano, intento a chiacchierare tranquillamente con l’Elvira, la mamma di Bruno. Aste allora aveva una cinquantina d’anni e mi era apparso come un distinto signore (nonostante l’immancabile camicia a scacchi), molto posato, educato e gentile, oltre che (ma questo lo sapevo dai libri e dalle riviste di montagna) un grande alpinista. Probabilmente aveva ancora qualche sogno alpinistico da realizzare ed era venuto a Pecol per conoscere quel giovane “emergente” che senza tanto sbandierare la sua attività in giro era riuscito a far parlare di sé con le sue realizzazioni in roccia, per capire se ne poteva nascere un’intesa di cordata. Di recente ho avuto occasione di parlare con Bruno e gli ho chiesto di raccontarmi qualcosa di quel periodo in cui ha fatto cordata con Armando Aste ma mi ha risposto laconicamente “…eh, mi no me regòrde. Non ho mai scritto niente io, era mio fratello Giorgio che scriveva. Devi chiedere a lui…”. Conoscendolo da una vita non mi sono meravigliato più di tanto della sua risposta, mi sono solo rammaricato di non avere scritto in quegli anni tutte le avventure che mi ha raccontato delle sue scalate; mi accontentavo semplicemente di divertirmi ad ascoltarle ed a fantasticare attraverso di lui. Una volta però entrai, anche se in forma molto marginale, in una di quelle scalate il cui obbiettivo era nientemeno che la parete nord ovest della Civetta. Era forse quello uno degli “ultimi problemi” della parete, come si usava dire enfaticamente in quegli anni? Io non lo potevo sapere allora, avevo semplicemente accettato più che volentieri di fare il “portatore” alla cordata Armando Aste - Bruno De Donà - Guido Pagani, assieme ai miei cugini ed a Gianna la sorella di Bruno. Per quanta buona memoria si possa avere non è possibile tenere memorizzate tutte le giornate di una vita per riprenderle a distanza di anni, come in un file archiviato in computer, perlomeno non nelle azioni più consuete e abituali, per cui rimangono impressi piuttosto certi particolari e attraverso quelli, ed altri che si possono dedurre, si arriva a ricomporre il ricordo in maniera organica. Ricordo che andammo a Malga Pioda in auto ed io di certo con la mia “cinquecento” (allora gli impianti di risalita a fune di Pian di Pezzè non erano ancora stati realizzati) e rivedo il gruppo che riposa al sole sulla terrazza del rifugio Sonino al Coldai prima di prendere il sentiero per la Val Civetta. Doveva essere la tarda primavera e non ricordo la fatica di quell’avvicinamento, nemmeno come ci fossimo ripartiti i carichi, ricordo piuttosto un saccone da recupero dei materiali, di quelli che avevo visto in certe foto di libri o riviste di alpinismo. Ricordo anche l’emozione che provai quando ci fermammo sotto l’imponente parete nord ovest e mi sembrava impossibile che qualcuno pensasse di poter andare su di lì, ma quello era “l’alpinismo” che tanto mi affascinava e che ancora non praticavo. Ancora nitidamente vedo Armando Aste che apre il saccone dicendo di voler fare “un ultimo controllo” all’interno e poco dopo dicendo, più o meno, “cos’è ‘sta roba?” lanciare nella neve un pacchetto lungo e lucido. Bruno e Guido guardarono quella “cosa” lucida scivolare sulla neve e ancora ne ricordo l’espressione “sofferta” perché si trattava di un’intera stecca di pacchetti di sigarette che loro due, fumatori incalliti, avevano inserito all’ultimo nel saccone, io credo all’insaputa di Armando Aste. Non dissero nulla e si apprestarono a salire mentre noi “portatori” rimanemmo a faccia in su a guardare l’inizio della loro scalata. Aste ci diceva di andarcene con una certa insistenza, sembrava che avesse fretta di staccarsi da noi per rimanere in solitudine al cospetto del “problema” che tentavano di risolvere. Non gli demmo retta e rimanemmo fino a che non lo vedemmo salire recuperato da Bruno e Guido che erano già sopra un tiro di corda. Un’altra cosa che ricordo con precisione è che ad un certo punto lo vidi appoggiare un ginocchio alla roccia e siccome rimasi sorpreso di questo credo fosse il 1976 perché quella sorpresa era di certo frutto dei primi insegnamenti che avevo ricevuto nelle uscite con il Cai nell’autunno dell’anno precedente. Col tempo imparai che, a volte quando si ha fretta di salire, succede anche di appoggiare un ginocchio se si è assicurati dall’alto e non ci si dà il tempo di ragionare sul passaggio da superare e quel gesto che mi aveva quasi “scandalizzato” allora rientrò nella sua veste di umana normalità. Dopo ulteriori inviti che giunsero dall’alto a gran voce ci decidemmo a rientrare verso il Coldai e lasciammo i tre nella solitudine della loro avventura. Non ricordo altro di quella giornata e della scalata so solo che non fu portata a compimento. Rientrarono, credo dopo un paio di bivacchi, e non so se per problemi tecnici o per il sopraggiungere del cattivo tempo. Però, ricordando l’espressione delusa di Bruno e Guido nel veder volare nella neve la stecca di sigarette lanciata da Armando, mi sono sempre chiesto se quella stecca per loro non fosse stata più importante e utile di una mazzetta di chiodi da roccia e se in qualche modo non fosse stato uno dei motivi ad avere influito sulla decisione della rinuncia e del ritorno da quella scalata.

 

Oggi, sfogliando la guida alpinistica “CIVETTA” di Oscar Kelemina, credo di non sbagliare a ritenere che quel tentativo sia stato ripreso e portato a compimento da un‘altra cordata molto forte e nota in ambito alpinistico.

Punta TISSI – Quota I.G.M. 2992 – Parete nord ovest – Via del pilastro.

