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martedì, 30 ottobre 2007

WELFARE

postato da mauromazzetti alle 15:58 in varia
Giusto un paio di settimane fa, ho partecipato anch’io ad una delle assemblee per il referendum sul welfare.
E’ stata veramente una buona occasione per rivedere talune lastre [facce alla genovese, ma con significato lievemente dispregiativo], che da molto tempo non avevo il piacere di incontrare. Davanti, o meglio di fianco-quasi-dietro, ai delegati provinciali delle organizzazioni sindacali più [o meno] rappresentative sul piano nazionale, facevano bella mostra di sé le lastre di cui sopra. Sepolcri imbiancati, pecorelle smarrite, figliuoli prodighi, marie maddalene, lazzari, farisei e ponzi pilati.
Proprio come a certi convegni [?] sull’alpinismo. Dove va l’alpinismo, come va l’alpinismo, chi fa l’alpinismo, che cos’è l’alpinismo e via discorrendo.
Meglio, ma molto meglio, se andate a leggere qui. Premetto che l’arrampicata “a mani nude” non è il mio forte e non rientra nei miei preferiti. Però mi sembra significativo segnalare la forza di volontà e di scoperta che continua ad animare il “vecchietto” JB Tribout. Alla veneranda età di 46 anni, si permette ancora di salire a vista un ottoa.
Ma ce n’è anche per lo sciovinismo francese; non dimentichiamoci infatti che il “nostro” Erri De Luca ha salito quei gradi ben dopo aver passato la cinquantina [e con ciò offrendo allo scrivente ancora un paio d’anni di ossigeno].
Ma torniamo all’argomento principale.
Sembra che, alla domanda “dove va l’alpinismo?”, Cassin abbia risposto: “In montagna”.
Ipse dixit.
Nada mas.
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sabato, 27 ottobre 2007

I PRIMI PASSI DI KURT VERSO L’IGNOTO

postato da gabrielevilla alle 00:26 in storia dell alpinismo

Uno scrivere deciso, frasi brevi, poco più che telegrafiche dalle quali traspare entusiasmo e determinazione e un piano preciso, lucidamente pensato, ma incredibilmente anticipatore. Un piano d’azione per salire un “ottomila” senza bombole d’ossigeno e senza portatori d’alta quota e siamo solo tre anni dopo l’imponente spedizione nazionale italiana al K2 del 1954 che sull’uso delle bombole d’ossigeno ha visto nascere una polemica feroce tra alpinisti che non si è mai più esaurita, nemmeno dopo cinquant’anni dalla realizzazione. Quelle pagine appassionate sono oggi un incredibile documento storico, una testimonianza precisa di un grande passo avanti dell’alpinismo himalayano e sono state scritte da uno dei protagonisti di quella scalata, Kurt Diemberger, nel suo libro “Tra zero e ottomila” (Zanichelli editore – Bologna –1970). 

Eccolo! Il nostro Broad Peak! Eravamo pieni d’entusiasmo. Continuavamo a parlare sempre della nostra montagna. Eravamo tutti pieni di spinta. E questo era indispensabile, perché l’impresa che volevamo affrontare avrebbe richiesto ogni nostra energia, senza riserve. Nessuno aveva ancora compiuto la scalata di un ottomila senza impiegare portatori d’alta quota; Hermann Buhl lo voleva tentare. Quindi, dal campo base, ci dovevano essere solo gli alpinisti sulla montagna, a fare da portatori, a piantare i campi, a dare l’assalto alla cima. Ed avremmo dovuto salire senza respiratori; ci saremmo acclimatati alle più alte quote portando in su noi stessi tutto il materiale per la scalata. Certo, era un piano duro, completamente nuovo e non privo di rischi. Ma noi credevamo che in quel modo, un giorno, saremmo giunti tutti e quattro in cima. Hermann Buhl, l’unico di noi in possesso di esperienza himalayana, lo riteneva possibile, e lui doveva saperlo. In patria, probabilmente più di uno avrà scosso la testa disapprovando il nostro progetto. Ma i progetti e le azioni di Hermann Buhl erano sempre stati più arditi di quelli degli altri. Dove esisteva per lui il limite del possibile? Egli stesso lo stava ancora cercando. Il Broad Peak, senza portatori, senza ossigeno. Scalata d’un ottomila in stile occidentale, così aveva definito Hermann il suo piano. Ed era proprio un “piano alla Hermann Buhl”.

