Non solo non sono che un semplice escursionista che a volte "rampa" per roccette, un attraversatore su e giù per la terra, ma devo anche dire che questa posizione dentro Intraisass riesce a non intimidirmi quando leggo delle bellissime e romantiche imprese alpinistiche dalle Alpi al Mondo nel nostro splendido blog. Però oggi sorrido - così: eh eh eh - perché posso finalmente trovare una chiave per presentarvi La Presolana. Essa mi guarda ogni mattina quando vado in cucina a preparare il caffé. Essa mi spiega come sarà la giornata che arrivo. Io qui a 650 metri di quota, lei lassù a 2500 metri (e rotti) con le sue tre cime principali, chiuse a est dal Visolo (2368 metri, o rotti...).
Diffusamente ho spremuto succo di cielo, prati, boschi e calcare prealpino ne I Diari di Rubha Hunish, tre anni fa e allora questa volta ecco perché, come dicevo più sopra - abbiate pazienza un attimo - oggi sono felice di parlarvi di un progetto nato per aggregazione spontanea e lunghezze d'onda orobiche tra alpinisti bergamaschi. L'idea viene da Maurizio Panseri, alpinista e vasto conoscitore di emozioni montane: alpinista capace di amare talmente la Sud e la Nord di questa montagna meraviglia da aver pensato di far vedere un vecchio filmato ad Alberto Valtellina. Il filmato era un ricordo amatoriale di una difficile nuova via - ripetuta pochissime volte dal 1978 - sulla Nord della Presolana.
Tra questi alpinisti di Colere, paese situato al displuvio della Presolana Nord e principalmente conosciuto per gli impianti sciistici dai turisti ma per gli accessi alla suddetta maestosa Nord (a Colere ho fatto la festa del mio matrimonio, sotto una splendida nevicata di aprile...), c'era il compianto Livo Piantoni, scomparso nel 1981. Il filmato é stato mostrato da Roby Piantoni, trentenne guida alpina scalvina, salitore dell'Everest senza ossigeno nel 2006 e figlio sincero di una terra splendida - la Valle di Scalve (www.scalve.it) appunto.
Roby mostra il video a Maurizio Panseri che grazie al volano del suo vorticoso sito Orme (www.orme.tv) decide di girare "qualcosa" che diventerà un film documentario sulle "Facce da Nord": nord come la parete, nord come gli scalvini di Colere, paese dove il sole non batte per tutto l'inverno, nord come il taciturno modo di essere degli abitanti di montagna, nord come "idea". Non voglio rovinarvi il gusto, fatevi un regalo, cliccate qui e se volete, siete tutti invitati a trovarci tra Cima Verde e Cima Bianca nel prossimo weekend e in quello dopo ancora... C'é molto movimento da queste parti. Ne vedremo di belle, bizzarre, e molto Nord Coleresi ... www.orme.tv/presolana/pro.html
Nella mia esperienza di alpinista è stata molto utile, se non fondamentale, la frequentazione della montagna nelle estati dell’adolescenza a Pecol. Apparentemente sembra un dettaglio insignificante, ma sono sicuro del contrario e, con l’andare del tempo, me ne sono sempre più convinto. Una delle cose che maggiormente credo di avere imparato è stata la conoscenza dei sentieri, voglio intendere non nel loro percorso, ma nel “come e nel perché” erano stati fatti, quali erano state le esigenze ed i criteri di realizzazione. Questa conoscenza istintiva avvenuta direttamente, sia per gioco che per necessità, è poi divenuta elaborazione consapevole con le esperienze da adulto e la pratica escursionistica prima ed alpinistica poi. Ripenso ad esempio al Triòl del Bèc, quello che si usava per andare alla cooperativa ad Avoscan