Uno scrivere deciso, frasi brevi, poco più che telegrafiche dalle quali traspare entusiasmo e determinazione e un piano preciso, lucidamente pensato, ma incredibilmente anticipatore. Un piano d’azione per salire un “ottomila” senza bombole d’ossigeno e senza portatori d’alta quota e siamo solo tre anni dopo l’imponente spedizione nazionale italiana al K2 del 1954 che sull’uso delle bombole d’ossigeno ha visto nascere una polemica feroce tra alpinisti che non si è mai più esaurita, nemmeno dopo cinquant’anni dalla realizzazione. Quelle pagine appassionate sono oggi un incredibile documento storico, una testimonianza precisa di un grande passo avanti dell’alpinismo himalayano e sono state scritte da uno dei protagonisti di quella scalata, Kurt Diemberger, nel suo libro “Tra zero e ottomila” (Zanichelli editore – Bologna –1970).
Eccolo! Il nostro Broad Peak! Eravamo pieni d’entusiasmo. Continuavamo a parlare sempre della nostra montagna. Eravamo tutti pieni di spinta. E questo era indispensabile, perché l’impresa che volevamo affrontare avrebbe richiesto ogni nostra energia, senza riserve. Nessuno aveva ancora compiuto la scalata di un ottomila senza impiegare portatori d’alta quota; Hermann Buhl lo voleva tentare. Quindi, dal campo base, ci dovevano essere solo gli alpinisti sulla montagna, a fare da portatori, a piantare i campi, a dare l’assalto alla cima. Ed avremmo dovuto salire senza respiratori; ci saremmo acclimatati alle più alte quote portando in su noi stessi tutto il materiale per la scalata. Certo, era un piano duro, completamente nuovo e non privo di rischi. Ma noi credevamo che in quel modo, un giorno, saremmo giunti tutti e quattro in cima. Hermann Buhl, l’unico di noi in possesso di esperienza himalayana, lo riteneva possibile, e lui doveva saperlo. In patria, probabilmente più di uno avrà scosso la testa disapprovando il nostro progetto. Ma i progetti e le azioni di Hermann Buhl erano sempre stati più arditi di quelli degli altri. Dove esisteva per lui il limite del possibile? Egli stesso lo stava ancora cercando. Il Broad Peak, senza portatori, senza ossigeno. Scalata d’un ottomila in stile occidentale, così aveva definito Hermann il suo piano. Ed era proprio un “piano alla Hermann Buhl”.
E l’itinerario da seguire sul Broad Peak? Anche questo era ardito: lungo una linea quasi dritta, avremmo dovuto salire per la ripida parete occidentale alta circa
Giovedì 25 ottobre 2007. Ci troviamo in cinque seduti al tavolo di una trattoria tipica ferrarese per mangiare un boccone prima della conferenza prevista nella serata. Per festeggiare gli ottant’anni della fondazione della locale sezione del Club Alpino Italiano è stato chiamato un personaggio importante e quel personaggio è fra quei cinque, si chiama Kurt Diemberger. Sono passati cinquant’anni esatti da quella spedizione di cui si finisce per parlare durante la piacevole conversazione e non si può perdere l’occasione per chiedere al disponibile Kurt se, allora, si era reso conto di essere entrato a far parte di una spedizione che avrebbe realizzato un’impresa destinata a rimanere memorabile nella storia dell’alpinismo. Lui girando il volto verso il suo interlocutore sorride e, con la tipica parlata che rivela le origini austriache, risponde bonario:”Eh, avevo allora 25 anni, ero molto giovane, pensavo solo di andare, non pensavo altro…”. Risposta quasi scontata perché l’ideatore di quell’impresa era stato il grande Hermann Buhl e lui, il giovane Kurt, era soltanto un entusiasta talento alpinistico che si era messo in luce l’anno prima (il 1956) salendo la meringa gigante del Gran Zebrù. Furono quelli i primi “passi verso l’ignoto” che a distanza di cinquant’anni lo hanno portato a salire sei dei 14 “ottomila” (di cui due in prima assoluta) e ad essere considerato “una leggenda vivente dell’alpinismo”.