E l’itinerario da seguire sul Broad Peak? Anche questo era ardito: lungo una linea quasi dritta, avremmo dovuto salire per la ripida parete occidentale alta circa 3000 metri toccando così una quota di circa 7800 metri. Da lì, poi, attraverso una forcella ed un breve tratto finale, avremmo raggiunto la cresta sommitale. Si trattava di una via splendida e diretta, che già negli anni trenta era stata ritenuta possibile e descritta da un noto esploratore himalayano, il professore G. O. Dyhrenfurth. Questa via lungo lo sperone ovest era stata scelta da Hermann Buhl, non solo per la sua linea diretta, ma innanzitutto perché meno pericolosa della via Herligkoffer che si svolgeva per un tratto abbastanza lungo – la cosiddetta <canna di cannone> - sotto il tiro diretto di slavine e valanghe. La spedizione di Herligkoffer non aveva avuto del resto altra scelta, perché lo sperone ovest sarebbe stato troppo difficile per i suoi portatori, una preoccupazione che a noi non pesava. Più in alto la nostra via coincideva per un tratto con quella ideata da Herligkoffer. Ma oltre i 7200 metri, tutto era nuovo: nessun uomo vi aveva messo piede. I nostri campi d’alta quota dovevano essere leggeri, e non attrezzati per un soggiorno prolungato, in accordo con il carattere degli assalti alla cima, che dovevano essere portati come un rapidissimo attacco dal campo base, appena la “scala di campi” fosse pronta. I giorni passano. Procediamo con i nostri portatori lungo il “mondo gobbo” del Baltoro. Ora ci troviamo oltre i 4000 metri e le soste si fanno sempre più frequenti. Durante la notte nevica e il freddo diventa intenso. Abbiamo già dovuto affrontare uno sciopero dei portatori e il prossimo non si farà di certo attendere molto!… …Ed ecco il previsto sciopero dei portatori! Si sprofonda fino al ginocchio nella neve fresca. Ci troviamo al Circo Concordia. Tentiamo di trattare. Non serve a niente questa volta, nemmeno un aumento di salario li smuove: tornano a casa. Troppa neve, troppo freddo… Ed eccoci seduti qua sui nostri cassoni! Noi quattro, i nostri due corrieri postali,  ed il capitano Quader Saeed, il nostro ufficiale di collegamento che in questo momento non ha più niente da collegare. E così diventiamo tutti portatori. Con un andirivieni continuo, stabiliamo il Campo base ai piedi del Broad Peack, a 4900 metri d’altezza. “Un buon allenamento per i prossimi giorni” afferma Buhl. Caricati un armadio sulle spalle e acquisterai la salute… nello stesso tempo ti acclimaterai. In altre parole: abituati all’altitudine, portando sulla montagna il tuo sacco, sempre riempito, vuotato, e riempito di nuovo, finchè non lo senti più premere, pesare, e ti passano le emicranie, e non boccheggi più alla ricerca dell’ossigeno. E così, alla fine, ti trovi ad avere raggiunto una splendida forma. Ed hai anche piantato i campi.      

 

Giovedì 25 ottobre 2007. Ci troviamo in cinque seduti al tavolo di una trattoria tipica ferrarese per mangiare un boccone prima della conferenza prevista nella serata. Per festeggiare gli ottant’anni della fondazione della locale sezione del Club Alpino Italiano è stato chiamato un personaggio importante e quel personaggio è fra quei cinque, si chiama Kurt Diemberger. Sono passati cinquant’anni esatti da quella spedizione di cui si finisce per parlare durante la piacevole conversazione e non si può perdere l’occasione per chiedere al disponibile Kurt se, allora, si era reso conto di essere entrato a far parte di una spedizione che avrebbe realizzato un’impresa destinata a rimanere memorabile nella storia dell’alpinismo. Lui girando il volto verso il suo interlocutore sorride e, con la tipica parlata che rivela le origini austriache, risponde bonario:”Eh, avevo allora 25 anni, ero molto giovane, pensavo solo di andare, non pensavo altro…”. Risposta quasi scontata perché l’ideatore di quell’impresa era stato il grande Hermann Buhl e lui, il giovane Kurt, era soltanto un entusiasta talento alpinistico che si era messo in luce l’anno prima (il 1956) salendo la meringa gigante del Gran Zebrù. Furono quelli i primi “passi verso l’ignoto” che a distanza di cinquant’anni lo hanno portato a salire sei dei 14 “ottomila” (di cui due in prima assoluta) e ad essere considerato “una leggenda vivente dell’alpinismo”.

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giovedì, 25 ottobre 2007

RITORNO A VALLE [feria d'autunno]

postato da mariocrespan alle 12:15 in ritorni a valle
RITORNO A VALLE di Mario CrespanEcco, con l’ultimo post pubblicato (“La via più facile del mondo”) ho concluso il mio primo giro di un anno su Intraisass. È stata una magnifica esperienza quella di rientrare ogni settimana in me stesso, nella valle profonda che ognuno porta dentro di sé. Lungo il filo delle parole, ho potuto vagabondare avanti e indietro nella mia vita – come sempre accade in simili frangenti (chi scrive racconta soprattutto se stesso, anche se l’argomento è Moby Dick) – e in ciò, come è naturale, mi sono fatto accompagnare dai compagni di sempre, la montagna, l’arte, i libri. Ad alcuni autori di questi ultimi ho reso omaggio e testimonianza con dei corsivi tratti dalle loro opere, quasi che ogni brano fosse un tiro di corda ed ogni corsivo un affidabile rinvio. Del resto, come non essere grati a chi ci sa parlare, sostenere, illuminare e venire in soccorso ad ogni ora del giorno e della notte? E non ho rinunciato nemmeno alle illustrazioni, disegni e fotografie, che – assieme alla scrittura – mi hanno da sempre aiutato a fermare ed affermare memoria e felicità visive, fin da quando avevo due anni e tracciavo figure col dito nella polvere del cortile, per nulla spaventato da tedeschi in fuga rabbiosa o bombardamenti alleati.
Prima di ricominciare un altro giro – se sarà il caso e se l’ottimo Alberto sarà d’accordo – ho dunque deciso di concedermi una pausa di respiro e di riflessione. Ringrazio moltissimo tutti coloro che hanno avuto la pazienza e la costanza di leggermi, e che talora – assai benevolmente – hanno commentato. A presto.
E ciò sia, e con ciò resti fermamente stabilito.
 