a prendere il pane. Lo avevo percorso, e spesso, nell’anno in cui avevo frequentato la seconda elementare a Piaia. Dal paese si calava verso est inizialmente per un colle erboso, poi ripidamente per un costone roccioso per arrivare direttamente al paese di fondovalle dove c’era appunto il negozio cooperativo e la fermata della corriera che arrivava da Agordo per andare ad Alleghe e Caprile. Era la via più corta, anche se ripida, ma soprattutto la più sicura perché si svolgeva su di una “prora” rocciosa, ovvero sul più classico dei displuvi ed è proprio lì, lo si insegna ai corsi di alpinismo, che si è più sicuri sia quando piove che, soprattutto d’inverno, quando c’è il pericolo di valanghe. Ricordo ancora il sentiero che portava su a Costoia, un paese arroccato sulla montagna e separato da Pecol dalla profonda gola scavata dal Ru delle Nottole, impressionante per la sua ripidità eppure sicuro: mi è sempre tornato alla mente ogni volta che ho percorso sentieri analoghi come ad esempio quello che da Piàn di Caleda sale nella conca fra il Tàmer Grande e
Alberto PaleariSono le otto del 13 agosto 1933 quando metto piede sul piccolo piazzale del rifugio Principe Umberto (ora rifugio Auronzo) alla forcella Longeres nel gruppo delle Lavaredo. Un triestino che con altri del GARS è in procinto di andar a rampicare su una qualche via Preuss o Dibona delle vicinanze mi riconosce. Mi dice: “Sua moglie è sotto la parete Nord che l’aspetta”. Lascio al custode Krautgasser il superfluo del mio zaino, e a passo svelto mi avvio pel facile e largo sentiero che costeggia la fine dei ghiaioni scendenti dalle Cime. Oltrepasso la cappella dedicata alla Madonna delle crode, lascio alla mia destra il monumento ai bersaglieri che qui combatterono spalla a spalla con gli alpini. Nel cielo azzurro si staglia, arditissimo, lo spigolo della Piccola, ma non mi dice niente. Mi chiedo soltanto chi sarà il primo a salirvi, e quando. Che di lì a qualche settimana dovesse diventare famoso col nome di Spigolo Giallo, neanche mi passa per la mente. Giunto alla forcella Lavaredo una voce lontana mi chiama. Piego a sinistra, attraverso di sbieco i ghiaioni, costeggio
Con questo corsivo inizia il libro “SESTO GRADO” (Longanesi editore – 1971) nella prima delle tre parti in cui si suddivide, chiamata “L’affermazione”, scritta da Vittorio Varale, cui fanno seguito “Gli sviluppi” scritta da Reinhold Messner e “I valori” scritta da Domenico Rudatis. Un libro imperdibile “SESTO GRADO” che secondo me dà una precisa idea delle “dimensioni” di Vittorio Varale come grande giornalista e come “cantore del sesto grado”. Quel corsivo che descrive l’avvicinamento del cronista “all’evento” storico, così normale nel suo svolgersi fisico quanto intenso per la serie di pensieri che ne agitano la mente, fanno ben capire la consapevolezza con cui il giornalista si appresta ad assistere all’evento della cui importanza si reputa “così fortunato da potervi assistere”. In quel corsivo c’è, a mio avviso, tutta la modestia dell’uomo e l’intuizione e il giusto orgoglio del giornalista.
Vittorio Varale nacque il 21 aprile
Questa è la presentazione di Vittorio Varale riportata nel frontespizio di “SESTO GRADO”. Un “ritratto” sobrio, essenziale, quasi scarno, ma per questo ancora più efficace. Niente di quella retorica che, molte volte, chissà perché, si applica ai defunti. Del resto nel 1971 Vittorio Varale era ancora in vita, morì infatti due anni dopo, nel 1973.
