20 gennaio 2008
Incredibile, è la terza volta in un mese che mi capita di salire in Val Sangone. Oggi all’Aquila, qualche giorno fa mi aggiravo sulla Pietraborga e 20 giorni ad oggi sono stato alla Bocciarda.
Val Sangone? Ah, sì, mi ritorna in mente Massimo Mila, nel suo “Capitolo primo ed ultimo di una autobiografia alpina”.
"A meno di 50 chilometri da Torino, incuneata tra la bassa Val di Susa e la Bassa Val Chisone, la Val Sangone è un singolare microcosmo alpino. Salvo i ghiacci, ha tutto quello che ci vuole per costituire un ambiente di montagna autonomo e completo..."
E da qui prende le mosse per raccontarci delle sue prime avventure alpine.
Ma non è questo il nocciolo della questione.
Sempre in quel racconto (esagero a giudicarlo il più felice della sua cospicua produzione?), il nostro delinea le due possibilità esplorative dell’alpinismo: l’estensione e la profondità. Alpinismo” esteso”, come scoperta continua di nuovi gruppi montuosi. Alpinismo “profondo”, ovvero conoscenza dettagliata di una specifica valle. Ed ammette la preferenza per il primo dei due.
Anch’io ho sempre pensato di collocarmi nella prima ipotesi. Esuberanza e curiosità di gioventù, voglia di viaggiare, desiderio di confrontarsi con altri luoghi. Adesso, all’incirca nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovo ad approfondire valli, aspetti e luoghi che avevo sempre solo sfiorato.
Stanchezza e pigrizia nel mettersi in moto per centinaia di chilometri, preferendo le gite sull’uscio di casa?
Non penso, perché il desiderio del viaggio lontano e della scoperta permangono vivi ed intensi.
Forse, emerge la consapevolezza che il tempo è poco, ed allora diventa stringente fermarsi sul particolare, sul luogo vicino al quale rivolgevamo uno sguardo frettoloso, perché “tanto era lì”, pertanto potevamo andare oltre. Urge fermarsi adesso, a guardare, cercare e capire, perché poi il dettaglio sfugge, e rimane il rammarico di non avergli dedicato la giusta attenzione.
Pertanto, ben vengano i viaggi lontani, le nuove montagne da scoprire e salire. E sia benvenuta anche la vicinissima Val Sangone, con le sue vette modeste e confortanti, nella luce del sole che tramonta. Mi auguro che siano sempre loro, nel tempo, a tenermi compagnia.
Eravamo tutti più giovani, ma non andavamo come delle bestie, tutt’altro, però eravamo affiatati ed amici e insieme formavamo un bel gruppetto di istruttori e aiuto istruttori che organizzava i corsi di alpinismo e roccia della sezione Cai di Ferrara. Non c’era ancora da noi la “Scuola di alpinismo”, sicché spontaneamente ogni anno auto-organizzavamo uscite di “aggiornamento” tecnico nella palestra dei Colli Euganei, sia per ripassare le tecniche e le manovre di corda per chi non arrampicava abitualmente, che per effettuare simulazioni di lezioni in cui ci impegnavamo a turno di fronte agli altri. Quell’anno però volevamo fare un’esperienza in ambiente, una scalata facile ma che avesse un buon contenuto alpinistico. La scelta cadde sulla via Fanton allo spigolo sud-est della Croda Bianca nel gruppo delle Marmarole che avevo scelto personalmente, estrapolandola dalla guida “Antelao Sorapiss Marmarole”, firmata da Luca Visentini per la editrice Athesia.
La relazione recitava: “Ore 4,30; arrampicata prevalentemente facile, con un passaggio di 3° grado e qualche tratto di 2°, interamente segnalata con minio arancione”. Anche la discesa sembrava interessante, mai banale ma nemmeno troppo difficile, con tratti di rocce anche friabili e traversate in neve. Avevo preventivato di impiegare il doppio del tempo segnato in relazione, fidando sulle lunghe giornate di quel fine giugno. Dopo avere dormito al rifugio Casèra Baion, eravamo in dieci quella mattina a camminare verso l’attacco della via e la giornata prometteva molto bene. La prima difficoltà nacque quando, relazione alla mano, cercammo di individuare la cengia erbosa che conduce all’attacco dello spigolo.