[Corsivo finale segreto, a memoria]
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martedì, 23 ottobre 2007

A FERRARA: INCONTRO CON KURT DIEMBERGER

postato da gabrielevilla alle 16:43 in incontri e manifestazioni
Con il mese di ottobre ritorna a Ferrara il consueto appuntamento con la rassegna “Inseguendo i profili” organizzata dalla locale sezione del Club Alpino Italiano. Quest'anno, ottantesimo di fondazione della Sezione CAI di Ferrara, la rassegna si incentrerà sull'unica presenza del noto alpinista, scrittore e cineasta Kurt Diemberger che sarà alla Sala Estense alle ore 21:00 di giovedì 25 ottobre 2007. L’alpinista salisburghese, classe 1932, salitore di sei “ottomila” dei quali due in prima assoluta (Broad Peack nel 1957 e Dhaulagiri nel 1960) presenterà una scelta dei suoi più recenti filmati raccolti in una serata dal titolo "Passi verso l'ignoto". L’appuntamento tra i soci del Cai ferrarese è assai sentito, anche per il piacevole ricordo rimasto in molti di loro della sorridente presenza del grande alpinista austriaco in occasione dell’Assemblea Nazionale dei Delegati del CAI, tenuta a Ferrara il 18 maggio 1997, nella quale Kurt Diemberger ricevette l’attestato di Socio Onorario del Club Alpino Italiano. 
sabato, 20 ottobre 2007

AVVICINAMENTI ( … ALLO SPIGOLO DEL SASS DE STRIA)

postato da gabrielevilla alle 00:23 in storie

Credo che fra tutti gli avvicinamenti fatti quello allo spigolo del Sass de Stria sia il più lungo in assoluto, dal punto di vista psicologico s’intende. L’avvicinamento fisico consiste in una piacevole passeggiata che inizia al Passo di Valparola scendendo in breve ad una conca verde e amena che si percorre in direzione Averau, che appare di fronte nella sua forma turrita. Si prosegue scendendo ancora fino a passare al fianco di una bella fascia di rocce dove negli ultimi anni sono stati tracciati alcuni itinerari di arrampicata sportiva e da qui si inizia a risalire un sentiero che rasenta le rocce fino ad arrivare ai piedi del bello e slanciato spigolo sud-est, su cui si sviluppa la via Colbertaldo-Pezzotti, una delle più classiche e ripetute della zona del Passo Falzarego, aperta il 1 agosto 1939. Lo avevo fatto verso la fine di agosto del 1975 assieme al mio amico “quasi” d’infanzia Bruno De Donà ed a sua sorella Gianna; arrampicavo con Bruno per la prima volta in quella occasione e potei rendermi conto di quanto per lui arrampicare fosse una cosa naturale e spontanea, almeno quanto per me era invece un faticoso apprendistato, combattuto com’ero fra la passione che sentivo e il timore del vuoto che cercavo di vincere. Proprio per questo, se c’era una cosa che avevo capito nelle mie prime scalate di quel mese di agosto era che non avrei mai potuto fare il capocordata: troppa paura e troppe insicurezze. Eppure erano state sufficienti alcune uscite settembrine in un ambiente di palestra come quello delle Numerate di Rocca Pendice per farmi cambiare idea. Stanco di attendere una corda calata dall’alto da qualche “esperto” per poter compiere in sicurezza una di quelle brevi salite, mi ero legato pregando uno dei ragazzi in attesa assieme a me di farmi sicura ed avevo fatto la 3x, quella che avevo già percorso un paio di volte e mi intimoriva meno. Cosa mi avesse spinto a farlo non lo avevo capito esattamente, era sembrata l’impazienza di stare ad attendere, ma c’era stata anche una buona dose d’istinto e comunque avvertii che qualcosa in me si era sbloccato e che, almeno lì in quella montagna “in miniatura”, avrei potuto fare il capocordata. Cosa che feci in tutti i fine settimana di ottobre sentendo aumentare progressivamente in me la sicurezza ed anche le capacità tecniche. Aumentò al punto la mia sicurezza da avere voglia di cimentarmi su di una via in montagna e pensai allo spigolo del Sass de Stria, perché lo conoscevo, ma soprattutto perché era impossibile sbagliare itinerario e non presentava problemi di discesa. Mancava solo un compagno di cordata, ma a Ferrara non avevo nessuno a cui proporlo, sicché mi fu naturale pensare a mio cugino Giulio: con lui avevo già arrampicato a ferragosto sullo spigolo della Torre Delago e sapevo di potermi fidare; restava solo da verificare se lui si sarebbe fidato di me come capocordata. Sicché approfittai del primo fine settimana di novembre per raggiungere Pecol, determinato, carico di entusiasmo e con una corda da 11 millimetri nuova fiammante. Quando proposi a Giulio l’idea del Sass de Stria mi sentii rivolgere la domanda che mi aspettavo: “èlo chi che tira da prim?”. Gli raccontai delle esperienze fatte ai Colli Euganei cercando di essere convincente sul fatto che mi sentivo sicuro e sufficientemente preparato per essere in grado di “tirare” quella via, ma leggevo nei suoi occhi un dubbio più che concreto; del resto lui ricordava di certo molto precisamente i miei timori ferragostani e forse non poteva comprendere come in quei due mesi e mezzo avessi potuto compiere il mio “avvicinamento” psicologico. Prima di accondiscendere, molto seriamente, mi rivolse la domanda fatidica: “Ma ti, èsto segùr del chèl che te fà?”. Non credo fosse domanda retorica e nemmeno di sfiducia, credo piuttosto volesse avere conferma della mia convinzione e, sentita la mia risposta confermativa, accettò con una frase pragmatica e sibillina: “Bòn, tanto, in caso, t’ès ti che te casca”. Non avevo avvertito sfiducia verso di me in quella frase, quanto un voler mettere le cose in chiaro, un voler ribadire che scelte e responsabilità sarebbero state mie e solo mie e che solo io avrei dovuto garantire per me stesso. Dormii tranquillo quella notte ed il giorno dopo, sabato 1 novembre 1975, condussi la cordata lungo la via dello spigolo del Sass de Stria secondo quelle che erano state le mie aspettative e le mie convinzioni, avendo conferma di avere compiuto quell’avvicinamento psicologico che mi aveva portato a trasformarmi da pavido secondo in primo di cordata.