Marzo 2002. Ho avuto incarico dal Parco delle Dolomiti Friulane di predisporre, per un loro pieghevole, quattro illustrazioni del Campanile di Val Montanaia, una per ciascuna parete. Tante volte visitato e rappresentato, più volte salito, eppure – ora che lo devo disegnare ancora – sento che ho bisogno di un approccio supplementare, esclusivo, un ripasso mirato non solo visivo. Non si osserva mai abbastanza a fondo. LE VIE DELL'IDEALE
Le montagne di Bepi Mazzotti
A cura di Bepi Pellegrinon
Nuovi Sentieri Editore – Belluno 2001
120 pag. 64 foto b/n – 8 coper. libri
Euro 12.00
Ecco Bepi Mazzotti, alpinista sconosciuto capace di grandi vie e importante scrittore di montagna.
“Se l’alpinismo fosse solo un fatto sportivo, potrebbe già di per sé essere una bella cosa, ma l’alpinismo come mezzo di conoscenza è assai di più.
Al superamento delle difficoltà e alla conquista delle cime, corrisponde un superamento di noi stessi, delle nostre qualità umane, uno sforzo verso un ideale che si dimostra alla fine irraggiungibile, anche dopo aver raggiunto una cima per la via più ardua: la conquista di noi stessi, la scoperta del nostro mondo interiore, valgono assai di più di quella che, all’apparenza, può avere carattere di una impresa sportiva. Sono cose difficili da spiegare. Bisogna provarle”.
Così Mazzotti, in uno dei suoi articoli riportati sul libro, riassume la sua visione dell’alpinismo.
E’ una visione lucida, che si ritrova in tutta la sua vasta produzione letteraria dove uomini e avvenimenti, descritti con stile colto da un narratore volutamente distaccato e dalla cadenza epica, sono reali, veri, pensanti.
Questo realismo lo distingue dal più retorico Guido Rey del quale è comunque l’erede spirituale, con il quale condivide la profondità dei sentimenti, le intuizioni.
Giuseppe Mazzotti è stato certamente per vastità d'interessi e capacità d'incidere sul corso degli eventi una delle personalità di maggior spicco del mondo alpinistico della prima metà del secolo scorso, non tanto per le imprese alpinistiche, anche se di tutto rispetto, ma per aver contribuito in maniera sostanziale ad affermare “l’idealità dell’andare in montagna”, in contrasto con un alpinismo “fisico”, cultore dell’ego al quale dedica nella “la montagna presa in giro” del ’31 l’apertura: “agli esaltatori delle virtù prensili pervenuteci dai nostri progenitori” .
Una dedica che mantiene intatta la sua attualità.
Come di estrema attualità è anche il suo impegno per la salvaguardia dell’ambiente; già negli anni ’30 metteva in guardia contro i danni che un turismo basso e cafone avrebbe arrecato ai fragili equilibri alpini e infatti, eccoci qua, chissà cosa direbbe delle nostre Alpi puntellate di seggiovie, piste ecc. ecc… quindi l’augurio rimane valido (mai come ora!): “melle Dolomiti vi sono ancora molti angoli siffatti, e spero che in quei luoghi la montagna resti com’è, e cioè tremendamente scomoda”
Il libro racconta la vita alpinistica e letteraria di Mazzotti attraverso le parole di eccellenti scrittori quali Pellegrinon, Spiro dalla Porta, Dante Colli, Morello e Callegher recuperando alla memoria un alpinismo parallelo dai nomi non famosi, dalle vie dimenticate; una visione della montagna che ha contribuito a che l’alpinismo non fosse solo uno sport.. ma qualcosa di più!
La parte fotografica poi, vale da sola tutto il libro; 64 emozionanti fotografie in bianco e nero di grande qualità fotografica ad illustrare un libro sicuramente importante.
E siccome in Italia si leggono pochi libri… ma và!! ma avete visto i prezzi???.
L’ultimo, ulteriore pregio di questo libro è che costa solo 12 euro.