Nella descrizione si leggeva: “Senza percorso obbligato si raggiunge un canale ai piedi della parete orientale della Croda Bianca e, al di là di questo, si può infilare il cengione erboso che corre verso sinistra. Sulla cresta di destra, che si collega a Forcella Peronat, si nota un’ardita guglia a forma di kriss malese”.
Siccome in relazione si accennava anche ad un’altra cengia, ma più friabile, da cui poter raggiungere l’attacco, diventava importante individuare con precisione quel riferimento.
Sicché si sentì chiedere: “Qualcuno di voi sa ‘azzo è un kriss malese?”
Fra i primi del gruppetto nessuno seppe rispondere e quindi non si riusciva a capire a quale ardita guglia fare riferimento. Sopraggiunse infine Ruggero (da noi soprannominato “la suocera”) che, compreso quale fosse il problema che si stava dibattendo, con il suo modo quasi cantilenante ci apostrofò con aria un po’ canzonatoria:
“Ragazzi… ma mi meraviglio di voi… non avete mai letto i libri di Salgari? Il kriss malese è il pugnale di Sandokan”.
Solo allora la nostra attenzione cadde su quella guglia dalla forma “strana”, veramente caratteristica, che effettivamente ricordava il famoso pugnale e che ci confermava che eravamo in corrispondenza della cengia giusta. Quello fu solo l’inizio di una giornata dai cento colpi di scena. Ricordo già sul primo camino di 2° grado uno dire che non ce la faceva a passare e un altro commentare: “cominciamo bene…”, poi la rinuncia a procedere in conserva e a salire la cuspide finale perché era già tardi, successivamente la delicata traversata per raggiungere
Ho trovato un appunto sul mio diario che dice telegraficamente: “25 e 26 giugno 1994. Croda Bianca, via Fanton in cinque cordate. Sveglia alle 5, partenza alle 6, attacco alle 8, vetta alle ore 18, rientro al rifugio alle 23. Discesa friabile e pericolosa; via segnata con bolli, ma comunque alpinisticamente impegnativa”.
Un giudizio certamente condizionato anche dalla scarsa esperienza di qualcuno del gruppo che aveva rallentato il procedere nei tempi canonici. Tuttavia l’obiettivo “dell’aggiornamento” alpinistico era stato raggiunto e quella giornata è rimasta mitica, tanto che ancora succede di riparlarne fra noi quando capita di ritrovarci in compagnia davanti ad un bicchiere di vino.
“Ragazzi, ma ve la ricordate
“Altroché”. Si sente rispondere con decisione da qualcuno.
E, subito dopo. “… e vi ricordate anche il kriss malese?”
Segue una risata generale, e ride anche chi quel giorno non c’era, perché quella storia l’hanno sentita raccontare tutti. Almeno una volta.
Non dimenticherò mai quella mattina di maggio, a Venezia. Traversando la città per linee interne capitai per caso in Campo San Boldo, minuscolo. Alla sommità del ponte che vi immette, obliquo sull’omonimo rio, fui raggiunto e bloccato da una sequenza di accordi di violino che non mi giungeva del tutto nuova. Mi accoccolai sui gradini del ponte, continuando ad ascoltare, estasiato. Ben presto riconobbi la Ciaccona di Bach, che allora mi era nota solo nella trascrizione per chitarra di Andrès Segovia, e che ignoravo fosse stata composta per violino solo. Intanto seguitava la fantastica progressione della musica, che usciva da una finestra in ombra, ma aperta sul sole pieno del campiello. Il violinista non era male e stava studiando. Ogni tanto si fermava e riprendeva alcune sequenze. Al confronto, la versione per chitarra mi apparve povera, stentata, muta addirittura. Il violino invece era dolce e avvolgente, perentorio, sconvolgente e totale. Niente di più, niente di meglio. Quell’ascolto compì il miracolo e dissotterrò il violino che rimaneva sepolto in me dagli anni teneri dell’infanzia. Lo scorso anno non ci badavo. Benché già corressero per quei trenta metri in tutto, di marciapiede e di corridoio, dalle auto delle mamme allo spogliatoio.