In virtù di quella esperienza personale negli anni successivi, divenuto istruttore di alpinismo, a chi mi chiedeva che fare per “fare il primo di cordata”, ho sempre sconsigliato di ascoltare ambizioni, ma di saper guardare sinceramente dentro se stessi e cominciare soltanto quando dentro di sé si sente quella convinzione e quella sicurezza psicologica e morale senza le quali non c’è volontà che possa fare da surrogato.  

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giovedì, 18 ottobre 2007

LE SERATE BELLUNESI (#3)

postato da marcoconte alle 20:12 in incontri e manifestazioni
sapienza«Gli organizzatori pensano davvero che questa sia stata l'edizione della rassegna con la maggior partecipazione di pubblico», leggiamo in un comunicato dell'ufficio stampa della manifestazione bellunese Oltre le Vette. Il ciclo di incontri si è concluso domenica scorsa, ed ora è tempo di bilanci: «Una bella edizione che ha avuto una costante partecipazione di pubblico alle ben dieci serate al Teatro Comunale e una buona frequenza alle mostre, ai convegni e alle presentazioni di libri», sottolinea il curatore Flavio Faoro. «Ma possiamo ancora migliorare».

Di seguito, l'ultima rassegna stampa dal
Corriere delle Alpi dei giorni scorsi.

Abbiamo visto...

Rabanser e i chiodatori scomparsi. «L'alpinismo deve apparire a prima vista come il passatempo più illogico del mondo», sostiene Ivo Rabanser: «Chi arrampica va in cerca coscientemente di situazioni scomode e pericolose, dalle quali cerca poi di uscire con il minore danno possibile». Lo scalatore gardenese, che negli anni Novanta fu tra i più giovani di sempre ad essere ammesso dell'organico del Club Alpino Accademico Italiano, è salito venerdì sul palco di Oltre le Vette per l'ultimo incontro a tema alpinistico di questa edizione. [...] «Mi rattrista purtroppo constatare che al giorno d'oggi non esistono più i chiodatori di una volta», ha infine spiegato Rabanser nello spazio riservato alle domande del pubblico, rispondendo ad un quesito riguardante l'utilizzo dei chiodi a pressione: «Il chiodo classico da roccia, quello che richiedeva una notevole tecnica e poteva essere usato solo in determinate situazioni, era come una "firma" che raccontava la storia personale e l'abilità di chi lo aveva piantato. Anch'io in passato mi sono trovato nelle condizioni di dover utilizzare gli spit, ma solo come soluzione estrema quando era in gioco la sicurezza personale. Un utilizzo sistematico di strumenti moderni come il trapano, per esempio, potrebbe invece causare la scomparsa di un'abilità e di un'arte tipica della tradizione alpinistica» (domenica 14 ottobre 2007).

Rosalpina, 62 anni di coro. Molti cori alpini della zona del Trentino e dell'Alto Adige hanno una storia che abbraccia più generazioni e talvolta risale almeno a mezzo secolo addietro: il Coro Rosalpina in particolare, ospite sabato sera a Oltre le Vette per il tradizionale concerto conclusivo della rassegna, può senza dubbio essere riconosciuto tra i caposcuola del canto popolare alpino con i suoi 62 anni di esistenza e gli oltre 1000 concerti tenuti in tutta Europa. [...] Il repertorio di montagna non è certamente un genere facile all'interno del canto popolare: viene seguito con assiduità da un fedele pubblico di appassionati, ma deve nello stesso tempo proporre sempre qualche elemento di novità per evitare il rischio di cristallizzarsi e rendersi ripetitivo. Ecco dunque che il Coro Rosalpina, ricorrendo ad armonizzazioni originali di musicisti come Nunzio Montanari e Silvio Deflorian, ha invece assunto una identità propria nel vasto panorama corale del Triveneto (lunedì 15 ottobre 2007).