È stata resa nota giovedì scorso la lista dei vincitori dell'edizione 2007 del Pelmo d'Oro, il riconoscimento alpinistico organizzato con cadenza annuale dalla Provincia di Belluno. La conferenza stampa di presentazione si è tenuta stavolta nella sede centrale del CAI a Milano, istituzione che negli ultimi anni si è sempre più avvicinata all'iniziativa. La giuria della manifestazione è composta da Roberto De Martin, Soro Dorotei, Ugo Pompanin, Giuliano De Marchi, Italo Zandonella Callegher e Matteo Fiori.Ne avrei voluto scrivere subito di quella sera di inizio maggio, poi non l’ho fatto, ma le sensazioni hanno continuato a ronzarmi in testa. Ancora una volta è stato Trento il luogo e una serata del Film Festival l’occasione. In programma c’era California Dreaming, una serata tutto “Yosemite” con Royal Robbins, Heinz Zak, Steph Davis, Valerio Folco e tanti altri cosiddetti “ospiti minori” quali Franco Perlotto, Marco Preti, Palma Baldo, Giovanni Groaz, Marco Furlani, tutti presentati da un visibilmente emozionato Alessandro Gogna. Nessun appuntamento era previsto quest’anno per la “Banda Peruffo”; il “capo” sembrava in altre faccende affaccendato ed i componenti la truppa rimanevano dislocati in ordine sparso, ognuno al rispettivo luogo di residenza, unico segno dell’esistenza del gruppo le tracce scritte che, di settimana in settimana, si dipanano su IntraisassBlog. Eppure ero arrivato a Trento con la convinzione che, per forza di cose, avrei incontrato qualcuno della “banda” e il luogo più propizio sembrava essere il tendone del Campo Base, anche perché prima o poi tutti devono pur mettere qualcosa sotto i denti. Ed ero in fila per le bevande quando avvistai Franco Michieli nella fila della “salsiccia e polenta”, con l’immancabile borsello che lo fa sembrare uno appena uscito in fretta da casa per comprare le sigarette. Peccato che i suoi impegni lo abbiano allontanato dal blog, perché le sue cronache patagoniche portavano vento d’avventura e sensazioni di grandi spazi di libertà. Ed ero già seduto a tavola quando vidi arrivare Mario Crespan, solo, variopintamente vestito come sua abitudine, la barba bianca a conferirgli quell’aria da “professorone” austero che prontamente svapora solo quando lo si vede inforcare la moto, facendolo tornare “normale”. Lo cercai più tardi con lo sguardo e non lo vidi fino a che non mi accorsi che era seduto al tavolo esattamente dietro al mio, per cui mi bastò girarmi per poter conversare con lui. Parlammo del blog, ovviamente, del nostro scrivere, “principalmente di notte - dice lui – perché non ho tempo, ma anche perché di notte la mente è più libera”. Più tardi ecco arrivare anche Luca Visentini ed è insieme che li vedo seduti in sala in attesa dell’inizio della serata. Oramai ho imparato che sono una “grande coppia”, diversi nell’aspetto e nell’atteggiamento e forse proprio per questo complementari. Mi ricordano un po’, anche nell’aspetto fisico, i migliori Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, per anni protagonisti di film “leggeri” ed alla fine unanimemente riconosciuti veri artisti. C’è una foto di Carlo Caccia che li ritrae in quella serata, simmetrici nella postura, contrastanti nell’aspetto, fondamentalmente inimitabili (vedere per credere, sfogliando Portfolio Trentino). Mi sono piacevolmente intrattenuto, accovacciato di fronte a loro, già comodamente seduti, scambiandoci le impressioni sul blog e sulle nostre reciproche intenzioni di scrittura. Di fronte al rallentamento di qualcuno della “squadra”, quasi autocostituendoci “zoccolo duro”, dopo avere evocato Mauro Mazzetti, ci siamo confermati l’impegno almeno fino a fine anno a garanzia dei post notturni di Mario Crespan, degli “amori andati in vacca” di Luca Visentini, (eccetto uno, perché mi ha fatto stare troppo male), per i “ricordi sfusi” del sottoscritto. Certo che il rallentamento di qualche bloggers e la scomparsa di qualche altro ha fatto un po’ impoverire il blog, facendo venire a mancare qualche voce. Inizialmente eravamo sembrati una squadra di calcio con la “panchina lunga” e forse ora siamo diventati una squadra di basket e qualcuno sta pure all’ala giocando pochi palloni, mentre la panchina sembra svuotarsi. Forse sarebbe opportuno che l’allenatore chiamasse un “time out” per fare un punto della situazione, verificare gli schemi di gioco, forse anche riaccendere qualche entusiasmo sopito.
