Molto spesso, anche per buttar giù queste note, riprendo in mano i miei diari e tento di rivivere passaggi della mia vita, montagne, viaggi, sentimenti. Mi accorgo con disappunto che l’età taglia impietosamente la memoria, quella corta soprattutto, e allora accade che descrizioni ed impressioni di viaggio abbastanza recenti, assieme ai relativi stati d’animo, possano ridursi a semplici e vuote parole scritte. Un periodare quasi privo di significato che non richiama più alla mente nessuna informazione visiva, nessun barlume di ricordo. Esperienze scomparse, che non mi appartengono più. Non basta inchiodare testimonianze lungo l’arco di tempo concesso, e talvolta servono a poco perfino le immagini.
[Corsivi di Gildo Cesco-Frare e Ernst Bloch]
gentili amici,
un'altra comunicazione a blog unificati, prima di ripartire a pieno regime con settembre e approfittando della vacanza di Carlo Caccia su intotherocks. Oggi vogliamo fare un duplice omaggio: a una delle pareti che amiamo di più, la NW della Civetta; a una delle rare donne alpiniste che ha solcato quella grande parete, non solo con la forza e l'intelligenza delle mani e dei piedi, ma soprattutto con la sensibilità di chi sa raccogliere, raccontare e vivere le storie e la storia. Lei è Paola Favero, nostra cara amica e potenziale blogger se solo avesse più facile accesso alla rete; lui [quello che vedete nell'immagine], è il suo ultimo lavoro. Monumentale.
Il Cinquantenario del Diedro Philipp-Flamm e CIVETTA - Tra le pieghe della parete saranno i protagonisti dell'interessantissimo secondo fine settimana di settembre ad Alleghe. Ecco il programma dettagliato. Lo seguiremo da vicino con qualcuno dei nostri blogger come invi[t]ato speciale. E se tutto va per il meglio, non è escluso che faremo una super serata evento a Vicenza con tutti i protagonisti del libro, organizzata da noi.
PROGRAMMA 50° ANNIVERSARIO DELL’APERTURA DEL DIEDRO PHILIPP-FLAMM ALLA PARETE NORD-OVEST DEL MONTE CIVETTA
Venerdì 07.09.2007
c/o il CENTRO CONGRESSI DI ALLEGHE – PIAZZALE STADIO DEL GHIACCIO
Ore 20,00 saluti Autorità
Ore 20,30 “il diedro Philipp – Flamm storia e personaggi della via che ha aperto un’epoca” condotto da Manrico DELL’AGNOLA con la partecipazione dei protagonisti. Di seguito verrà proiettato il filmato: Pareti d’inverno di G. Rusconi.
Sabato 08.09.2007
c/o il RIFUGIO TISSI
Salita al rifugio TISSI (a piedi oppure a mezzo elicottero con partenza dai Piani di Pezzè)
Ore 14,00 Filò con gli alpinisti attorno al “larin” del TISSI – (per chi lo desideri è possibile prenotare il pernottamento c/o il Rifugio TISSI – COLDAI - VAZZOLER all’Ufficio Turistico di Alleghe tel. 0437/523333 e-mail alleghe@infodolomiti.it)
Domenica 09.09.2007
Ore 12,30 pranzo a prezzo convenzionato presso l’HOTEL COLDAI di ALLEGHE
A SEGUITO c/o CENTRO CONGRESSI DI ALLEGHE – PIAZZALE STADIO DEL GHIACCIO
Ore 16,00 consegna riconoscimenti ricordo agli alpinisti presenti. Seguirà presentazione del libro CIVETTA TRA LE PIEGHE DELLA PARETE di Paola FAVERO con il musicista Nelso SALTON e l’attore Primo ZANCAN
Ore 17,30 tavola rotonda “NORD OVEST OGGI” la grande parete tra storia ed evoluzione con la partecipazione degli alpinisti presenti
Ore 21,00 serata di diapositive realizzate e presentate da Christoph Hainz dal titolo:
DOLOMITI – ROCCIA, GHIACCIO E NEVE
PARETE NORD DELL’EIGER IN SOLITARIA