Sergio Martini – Paolo Leoni – Mario Tranquillini dal 17 al 24 luglio 1976

Sviluppo 1346 metri. Difficoltà 6°, A2 e A3. 

giovedì, 28 febbraio 2008

A UN PASSO DAL NULLA

postato da mariocrespan alle 08:54 in ritorni a valle
Nubi sulla Marmolada di Mario CrespanAvevamo dormito su due vecchi materassi, nel sottotetto del vecchio Rifugio al Passo Gardena, ed ora stavamo distesi sui dolci prati adiacenti la strada. Guardavamo la dentellata teoria dei Cir beatamente oziando al sole tiepido nella limpida mattina.
– E se andassimo sul Camino Adang? – buttai lì all’improvviso, quasi per ridere.
Adriano rimase zitto, continuando a godersi la luce e il tepore. Erano tutte le nostre ferie, quelle. Cominciate due giorni prima, si sarebbero concluse l’indomani, mercoledì. E giovedì lui avrebbe ricominciato a vendere occhiali e macchine fotografiche, ed io avrei ripreso a disegnare autoclavi, coi boccaporti e il fondo bombato.
Inseguivo allora – estate 1961 – le ascensioni “classiche”, vie dolomitiche note per storia e bellezza, invariabilmente di IV grado. Esse stavano a mezzo fra le vie normali – tutte di II grado – e le vie estreme – tutte di VI superiore. Dal canto loro, i gradi dispari sapevano di indefinita ipocrisia: il V aggiungeva serio impegno alla scioltezza delle medie difficoltà, rimanendo però al di sotto dell’estremo; il III imbastardiva le vie normali con qualche passo appena più scabroso e banalizzava lunghi tratti delle “classiche” citate; il I, infine, era talmente facile da non meritare nemmeno il più piccolo accenno.
Tre giorni avanti, sabato pomeriggio, avevamo approfittato di una gita del CAI per portarci al Rifugio Falier, accolti dal caro Nino Dal Bon. La domenica il mio compagno, dopo aver assolto l’impegno di capo-gita sulla ferrata della Marmolada, mi aspettò in vetta quando nel pomeriggio avanzato, con altri due amici, uscii dalla “Tomasson” della parete sud. Adriano ed io avevamo deciso in partenza di rimanere in zona, poi, con pochi soldi e senza alcun programma, assecondando l’istinto del momento quanto a cime o sentieri. A Campitello, la sera, trovammo un buco per dormire e la mattina del lunedì salimmo tranquilli al Col Rodella per poi scendere al Passo Sella. Qui, oramai verso mezzogiorno, consultai una “Castiglioni” presso il rifugio del CAI e reperii una via che mi parve giusta per il pomeriggio avanzante: Prima Torre di Sella, via Trenker, un tiro di IV e III il rimanente. Fu un divertimento e sulla vetta mi feci un sonno profondo, disteso al sole. Poi, lemme lemme, ci incamminammo alla volta di Passo Gardena.
 
Adriano avrebbe voluto chiedere qualcosa del Camino Adang ad una guida, ché di me – non avevo neanche vent’anni e lui, quasi un fratello maggiore, mi sorpassava di tredici – non si fidava troppo, tanto più che ignoravo i dettagli della via. Ma di cosa avevamo bisogno? Più evidente di così… Il camino andava dritto dalla base alla cima, impossibile sbagliare. Sapevo solo che c’era uno strapiombo da vincere con piramide umana circa a metà, l’avevo visto su un libro di Guido Rey. Ma intanto Adriano aveva scovato un ragazzotto del luogo che conosceva la via, il quale mi invitò a comprare una cartolina col Gran Piz da Cir mentre lui andava a procurarsi un’odla, cioè un ago. “Ecco spiegato il nome delle Odle!” pensai. Quando fu di ritorno, egli tracciò la via sforacchiando la cartolina con l’ago, in sincrono con la sua descrizione: guardandola in controluce si accendeva una serie di puntini luminosi. Ingegnoso sistema.
– E il passaggio della piramide? – chiesi.
– No, quello non lo fa nessuno… Ecco come devi fare.
Mi suggerì di traversare a sinistra per qualche metro, poi su in verticale fino a rientrare in camino, sopra lo strapiombo. Classica manovra di aggiramento. Poco dopo, pigramente, salivamo i prati assolati e il canale che immetteva all’imbocco del camino. Al passaggio-chiave effettuammo l’aggiramento consigliato e tutto andò per il meglio. Più in alto, da un ripiano, vidi con una certa apprensione il camino diventare dritto, liscio, tetro e coperto di muschio. Oh cavolo, ma possibile che… no! La cartolina, subito levata al cielo, fornì la soluzione: uscire sulla destra. Benissimo. Un paio di tiri su una bella parete inclinata e solida, al sole e poi, rientrati in camino, la vetta. Soddisfatti della via e dell’ottima qualità della roccia, ci disponemmo a rimirare un fantastico e affollato orizzonte di cime, assieme ad alcuni escursionisti saliti per la via normale. Tra questi un signore di una certa età, lì seduto col suo taccuino di schizzi, intento a ritrarre il Sassolungo. Ne rimasi incantato.
Non potevamo immaginare, e accadrà solo un anno più tardi – 1 ottobre 1962 – che la nostra bellissima arrampicata su roccia ottima stava per frantumarsi e crollare. Nella scala dei tempi geologici un anno non è che un breve istante. La colossale frattura era di certo già formata, non mancavano che gli ultimi punti di distacco onde avvenisse il crollo fatale. Noi avevamo inconsciamente calcato rocce oramai condannate. Quando lessi il trafiletto di commiato scritto da Piero Rossi su Le Alpi Venete non pensai minimamente a quanto avevamo rischiato, fui unicamente molto dispiaciuto per la notizia: una delle “classiche” più originali delle Dolomiti si era dissolta. Il camino era bensì rimasto ma la vecchia via di Adang, Rudiferia e Pospischil del 1901 ne uscì profondamente sconvolta. Ora il tratto centrale era ridotto a una sottile fessura, su roccia ovviamente instabile. I primi che osarono percorrerla – a soli otto mesi dal franamento, 26 maggio 1963! – furono Mario Senoner e Karl Runggaldier, i quali dichiararono difficoltà fino al VI.
La sera stessa raggiungemmo il Rifugio Pisciadù. L’indomani ci contentammo di attraversare il Piz Boè, calando poi allegramente su Passo Pordoi. Da qui, con varie tratte di autostop, tornammo a casa.
 