Parlo dei bambini dell’”artistico”. Cioè del corso di pattinaggio sul ghiaccio in alta Val Cellina. Ventuno femmine e tre fortunatissimi maschi. Una maestra dell’Europa dell’Est, brava e severa, che vive a Caralte: «Non voglio vedere nemmeno un capello fuori posto!»...
L’anno passato Marinella era in prima elementare ed anche al suo primo anno del corso in questione. Andavo a prenderla a scuola, a Claut, per due pomeriggi alla settimana. L’accompagnavo al palaghiaccio, la cambiavo e l’acconciavo, le allacciavo le stringhe dei pattini e durante l’ora della sua lezione m’imboscavo dietro la tribuna o al bar, talvolta in macchina, per non distrarla con la mia presenza e per leggere qualcosa in santa pace. Altrimenti mi gustavo i Viéres, il Magòr (il Col Nudo), le misteriose Cime di Pino...
Non ci speravo. Ma adesso lei, non potendo aspirare dalle nostre parti a diventare una Eleonora Abbagnato, ovvero l’etoile dell’Opéra Garnier di Parigi, mi parla del salchow, del toe-loop e dell’axel, come del pane e del latte.
Quest’anno gli allenamenti sono aumentati: tre. E per le mamme, lì, sarebbe un lusso il leggere, il guardare. Così che mi hanno coinvolto negli spostamenti. Io ne accompagno attualmente altri due, di bimbi. Loro, più tardi, li riportano indietro, a Cimolais.
Il martedì, alle sedici, sono di nuovo alle scuole. A Claut. Ho la delega, ritiro pure Silvia e Luca. Di quinta elementare! La Marinella gongola. Coi grandi... Scendiamo al palaghiaccio. Ho soltanto due portiere nell’auto e, a turno, uno dei due bimbi grandi al mio fianco. Ci avviciniamo. Luca davanti? Silvia, da dietro: «Mi aspetti?». «Certamente!». Arriviamo. Fshhht! Lui via di corsa. Mai una volta che per davvero l’aspetti.
Poi io, con calma, risalgo in paese. Da un parente preparo la piccola. Lei fa la merenda e la cacca. Ridiscendiamo in tempo per le diciassette, c’è un’ulteriore lezione.
Al giovedì tocca a Silvia, star davanti. «Mi aspetti?». «Senz’altro!». Lei scende per prima. Fshhht! Via di corsa ai salti e alle trottole. Alle reverenze. Agli incrociati e agli angeli. Luca, più grosso, si attarda incastrato. Fra borsa, cartella, la portiera e a mia figlia: «Ciao Mavi».
Io e Marinella risaliamo un momento in paese...
Fino a che è lunedì. Una lezione soltanto. Assieme i grandi e i piccini. Alle sette, di sera.
Partiamo stavolta da casa. Prendiamo su Luca, la Silvia. E anche lei, dietro o avanti: «Ciao Mavi». Sono otto chilometri. Poi c’è il palaghiaccio. Fshhht! Via di corsa, con le borse a tracolla. Per quei trenta metri a diventar Carolina. Egveni Plushenko. E la mia Marinella, la Mavi ormai loro: «Mi aspettate?».
Me lo ricordo bene Kurt Diemberger nel 1997 quando venne a Ferrara all’Assemblea Nazionale dei Delegati per ritirare l’attestato di Socio Onorario del Club Alpino Italiano. Allora ero Vicepresidente della sezione CAI di Ferrara che organizzava ed ospitava quell’assemblea, per questo mi avevano affidato il compito di “addetto di sala”, cioè davo informazioni ai Delegati e accompagnavo autorità e ospiti ai posti loro riservati. Lo facevo più che volentieri perché così potevo seguire nel contempo lo svolgersi dell’assemblea ed ascoltare gli interventi che si susseguivano; in particolare ricordo quello di Kurt che mi aveva piacevolmente colpito. Ricordo il suo volto soddisfatto mentre raccontava concisamente i suoi inizi alpinistici ed in particolare il suo primo peregrinare fra Alpi e Dolomiti con la bicicletta del nonno inizialmente per andare a cercare cristalli ed in seguito per raggiungere le montagne da scalare. Nel mio immaginario il massimo dell’avventura alpinistica era rappresentato proprio da quegli alpinisti che avevano vissuto i tempi in cui la bicicletta era un mezzo di locomozione, faticoso fin che si vuole, indispensabile per raggiungere le montagne da scalare e credo che nessuno mai l’abbia saputo raccontare magistralmente come Kurt Diemberger. Il capitolo “La bicicletta del nonno”, nel libro “Tra zero e ottomila” credo sia uno dei più godibili che siano mai stati scritti ed uno di quelli che non ti stancheresti mai di rileggere. Ci sono brani da cui senti trasudare pura passione e le emozioni descritte sembrano “entrare in te”.