La suggestione di un luogo - incontro con lo scrittore Davide Sapienza (nella foto in alto, N.d.R.). Qualcuno sostiene che nei libri di Davide Sapienza, almeno nei pochi che il giovane scrittore lombardo ha finora pubblicato, sia più facile trovare un interrogativo piuttosto che una normale frase con un punto fermo alla fine. È stato lo stesso Flavio Faoro, durante la presentazione del romanzo
La valle di Ognidove tenutasi ieri pomeriggio a Oltre le Vette, a riassumere questa osservazione: «Chi legge il libro si fa accompagnare lungo percorsi reali, immaginari o simbolici spesso difficili da decifrare, spinto dalla curiosità di sapere dove si arriverà alla fine di tutto».
Tra le pagine di La valle di Ognidove, dato alle stampe di recente dalla casa editrice CDA-Vivalda, capita ad esempio che l'autore giunga intenzionalmente ad annullare i confini che separano i luoghi geografici dai luoghi simbolici: viene in questo modo a nascere un nuovo tipo di ambientazione romanzesca in cui dei posti particolarmente carichi di significato, magari lontanissimi tra loro nella realtà, si trasferiscono per incanto in un territorio ideale fatto di molti "dove" e che si chiama appunto "Ognidove".
Davide Sapienza ha un vocabolo particolare per questo tipo di scenari: nel linguaggio del popolo Inuit il termine "Nunatak" indica concretamente una roccia solitaria che emerge dal ghiaccio, un'area ben delimitata che ospita al suo interno un piccolo ecosistema autonomo dal territorio circostante. All'interno del libro l'autore ne amplia tuttavia il significato fino a comprendere dei luoghi dove l'osservatore umano stabilisce un dialogo e uno scambio di emozioni con la natura che lo circonda. Dentro La valle di Ognidove ce ne sono di tutti i tipi, dal grande nord glaciale del continente nordamericano fino alle vette alpine del gruppo montuoso della Presolana [...] (lunedì 15 ottobre 2007).

EDITORIALE: UNA NON-LETTERA AL CARO MAZZOCCHI

postato da intrablog alle 10:28 in

Alberto Peruffo - Biennale Venezia 16 settembre 2007caro Marco Mazzocchi,
considerato che scrivere alla Rai una lettera aperta è tempo perso, ti scrivo qui una brevissima considerazione personale, dopo la trasmissione di ieri [v. La Stampa. La morte non ferma la tv].
Due righe e una parentesi, quadra.
 
Tu, e tutto quello che rappresenti [l'ipocrisia, l'incompetenza, l'impertinenza, la superficialità, il pressappochismo, il giornalismo viziato e la televisione deviata], fai schifo. Punto.
 
Alberto Peruffo
Corso Matteotti 41, 36075
Montecchio Maggiore - VICENZA

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LA VIA PIU' FACILE DEL MONDO

postato da mariocrespan alle 09:41 in ritorni a valle
Cattedrale di Wells, Sala CapitolareMa sì, tocchiamo il fondo. Il limite del possibile all’inverso, il tragitto di montagna più facile che si possa immaginare. Di pericoli neanche l’ombra, e fatica quasi zero. Pendenze talmente dolci da far guadagnare quota in modo impercettibile. Come sorseggiare un liquore a goccia a goccia e, volendo, continuare fino ad ubriacarsene.
L’estremamente difficile è riservato a pochi, si sa, ma l’estremamente facile – per differenti motivi – forse non lo è da meno. Supponiamo, ad esempio, di abbandonare la strada quasi di soppiatto per montare un pendio di foresta in cui già si innalzano maestose strutture colonnari. Niente sottobosco. Il terreno umido, scuro, elastico si mantiene libero e vi si adagia un tappeto di foglie tritate miste a sterpi. In un quarto d’ora raggiungiamo la groppa allargata di un lungo crinale, dove il bosco moltiplica le sue creature di faggio. I fusti verticali e diritti rimangono a qualche metro di distanza uno dall’altro e solo più in alto intessono tra loro le chiome. Come se una sala capitolare gotica inglese si riproducesse a caleidoscopio tutto attorno e tale incastro seriale di vani si combinasse in un unico grande salone sostenuto da un’infinità di colonne. Siamo lì a procedere sul sentiero in lievissima ascesa mentre la selva reclama spazio dentro di noi e risveglia attenzione e pensiero. Il sole penetra appena la volta di foglie e picchietta il suolo di isolati punti luminosi. I passi si susseguono piani, ogni minima spinta fisica o mentale si manifesta in semplicità assoluta, nativa. Ramaglie di schianto costellano la traccia ed offrono l’opportunità di rimuoverle il tanto che basta. Ecco, supponiamo tutto questo – facilità piena, dunque, e immunità da qualsiasi minaccia – e chiediamoci se, pur in tali condizioni, saremmo capaci di cogliere qualcosa che rassomigli alle sensazioni forti e dirompenti stimolate dalle imprese alpinistiche spinte al nostro limite del possibile.
Il registro dell’estremamente facile, diversamente da quanto verrebbe da pensare, richiede un costante e sottile processo formativo, nel quale occorrono sensibilità, concentrazione, umiltà, studio. Su terreni simili a quello descritto molti alpinisti si annoiano, talvolta corrono. Per chi vuole c’è l’elicottero. Perché le imprese si consumano in alto, sulle pareti, non qui, territori di poco conto da attraversare in fretta. Alberi, sprazzi di sole, ma chi li vede?
Il problema è sempre il medesimo e ce lo insegna la fisica: l’energia non si crea né si distrugge, solo si trasforma, lasciandone una parte, talora cospicua, lungo la strada, per contrastare e vincere le resistenze passive. L’energia mentale obbedisce alle stesse leggi: se pretendi molto devi spendere moltissimo. Se non arriviamo a mettere in gioco la vita non aspettiamoci nulla di significativo da un rapporto amoroso, né da nessun’altra attività che coinvolga le ragioni ultime del nostro essere, arte ed alpinismo per prime. Si impara ad arrampicare anche indagando il bosco, così come si può rischiare la ragione e la caduta inseguendo una parola, un sogno, un segno, una pennellata, una forma, un accordo, una frase musicale, un movimento. Droga, alcol, bufera, vuoto, follia, che importa? La vita non conta nulla quando ad ogni costo vogliamo sapere, indagare, trovare, amare. Una scopata può essere divertimento o routine, ma se si carica di valori appassionati e vitali diventa la fine del mondo.
 