Rimangono quei quattro giorni luminosi e sereni, noi vagabondi squattrinati, un ricchissimo alpinismo di povertà. Ma anche un punto di non ritorno per il crollo imminente, un après moi le déluge portatore di uno sconsolato senso di perdita per le rocce amiche che, al pari di noi, si trasformano e muoiono, o così sembra. Perché permangono incerti i confini del vivere, un gioco di mutazioni chimico-fisiche ed energetiche il cui flusso proviene da origine ignota ed evolve chissà dove e chissà quando. E rimane quella figura calma di uomo anziano, sulla cima del Gran Piz da Cir, impegnato a muovere la matita sul suo blocco schizzi. Come altre volte mi è capitato in montagna in occasioni particolarmente intense, sono convinto che ero io stesso – proveniente dal futuro – la persona china sul disegno. Ancora adesso sento che, quando mi accingo a ritrarre montagne en plein air, essa da lontano lievemente si materializza, si sovrappone a me e mi guida la mano.
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sabato, 23 febbraio 2008

NUMERI E CRISTALLI DI NEVE

postato da gabrielevilla alle 00:22 in storie

Fine Luglio 2007. Un lungo percorso in corridoi di ospedale, poi due rampe di scale, infine un cartello sopra ad una porta a vetri, "Chirurgia Generale”, ancora un corridoio, la stanza 4, il letto 16. Fuori dalle finestre il caldo estivo, dentro il ronzare del condizionatore e la preoccupazione di un imminente intervento chirurgico, l’attesa degli esiti della biopsia, infine la “vecchia madre” torna a casa. Seguono le prime notti di “bivacco” sul pavimento di cucina, gommapiuma e sacco a pelo leggero perché qui non fa freddo come in montagna, poi il lento recupero, gli esiti confortanti ed il ritorno ad una conosciuta pur se condizionata normalità, perché si sa e lo diceva anche una vecchia canzone di tanti anni fa: “… gli anni passano, le mamme imbiancano…”.

 

Lunedì 3 dicembre 2007. Un tentativo di scippo subito proprio davanti a casa, la caduta rovinosa a terra e… ancora ospedale, questa volta “Chirurgia Ortopedica”, stanza 2, letto 14. Fuori dalle finestre il freddo invernale, una settimana immobile in un letto in attesa che il fisico smaltisca gli anticoagulanti e possa accedere all’intervento di ricostruzione del collo femore fratturato; poi l’intervento, i buoni esiti, una ripresa che sembra meno lunga e complessa di quanto inizialmente temuto. La denuncia ai Carabinieri, poi giorni di telefonate, al fisioterapista, al medico di base, all’Assistente Sociale, alle ditte di ortopedia per prenotare un girello in affitto, all’ACER perché mandino un idraulico ad aggiustare il tubo dell’acqua che alimenta la lavatrice che ha pensato bene di rompersi, e la pensione da ritirare, le bollette da pagare. Poi il quotidiano viaggio al San Giorgio, (un centro di riabilitazione motoria della cui eccellenza Ferrara si può vantare a livello nazionale), i viaggi con il pullmino del Comune, la carrozzina per arrivare alla sala 17, piano 1, dove c’è la fisioterapista per la riabilitazione.

 

Domenica 13 gennaio 2008. Quando sembra che le cose comincino ad andare per il verso giusto, e ci si riesce a ritagliare un fine settimana per ritornare alle agognate montagne, al rientro da una ciaspolata sociale, una telefonata a casa della “vecchia madre” da un’area di sosta che non riceve risposta… una seguente alla moglie per sentire notizie… un invito, “mettiti seduto”… è caduta… stamattina… rotto l’altro femore, è in ospedale… Ancora ospedale, reparto “Medicina d’Urgenza”, stanza 8, letto 20, provvisoriamente. Il giorno dopo ancora “Chirurgia Ortopedica”, stanza 3, letto 21. Ricomincia l’avanti e indietro, le telefonate, stavolta per disdire gli appuntamenti: l’Assistente Sociale, l’autista del pullmino comunale, la fisioterapista del San Giorgio e ancora la pensione da andare a ritirare, le bollette da pagare.

 

Sabato 19 gennaio 2008. Sveglia alle cinque e via in auto verso la montagna. Oggi sarà pausa, sarà neve, sarà sole e spazi liberi. Tutto ancora da guadagnare però perchè l’autostrada è chiusa per un incidente e si gira per tangenziali a Padova nel buio e nella nebbia fitta, ricacciando la voglia di tornare a casa e imprecando contro quella che quasi amichevolmente chiamiamo “sfiga”. E’ quasi mezzogiorno quando, parcheggiata l’auto, si parte, ciaspole ai piedi e bastoncini alla mano imboccando il sentiero con segnavia 20 B e questo sarà l’unico numero a caratterizzare la giornata. All’una del pomeriggio usciamo dal bosco per sbucare sull’altopiano del Pralongià, una distesa di neve immacolata, il sole un po’ velato, ma tutto che brilla intorno e lo sguardo che spazia lontano senza trovare ostacoli. Qui non ci sono letti, barelle, girelli per infermi, medici o infermieri; non ci sono nemmeno stanze nè i numeri identificativi delle stesse e dei letti in cui giacciono anime sofferenti. No, qui proprio non ci sono numeri. Qui ci sono spazi liberi, montagne imbiancate a perdita d’occhio, aria pura da inalare, neve immacolata da calpestare con le ciaspe, cristalli che luccicano al sole come piccoli gioielli, senza valore se non per chi li sa apprezzare e goderne la bellezza. Un piccolo paradiso da gustare con ancora maggiore intensità rispetto al solito perché, visti gli antefatti, è diventato più difficile da raggiungere e quindi più desiderato, ancora più prezioso e importante. Qui si può ritrovare la pace, momentanea, ma pur sempre pace. Si può godere di una pausa rigeneratrice, di un momento di riposo per respirare a pieni polmoni e poter riprendere con più fiato e maggiore vigore la corsa della vita.