Ecco, con l’ultimo post pubblicato (“La via più facile del mondo”) ho concluso il mio primo giro di un anno su Intraisass. È stata una magnifica esperienza quella di rientrare ogni settimana in me stesso, nella valle profonda che ognuno porta dentro di sé. Lungo il filo delle parole, ho potuto vagabondare avanti e indietro nella mia vita – come sempre accade in simili frangenti (chi scrive racconta soprattutto se stesso, anche se l’argomento è Moby Dick) – e in ciò, come è naturale, mi sono fatto accompagnare dai compagni di sempre, la montagna, l’arte, i libri. Ad alcuni autori di questi ultimi ho reso omaggio e testimonianza con dei corsivi tratti dalle loro opere, quasi che ogni brano fosse un tiro di corda ed ogni corsivo un affidabile rinvio. Del resto, come non essere grati a chi ci sa parlare, sostenere, illuminare e venire in soccorso ad ogni ora del giorno e della notte? E non ho rinunciato nemmeno alle illustrazioni, disegni e fotografie, che – assieme alla scrittura – mi hanno da sempre aiutato a fermare ed affermare memoria e felicità visive, fin da quando avevo due anni e tracciavo figure col dito nella polvere del cortile, per nulla spaventato da tedeschi in fuga rabbiosa o bombardamenti alleati. Credo che fra tutti gli avvicinamenti fatti quello allo spigolo del Sass de Stria sia il più lungo in assoluto, dal punto di vista psicologico s’intende. L’avvicinamento fisico consiste in una piacevole passeggiata che inizia al Passo di Valparola scendendo in breve ad una conca verde e amena che si percorre in direzione Averau, che appare di fronte nella sua forma turrita. Si prosegue scendendo ancora fino a passare al fianco di una bella fascia di rocce dove negli ultimi anni sono stati tracciati alcuni itinerari di arrampicata sportiva e da qui si inizia a risalire un sentiero che rasenta le rocce fino ad arrivare ai piedi del bello e slanciato spigolo sud-est, su cui si sviluppa la via Colbertaldo-Pezzotti, una delle più classiche e ripetute della zona del Passo Falzarego, aperta il 1 agosto 1939. Lo avevo fatto verso la fine di agosto del 1975 assieme al mio amico “quasi” d’infanzia Bruno De Donà ed a sua sorella Gianna; arrampicavo con Bruno per la prima volta in quella occasione e potei rendermi conto di quanto per lui arrampicare fosse una cosa naturale e spontanea, almeno quanto per me era invece un faticoso apprendistato, combattuto com’ero fra la passione che sentivo e il timore del vuoto che cercavo di vincere. Proprio per questo, se c’era una cosa che avevo capito nelle mie prime scalate di quel mese di agosto era che non avrei mai potuto fare il capocordata: troppa paura e troppe insicurezze. Eppure erano state sufficienti alcune uscite settembrine in un ambiente di palestra come quello delle Numerate di Rocca Pendice per farmi cambiare idea. Stanco di attendere una corda calata dall’alto da qualche “esperto” per poter compiere in sicurezza una di quelle brevi salite, mi ero legato pregando uno dei ragazzi in attesa assieme a me di farmi sicura ed avevo fatto la 3x, quella che avevo già percorso un paio di volte e mi intimoriva meno. Cosa mi avesse spinto a farlo non lo avevo capito esattamente, era sembrata l’impazienza di stare ad attendere, ma c’era stata anche una buona dose d’istinto e comunque avvertii che qualcosa in me si era sbloccato e che, almeno lì in quella montagna “in miniatura”, avrei potuto fare il capocordata. Cosa che feci in tutti i fine settimana di ottobre sentendo aumentare progressivamente in me la sicurezza ed anche le capacità tecniche. Aumentò al punto la mia sicurezza da avere voglia di cimentarmi su di una via in montagna e pensai allo spigolo del Sass de Stria, perché lo conoscevo, ma soprattutto perché era impossibile sbagliare itinerario e non presentava problemi di discesa. Mancava solo un compagno di cordata, ma a Ferrara non avevo nessuno a cui proporlo, sicché mi fu naturale pensare a mio cugino Giulio: con lui avevo già arrampicato a ferragosto sullo spigolo della Torre Delago e sapevo di potermi fidare; restava solo da verificare se lui si sarebbe fidato di me come capocordata. Sicché approfittai del primo fine settimana di novembre per raggiungere Pecol, determinato, carico di entusiasmo e con una corda da
In virtù di quella esperienza personale negli anni successivi, divenuto istruttore di alpinismo, a chi mi chiedeva che fare per “fare il primo di cordata”, ho sempre sconsigliato di ascoltare ambizioni, ma di saper guardare sinceramente dentro se stessi e cominciare soltanto quando dentro di sé si sente quella convinzione e quella sicurezza psicologica e morale senza le quali non c’è volontà che possa fare da surrogato.