– Non leggerò più le riviste – esclama Francesco di punto in bianco – cosa me ne faccio di tutti quegli 8b, 8c, 9a? Che se li tengano loro!
 Siamo una decina attorno a un tavolo qui, sotto un portico, nella notte bellunese, a respirare la frizzante aria ottobrina nella città meno inquinata d’Italia. Il padrone dell’enoteca ha portato due bottiglie di cabernet e siamo di buon umore, aperti, solidali. Francesco si sta riprendendo da una brutta frattura ma – come noi – è felice della reciproca compagnia.
– Ritorna a camminare nel bosco appena potrai – gli dico, sorridendo alla sua improvvisa sfuriata – riparti da lì. Lo so, non ho bisogno di dirtelo poiché è una pratica che certo non disdegni, ma lo ricordo più per me stesso. Non di rado, nel corso degli anni, sono stato preda di urgenze insensate lasciandomi alle spalle frammenti di realtà assurdamente ritenuti troppo facili, o addirittura banali. Da lì, invece, comincia l’alpinismo…
– Non c’è più, è finito l’alpinismo – insiste Francesco, con foga attenuata da uno strano sorriso e dallo sguardo che sollecita smentite – finito, finito!
No, Francesco, non è finito l’alpinismo. Per gli uomini di buona volontà rimangono ettari di bosco estremamente facile da percorrere in silenzio, lentamente, accarezzando gli alberi e ascoltandone i dialoghi sommessi. Senza permettere al cuore di accelerare troppo, così che si possa appropriare del respiro universale che lega il nostro al destino di ogni più piccola entità. Da qui in avanti si percepiva l’oscurità viva della selva. Essa veniva e toccava l’oreccbio come un freddo dito. Era un lungo soffio smorzato, un suono gutturale, un suono profondo, un lungo canto monotono in una bocca aperta. Aveva l’ampiezza di tutte quelle colline coperte dagli alberi. Come la pioggia, era in cielo e in terra, arrivava allo stesso tempo da ogni parte e lentamente vibrava come un’onda pesante, risonando nel chiuso dei valloni. Al fondo di tutto, piccoli crepitii di foglie correvano zampettando come topi. Partivano e si disperdevano, quindi scivolavano sulle scalinate dei rami finché s’udiva rimbalzare un piccolo suono, dolce e picchiettante come una goccia d’acqua attraverso un albero. Gemiti scaturivano dalla terra, rimontando pesantemente nella linfa dei tronchi fino alle biforcazioni dei grossi rami.
E poi rimangono centinaia di montagne visitate talmente di rado che gli ometti della cima vanno in rovina. Chi vuole troverà sempre una quantità di vie facili – massimo 2c, scala francese – che richiedono soprattutto amore per essere percorse. Amore puro, amore cristallino.
Intanto camminiamo nel bosco senza alcuna fretta e, quand’esso dirada e poi finisce, portiamoci più in alto e cerchiamo un luogo dove l’erba magra accolga buoni massi di pietra dolomia. Qui possiamo sederci e assistere per un poco al tramonto della stagione prima di ridiscendere al bosco nella più satura e declinante vigilia della sera. Soffermiamoci volentieri. Alimentiamo l’estrememente difficile con l’estremamente facile.
 
[Brano di Jean Giono, da Le chant du monde]
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sabato, 13 ottobre 2007

“I SASSI”, DELIZIOSO MICROMONDO DI TRACHITE

postato da gabrielevilla alle 00:46 in storie

In quegli anni settanta, con il corso roccia del CAI Ferrara si andava alle Numerate di Teolo ed ogni anno risultava più difficile svolgere una didattica tranquilla a causa della troppa frequentazione. Se n’era accorto anche il Cai di Padova che era “titolare” di quella palestra e la puliva e gestiva per le proprie attività didattiche, tanto da inviare una comunicazione ai CAI limitrofi affinché chiedessero autorizzazione preventiva per accedervi con i corsi, in modo da non sovrapporre attività di più sezioni, che già era difficile fare i conti con la numerosa presenza domenicale dei tanti appassionati che autonomamente frequentavano quelle rocce ideali per l’arrampicata.

 

Noi lo avevamo fatto diligentemente, così come richiesto, ma avevamo nel contempo anche avviato una ricerca in giro per i Colli Euganei, al fine di trovare qualche altro affioramento di trachite che ci consentisse di svolgere i nostri corsi. Non interessava tanto la lunghezza o la difficoltà degli itinerari, quanto avere un luogo tranquillo in cui sviluppare quella “didattica del movimento” e la conoscenza delle manovre di cordata per poi trasferirle sulle pareti delle Dolomiti. Fu proprio in quel periodo di ricerca che notammo quei “denti” di roccia affiorare dalla dorsale di Castelnuovo e li vedemmo perché i contadini della zona, proprio quell’anno, avevano effettuato il taglio periodico del bosco ceduo: era il 1981. Sicché un giorno salimmo a guardare da vicino e ne avemmo buona impressione: erano tre sassoni di trachite (roccia di origine vulcanica), alti non più di 10 metri sui versanti sud, ma il più grande raggiungeva i 20 metri di altezza sul suo lato nord; le rocce erano abbastanza pulite da muschi e licheni, mentre intorno e in qualche fessura della roccia ci sarebbe stato da eliminare qualche rovo ed eventualmente contrastare l’avanzata della rigogliosa “macchia mediterranea” e di qualche fronzuto castagno troppo vicino alle rocce. Trovammo pure qualche anello cementato, segno di lontane frequentazioni e ne leggemmo riscontro in un “passaggio” della storia alpinistica dei Colli Euganei. “Dal 1939 in poi Bianchini, Bettella, Sandi e vari altri volonterosi fecero numerose salite esplorative… alle cave di trachite di Monte Rosso, di Monte Grande, di Montemerlo…alle strane balze ed ai pittoreschi caratteristici “denti” levigati del Monte delle Forche, delle Sassole, dei Sassi del Prete….”. (COLLI EUGANEI-Guida Alpinistico- Turistica. CAI Sezione di Padova-1963). Sassi del Prete, proprio quello sembrava dunque essere il nome del luogo della nostra “scoperta” e ci parve di avere trovato il luogo ideale per i nostri corsi di roccia perché quelle vie “troppo corte”, che facevano aumentare la voglia di arrampicare piuttosto che saziarla, erano la migliore garanzia del fatto che sarebbe rimasto luogo tranquillo così come noi lo volevamo. Su qualche cartina avevamo anche letto Sassi della Vecchia, qualcuno (probabilmente sbagliando) aveva parlato di Sassi della Strega, ma alla fine diventarono e rimasero per noi, solo e semplicemente “I SASSI”. Cominciarono così le visite per la pulizia sistematica, ma soprattutto per l’arrampicata, anche perché, quasi in una gara fra noi, salivamo le “minuscole” linee più logiche dando loro un nome come fossero autentiche vie di montagna ed ognuno voleva lasciare un suo marchio, una sua firma su quelle rocce di bella trachite, in un gioco fanciullesco e spontaneo. Nacquero così la via “dello Scivolo” (una rampa inclinata povera di appigli da fare in aderenza), la via “Magilla” (che per chi non lo ricordasse era un gorilla dei cartoni animati di quegli anni) cui fu aggiunta una variante “Cita”, la via “Soft Climb” (forse la più bella di tutte, un dulfer morbido fatto di tecnica ed equilibrio più che di forza), la fessura della “Serpe Fuggente” (nel nome analogie ed assonanze con la Val di Mello, nella salita una castigante opposizione schiena-piedi in stile anni ’30), il “Naso dell’ippopotamo” (per la caratteristica forma del tetto che aggirava), lo “Spigolo dello gnomo”, la “traversata del Dottore”, così come non poterono mancare le vie “Ave Ninchi nuda a cavallo” e nemmeno la “Supercazzola” (erano i tempi di Alto Gradimento di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni e dei primi film della serie “Amici miei”). Avevamo attrezzato anche una piccola “via ferrata” con una trentina di metri di cavo d’acciaio che veniva montato ad inizio corso e smontato al termine delle esercitazioni. Fino all’anno 2000 “I SASSI” sono stati la palestra ”ufficiale” del CAI di Ferrara in cui si succedettero 19 corsi roccia e 13 corsi di alpinismo e vi mossero i primi passi decine e decine di aspiranti alpinisti ferraresi, favoriti da quell’ambiente tranquillo e ameno immerso nel verde dei Colli Euganei, dalla contenuta esposizione che lasciava i principianti relativamente tranquilli di sperimentare l’arrampicata e le calate con la corda doppia. Finita la frequentazione ufficiale dei corsi quel micromondo di trachite solida e rugosa è rimasto comunque un riferimento per chi lo aveva conosciuto, sicché non è stato infrequente vedere ex allievi che andavano a ripercorrere le viette che li avevano visti muovere i primi passi, così come qualcuno non ha mai perso l’abitudine di andare ogni tanto a trascorrere una giornata all’aria aperta non dimenticando di portare con sé la forbice da potatore, la sega e il falcetto ed un robusto paio di guanti da lavoro. Proprio per quelle caratteristiche di tranquillità e di contenuta esposizione “I SASSI” sono stati “riscoperti” negli anni più recenti dal gruppo dell’Alpinismo Giovanile ferrarese che vi ha portato più volte i suoi ragazzi a sperimentare il “gioco arrampicata”.  