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martedì, 19 febbraio 2008

DEPRESSIONE

postato da mariocrespan alle 10:08 in ritorni a valle
Longerini di Mario CrespanEcco, arriva Roberto, come aveva promesso. China un po’ il capo passando l’architrave della porta ed entra in cucina. Tutte le porte, qui, hanno un’altezza di un metro e ottanta, perciò chi è più alto – è il caso di Roberto, appunto – deve abbassare la testa se non vuole prendersi una bella zuccata in piena fronte. Egli si avvicina alla grande stufa, fabbricata a Dosoledo nel 1908. Quasi si trattasse di una persona che da tanto voleva incontrare vi concentra lo sguardo con intensa ma rattenuta partecipazione, che si stempera in un prevalente atteggiamento da conoscitore e da studioso. Solleva i cerchi e scruta l’interno del focolare, poi prosegue l’esame nelle parti rimanenti, non tralasciando accessori e finiture. Artigianato ruvido, ma non privo di eleganza. Non dice parola, Roberto, ma dai suoi occhi pare diffondersi un delicato umore di ritrovata appartenenza. Un intrecciarsi di stagioni fredde, costruite e accentrate sul fuoco – fuoco indiscusso signore – che, da anni remoti, sono colte e ricondotte ad unirsi agli aliti della gioventù ultima del Duemila.
È figlio della Giuliana, Roberto, e ne ricalca la struttura longilinea, esile in apparenza ma, al pari di molti montanari, capace di una carica interiore di energia espressa in movenze calme e avvedute. Dopo generici studi commerciali e un assaggio universitario a Scienze Forestali, non seppe prolungare la lontananza e ritornò in Comelico. Si sa, le vocazioni si formano per arcane alchimie in cui giocano spesso casualità e istinto. Per Roberto il ritorno in valle significò formazione consapevole di una scelta, accertamento di un legame effettivo per la sua terra di origine che abbracciava storia e storie, arti e mestieri, e montagne infine.
Roberto ama percorrere le montagne di casa, poste all’estremo orientale del Cadore. Non è transitato attraverso nessuna scuola di alpinismo, nessun CAI, nessuna formazione altrimenti autorizzata ma è spontaneamente trascorso dal bosco ai costoni, e da questi alle cime. Quasi riconoscesse in quello delle montagne il medesimo percorso di vita di ogni giorno vissuto qui, prossimo al canto sorgivo del Piave e impregnato di parole e di oggetti, di movimenti e di cieli. Certo non poteva sottrarsi all’accerchiamento di internet, al parossismo del traffico, alla travolgente e sudicia etica del denaro, all’assordante volgarità televisiva. Ma, forse, tali frenetici abbagli poco hanno potuto su di lui se si è rivolto al restauro di mobili con passione autentica di storico, si direbbe, prima ancora che di artigiano. Come volesse ritrovare in ogni oggetto – piattaia, credenza, stufa, tavolo – il filo di una continuità capace di animare, assieme alla sua, la vita di quegli stessi oggetti. E avvertendo in uomini, animali, piante, perfino nelle umili pietre e, ovviamente, nelle montagne, un medesimo flusso vitale, misterioso e tuttavia percepibile.
– Allora – gli dico mentre è intento all’accurato esame della stufona – sei stato poi sui Longerini?
– Sì – risponde, preciso anche nell’oronimo – Crode dei Longerìn, Cima Nord.
– Accidenti! – esclamo – Non ci va nessuno lì, troppo friabile!
– È vero – osserva sottovoce – bisogna stare attenti…
– Avete trovato segni di passaggio?
– Due bolli rossi sbiaditi all’inizio del canale, poi più niente.
So che ha l’abitudine di salire le cime nel modo più semplice e naturale, con un amico ma senza legarsi, procedendo secondo intuito e mettendo attenzione. Un’attenzione diversa da quella impartita nei corsi di arrampicata. Non una filza di sussiegosi precetti, ma qualcosa che viene da dentro e da lontano, attinto dal ciclo delle usanze e da questo distillato in atavica accortezza montanara. “Bravo Roberto, continua così, ma torna a casa a raccontarmele, le tue salite”, vorrei dirgli. Raccomandazioni inutili.
 
Il padre di Roberto, da ex impiegato postale, non aveva accolto con entusiasmo l’idea di un figlio artigiano, decoratore e restauratore. Al pari di molti genitori inseguiva per i figli la sempre più rara prospettiva dell’impiego fisso, magari nei corpi militari o paramilitari. La prima occasione che venne a tiro fu un concorso per entrare nella Polizia. Pochi posti per molti aspiranti, come è consuetudine, ora più di una volta.
Roberto non voleva fare il poliziotto. Era assai perplesso su divisa, manganello, tenuta antisommossa. Perché non lo lasciavano andare per la strada che aveva scelto, contento di rimanere in valle, tra le sue montagne? La prudenza del carattere, comunque, lo indusse ad accogliere le ragioni del padre, e ad affrontare i vari test di ammissione. Contrariamente alle sue speranze, Roberto li superò uno dopo l’altro e già si vedeva piombare addosso una vita che sentiva del tutto estranea: ne aveva avuto conferma durante le prove, a contatto con ambienti, uomini, coetanei come lui in lizza per essere arruolati. Ma oramai era trascinato da quel meccanismo perverso e, via via che il tempo passava – a somiglianza della manzoniana monaca di Monza – egli, costernato, vedeva avvicinarsi il momento in cui sarebbe stato poliziotto per sempre.
Mancava solo il colloquio con lo psicologo. Praticamente una formalità dato che Roberto, nel suo modo di porsi, esprime equilibrio ed autonomia di giudizio. Una volontà di leggere il mondo in forma non banale, né superficiale.
– Ti vedo assorto – obiettò tuttavia lo psicologo – hai qualche preoccupazione?
– No – rispose Roberto.
– Eppure c’è qualcosa in te che non mi convince…
L’esaminatore sentiva su di sé gli occhi profondi del giovane, e certamente non vi avvertiva la sicumera vuota e cattiva dello squadrista, né il cipiglio ottuso del picchiatore, né traccia alcuna di servilismo. Forse si sentiva addirittura giudicato, soppesato da uno sguardo che prometteva pensiero più che azione, volontà di comprendere più che di eseguire.
– Ho capito – concluse allora lo psicologo – tu sei depresso.
– Depresso? – si stupì Roberto – Non credo proprio di esserlo…
– No, ascolta me, li conosco i sintomi. La depressione è una brutta bestia. Cerca di curarti!..
Non si può scartare qualcuno perché dimostra di essere intelligente e problematico. Ma se è depresso ciò diventa possibile, almeno per la Polizia, a quanto sembra. Perché Roberto – con suo intimo sollievo, e con grande delusione del padre – fu rimandato a casa davvero. 
 