«Gli organizzatori pensano davvero che questa sia stata l'edizione della rassegna con la maggior partecipazione di pubblico», leggiamo in un comunicato dell'ufficio stampa della manifestazione bellunese Oltre le Vette. Il ciclo di incontri si è concluso domenica scorsa, ed ora è tempo di bilanci: «Una bella edizione che ha avuto una costante partecipazione di pubblico alle ben dieci serate al Teatro Comunale e una buona frequenza alle mostre, ai convegni e alle presentazioni di libri», sottolinea il curatore Flavio Faoro. «Ma possiamo ancora migliorare».
caro Marco Mazzocchi,
considerato che scrivere alla Rai una lettera aperta è tempo perso, ti scrivo qui una brevissima considerazione personale, dopo la trasmissione di ieri [v. La Stampa. La morte non ferma la tv].
Due righe e una parentesi, quadra.
Tu, e tutto quello che rappresenti [l'ipocrisia, l'incompetenza, l'impertinenza, la superficialità, il pressappochismo, il giornalismo viziato e la televisione deviata], fai schifo. Punto.
Alberto Peruffo
Corso Matteotti 41, 36075
Montecchio Maggiore - VICENZA
Ma sì, tocchiamo il fondo. Il limite del possibile all’inverso, il tragitto di montagna più facile che si possa immaginare. Di pericoli neanche l’ombra, e fatica quasi zero. Pendenze talmente dolci da far guadagnare quota in modo impercettibile. Come sorseggiare un liquore a goccia a goccia e, volendo, continuare fino ad ubriacarsene. In quegli anni settanta, con il corso roccia del CAI Ferrara si andava alle Numerate di Teolo ed ogni anno risultava più difficile svolgere una didattica tranquilla a causa della troppa frequentazione. Se n’era accorto anche il Cai di Padova che era “titolare” di quella palestra e la puliva e gestiva per le proprie attività didattiche, tanto da inviare una comunicazione ai CAI limitrofi affinché chiedessero autorizzazione preventiva per accedervi con i corsi, in modo da non sovrapporre attività di più sezioni, che già era difficile fare i conti con la numerosa presenza domenicale dei tanti appassionati che autonomamente frequentavano quelle rocce ideali per l’arrampicata.
Noi lo avevamo fatto diligentemente, così come richiesto, ma avevamo nel contempo anche avviato una ricerca in giro per i Colli Euganei, al fine di trovare qualche altro affioramento di trachite che ci consentisse di svolgere i nostri corsi. Non interessava tanto la lunghezza o la difficoltà degli itinerari, quanto avere un luogo tranquillo in cui sviluppare quella “didattica del movimento” e la conoscenza delle manovre di cordata per poi trasferirle sulle pareti delle Dolomiti. Fu proprio in quel periodo di ricerca che notammo quei “denti” di roccia affiorare dalla dorsale di Castelnuovo e li vedemmo perché i contadini della zona, proprio quell’anno, avevano effettuato il taglio periodico del bosco ceduo: era il 1981. Sicché un giorno salimmo a guardare da vicino e ne avemmo buona impressione: erano tre sassoni di trachite (roccia di origine vulcanica), alti non più di
Non so se sia la nostalgia che mi spinge, ogni tanto, a ritornare a quel micromondo, ma così succede soprattutto quando si verificano certe “condizioni” psicologiche, cioè quando la voglia di riflessione prevale su quella di azione, magari in una domenica pomeriggio di ottobre in cui il tepore del sole autunnale invita a salire sull’auto e ad andare, proprio come è successo qualche giorno fa. Allora può capitare di arrampicare sulla via “dello Scivolo” ed arrivare sulla cima mentre il disco rosso del sole si appresta a tramontare all’orizzonte e fare fretta al compagno per poi sedersi in silenzio a guardare il disco rosso scomparire lentamente, la luce del giorno attenuarsi, le luci della pianura prendere a brillare e la sagoma delle Piccole Dolomiti vicentine assumere rilievo in lontananza. Poi mentre fai la corda doppia incalzato dall’umidità della sera che avanza senti una sensazione di pace interiore, di rilassatezza e pensi che è stato bello ritornare ancora una volta a quel micromondo di trachite, tanto piccolo quanto capace di regalarti grandi sensazioni.
Si approssima ormai alla conclusione l'undicesima edizione di Oltre le Vette, la rassegna bellunese dedicata alla cultura della montagna. Con riferimento a quanto è successo negli ultimi giorni, ecco ancora un po' di rassegna stampa dal Corriere delle Alpi.