Questo soprattutto mi è rimasto nella mente di quella serata: la grande coppia “Ciccio” Crespan e “Franco” Visentini, le grandi wall di Yosemite e del Capitan con i loro protagonisti ed i vuoti mozzafiato, e pure le tette di una delle due “operatrici” del bar dell’Auditorium Santa Chiara, dove ci siamo fermati per un rapido drink. Mozzafiato pure quelle.
Possono accompagnare attese, o accogliere festosi ritorni. Sono i territori intermedi, non ancora corpo di montagna ma neppure pertinenza di valle. Terreni di passaggio privi di tracce o sentieri dove, assieme allo sguardo, si allarga e scivola il pensiero. Balze verdi, miste ad affioramenti rocciosi, piste da camosci che si spingono fino addosso alle pareti. O ghiaioni, la cui risalita può costare fatica improba. “Preferisco attaccare dall’erba – mi diceva un mio vecchio compagno di corda – così, se salto giù, vado a cadere sul morbido”. Preziose, le linee di verde, se non sono troppo ripide o addirittura verticali, come sui micidiali zoccoli delle Pale Lucane. Amiche quando, ben zollate, vanno a insinuarsi su, tra i macereti, regalando dislivello.
Per contro, in discesa, i primi passi sulle morbide ghiaie sono una promessa di felicità, i salti successivi la vita piena che si schiude. Si corre giù nella polvere, gli occhi vigili a scoprire incoerenze e filoni a grana fine, si asseconda il pendio con movimenti fluidi e ininterrotti, con scivolate controllate, ma lo sguardo permane complessivo, come sul foglio da disegno, la matita schizza qua e là nervosamente ma con dolcezza, il pennello poi la segue ma anche la contraddice e inventa e contrappone campiture casuali ma previste, e intanto si perde quota, si divalla, portiamo in noi la vetta per la quale siamo passati, l’anello di cammino già quasi completato, è la gioia del ritorno, il ritorno a valle, la normalità riconquistata, la morbidezza vellutata del verdescuro di fondo, scuro di bosco e abbandono di prati che già cedono a un vago imbrunire, verdeazzurro ombreggiare che aspetta, promette, restaura affetti e amori, riconduce minestre e seggiole, le finestre di casa, gli occhi dei gatti, i passi sulle scale, la ritrovata appartenenza, e ancora divalliamo gioiosi, ognuno per sé, ognuno appagato di un suo segreto trionfo, certo di un domani rasserenato, di un risveglio più ben collocato sulla tavola sinottica dell’immaginario, e divalliamo ancora, consci che fra poco la festa finirà là dove si ristabilisce il sentiero, là dove ricomincia la nebbia e noi ne siamo di nuovo inghiottiti, la nebbia che dissolve sembianze e distilla la pienezza appena vissuta e goduta, scendiamo dissolti nella nebbia indistinta di un prima e un dopo riallineati sull’asse di giornate già meno limpide. Ma la discesa non è sempre tanto lieta e veloce, il terreno può essere duro, irregolare, non ghiaie soffici ma precarie e assurde cataste di macigni, e sassi rotolanti, tanto da imprigionare la mente e trattenere spensieratezza. Il pietrisco nelle scarpe diventa fastidio, non piacevole solletico. Tutto bene lo stesso. L’esultanza o la tensione del ritorno si sommano alla cima raggiunta, alla sorpresa dei cambi di versante, all’acqua che ci ha dissetato, ad ogni frammento di vita riconosciuto e accolto. L’esperienza dei passi si incrocia con quella dei segni. Della montagna non si butta niente.