Sulla parete ovest della Terza Grande che, alta e imponente, si vede ardere al sole pomeridiano sul fondo di Val Frisón sale una bella via di II e III grado. È una linea naturale che sbuca alquanto a nord dell’anticima. Aerea e luminosa è la successiva cavalcata di cresta fino all’anticima medesima, dalla quale occorre poi scendere e guadagnare la vetta. Talmente risulta logica e panoramica la via che qualcuno non ha saputo resistere al desiderio di segnarla con frequenti bolli rossi, deturpandola senza rimedio. Non sarebbero bastati gli onesti ometti?
– Dove andrete domenica? – chiedo a Roberto.
– Faremo la “via a bollini” sulla Terza Grande – dice.
– Bravi, fate bene, vi divertirete – commento – di sicuro è più solida dei Longerìni…
Prima di andarsene Roberto, chiaro e pacato, espone gli ipotetici giochi dei fumi nella stufa e suggerisce di costruire una piastra di chiusura, onde sfruttare al meglio il calore residuo.
Proposta accettata, naturalmente.
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domenica, 17 febbraio 2008

AL VAIOLET 2/10

postato da lucavisentini alle 14:17 in il paese

Eravamo liberi di spaziare illimitatamente a monte. Ché i pericoli se mai venivano da giù, dalla statale, dalle città degli uomini. Ché la montagna stessa, se impari a conoscerla da piccolo, è una ricreazione. Alloggiavamo in quella nostra prima stagione a Vigo nell’abitazione più elevata del paese, un paese non ancora votato spudoratamente al turismo, alternandoci nei letti noi bambini, testa e piedi, con i nove figli del macellaio.

Oltrepassato subito fuori di casa il letamaio che io ricordo profumava rispetto ai concimi chimici di adesso, dribblate le boace fresche con la scia e gli schizzi che le vace prima e dopo il pascolo diffondevano sul porfido dell’erta via Santa Giuliana, ogni giorno era un mondo. Al lavatoio, vicinissimo, stava il mare. Più in là di un edificio isolato da cui un mattino un matto aveva scagliato i piatti in strada intimorendoci scorreva il torrente, il Ruf de Pantl, dove ricavavamo dai salici gli archi e le frecce, dove alzavamo le dighe con migliaia di sassi fin quando trovammo al loro posto dall’oggi al domani dei blocchi giganti e affermammo: «Li ha portati Nembo Kid!». Altrimenti andavamo a fieno rinvenendo le vipere falciate e giù dal carro che ci riportava nel fienile volammo in curva un dì sbattendo il capo sul selciato e procurandoci una commozione cerebrale e una fiera benda alla Rambo. Giù dal colle dove sorgeva il cimitero militare austriaco ci lanciavamo con un cartone sotto il sedere, nell’erba rasa e ripida, all’impazzata. Fin su alla chiesa della santa che volando in cielo passò dalla finestra dell’ardito Croz ci recavamo spesso a consumare la merenda, nonché la sera della madonna di agosto, in processione, con certe fiaccole che inclinavamo apposta per incendiarle tutte d’un colpo e suscitare gli improperi del prete e delle beghine. Cercavamo di continuo un rifugio segreto in qualche sottosuolo disabitato, oppure nell’antro che chiamavamo “La tana della volpe” o sulla cava abbandonata in cima ad uno scoraggiante ghiaione. Dopo cena Donato Zeni, il dottore che poi precipitò dalla prima Torre di Sella e al quale hanno dedicato un bivacco fisso in mezzo alla Vallaccia, calava un lenzuolo da un balcone della piazza e ci mostrava le diapositive delle Dolomiti e del Gasherbrum IV. Talvolta ci spingevamo a piedi sino a Tamion dagli Zuccolo o sino alla Malga Alloch, oltre l’Avisio, per riempirci di panna montata. E con i genitori non mancavano le puntate al Col Rodella, alla Villetta Maria al Pian Trevisan e, dopo le vomitate lungo i tornanti del Pordoi o del Falzarego (sul Tre Croci no perché non avevamo più niente da spendere), a Misurina...

Scoprivamo a quel tempo il fascino del Tour de France. Ne seguivamo le tappe seduti per terra in massa, un Lemarancio o un Fiordifragola come gelato, davanti alla televisione pubblica dell’ex Albergo Cervo. Poi un bambino dalla farmacia di allora, all’incrocio tra la piazza di Vigo di Fassa e l’imbocco della via Santa Giuliana, partiva gasato ogni centoventi secondi per la prova a cronometro. Una cronometro un po’ particolare dato che nel bosco, impauriti, ci raggruppavamo. Procedevamo così tutti assieme, fino all’approssimarsi del Ciampedìe. Quindi lo scatto, la volata e l’agognato traguardo, le torri!

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sabato, 16 febbraio 2008

CHI È L’ALPINISTA PIÙ FORTE?

postato da gabrielevilla alle 00:27 in storie, storia dell alpinismo

… “ 3. La parete strapiombava per diverse migliaia di metri e volendo salirla rigorosamente dal basso, a costo d'impiegarci anche dieci anni compresa la discesa rigorosamente dall'alto, domandai a Linda se mi avrebbe aspettato...”

Era questo il terzo dei dieci ATTACCHI messi in votazione da lucavisentini blogger d’intraisass nel post del 3 giugno 2007 ed io sperai che non fosse solo una boutade ma che li avrebbe prima o poi sviluppati tutti e dieci e non solo, come da lui dichiarato, il più votato dai lettori del blog. Comunque avrei personalmente votato per questo numero 3, perché, pur nel paradosso, il quesito posto sottintendeva, evidenziandolo mirabilmente, un problema esistenziale proprio dell’alpinista e mi sarebbe piaciuto vederlo sviluppato pur se nello stile ironico di Luca. Dunque, la domanda topica: la lotta con l’alpe, impegnativa e prolungata, che sottrae tempo, forze ed energie nervose, contrasta con i rapporti affettivi e le relazioni amorose?