Quel sabato sera di una vacanza estiva passata in montagna, ero finito con alcuni ragazzi di Pecol e Piaia a San Tomaso. Non che ci fosse molto da scegliere alla fine degli anni sessanta in quei paesi sperduti di montagna: il cinema più vicino era ad Alleghe, pub e discoteche erano ancora di là da venire, lo stadio del ghiaccio c’era, ma … solo d’inverno e comunque praticamente tutti i ragazzi non possedevano l’auto per gli spostamenti. Sicchè eravamo finiti nel bar della “Sofi” per quel grande passatempo che si chiamava “calcio balilla”, mentre gli anziani seduti ai tavoli qualche metro più in là giocavano a carte e fumavano con a fianco l’immancabile “ombra de vìn”. Esaurito quel divertimento eravamo finiti su di un prato dietro all’albergo Bellavista a godere il fresco della serata ed a chiacchierare, al seguito alcune bottiglie di birra ed una di vermouth; di ragazze neanche parlare, quelle, in quegli anni, non uscivano di casa alla sera. Era quello il copione di molti sabati sera di quei ragazzi: chiacchierare, scherzare, ammazzare il tempo ed ubriacare sé stessi per uccidere la noia di quel vuoto intorno senza punti di divertimento e di aggregazione per i giovani. Io, con qualche anno più di loro ed ancora quasi astemio (pentito solamente in anni successivi), me ne stetti un po’ ai margini dei discorsi ad osservare l’inevitabile piega che la serata stava prendendo, mentre le birre erano finite, come pure la bottiglia del vermouth. Alla fine qualcuno aveva dato di stomaco e non si reggeva nemmeno in piedi, sicché mi offrii di accompagnare a casa Celestino, un ragazzone ben piantato che abitava a Piaia e che sembrava il più malconcio. Lo caricai sulla mia Fiat 500 azzurrina e lo portai fino al paese poi, siccome non era in grado di camminare da solo, gli passai una mano attorno al fianco per sorreggerlo e accompagnarlo fin sull’uscio di casa. Sentii ben presto il bagnaticcio della sua maglia trasferirsi sul mio braccio e la mano: realizzai che erano le tracce di vomito, conseguenza scontata della “ciòca” di vermouth. Feci finta di nulla: dopo mi sarei lavato alla brenta del paese e sarei rientrato a casa. Celestino “l’era proprio ciòc”, “sèco de mìna” dicevano lassù quando la “balla” era di quelle toste, ma mi ringraziò di averlo portato fin sull’uscio di casa e si scusò del disturbo che mi aveva arrecato ed io non riuscivo a capire come potesse non riuscire a reggersi in piedi, ma conservare quella capacità di ragionamento, aver ancora “sentimento”.
Estate 2007. Non guardo più la televisione oramai, ma leggo tutti i giorni gli allarmanti titoli di giornale che si rincorrono quasi quotidianamente: “Ubriaco investe due persone sulle strisce pedonali uccidendone una e ferendo gravemente l’altra, donna ubriaca investe e uccide un pedone, giovane di vent’anni supera colonna ferma al semaforo e passa col rosso a forte velocità, inseguito, risulta ubriaco alla prova dell’etilometro, giovani a passeggio investiti ed uccisi da autista ubriaco che si dà alla fuga, ecc. ecc.” Ci sono sempre più ubriachi al volante e nonostante siano stati intensificati i controlli e vengano ritirate decine di patenti il fenomeno continua ad aumentare. Quello che una volta sembrava “patrimonio”, ovviamente negativo, dei giovani di un Veneto ancora povero, oggi è diventata abitudine e stile di vita dei residenti delle città industrializzate dove una delle attività commerciali meglio organizzate e più redditizie è quel “divertimentificio” che ha trasformato molti in “consumatori” senza limiti e senza cervello. Anni di “febbri del sabato sera” e di una cultura dell’eccesso, evoluta in cultura dello sballo, accompagnate da una cinica deresponsabilizzazione hanno trasformato abitudini e stili di vita, annegando il senso morale di tante, troppe persone.