 

Non so se sia la nostalgia che mi spinge, ogni tanto, a ritornare a quel micromondo, ma così succede soprattutto quando si verificano certe “condizioni” psicologiche, cioè quando la voglia di riflessione prevale su quella di azione, magari in una domenica pomeriggio di ottobre in cui il tepore del sole autunnale invita a salire sull’auto e ad andare, proprio come è successo qualche giorno fa. Allora può capitare di arrampicare sulla via “dello Scivolo” ed arrivare sulla cima mentre il disco rosso del sole si appresta a tramontare all’orizzonte e fare fretta al compagno per poi sedersi in silenzio a guardare il disco rosso scomparire lentamente, la luce del giorno attenuarsi, le luci della pianura prendere a brillare e la sagoma delle Piccole Dolomiti vicentine assumere rilievo in lontananza. Poi mentre fai la corda doppia incalzato dall’umidità della sera che avanza senti una sensazione di pace interiore, di rilassatezza e pensi che è stato bello ritornare ancora una volta a quel micromondo di trachite, tanto piccolo quanto capace di regalarti grandi sensazioni. 

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venerdì, 12 ottobre 2007

LE SERATE BELLUNESI (#2)

postato da marcoconte alle 19:20 in incontri e manifestazioni
tilmanSi approssima ormai alla conclusione l'undicesima edizione di Oltre le Vette, la rassegna bellunese dedicata alla cultura della montagna. Con riferimento a quanto è successo negli ultimi giorni, ecco ancora un po' di rassegna stampa dal Corriere delle Alpi.

Abbiamo visto...

Un problema di salute obbliga De Luca al forfait. Lo scrittore Erri De Luca non sarà a Belluno venerdì per la rassegna Oltre le Vette - Metafore, uomini, luoghi della montagna. Un problema di salute lo ha costretto a comunicare in queste ore agli organizzatori che la prevista presentazione del libro Sottosopra - alture dell'Antico e del Nuovo testamento, scritto con Gennaro Matino e pubblicato da Mondadori, non potrà aver luogo, come previsto, al teatro comunale alle 18 (martedì 9 ottobre 2007).

Paolo Rumiz, dall'Adriatico alle Alpi. «Sono il giornalista più fortunato del mondo», ha detto di sé lo scrittore Paolo Rumiz durante l'appuntamento serale di ieri a Oltre le Vette: «Ogni anno posso proporre un viaggio nuovo e diverso al mio editore, ed è un grande privilegio. Credo che ciò avvenga perché in questo mondo di talk-show esistono ancora valori come il territorio, il tempo e il rapporto tra uomo e natura [...] Trieste è il solo posto che io conosca dove si possano ammirare le Alpi elevarsi in altezza oltre il perimetro del mare [...] Il titolo del libro (La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, N.d.R.) nasce da qui, e proprio da questo si sviluppa anche la consapevolezza che tra mari e monti esiste una stretta parentela. Forse pochi ci hanno pensato, ma i triestini sono i soli che riescono a intonare canti di montagna anche navigando» (martedì 9 ottobre 2007).

Tilman, una leggenda tra i monti. La storia ci insegna che sulle montagne, oltre agli alpinisti, in più di un'occasione è arrivata anche la tragedia della guerra. Si tratta di una realtà che di sicuro era ben conosciuta anche da un esploratore di razza come William Harold Tilman. Il maggiore dell'esercito inglese visitò il Bellunese nel periodo della guerra partigiana e vi svolse un'importante missione militare, sebbene nello stesso tempo approfittasse dei pochi momenti di libertà per nutrire la sua passione: salire le montagne. [...] «La figura di Tilman mi ha sempre colpito anche per alcune sue contraddizioni», ha infine concluso l'alpinista bellunese Roberto Sorgato. «Era un alpinista di fama internazionale, ma a Belluno si accontentò dei modesti monti dell'Alpago. Inoltre, nei suoi libri (cfr. Uomini e montagne, CDA-Vivalda, N.d.R.) non si trova un solo accenno al superbo itinerario escursionistico percorso durante la sua missione coi partigiani. Nonostante ciò, era indubbiamente una personalità molto avanti coi tempi: basti ricordare che arrivò sui 7800 m del Nanda Devi senza ossigeno, un'impresa non comune per l'epoca in cui venne organizzata» (venerdì 12 ottobre 2007).

Vedremo...

Questa sera alle 21, in teatro comunale, serata con il gardenese Ivo Rabanser. Domani sera, stessa ora e medesimo luogo, concerto del coro Rosalpina di Bolzano con la presentazione del Coro CAI di Belluno. Domenica 14, ultimo giorno della manifestazione, presentazione del libro La valle di Ognidove di Davide Sapienza.