 

Un problema che già era stato preso in considerazione da un giovane Hermann Buhl ancora ad inizi carriera, il quale in proposito sembrava avere le idee molto chiare quando scriveva nel suo libro “E’ buio sul ghiacciaio”:

<Sovente sono stato visto in compagnia di ragazze, in gita o a valle. Ma non facevo che ridere quando si diceva: “Sì, anche per Hermann sarà presto finita! Se si mette a correr dietro alle ragazze!” Certo, quelle piacenti creature costituiscono un pericolo per più di un alpinista, fuorviandolo dai suoi ideali. Io però mi conosco troppo bene per non sapere fino a qual punto l’elemento femminile può esercitare influenza su di me. Soprattutto in questo periodo, in cui sono invalido, non posso immaginarmi un passatempo più gradito che un’amichevole relazione con un’attraente fanciulla. Ma le montagne sono sempre la legge che domina la mia vita.> 

 

Ma anche del pensiero di Reinhold Messner sulla questione “donne e alpinismo” troviamo traccia nel suo “Due e un ottomila” nel quale racconta un episodio di vita al campo base del Lhotse, datato quindi 1975:

<Finalmente erano arrivate le tanto attese ragazze. Tutti conoscevano già Uschi che era stata presente agli ultimi preparativi, e alla partenza da Milano. Le altre due, Heidi e Ilse, erano conosciute solo per sentito dire. Tutti quanti si accalcavano attorno a loro, non escluso Cassin; bastarono poche ore perché le ragazze entrassero a far parte della comunità. Nelle lunghe serate sedevano anch’esse con noi chiacchierando ed ascoltando le solite canzonacce. Non riuscivano a capire tutto, le espressioni usate si facevano di giorno in giorno più cariche di oscenità, contemporaneamente alla progressiva coscienza dell’esito negativo dell’impresa. Sembrava quasi che ora si dovesse dimostrare a sé e agli altri di essere veri uomini, che la sconfitta non riusciva a menomare. …

… L’arrivo di mia moglie aveva sollevato tanti allegri commenti, ma ora intuivo negli occhi degli altri una diffusa e latente punta d’invidia. …

… Alla sera eravamo sereni più di ogni altro e non poteva essere diversamente. Scherzavamo sui propositi manifestati dagli altri, soprattutto sul fatto di volere partecipare a spedizioni miste. In realtà rimaneva il limite che le donne italiane sono identificate con casa e focolare. Le spedizioni erano cose da uomini e l’alpinismo in particolare era, secondo quasi tutti i miei compagni, una cosa per uomini duri. Chi resiste, naturalmente senza donne, è il più forte.>

 

In quella stessa spedizione al Lhotse c’era però chi la pensava assai diversamente. Era Aldo Anghileri compagno di tenda di Reinhold Messner che, nello stesso libro “Due e un ottomila”, ne riporta alcuni tormentati brani del diario personale:

<Sento un profondo dissidio e non riesco tuttavia a dominarlo. Da una parte vorrei essere l’alpinista Anghileri e come tale realizzarmi scalando questa montagna, dall’altra capisco che ciò non è più importante e che trascorrendo altre settimane sulle pendici di questa gigantesca, pericolosa parete, ruberei tempo a chi mi attende a casa. Questi pensieri affettuosi affliggono me e non giovano a loro. Non riesco più a sopportare il rischio che corro e la lontananza che mi separa da mia moglie e dai bambini. Il prezzo è troppo alto, sia che si tratti di un’esperienza romantica, di un gioco o di una competizione sportiva>.

E siccome il prezzo per lui era troppo alto, abbandonò la spedizione e ritornò ai suoi affetti.

 

Dunque chi è l’alpinista più forte? Quello che sa resistere senza donne? O forse quello che non ha affetti che lo condizionino, a “fuorviarlo dai suoi ideali”, come scriveva Hermann Buhl? Ci sono tanti esempi di forti alpinisti che hanno compiuto grandi imprese da giovanissimi, quando forse l’azione serviva anche a sublimare la mancanza di affetti: mi viene alla mente il “primo” Walter Bonatti, e Andrea Oggioni ed ancora Angelo Ursella (che qualcosa ha lasciato scritto al proposito). Ma se un alpinista ha affetti che lo vincolano, che danno significato alla sua vita, allora deve porsi il problema del protagonista dell’attacco di lucavisentini e chiedere alla sua personale Linda se è disposta ad aspettarlo perché non si tratta solo di sapere chi è il più forte, ma anche chi è onesto e corretto nel rapporto affettivo perché certe scelte di vita (come quelle che fa l’alpinista di spedizione) vanno effettivamente concordate e condivise.

mercoledì, 13 febbraio 2008

DIFFICILE FARE PEGGIO

postato da marcoconte alle 22:08 in varia
vajont2La montagna veneta diventa suo malgrado primatista mondiale in fatto di disastri: il "malgrado" è d'obbligo, in quanto il vero colpevole non è tanto l'elemento naturale in sé quanto piuttosto una scriteriata amministrazione dell'ambiente da parte della comunità umana. Apprendiamo infatti dal Corriere della Sera di martedì 12 febbraio che la tragedia del Vajont (9 ottobre 1963) figura al primo posto tra i cinque peggiori esempi di gestione del territorio in un documento ONU presentato all'UNESCO di Parigi per l'Anno internazionale del pianeta Terra.

«Il Vajont è un classico esempio del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere il problema che tentavano di risolvere», si sottolinea nel documento. A parte un errore nella quantificazione delle vittime della catastrofe, che nella ricerca presentata nella capitale francese sarebbero state 2.500 (in realtà furono 1.910), questo giudizio riporta comunque alla mente quanto scritto in tempi recenti da Edoardo Semenza, il geologo che scoprì la frana: «La tragedia si è consumata anche a causa di una scarsa o assente comunicazione tra le persone coinvolte. [...] I giudici sembrano dunque affermare che si debbano sempre tener presenti le ipotesi più pessimistiche. Ma secondo me non si può mai prescindere dalle conoscenze scientifiche, per cui non si deve tener conto di ipotesi prive di base scientifica (1)».
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(1) Edoardo Semenza, LA STORIA DEL VAJONT raccontata dal geologo che ha scoperto la frana, Tecomproject, novembre 2001.
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domenica, 10 febbraio 2008