Forse è per questo che mi è tornato alla mente il ricordo di quella lontana estate, quasi evocazione nostalgica, quando anche da ubriachi si conservava “sentimento” e capacità di raziocinio, pur perdendo la coordinazione motoria. Si potrebbe dire con una battuta “non ci sono più gli ubriachi di una volta”, quando la “ciòca” era spesso figlia di un vuoto che era soltanto e soprattutto “fuori” dalle persone, mentre oggi che il “fuori” è tutto “pieno” e ben organizzato per far divertire tutti in tutte le maniere possibili, il vuoto sembra essersi trasferito soprattutto “dentro” le persone.
A tre tiri di corda dalla cima comincia la partita. Dalle soste osservo ventidue puntini bianchi e rossi che si affannano sul campo, mille metri più in basso, circondati da un po’ di pubblico. Auto rombano sulla strada della valle. Traffico, partita di calcio, tifosi sono l’indifferenza e la lontananza del mondo, che pur preme da presso. L’inguaribile isolamento cui siamo condannati in cerca di illusioni a smentita.La notizia è apparsa ieri sul sito del Corriere della Sera: Reinhold Messner lancia una nuova linea di profumi. Quattordici essenze, una per ogni Ottomila. Superata l'incredulità e lo stupore iniziali - personalmente in prima battuta ho esitato un attimo a mettere insieme l'immagine di Messner con quella di un profumo - non si può far altro che riconoscere a Messner uno straordinario talento commerciale, appena velato da quello che lui stesso pare aver definito «un messaggio a sostegno dell'agricoltura di alta montagna».
L’avvicinamento è una fase dell’arrampicata che ha un contenuto “teorico/culturale” ed uno “pratico/atletico”. Di certo è cultura, anche se limitatamente al campo alpinistico/geografico, lo studio di una montagna, la scelta di un itinerario piuttosto di un altro, la valutazione delle sue difficoltà, il rapportarle all’allenamento e alle capacità tecniche complessive della cordata, la scelta dei materiali necessari e del vestiario in base alla quota e all’esposizione della parete. E’ un lavoro culturale perché richiede una serie di conoscenze che non si improvvisano, ma vanno studiate, imparate e fatte proprie e queste conoscenze devono essere geografiche, tecniche, fisiologiche, meteorologiche, ambientali e più queste conoscenze sono affinate minore è il margine di rischio connesso all’ascensione, perché maggiore è il controllo da parte dell’alpinista di tutte le variabili in gioco. Credo che l’avvicinamento teorico/culturale ad una salita sia ciò che più di ogni altra cosa fa dell’alpinismo non uno sport, ma una “attività” umana a contenuto tecnico-sportivo. Il contenuto pratico/atletico dell’avvicinamento è la fase che va dal momento in cui si lascia l’auto in un qualche parcheggio per avvicinarsi prima alla montagna e poi alla parete da salire: è una fase prevalentemente fisica i cui aspetti però possono variare di molto per le influenze che ciò che ci apprestiamo a fare può avere sulla nostra psiche. Lo sa bene chi ha avuto occasione di aprire una “via nuova” in cui l’aspetto della “non conoscenza” del percorso, della necessità di proteggersi (e quindi di ulteriori capacità/conoscenze) assume un carattere preponderante che aumenta di molto il livello di stress e di impegno psicologico. Ma lo sa anche chi ricorda le proprie prime esperienze o chi si è impegnato in salite, magari anche facili, ma in ambienti complessi come un ghiacciaio crepacciato o una affilata cresta nevosa, magari ricca di pericolose cornici di neve e ghiaccio sospese su scivoli ripidissimi. Tutto questo per dire che l’avvicinamento può essere una semplice camminata (come quando si va in falesia o a percorrere una via semplice e protetta) come pure un impegno atletico anche rilevante con aspetti psicologici che possono essere fortemente condizionanti: insomma, può essere un’avventura nell’avventura.
