Davide Sapienza
“LA VALLE DI OGNIDOVE”
Cda&Vivalda editori – Torino 2007
Pag.161 euro 14.00
“...credo che le parole siano tutte già pronte, lì tra il muschio, sotto le pietre del sentiero e i tronchi...”
Metterle insieme ha fatto nascere questo viaggio attraverso mondi diversi, alcuni reali, attraversati, visitati, altri immaginari o meglio immaginati, magari sul filo delle emozioni di libri come questo dove la fantasia corre avanti pagine e pagine, e poi si ferma ad aspettare la mente che si attarda a masticare ogni cosa. E lla fine, è così importante distinguerli? Partire con l’arca significa mollare gli ormeggi anzi, non averne!
Benvenuti allora a bordo di questo libro/vascello che naviga sulle parole fuori dalle nebbie consapevoli che “ ...nessuna acqua rifiuta il navigante….” Alla ricerca della valle di ognidove, quel luogo dove finalmente si recupera un rapporto onesto e umile con la natura, dove la coscienza di essere “ospiti della vita” fa piazza pulita di veli e false sicurezze.
Questa libertà ci sgomenta, vorremmo essere come un bambino, che guarda la montagna dei suoi sogni senza dare importanza a ciò che c’è fra lei e lui.
Ci dice di liberarci delle cose che si amano; “...non possedere le cose che si amano, ecco l’unica strada per non smarrire l’amore e il rispetto...”
A capitoli dove la parola è protagonista assolutoa - è il suono dei pensieri e delle emozioni dell’autore - si affiancano capitoli dedicati a mondi realmente visitati come l’Ortigara sull’Altipiano di Asiago, luogo di sangue della prima guerra mondiale; il dolore scritto in migliaia di pagine è incredibilmente tutto lì, in quelle quattro facciate che ti attraversano come lame...
E ancora “Isacco e la sua contrada”, e la sua lezione: “...siamo stolti Isacco, senza conoscere la terra, la sua importanza, il suo essere in noi, stritoliamo la consapevolezza di essere al mondo. Isacco, tu esci di casa, bevi l’acqua di questa fontana, ti volti la contrada è lì e sai qual è il valore di quest’acqua...”
Che altro dire, un libro per chi è in cammino, passo dopo passo, cosciente che “...senza movimento, senza desiderio, senza il sogno, realizzare e costruire sono aspirazioni impensabili”.
Per ultima ho tenuto una descrizione, una definizione del respiro che ben riassume l’essenzialità del libro: “un respiro è l’azione che raccoglie quel poco che realmente serve. Ogni esploratore lo sa. E’ l’unica regola vitale. Un passo, un respiro. Un passo falso, una piccola morte”.
Alla fine non rimane nulla di quanto di effimero ci circonda e non sia necessario ed è così poco ciò che resta da far paura: “...questo è il momento di dire se te la senti o non te la senti...”
Di partire.
La mattina piovosa di sabato 24 novembre non ha impedito ai soci del Cai di Piacenza di confluire numerosi (circa 200 i presenti nei locali della nuova sede) per il classico taglio del nastro da parte del Sindaco che ha così ufficializzato l'inaugurazione dei locali (
Parlare e scrivere di una montagna come la Civetta al giorno d'oggi può essere un'impresa pericolosa. Molti sono i rischi che attendono l'aspirante cronista o scrittore che osasse mettere il naso dalle parti dei Cantoni di Pelsa, o addirittura volesse proseguire il cammino fino a scorgere da lontano il profilo delle cime Su Alto e Terranova. La prima seria minaccia è costituita dalla mai troppo sopravvalutata retorica della "parete delle pareti", seguita a ruota dalle chiacchiere su questa o quella "impresa leggendaria" che fra un secolo nessuno ricorderà. Si tratta, ribadisco ancora, di incidenti di percorso da non trascurare: il sottoscritto ci è cascato più di una volta in passato e, giuro, non mi beccano più.Si prevede una giornata intensa in quel di Piacenza, sabato prossimo, dove la locale sezione del Club Alpino Italiano inaugurerà la nuova sede sociale. I locali sono stati ricavati in un capannone della Cavallerizza assegnato da parte dell’Amministrazione Comunale in concessione d’uso ventennale, in cambio dei lavori di ristrutturazione affrontati ed ultimati grazie al lavoro volontario di alcuni soci ed il ricorso ad un finanziamento presso le banche, da ripianare nei prossimi cinque anni. Sede anche di prestigio perché la zona della Cavallerizza è destinata a diventare nei prossimi anni uno dei poli di maggiore aggregazione del centro storico piacentino, con la realizzazione di un enorme parcheggio interrato di due piani, una piazza con aree verdi ed attrezzate sulle quali si affacceranno tutti i capannoni attualmente presenti, che saranno ristrutturati ed adibiti ad uso commerciale. L’inaugurazione avverrà alle ore 11 di sabato 24 novembre alla presenza dei massimi dirigenti del Club Alpino Italiano nelle persone del Presidente Generale Annibale Salsa e del Vicepresidente Valeriano Bistoletti, delle autorità cittadine, in primis il Sindaco Roberto Reggi e il Vicesindaco Francesco Cacciatore, dei responsabili della sezione piacentina in testa il presidente Franco Sagner. Previsto il classico taglio del nastro cui seguirà la visita e benedizione dei locali della nuova sede, i canti del Coro Monte Nero di Ponte dell’Olio, inframmezzati ai discorsi di prammatica delle autorità convenute ed infine il rinfresco.