AL VAIOLET 1/10

postato da lucavisentini alle 15:57 in il paese

Fu il signor Zuccolo, il signor Carletto Zuccolo, barbiere nella clinica milanese dove mio padre faceva il ragioniere, a convincere mio padre stesso a portarci per la prima volta, per le vacanze estive, a Vigo di Fassa. Il signor Zuccolo e sua moglie Italia, della quale mia madre sosteneva crudelmente che non c’era da fidarsi ad andare insieme in montagna perché ci vedeva meno di una talpa, formavano con mio padre un piccolo sodalizio alpino che già era stato sul Breithorn e alla Capanna Regina Margherita, sul Disgrazia e sul Gran Zebrù. E, lo desumo dalle foto in bianco e nero di allora che adesso io conservo, sul Caminetto Pagani alla Grignetta! I coniugi Zuccolo, semplicemente per noi piccoli “gli Zuccolo”, privi di figli ma dotati entrambi di un maglione blu con una fascia bianca che faceva tanto club, appunto, alpino, delle Dolomiti erano ormai veterani. Andavano da molti anni per le ferie con la loro vecchia Autobianchi, la nostra “Bianchina Scorreggina”, in quel di Tamion. Una frazione idilliaca. Mentre i miei genitori, in Trentino-Alto Adige, si erano limitati ad attraversare in due giorni, durante il viaggio di nozze del 1949, dal Pian de Gralba alla Fedaia. Una Fedaia non ancora invasa dalle acque del bacino artificiale. Un grande pascolo. Perduto. Gli Zuccolo dunque ci avevano aperto la strada e trovato l’alloggio nel più capace comune di Vigo. Ricordo i preparativi primaverili. Le telefonate serali. Ricorreva spesso nei discorsi il soprannome di Cesare Maestri. Mio padre mi chiese una volta di comporgli il numero dello Zuccolo e dopo che io ebbi consultato velocemente l’agenda di famiglia e schiacciato tutto contento all’apparecchio i tasti, dopo che lui al tu tu che segnalava libero mi aveva preso la cornetta e aveva esordito con un beffardo: «Pronto, parlo con il Ragno delle Dolomiti?», cui erano seguiti alcuni momenti d’imbarazzo, di scuse, di spiegazioni, saltò fuori che avevo chiamato per sbaglio la mia maestra di seconda elementare, una clamorosa omonima, la signorina Zuccolo. Già mi vergognavo come un ladro ad andare a scuola in quel tempo con un orrendo montgomerino spigato e verdolino, eredità di non so quale cugino o cugina del trascorso dopoguerra, affatto demodé, ma l’indomani avrei preferito addirittura morire piuttosto che incrociare lo sguardo dell’importunata e vilipesa, LA MAESTRA, la signorina Zuccolo...

 

Mio padre ci avrebbe raggiunti nelle due settimane a cavallo di Ferragosto e intanto il resto della famiglia, numeroso, con le valigie ed un baule verde e nero al seguito era in partenza. Già il primo di luglio. A Verona, aspettando la coincidenza dell’espresso per il Brennero, uno dei miei fratelli si perse. Mia madre si piazzò allora seduta con i vari bagagli davanti al convoglio appena arrivato da Roma e Bologna, sui binari, in una di quelle scene che hanno fatto la fortuna di certi film del neorealismo italiano e che mi fanno tuttora, ancora, vergognare. Da lì non si sarebbe mossa finché qualcuno non lo avesse ritrovato. Il figlioletto. Quel deficiente del mio stesso sangue. Tornò costui al binario, altra fortuna, causando un lievissimo ritardo. Tornò dalla visione dei giornaletti presso l’edicola della stazione. Sì, aveva sentito l’altoparlante. Sì, vedeva le facce dei poliziotti e del capostazione dapprima tese e ora più sollevate. Ripartimmo. E ad Ora un terzo treno. Per l’ultimo suo anno di corse. Nel 1961. Sino a Predazzo. Due piccoli vagoni soltanto. Su, lentissimamente, a scavalcare il varco di San Lugano. I rami degli alberi, gli abeti, fin dentro ai finestrini. Sembrava il Far West! Poi via per la serena Val di Fiemme. Non quella di adesso. Quella coi prati. Ciuff ciuff. Via. Un sogno. Un’ultima corriera. Vigo di Fassa. Non quello di adesso. Quello coi prati.

 

Alla tenera età di cinque anni Reinhold Messner salì, come si sa, con suo padre, in cima al Sass Rigais. Level! Io mi accontentai quell’estate, nel ’61, a sette anni, del Passo Ombretta. Assieme a mio padre. Agli inseparabili Zuccolo. Il valico, come si sa, è lungo e largo. E in lungo e in largo lo battei a caccia dei bossoli della Grande Guerra. Di ogni altro reperto. Mio padre, gli Zuccolo, mi fecero credere che un pacchetto di fiammiferi germanici che avevo là rinvenuto non appartenesse ad un qualunque turista austriaco o tedesco, cioè ad un contemporaneo, bensì ad un importante feldmaresciallo del ’15-’18. Lo riportai con me, orgoglioso, nel fondovalle.

 

Da Vigo l’orizzonte mi divenne familiare. C’era la Roda, Vaél, rosa alle sei del mattino. Scoscendeva un po’ il Latemàr. C’era la Cima Dodici, con un esteso e movimentato profilo che potrei oggi stesso, a memoria, disegnare. Spuntava la Marmolada. C’erano le doppie Buffàure, quella di destra da un impianto rigata. C’erano, in fondo alla valle, il Sella e il Sasso Levante (la Grohmann), bianchi di neve all’inizio di luglio, tersi e marrone pastello a settembre. C’era, alle spalle, una porta verso il più bel paradiso. Una porta senza dar troppo nell’occhio sospesa. Era il “Campo di Dio”, ovverosia il Ciampedìe. Lo spalto che lo sosteneva, ad un certo punto, erodeva. Nel mezzo del bosco cioè stava un salto. Di una friabilità impressionante. Noi bambini ci dicevamo: «Solamente Walter Bonatti potrebbe scalarlo!». Lo sorvolava una seggiovia. Noi su a piedi, di lato, nel bosco. La mia prima volta sul Ciampedìe. Non quello di adesso. Quello col prato. E da lassù, luminose, le Torri del Vaiolet. Per me, per sempre. Un’Odissea nello spazio.

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sabato, 09 febbraio 2008

IL BURBERO CHE VOLEVA VOLARE

postato da gabrielevilla alle 00:24 in storie

In montagna ho seguito spesso le tracce di lucavisentini, allora compilatore di guide, oggi blogger d’intraisass. Chi l’avrebbe immaginato che, a distanza di anni si sarebbe finiti entrambi a scrivere nello stesso blog e chi avrebbe potuto pensare che, pure qui, oggi come allora, mi capitasse di seguire le sue tracce? Non più relazioni fotocopiate da tradurre in escursioni o scalate, ma post in carattere Verdana ad inseguire ricordi laddove i miei e i suoi sembrano quasi sovrapporsi o sfiorarsi nella frequentazione di luoghi e/o di alcune persone.

 

La domenica è la giornata del post di Luca e prima di “chiuderla” non mi faccio mai mancare il contatto con il blog. Stavolta leggo e mentre scorrono le righe sotto gli occhi, mi si formano nella mente le immagini dei luoghi, ma soprattutto della persona di cui si scrive.

<…un gestore di rifugio …Vazzoler… un burbero presunto, di estati ne ha trascorse ventidue sotto la Torre Venezia, davanti alla Trieste. …Ed eccomi quindi qua di sera a suonare per la prima volta il campanello dell’abitazione di Pier in città...  … c’è una libreria e che titoli contiene questa libreria. Non lo pensavo, un ottimo lettore... Nemmeno immaginavo che ascoltasse la musica leggera. Mina preferibilmente, oppure Mia Martini. Lui stappa una bottiglia di un buon vino del Collio e mi sorprende nuovamente: «È Radio Marilù. Vuoi che la chiami e che richieda per te una canzone?....>.

Mi appaiono le parole chiave di una facile sciaràda: “…gestore, Vazzoler, burbero presunto, non lo pensavo, mi sorprende nuovamente…”. A quel punto il nome, che pure è scritto, appare assolutamente superfluo per identificare la persona: Pier, anzi per la precisione Pier Costante. Lo ricordo bene, come gestore del rifugio Vazzoler. Lo conoscevo di nome attraverso i racconti del mio amico Bruno De Donà e come tale mi ero presentato. Un semplice: “sòn amigo del Bruno…” era stato sufficiente a creare subito fra noi un flusso di simpatia. Ci ero ritornato al rifugio Vazzoler, come accompagnatore dei trekking giovanili della sezione del Cai di Ferrara e vi avevamo soggiornato con i nostri ragazzi. Il secondo anno ci fermammo due notti di fila perché nel rifugio era previsto un giorno di riposo dopo una lunga tappa che ci aveva visto percorrere il sentiero Tivàn, arrivando dal rifugio Sonino al Coldai. Quel giorno alcuni ragazzi erano entrati in visita al piccolo giardino botanico allestito presso il Vazzoler, ma approfittando della nostra disattenzione avevano commesso qualche atto di pseudovandalismo, soprattutto tirando sassi nella vasca che ospitava i tritoni. Erano stati gesti di incolpevole ignoranza, per giocare piuttosto che per intenzione di nuocere, ma il Pier Costante se n’era accorto e, chiamatomi in disparte, mi aveva “cazziato” pacatamente, ma molto duramente. “Voi non siete solo accompagnatori e dovreste insegnare ai ragazzi il rispetto per l’ambiente…”. Colpito e affondato: rimasi senza parole e lui si accorse della mia difficoltà e aggiunse concludendo che, in fondo, non era successo nulla di grave e tutto sarebbe stato rimesso a posto da chi di dovere.

 

A distanza di qualche anno mi era capitato di parlare con Giuseppe, il mio “capo”, nelle pause pranzo che a volte condividevamo nel chiosco bar vicino agli uffici aziendali. Io gli raccontavo un po’ delle mie montagne e delle mie scalate, lui mi raccontava della sua passione per il volo in aliante. Un giorno mi raccontò particolarmente divertito del corso per conseguire il brevetto di volo che aveva frequentato a Rieti (perché lì, mi diceva, c’è un importante campo di volo perché tira molto spesso il vento “giusto” per volare con gli alianti).
Fu una bellissima esperienza. Avevo legato con un tipo simpaticissimo. Si chiamava Pier Costante.”

Rimasi incredulo. “Ma chi? Brustolon?
Mi guardò sorpreso: “Non dirmi che lo conosci.  
Sì, ma come gestore del rifugio Vazzoler, non come appassionato di volo a vela.

E lui di rimando: “Veramente un tipo simpatico.

Ma come? Non è un tipo che sta sulle sue, un burbero?

Macchè burbero! Era spassosissimo. Quando non c’erano le condizioni meteo giuste mi diceva che non dovevo prendermela perché tanto non c’era niente da fare perché <el tempo, el cùl e i siòri, fan sempre quel che i vòl lòri>. Quello era diventato il motto del nostro corso di volo”.

Non ci potevo credere e me li immaginavo assieme i due: Pier Costante, gestore di rifugio, il burbero presunto e Giuseppe, ingegnere informatico, evidente giovialone, di fatto ed anche nell’aspetto facondo. E’ proprio vero che non si finisce mai di conoscere le persone e, a volte, nemmeno di sorprendersene.       

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mercoledì, 06 febbraio 2008

LA VIE EN ROSE

postato da mluisanodari alle 13:25 in storie dal tibet

C’è un tizio appoggiato al bancone che spaccia peperoni sottolio. Fa un giro completo con la testa e ci chiede: ‘Volete peperoni sottolio’? Io smarrita mi chiedo perchè il peperone sottolio col brulè. Le polpette con la birra sì, ma il peperone col brulè chiama catastrofe.

Allora Lucia prepara i brulè, accende lo stereo attacca e a cantare La Vie En Rose. E la sa tutta. E la canta tutta. Guardo Luca che mi guarda e guardo Ettore che sorride.

E mi viene da pensare che le donne sono portentose. Orgoglio di categoria o delirio mattutino, chiamatelo come volete, ma certe donne sono veramente portentose.

E dall’altra sera ho una nostalgia pazzesca per il vento, le dune, la sabbia, lo sporco, le rughe, la pelle, l’odore di burro ed i vestiti rancidi di quelle donne così portentose di una casa che non è casa mia; donne che mi fanno sentire così a casa come mi fa sentire così a casa La Vie En Rose e Lucia che canta lavando i bicchieri, mentre Luca, Ettore e Pier parlano.

E in questo paese piatto di vento, pioggia, grigio, umido e mal di sciatica anche le donne burrose e senza calze con le gonne verdi smeraldo sudano fuori vita.

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