Io, proprio per quanto appena detto, non ho mai potuto dimenticare l’avvicinamento alla Torre Delago sul cui spigolo ho compiuto la mia prima scalata in cordata. Ed a maggior ragione lo ricordo per l’alto contenuto di stress che mi veniva da una paura del vuoto (per molto tempo creduta a livello fobico) che a fatica mi stavo sforzando di vincere per accedere a quel mondo dell’arrampicata da cui mi sentivo istintivamente e fortemente attratto. Così ne scrivevo in “Te rergòrdeto Jorge … el spigol Delago” in cui raccontavo le emozioni di quel giorno: “Mano a mano che si avvicinava il momento di scalare quella torre meravigliosa il mio stato di “trance” aumentava; sentivo lo stomaco che si chiudeva progressivamente e la paura lievitare fino a raggiungere livelli difficili da controllare. Il mio stato d’animo faceva contrasto con quello di Giulio (mio cugino) che era tranquillo, mentre Giorgio (il mio giovane capocordata), pregustando il momento dell’azione, più si avvicinava, più rendeva palese l’entusiasmo per l’imminente scalata. Io al contrario di lui, più ci avvicinavamo alla Torre e più avrei voluto continuare a camminare, forse anche all’infinito, per non iniziare quell’arrampicata che tanto temevo e desideravo allo stesso tempo.”.
Quello fu certamente uno degli avvicinamenti più sofferti, quello in cui l’impegno psicologico fu di certo preponderante rispetto a quello fisico della lunga camminata intrapresa da Gardeccia per portarci sotto
Era una fredda sera di gennaio del 1985 quando io e il mio amico ed abituale compagno di cordata Stefano “Bat” ci recammo alla Sala Estense; in programma quella sera c’era un incontro organizzato dallo Sci Cai della sezione di Ferrara con Tone Valeruz: “Sciatore dell’impossibile”, recitava la locandina e subito sotto c’era una foto molto eloquente. Entrambi conoscevamo le imprese di Valeruz, ma non è che ce ne fregasse poi più di tanto; a noi interessava l’alpinismo ed avremmo preferito che l’ospite fosse stato uno scalatore piuttosto che uno sciatore, per quanto illustre e conosciuto. La serata tuttavia si rivelò decisamente interessante e capimmo che in fondo Valeruz scendeva con gli sci dalle stesse montagne su cui noi avremmo desiderato salire e prima di scenderne lui stesso le saliva per sincerarsi della consistenza del manto nevoso e della migliore linea di discesa da seguire: era quindi “anche” un alpinista, lo scoprimmo, di certo ingenuamente e per nostra ignoranza, proprio quella sera. Ricordo che alla fine della proiezione l’organizzazione sistemò sul palco (
Ad entrambi era venuto alla mente il ricordo di quella mattina di inizio settembre (era il 1979) in cui eravamo in cima alla “Regina delle Dolomiti” dopo avere pernottato alla capanna. Il giorno prima avevamo salito la via di sinistra della parete ghiacciata che guarda Pian Fiacconi, legati in cordata, Stefano davanti con l’impegno che alla prima occasione avrebbe messo le viti da ghiaccio per procedere in una “conserva protetta”, ma lo strato di ghiaccio non aveva mai superato i dieci centimetri di spessore, sicché salimmo per
Quella sera alla Sala Estense dopo avere visto i filmati di Tone Valeruz, “sciatore dell’impossibile”, e richiamato alla mente quel suo ricordo sulla cima della Marmolada, capimmo che il concetto di impossibile deve essere sempre e comunque interpretato in maniera molto soggettiva. Quello che ad uno può sembrare impossibile, per un altro può essere normalità, soprattutto se quest’ultimo è un fuoriclasse. E quella esperienza la ricordo come una piccola, importante lezione di vita.
FRANZ BONI