Nella sera della stessa giornata di sabato 24 novembre, alle ore 21:00, presso il Centro Studi della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza in Piacenza via S. Bartolomeo n. 40 è previsto l’incontro con l’alpinista bergamasco Simone Moro che presenterà la conferenza “
“Nella magica cornice invernale, fra monti e boschi, nell’ampia e confortevole Malga Sorgazza, abbiamo organizzato tre incontri con altrettanti ospiti illustri.”
Recita così la locandina di una interessante iniziativa promossa da Maurizio e Carla, gestori della Malga Sorgazza, in Val Malene nel Tesino che prevede tre incontri con altrettanti personaggi legati al mondo della montagna e dell’alpinismo.
Un’iniziativa che coniuga in maniera intelligente le intenzioni promozionali nei confronti della Malga come punto non solo di ristoro ma anche d’incontro con personaggi che hanno in comune la frequentazione dei luoghi e i rapporti di amicizia instaurati con Maurizio che li ha “riuniti” idealmente in questa iniziativa.
Ecco allora arrivare Heinz Steinkotter, noto alpinista (che in Val Malene ama fare escursioni, raccogliere mirtilli e far volare i suoi aquiloni), poi Francesco Cappellari, autore della recente guida “Ghiaccio Verticale” (contattato da Mauri che a suo tempo gli segnalò le cascate della Val Malene), infine Paola Favero, alpinista e articolista bassanese, recente autrice di un bel libro sulla nord-ovest della Civetta (frequentatrice della Val Malene come scialpinista).
Ecco il calendario degli incontri presso Malga Sorgazza:
Sabato 24 novembre 2007 ore 17:00
Heinz Steinkotter con “La montagna del vecchio Heinz”
Sabato 01 dicembre 2007 ore 17:00
Francesco Cappellari con “I sogni di cristallo di Francesco”
Sabato 22 dicembre 2007 ore 17:00
Paola Favero con “Paola e le pieghe della Civetta”
Per ulteriori informazioni e/o prenotazioni vedere la locandina dell’iniziativa.
Ci sono primati che non hanno classifica, nemmeno sono misurabili con numeri o con tempi, eppure possono avere un grande significato per chi ne voglia cogliere i valori morali. Fra quelli che io considero “primati”, uno in particolare attribuisce grande valore all’uomo che lo detiene, ne dà misura dell’alto profilo morale, della forza fisica e caratteriale. Leggetene il racconto fatto dal protagonista in un suo libro e, se conoscete un po’ la storia dell’alpinismo, non faticherete a riconoscere chi è, né quando e dove ciò che racconta è avvenuto.
Ci fermiamo su un piccolo spallone di neve: sono le 16,45. Tra due ore il sole tramonterà. La cima è ancora lontana. Il breve tratto, oltre la forcella, ci è costato due ore di fatiche e di sforzi. Con ogni probabilità, potremo raggiungere la vetta soltanto a notte fonda. Se la raggiungeremo. E dopo? Dobbiamo constatare tristemente che è troppo tardi. Il pensiero della rinuncia è amaro… Ma a questo ritmo sarebbe pazzesco proseguire oltre. E se ce la facessi da solo? Prego Hermann di lasciarmi tentare. Lui acconsente, sa quanto desideri raggiungere la cima. Gli sono grato, non avrà molto da spettarmi, voglio essere di ritorno il più presto possibile. E poi discenderemo insieme. Vorrei dire ancora una buona parola al mio amico. Ma so che non riuscirei a consolarlo. Sta seduto sulla neve e guarda lontano… Parto. Devo salire alla svelta. Forse avrò ancora il tempo sufficiente ed oggi mi sento proprio in forma! Il pendio che porta all’anticima è erto. Ansimo. Ora la cima di mezzo è sotto di me. Stringo i denti, il mio ritmo è troppo veloce! Però sono deciso a non rallentare il passo. Mi appoggio sui bastoncini da sci e prendo fiato. Ho come un capogiro. Però ho fatto molto presto. Vedo laggiù Hermann seduto: sta sempre guardando da quella parte. Tra breve sarò di ritorno. Avanti, lì è la vetta! Molto lontana ancora? Diciamo un’ora. Dove sono ora Fritz e Markus? Certamente stanno già scendendo. Chissà se li incontrerò presto? Ecco due puntini sul pendio della cima! Sono loro! Procedono verso l’alto! Adesso sono quasi arrivati in vetta! Che cosa sto a guardare? Non ho un attimo da perdere! Vado all’assalto delle grandi gobbe con una feroce decisione. Ora il terreno è orizzontale, la roccia cede alla neve. Procedo il più velocemente possibile, aiutandomi coi bastoncini. Non guardo quasi né a sinistra né a destra, tutta la mia attenzione è rivolta all’itinerario che devo percorrere, gli occhi fissi pochi metri davanti ai miei piedi. La cima si avvicina sensibilmente. Respiro a scatti, sbuffo come una locomotiva. Ma non devo fermarmi ora, altrimenti mi sentirei in preda al capogiro, come prima. Eccomi giunto all’ultimo pendio che porta in vetta. Sento le ginocchia molli. Avanti! Ancora un breve tratto! L’inclinazione aumenta. Il mio cuore batte come impazzito. Ma ecco le ultime rocce, ecco lì il nevaio sommitale, lì stanno Markus e Fritz… Hanno giusto finito di scattare le foto della cima e stanno per ridiscendere. E così, poco dopo, mi ritrovo solo. Guardo indietro, esausto, verso l’anticima: ho impiegato solo mezzora per giungere fin qui, posso ben permettermi una piccola sosta. Salgo ancora un paio di metri, fino alle orme più alte: lì comincia la grande cornice sommitale. Butto lo zaino sulla neve. Ben presto il ritmo del respiro ritorna regolare, e poco dopo non ho nemmeno più la sensazione che l’aria sia tanto rarefatta. Tutt’intorno a me, ovunque guardo, un mare di cime… Una solitudine immensa. Vi è qualcosa di incomprensibile in questo paesaggio. Non saprei definirlo. Poi il mio sguardo si abbassa, ritorna alla linea di neve, davanti ai miei occhi. Qui ha termine il Broad Peack. Accarezzo l’arco bianco con il bastoncino. Non vi salgo sopra. E’ ora di ritornare, Hermann sta aspettando. Ed eccomi di nuovo sul nevaio sommitale. Sto per scendere. Ma improvvisamente mi fermo. Mi guardo intorno. Che vuoi ancora? Hai visto tutto. Sei stato su. Cosa aspetti? Non lo so… Sono davvero felice? Era questo il momento che avevo sognato sin da quando avevo incominciato a salire sulle montagne? Giù, sulla cresta c’è Hermann col quale avevo pensato e desiderato di raggiungere la cima. E la vetta? Sì, ha suscitato in me grandi impressioni, il panorama è stato indimenticabile: ma quanto più luminosa era l’immagine della mia fantasia! Mi fermo. Guardo indietro la cima. Vedo distintamente le orme nella neve. Sì, è finito. Stavo su. E’ stato il momento culminante della mia vita d’alpinista, è stata la realtà. Quanto diversa! Peccato! L’immagine di sogno sbiadisce. Tutto è così silenzioso, qui; ed io sono stanco, solo…
Così scriveva il venticinquenne Kurt Diemberger dopo avere raggiunto la vetta del Broad Peack il 9 giugno 1957, con quel senso di insoddisfazione che l’avere lasciato l’amico Hermann solo ed esausto gli aveva procurato. Ma Hermann Buhl, dopo essere rimasto per un po’ seduto sullo spallone di neve, si era sentito meglio ed aveva deciso di salire con quell’incredibile tenacia che era nel suo carattere, fino ad incontrare i due compagni che stavano scendendo. Da loro aveva saputo che poco più di un’ora lo separava dalla cima e lui decise che l’avrebbe raggiunta, a costo di arrivare su a notte, come già aveva fatto al Nanga Parbat e pure quella volta da solo. Chissà se aveva pensato all’amico Kurt che era andato avanti da solo e che di certo in vetta ci era già arrivato... Lui lo avrebbe atteso rischiando un bivacco nella notte che oramai stava per arrivare incipiente? Ma forse non pensò a nulla Hermann, come nemmeno Kurt, oramai in discesa, s’immaginava di incontrare il suo amico Hermann deciso ad andare in vetta …
(“Tra zero e ottomila” di Kurt Diemberger – Zanichelli editore – Bologna 1970)
Con quei pensieri e sorridendo il giovane Kurt raggiunse la cima del Broad Peack per la seconda volta assieme all’amico Hermann, in uno slancio spontaneo di amicizia e di ammirazione. La storia dell’alpinismo non ricorda di nessuno che abbia salito due volte un “ottomila” nella stessa giornata, oltretutto senza bombole di ossigeno, e questo è un primato che non è registrato in nessun libro ma che rende onore non solo all’alpinista ma anche e soprattutto all’uomo Diemberger. Questo episodio ho ricordato al pubblico della Sala Estense di Ferrara presentando il grande alpinista salisburghese prima della sua serata “Passi verso l’ignoto”. Mentre parlavo lui annuiva sorridendo ed alla fine il pubblico aveva applaudito calorosamente di certo comprendendo a pieno di che pasta fosse fatto quell’arzillo settantacinquenne definito a piena ragione “leggenda vivente dell’alpinismo”.