Mio nonno m’ha regalato una bicicletta. Un pezzo da museo, anno di costruzione 1909. E’ un fatto che quella bicicletta mi aprì nuovi orizzonti ed insperate possibilità. Cosa importava se questo esemplare era uno dei primi fabbricati dopo gli antidiluviani modelli con la ruota anteriore altissima? E che fosse ancora un po’ più alta delle biciclette normali e che il suo uso richiedesse una tecnica particolare? Tutto questo, anzi, contribuiva a conferirle una ben spiccata personalità. …
Paracarri, paracarri, paracarri, e pioggia, pioggia, pioggia… Strade bagnate… pioggia… basse nuvole grigie in cui s’immergono oscuri colossi calcarei… Sono bagnato fino al midollo… Solo… le Dolomiti… grondanti come le mie pedule… di nuovo scendere e spingere la bici… chissà se arriverò oggi a Cortina? … … Due giorni dopo lascio Cortina. Ho ancora 3000 lire in tasca. Spingo in su verso il Falzarego. Pioviggina. Colossi scuri di calcare che svaniscono nel grigiore delle nubi. Tutto è bagnato, io pure. Le Dolomiti. Finalmente ecco apparire qualcosa. Le Cinque Torri. Le riconosco dalle cartoline illustrate. Sono riuscito finalmente a vedere una cima. Qualche ora dopo le nuvole si rompono e vedo crescere l’enorme Tofana. Che parete, che montagna! E lì, quella candida cupola che emerge dalle nebbie ad occidente!
… E dovunque andassi, dovunque giungessi, la gente dimostrava un vivo interesse, a me nuovo, per il ciclismo. Erano davvero tutti molto gentili. Evidentemente nelle Dolomiti, un ciclista era considerato una personalità. Anche se andava in giro con la bicicletta del nonno.
Marmolada, Pale, Civetta mi passarono accanto, ed anche la fortezza del Pelmo, che si erge sopra il piccolo borgo di Santa Lucia… Ed a me l’immagine di quel giardino fatato diventò sempre più nitida, con le sue grandi pietre colorate, le sue formazioni fantastiche, le sue bizzarrie senza limiti. Le Dolomiti, scoperte e conquistate in bicicletta. E l’avventura sempre nuova dello sguardo che si spinge oltre il passo, sull’altro versante. L’avventura di quell’attimo, conseguito dopo ore di sforzi faticosi. Ma chi ama l’avventura, non indietreggia davanti alla fatica, perché evitando l’una, perderebbe l’altra. Che sensazione meravigliosa, quella di scendere poi sull’altro versante, liberi come gli uccelli, senza nessun motore, gustando il vento inebriante della discesa, curva dopo curva! Una gioia tanto maggiore, quanto più grande era stata la fatica per salire dall’altra parte. Anche il ciclista ha un suo perché, come l’alpinista. E nessuno dei due sa spiegarlo.
Io posseggo una bici da corsa e sono un modestissimo ciclista, saltuario e scostante, cui piace pedalare soprattutto in salita. Sono pure alpinista, altrettanto modesto, ma accanito quanto basta per riconoscermi nelle sensazioni descritte da Diemberger. E una risposta al perché posto dal grande Kurt io personalmente l’azzardo: ciò che muove il ciclista e l’alpinista, accomunati dalla fatica legata alle due attività, è la passione. Quello che non si riesce a capire è il perché hai dentro di te quella passione, ma la risposta è insignificante perché ciò che conta è averla, la passione, mica capirne il perché.
Quali novità sul fronte delle cave di Schievenin, dopo la manifestazione del maggio 2007? Riportiamo un estratto dal programma per il prossimo fine settimana pubblicato sul sito del CAI - TAM: