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martedì, 31 luglio 2007

ORME DI NORD SULLA PRESOLANA

postato da davidesapienza alle 17:28 in cultura, alpinismo

Non solo non sono che un semplice escursionista che a volte "rampa" per roccette, un attraversatore su e giù per la terra, ma devo anche dire che questa posizione dentro Intraisass riesce a non intimidirmi quando leggo delle bellissime e romantiche imprese alpinistiche dalle Alpi al Mondo nel nostro splendido blog. Però oggi sorrido - così: eh eh eh - perché posso finalmente trovare una chiave per presentarvi La Presolana. Essa mi guarda ogni mattina quando vado in cucina a preparare il caffé. Essa mi spiega come sarà la giornata che arrivo. Io qui a 650 metri di quota, lei lassù a 2500 metri (e rotti) con le sue tre cime principali, chiuse a est dal Visolo (2368 metri, o rotti...).

Diffusamente ho spremuto succo di cielo, prati, boschi e calcare prealpino ne I Diari di Rubha Hunish, tre anni fa e allora questa volta ecco perché, come dicevo più sopra - abbiate pazienza un attimo - oggi sono felice di parlarvi di un progetto nato per aggregazione spontanea e lunghezze d'onda orobiche tra alpinisti bergamaschi. L'idea viene da Maurizio Panseri, alpinista e vasto conoscitore di emozioni montane: alpinista capace di amare talmente la Sud e la Nord di questa montagna meraviglia da aver pensato di far vedere un vecchio filmato ad Alberto Valtellina. Il filmato era un ricordo amatoriale di una difficile nuova via - ripetuta pochissime volte dal 1978 - sulla Nord della Presolana.

Tra questi alpinisti di Colere, paese situato al displuvio della Presolana Nord e principalmente conosciuto per gli impianti sciistici dai turisti ma per gli accessi alla suddetta maestosa Nord (a Colere ho fatto la festa del mio matrimonio, sotto una splendida nevicata di aprile...), c'era il compianto Livo Piantoni, scomparso nel 1981. Il filmato é stato mostrato da Roby Piantoni, trentenne guida alpina scalvina, salitore dell'Everest senza ossigeno nel 2006 e figlio sincero di una terra splendida - la Valle di Scalve (www.scalve.it) appunto.

Roby mostra il video a Maurizio Panseri che grazie al volano del suo vorticoso sito Orme (www.orme.tv) decide di girare "qualcosa" che diventerà un film documentario sulle "Facce da Nord": nord come la parete, nord come gli scalvini di Colere, paese dove il sole non batte per tutto l'inverno, nord come il taciturno modo di essere degli abitanti di montagna, nord come "idea". Non voglio rovinarvi il gusto, fatevi un regalo, cliccate qui e se volete, siete tutti invitati a trovarci tra Cima Verde e Cima Bianca nel prossimo weekend e in quello dopo ancora... C'é molto movimento da queste parti. Ne vedremo di belle, bizzarre, e molto Nord Coleresi ...  www.orme.tv/presolana/pro.html

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sabato, 28 luglio 2007

STORIE DI SENTIERI

postato da gabrielevilla alle 00:05 in storie

Nella mia esperienza di alpinista è stata molto utile, se non fondamentale, la frequentazione della montagna nelle estati dell’adolescenza a Pecol. Apparentemente sembra un dettaglio insignificante, ma sono sicuro del contrario e, con l’andare del tempo, me ne sono sempre più convinto. Una delle cose che maggiormente credo di avere imparato è stata la conoscenza dei sentieri, voglio intendere non nel loro percorso, ma nel “come e nel perché” erano stati fatti, quali erano state le esigenze ed i criteri di realizzazione. Questa conoscenza istintiva avvenuta direttamente, sia per gioco che per necessità, è poi divenuta elaborazione consapevole con le esperienze da adulto e la pratica escursionistica prima ed alpinistica poi. Ripenso ad esempio al Triòl del Bèc, quello che si usava per andare alla cooperativa ad Avoscan a prendere il pane. Lo avevo percorso, e spesso, nell’anno in cui avevo frequentato la seconda elementare a Piaia. Dal paese si calava verso est inizialmente per un colle erboso, poi ripidamente per un costone roccioso per arrivare direttamente al paese di fondovalle dove c’era appunto il negozio cooperativo e la fermata della corriera che arrivava da Agordo per andare ad Alleghe e Caprile. Era la via più corta, anche se ripida, ma soprattutto la più sicura perché si svolgeva su di una “prora” rocciosa, ovvero sul più classico dei displuvi ed è proprio lì, lo si insegna ai corsi di alpinismo, che si è più sicuri sia quando piove che, soprattutto d’inverno, quando c’è il pericolo di valanghe. Ricordo ancora il sentiero che portava su a Costoia, un paese arroccato sulla montagna e separato da Pecol dalla profonda gola scavata dal Ru delle Nottole, impressionante per la sua ripidità eppure sicuro: mi è sempre tornato alla mente ogni volta che ho percorso sentieri analoghi come ad esempio quello che da Piàn di Caleda sale nella conca fra il Tàmer Grande e la Cima di San Sebastiano. E ricordo ancora il sentiero di Fragiarei che da Piaia arrivava sopra Pecol attraversando il bosco di faggi (da cui origina il nome): oggi si farebbe fatica a capirne il senso, ma quello era, anni fa, il percorso più breve per arrivare all’arrivo della teleferica che portava verso valle il fieno raccolto nei pascoli di Mont de Sòra. Così ho imparato che se c’è un sentiero tracciato, vuol dire che c’è, o c’è stata, una ragione logica per realizzarlo e si può star certi che chi l’ha fatto ha scelto il percorso più breve e più sicuro. Per questo ho imparato col tempo a non lasciare mai un sentiero per “inventarmi” scorciatoie e così ho sempre fatto anche con le tracce di passaggio di animali del cui istinto ho sempre avuto grande ammirazione. Ma si sa, ogni regola ha le sue eccezioni, così mi ero chiesto, la prima volta che ero salito da San Martino verso l’altipiano della Rosetta attraverso il Col dei Bèchi, quali erano stati i criteri di costruzione di quel sentiero, decisamente comodo per carità, ma che aveva lunghi rettilinei ad inclinazione decisamente dolce collegati da perfetti tornanti. Più comodo di così non poteva essere, ma le scorciatoie lo segnavano inesorabilmente perché percorrere tutti i tornanti avrebbe voluto dire camminare per chilometri perdendo un sacco di tempo, decisamente troppo perché tutto ciò potesse rispondere ai normali criteri di logicità e razionalità. La risposta la trovai quando comprai la guida “Catena Centrale delle Pale di San Martino” di Gabriele Franceschini (Edizioni Ghedina – 1979). Nel capitolo introduttivo dedicato ai sentieri numerati, a pagina 42 stava scritto: “Sentiero 702, da San Martino di Castrozza al Rifugio Rosetta per la Val di Roda. Il sentiero della Val di Roda è detto anche del Col dei Bèchi per il dosso erboso ove sorgeva il rifugio omonimo, distrutto da un incendio. Rifugio e sentiero furono costruiti per iniziativa del Barone Von Esser di Dresda nel 1905. Il sentiero si dilunga in infiniti tornanti lievemente in salita. Sembra che i lavoratori ingaggiati dal “Barone” venissero pagati “a metro” (!)…”. Ecco trovata la risposta. Anche qui c’era dunque una logica, anche se questa volta di tipo… “commerciale”. Mi sono sempre chiesto se il sentiero 702 ne sia l’unico esempio.     

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domenica, 22 luglio 2007

BENEDETTO ASTRAGALO

postato da giovannibusato alle 17:59 in recensioni
ALBERTO PALEARI Il giorno dellAlberto Paleari
Il giorno dell’astragalo
I Licheni - Cda & Vivalda editori
Pag.123 - Euro 12.00
 
Alberto Paleari, alpinista e Guida Alpina, guarda indietro. racconta le sue storie con il fare distaccato di chi è consapevole che quelle storie appartengono anche a qualcuno che non è più lui, appartengono a quel ragazzino che non pensava certo di diventare guida alpina o a quell’alpinista del “nuovo mattino”, la libertà di interpretare l’alpinismo, la distanza dalla vetta come fine ultimo, un po’ vagabondo come piace a chi cammina e si muove per pensare.
Allora la montagna diventa un viaggio, con la sua contraddizione di sempre: l’amore per questo viaggio che attrae  e il desiderio che finisca.
Queste storie sono le sue montagne, come dice: “...anche nel mio lavoro di guida alpina io non vendo montagne, vendo storie, storie da raccontare...”
L’alpinista è un animale sociale e nel libro affiora questo curioso dilemma che espone in premessa: “...se mi trovassi su un’isola deserta di roccia meravigliosa, dopo il primo entusiasmo smetterei di arrampicare perché non potrei raccontarlo a nessuno.
E’ una affermazione paradossale eppure condivisibile. Perché no?
Così comunque affiora l’anima dell’uomo Alberto Paleari, guida per ogni tempo, bello o brutto non importa, come non importa arrivare in cima, l’importante è quello che si conosce di nuovo, della gente che incontri, dei luoghi, anche di te stesso... alla fine ci sarà sempre una storia da raccontare.
Storie di figure umane straordinarie come Ettore Zapparoli, musicista, alpinista sulla est del Monte Rosa (che non è da tutti), scrittore dalla prosa ricercata e dagli incisi infiniti che ne determinano l’insuccesso. di lui dice “... impiegò tutta la sua vita e tutte le sue forze per fallire; e ci riuscì malgrado la posizione sociale, la grande cultura e l’immenso talento...”
Racconti di arrampicate si alternano a pezzi di storia di cui Paleari è stato protagonista e testimone; alcune analisi acute mettono al loro posto anni di discussioni sul ruolo delle guide, degli alpinisti ecc. in due righe: “... l’ottocento fu il secolo delle vie aperte con guida, verso la fine dell’ottocento cominciò il fenomeno delle vie senza guida, il novecento è il secolo delle vie senza cliente...”
Non possono mancare svariati riferimenti all’ambiente al quale il libro è fortemente ancorato, ambiente umano prima ancora che paesaggistico, fatto di persone prima che di sassi e neve, ma tutti a formare un unico habitat:  “...ci sono dei luoghi che hanno un’anima, ci si accorge dell’anima di un luogo quando ci si sente osservati: vi voltate, non c’è nessuno, solo rocce e alberi contorti...”
Tra i capitoli La nord del Cervino mette in risalto la grandezza dell’alpinista e della Guida; e rende simpatica e accettabile la sua nascosta pigrizia “... il mio ideale di vita è un piovoso pomeriggio domenicale passato a leggere sdraiato sul divano...”
A poco dalla fine Il giorno dell’astragalo, da il titolo al libro, un incidente alla caviglia che lo ha forzatamente messo a riposo e che ha consentito la raccolta di queste storie.
Non avertene a male ma, ora che è superata, ringrazio quell’astragalo rotto grazie al quale possiamo leggere queste belle storie.
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sabato, 21 luglio 2007

IL CANTORE DEL 6° GRADO

postato da gabrielevilla alle 00:10 in storia dell alpinismo

Sono le otto del 13 agosto 1933 quando metto piede sul piccolo piazzale del rifugio Principe Umberto (ora rifugio Auronzo) alla forcella Longeres nel gruppo delle Lavaredo. Un triestino che con altri del GARS è in procinto di andar a rampicare su una qualche via Preuss o Dibona delle vicinanze mi riconosce. Mi dice: “Sua moglie è sotto la parete Nord che l’aspetta”. Lascio al custode Krautgasser il superfluo del mio zaino, e a passo svelto mi avvio pel facile e largo sentiero che costeggia la fine dei ghiaioni scendenti dalle Cime. Oltrepasso la cappella dedicata alla Madonna delle crode, lascio alla mia destra il monumento ai bersaglieri che qui combatterono spalla a spalla con gli alpini. Nel cielo azzurro si staglia, arditissimo, lo spigolo della Piccola, ma non mi dice niente. Mi chiedo soltanto chi sarà il primo a salirvi, e quando. Che di lì a qualche settimana dovesse diventare famoso col nome di Spigolo Giallo, neanche mi passa per la mente. Giunto alla forcella Lavaredo una voce lontana mi chiama. Piego a sinistra, attraverso di sbieco i ghiaioni, costeggio la Piccolissima, passo sotto la Piccola, arrivo sotto alla Cima Grande. “Hanno attaccato alle sette” mi dice Mary. “Adesso sono là, guarda, a sinistra della placca gialla. Lo vedi il giubbetto bianco di Emilio?”. Emilio Comici e i due fratelli Angelo e Giuseppe Dimai sono già stati ieri sulla parete, vi hanno salito centocinquanta metri dalla base, ne sono scesi venendo a pernottare al rifugio. Oggi vi sono ritornati per darvi l’assalto decisivo. Siamo pochi, quattro o cinque, al piede della parete che si alza sopra le nostre teste. Se tutto va bene, entro domani sarà portata a termine la conquista della parete Nord della Cima Grande di Lavaredo. Colpi di martello fievolmente echeggiano nel silenzio, si perdono nella valle sassosa della Rienza che abbiamo alle spalle. Io sono tanto fortunato da assistere a uno dei più grossi avvenimenti alpinistici del tempo. E posdomani la gente leggerà sul giornale nel quale scrivo, leggerà un titolo a più colonne, il nome curioso e suggestivo di questa montagna, vedrà la fotografia di uno dei tre che ora stanno lassù aggrappati alla roccia, e leggeranno pure una parola strana, pressoché ignota, un qualcosa di misterioso: Sesto grado. Adesso quel termine: Sesto grado, è conosciuto in tutto il mondo.

Con questo corsivo inizia il libro “SESTO GRADO” (Longanesi editore – 1971) nella prima delle tre parti in cui si suddivide, chiamata “L’affermazione”, scritta da Vittorio Varale, cui fanno seguito “Gli sviluppi” scritta da Reinhold Messner e “I valori” scritta da Domenico Rudatis. Un libro imperdibile “SESTO GRADO” che secondo me dà una precisa idea delle “dimensioni” di Vittorio Varale come grande giornalista e come “cantore del sesto grado”. Quel corsivo che descrive l’avvicinamento del cronista “all’evento” storico, così normale nel suo svolgersi fisico quanto intenso per la serie di pensieri che ne agitano la mente, fanno ben capire la consapevolezza con cui il giornalista si appresta ad assistere all’evento della cui importanza si reputa “così fortunato da potervi assistere”. In quel corsivo c’è, a mio avviso, tutta la modestia dell’uomo e l’intuizione e il giusto orgoglio del giornalista.

 

Vittorio Varale nacque il 21 aprile 1891 a Piedimonte d’Alife, da genitori piemontesi. Venuto al Nord, entrò giovanissimo nel giornalismo. Redattore-capo della Gazzetta dello sport, poi direttore di periodici sportivi, d’informazione, di critica, illustrati. Giornalista estroso e pugnace, ai tempi in cui il duello era di moda scese più volte sul terreno. Innovatore nell’impostazione e nell’illustrazione dei servizi giornalistici, specializzato in reportages rischiosi, di cui uno, sensazionale, nelle fogne di Milano. Nel 1917-18 corrispondente di guerra, raccolse, e commentò, l’epistolario di Francesco Baracca alla madre. Si trasferì infine a Torino come inviato speciale della Stampa. Ha vinto tre premi giornalistici: Pirelli (1952) per servizi sul ciclismo, Saint-Vincent (1954) per servizi sull’alpinismo, USSI per una serie di articoli retrospettivi, e due premi letterari del CONI con “La battaglia del VI grado” (1966) e “I vittoriosi” (1969). Nello stesso anno il Presidente della Repubblica, On. Giuseppe Saragat, gli rimise il classico Premio Saint-Vincent conferitogli dalla Federazione Italiana della Stampa per “l’appassionata attività di giornalista svolta durante mezzo secolo”.

 

Questa è la presentazione di Vittorio Varale riportata nel frontespizio di “SESTO GRADO”. Un “ritratto” sobrio, essenziale, quasi scarno, ma per questo ancora più efficace. Niente di quella retorica che, molte volte, chissà perché, si applica ai defunti. Del resto nel 1971 Vittorio Varale era ancora in vita, morì infatti due anni dopo, nel 1973.

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giovedì, 19 luglio 2007

UNA VISITA AL CAMPANILE

postato da mariocrespan alle 19:31 in ritorni a valle
Il campanile da Sud di Mario CrespanMarzo 2002. Ho avuto incarico dal Parco delle Dolomiti Friulane di predisporre, per un loro pieghevole, quattro illustrazioni del Campanile di Val Montanaia, una per ciascuna parete. Tante volte visitato e rappresentato, più volte salito, eppure – ora che lo devo disegnare ancora – sento che ho bisogno di un approccio supplementare, esclusivo, un ripasso mirato non solo visivo. Non si osserva mai abbastanza a fondo. 
La primavera è giunta con largo anticipo. L’inverno avaro di precipitazioni è oramai normalità: come se il segreto rinnovarsi delle montagne, consumandosi allo scoperto, fosse brutalmente violato; come se la luce obliqua dei giorni brevi altro non fosse che angolo sull’eclittica, e non sonora vigilia di scenari più fertili; come se il freddo, che pur non è mancato, fosse anch’esso scarno dato statistico. Una stagione ridotta a numeri e lunghezze d’onda si trascina in noi simile a un remoto e sterile simulacro, un sonno senza sogni. La terra da troppi mesi riarsa insinua timori nella limpidezza degli alberi in fiore. Mentre percorro Val Cimoliana osservo pendici e convalli, lieto dello smagliante azzurro del cielo e delle rocce vibranti, ma turbato da una riserva di pensiero che somiglia ad una condivisione di colpa e ne rileva tutti i contorni di amarezza e di protervia: perché siamo noi, gli umani, a portare violenza come e più di sempre, a saccheggiare cinicamente l’energia riposta della natura. E chi ha l’ardire di opporsi rischia di vedersi calare addosso una guerra preventiva.
Sono qui da solo, oggi, 29 marzo 2002, venerdì santo. Alle dieci impronto val Montanaia nel sole pieno, elargito dalla precoce stagione. È sempre un brivido l’improvvisa apparizione del Campanile alla chiusa della valle, là dove premono da opposti versanti il lungo digradare della Pala Grande e i costoni di Cima Meluzzo. Mi accorgo che proprio con la salita a Cima Meluzzo si concluse la mia scorsa stagione estiva – estiva? era il 4 di novembre – ed è certo singolare che l’ultimo ritorno compiuto l’anno scorso coincida con il primo cammino d’ascesa di quest’anno. Neanche cinque mesi sono trascorsi. Assillante e minacciosa brevità dell’inverno. L’estate dilatata fino all’incedere di novembre ed ora già qui a scolpire guglie e pareti, balze di verdi e accecanti ghiaie. Magre acque tra i sassi già debolmente frusciano.
Giusto un secolo fa la prima ascensione al Campanile. Per un attimo la ricorrenza proietta il pensiero sui protagonisti, Napoleone e Victor, i fratelli maggiori più che trentenni, con Alberto e Karl, più giovani di una decina d’anni. A quel tempo le cime dolomitiche lanciavano sfide destinate a pochi felici – to the happy few, come amava dire Stendhal citando Shakespeare – concedendo in cambio autentico profumo di scoperta. Null’altro che la mia solitudine richiama deboli parvenze di analogo sapore, ma del tutto illusorie.
Volgendo lo sguardo a ritroso, riscopro la neve sui versanti settentrionali. Le lastronate biancheggianti di Cima dei Preti ricordano la magra invernata. Sì, la terra ha sete. Una grande pioggia non basterebbe, e non è in previsione nemmeno una pioggetta.
 
Sono le undici e mezza. Seduto sul gradino dell’inutile bivacco, tiro qualche sorsata dalla borraccia, in compagnia di alcuni corvi speranzosi di cibo. Sul ripianante circo vallivo, a nord della nervatura di sostegno del Campanile, si attarda qualche chiazza di neve. Ma oggi si potrebbe giungere a Forcella Montanaia senza calpestarne un grammo.
Contornando il Campanile verso ovest ne studio le continue metamorfosi. Pochi metri e mutano volumi e profili, sfondi e sensazioni. Adesso, montando i verdi sopra il sentiero di Forcella Segnata, punto ad un rientramento giusto alla base di Cima Rosina. È un minuscolo landro, dal pavimento erboso soffice e caldo, protetto dai venti, ideale luogo di sosta per camosci e viandanti. Qui installato, non mi stanco di rimirare crode, creste, pareti. Dove spazia il sole è già estate, dove permangono le nevi l’inverno sorride, rassegnato. Cielo profondo blu, contrasti violenti. Mi diverto a seguire il sole che lentamente va a definire la cengia fino alla base del camino Glanvell (anzi, del camino Saar, ché fu lui a guidare la cordata sulla provvidenziale spaccatura). Mi pare che la mia posizione corrisponda, in quota, al ballatoio.
Ora, prendendo a misura di riferimento la grande calata in doppia di 40 metri, mi avventuro in una verifica-ripasso delle dimensioni approssimate del Campanile. Altezza della cuspide 70 metri; altezza media della parete ovest fino al ballatoio 150 metri; larghezza di ciascuna parete 40 metri, forse 50 per la parete sud; anche l’altezza di quest’ultima è un po’ maggiore, pur tenendo conto che essa si raccorda alla sottostante mugata digradando a balzi; il circuito dell’intero ballatoio sarà sui 120 metri (sui lati est e sud-ovest esso è un terrazzone largo fino ad una decina di metri). L’opposta e invisibile parete est presenta la base in forte pendenza: la ricordo più bassa della ovest, in media sui 120 metri, cuspide a parte.
In anni addietro, nulla riusciva a comunicarmi tanto ottimismo e fiducia nell’avvenire come certe piazze umbre o toscane in un caldo pomeriggio d’aprile, quando il fluire dei turisti si confondeva con interminabili partite a pallone tra ragazzi, ed il riposo goduto sugli scalini di fontane o cattedrali assumeva le sembianze dell’assoluto. Quegli scalini, ora, sono un’occasionale tana di camosci, la piazza in cui mi trovo allinea tutt’intorno palazzi diversi che si chiamano Croda Cimoliana, Monfalcon di Montanaia e, via perimetrando, giù giù fin oltre Cima Toro e Pala Grande. Ed io sto vivendo un identico momento di calma.
Ma non per molto: la mia permanenza lassù non dura che un paio d’ore. Assieme al dissesto delle stagioni, per un attimo si sono appannati i misfatti di un’umanità assassina. In discesa la cattiva realtà riprende lena mentre, disusato cammino, passo ai piedi della gialla parete ovest.
Non solo d’alberi in fiore si colora questo periodo di precarietà, né d’acque meno copiose, o di fonti inaridite. Forse quando si avvertono segnali di estraneità e stanchezza verso le azioni umane, quando anche le uniche possibili illusioni lasciano pochi spiragli alla sorpresa, allora, ecco, si avvicina il tempo delle veglie e degli sguardi perduti, accettato se possibile allo stesso modo degli animali che non conoscono l’arte della menzogna, né mai arrivano a dubitare sulla solitudine di ciascuno. Come nella chapliniana sequenza finale del film, girato in questi medesimi luoghi da un amico molti anni fa, ora mi rivedo intento a scendere in dissolvenza le ghiaie di Val Montanaia, sotto il Campanile e, pur in una giornata così tersa, sprofondare nelle nebbie in cui, assieme alla nostra vita, va a confondersi la ragione.
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martedì, 17 luglio 2007

DEDICATO A TUTTI QUELLI CHE HANNO BEVUTO ALLA MIA BORRACCIA...

postato da giovannibusato alle 15:09 in recensioni

LE VIE DELL'IDEALE

Le montagne di Bepi Mazzotti

A cura di Bepi Pellegrinon

Nuovi Sentieri Editore – Belluno 2001

120 pag. 64 foto b/n – 8 coper. libri

Euro 12.00

“Dedicato a tutti quelli che hanno bevuto alla mia borraccia...”
Ecco Bepi Mazzotti, alpinista sconosciuto capace di grandi vie e importante scrittore di montagna.

“Se l’alpinismo fosse solo un fatto sportivo, potrebbe già di per sé essere una bella cosa, ma l’alpinismo come mezzo di conoscenza è assai di più.

Al superamento delle difficoltà e alla conquista delle cime, corrisponde un superamento di noi stessi, delle nostre qualità umane, uno sforzo verso un ideale che si dimostra alla fine irraggiungibile, anche dopo aver raggiunto una cima per la via più ardua: la conquista di noi stessi, la scoperta del nostro mondo interiore, valgono assai di più di quella che, all’apparenza, può avere carattere di una impresa sportiva. Sono cose difficili da spiegare. Bisogna provarle”.

Così Mazzotti, in uno dei suoi articoli riportati sul libro, riassume la sua visione dell’alpinismo.

E’ una visione lucida, che si ritrova in tutta la sua vasta produzione letteraria dove uomini e avvenimenti, descritti con stile colto da un narratore volutamente distaccato e dalla cadenza epica, sono reali, veri, pensanti.

Questo realismo lo distingue dal più retorico Guido Rey del quale è comunque l’erede spirituale, con il quale condivide la profondità dei sentimenti, le intuizioni.

Giuseppe Mazzotti è stato certamente per vastità d'interessi e capacità d'incidere sul corso degli eventi una delle personalità di maggior spicco del mondo alpinistico della prima metà del secolo scorso, non tanto per le imprese alpinistiche, anche se di tutto rispetto, ma per aver contribuito in maniera sostanziale ad affermare “l’idealità dell’andare in montagna”, in contrasto con un alpinismo “fisico”, cultore dell’ego al quale dedica nella “la montagna presa in giro” del ’31 l’apertura: agli esaltatori delle virtù prensili pervenuteci dai nostri progenitori” .

Una dedica che mantiene intatta la sua attualità.

Come di estrema attualità è anche il suo impegno per la salvaguardia dell’ambiente; già negli anni ’30 metteva in guardia contro i danni che un turismo basso e cafone avrebbe arrecato ai fragili equilibri alpini e infatti, eccoci qua, chissà cosa direbbe delle nostre Alpi puntellate di seggiovie, piste ecc. ecc… quindi l’augurio rimane valido (mai come ora!): “melle Dolomiti vi sono ancora molti angoli siffatti, e spero che in quei luoghi la montagna resti com’è, e cioè tremendamente scomoda”

Il libro racconta la vita alpinistica e letteraria di Mazzotti attraverso le parole di eccellenti scrittori quali Pellegrinon, Spiro dalla Porta, Dante Colli, Morello e Callegher recuperando alla memoria un alpinismo parallelo dai nomi non famosi, dalle vie dimenticate; una visione della montagna che ha contribuito a che  l’alpinismo non fosse solo uno sport.. ma qualcosa di più!

La parte fotografica poi, vale da sola tutto il libro; 64 emozionanti fotografie in bianco e nero di grande qualità fotografica ad illustrare un libro sicuramente importante.

E siccome in Italia si leggono pochi libri… ma và!! ma avete visto i prezzi???.

L’ultimo, ulteriore  pregio di questo libro è che costa solo 12 euro.

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lunedì, 16 luglio 2007

TREMATE, TREMATE/LE STREGHE SON TORNATE!

postato da mauromazzetti alle 10:54 in varia
Bisogna pur pescare le notizie da qualche parte. Lasciamo quindi a Carlo Caccia il suo/nostro sontuoso intotherocks e rivolgiamoci altrove, magari utilizzando la montagna come pretesto per qualche ricordo, che spero faccia piacere allo “zoccolo duro” di intraisass.
Il pretesto ci è dato dal sito spagnolo desnivel.com, accusato di “sexismo” da un nutrito gruppo di arrampicatrici spagnole.
Le suddette lamentano con precisione e puntualità come desnivel.com abbia caratteristiche maschiliste nel linguaggio della redazione e nello sviluppo di certi argomenti. Riferimenti all’universo femminile di ogni tipo, sfumature, rimandi più o meno espliciti, non farebbero che avvalorare questa imbarazzante e discriminatoria situazione.
C’è da dire che desnivel è corso subito ai ripari, chiedendo scusa nel caso in cui avesse offeso qualcuno. D’altra parte, allo scopo di una maggiore completezza di informazione, il sito ripropone anche le frasi incriminate, affinché tutti possano valutarne la portata.
A noi - a me – che in un lontano passato convivemmo e pugnammo con/contro compagne di scuola femministe arrabbiate e convinte, rimane solo un po’ di nostalgia.
In manifestazione o nei collettivi di autocoscienza si sentivano tanti slogan. In quest’epoca, che viaggia principalmente a spot e flash, ne trascrivo un paio. Una precisazione. E’ storia [almeno una certa qual storia]; quindi va presa per ciò che è stato, contestualizzando le parole ed i concetti.
 
Col dito, col dito/l’orgasmo è garantito.
Al che noi, poveri maschi maschilisti e tagliati fuori dall’universo femminile, non potevamo che rispondere, con la bieca ferocia e la paurosa rabbia dei diciott’anni:
Col cazzo, col cazzo/ col cazzo è un altro andazzo.
 
Di discussioni, di caroselli, di eroi/quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu. (Francesco Guccini, tanto per continuare a crogiolarsi nel bagno di ricordi e nella sindrome del reduce).
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sabato, 14 luglio 2007

PELMO D'ORO 2007: I VINCITORI

postato da marcoconte alle 19:22 in incontri e manifestazioni
pelmo2È stata resa nota giovedì scorso la lista dei vincitori dell'edizione 2007 del Pelmo d'Oro, il riconoscimento alpinistico organizzato con cadenza annuale dalla Provincia di Belluno. La conferenza stampa di presentazione si è tenuta stavolta nella sede centrale del CAI a Milano, istituzione che negli ultimi anni si è sempre più avvicinata all'iniziativa. La giuria della manifestazione è composta da Roberto De Martin, Soro Dorotei, Ugo Pompanin, Giuliano De Marchi, Italo Zandonella Callegher e Matteo Fiori.
Nella sezione "alpinismo in attività", il trofeo verrà assegnato ad Alexander e Thomas Huber, mentre il genovese Alessandro Gogna vince l'altrettanto ambito riconoscimento per la carriera alpinistica. Il premio per la cultura alpina viene attribuito a Bepi De Marzi, fondatore e maestro dei celebri Crodaioli di Arzignano, che ha reso omaggio alla montagna veneta in molti canti famosi. Conclude la lista dei "Pelmi" la menzione speciale per Rolly Marchi in virtù del «contributo che ha saputo dare nel rendere famose le nostre Dolomiti».
Nel gruppo dei premiati figurano infine anche alcune famiglie che hanno gestito per più di mezzo secolo i rifugi alpini più importanti dell'area dolomitica: i Da Corte Colò del rifugio Lavaredo, i Verzi di Capanna Tondi, gli Alberti del Cinque Torri, i Siorpaes del Palmieri, i Lacedelli del Duca d'Aosta, i Ghedina del Pomedes, gli Adami del Mulaz, i Ciotti del Tita Barba e naturalmente la famiglia Del Bon del rifugio Onorio Falier in Valle Ombretta sotto la parete sud della Marmolada. La cerimonia di consegna dei riconoscimenti avrà luogo sabato 28 luglio alle 10 presso la sala congressi di Arabba.

BLOGGERS: SCRITTURA “RESISTENTE”

postato da gabrielevilla alle 00:10 in intraisass

Ne avrei voluto scrivere subito di quella sera di inizio maggio, poi non l’ho fatto, ma le sensazioni hanno continuato a ronzarmi in testa. Ancora una volta è stato Trento il luogo e una serata del Film Festival l’occasione. In programma c’era California Dreaming, una serata tutto “Yosemite” con Royal Robbins, Heinz Zak, Steph Davis, Valerio Folco e tanti altri cosiddetti “ospiti minori” quali Franco Perlotto, Marco Preti, Palma Baldo, Giovanni Groaz, Marco Furlani, tutti presentati da un visibilmente emozionato Alessandro Gogna. Nessun appuntamento era previsto quest’anno per la “Banda Peruffo”; il “capo” sembrava in altre faccende affaccendato ed i componenti la truppa rimanevano dislocati in ordine sparso, ognuno al rispettivo luogo di residenza, unico segno dell’esistenza del gruppo le tracce scritte che, di settimana in settimana, si dipanano su IntraisassBlog. Eppure ero arrivato a Trento con la convinzione che, per forza di cose, avrei incontrato qualcuno della “banda” e il luogo più propizio sembrava essere il tendone del Campo Base, anche perché prima o poi tutti devono pur mettere qualcosa sotto i denti. Ed ero in fila per le bevande quando avvistai Franco Michieli nella fila della “salsiccia e polenta”, con l’immancabile borsello che lo fa sembrare uno appena uscito in fretta da casa per comprare le sigarette. Peccato che i suoi impegni lo abbiano allontanato dal blog, perché le sue cronache patagoniche portavano vento d’avventura e sensazioni di grandi spazi di libertà. Ed ero già seduto a tavola quando vidi arrivare Mario Crespan, solo, variopintamente vestito come sua abitudine, la barba bianca a conferirgli quell’aria da “professorone” austero che prontamente svapora solo quando lo si vede inforcare la moto, facendolo tornare “normale”. Lo cercai più tardi con lo sguardo e non lo vidi fino a che non mi accorsi che era seduto al tavolo esattamente dietro al mio, per cui mi bastò girarmi per poter conversare con lui. Parlammo del blog, ovviamente, del nostro scrivere, “principalmente di notte - dice lui – perché non ho tempo, ma anche perché di notte la mente è più libera”. Più tardi ecco arrivare anche Luca Visentini ed è insieme che li vedo seduti in sala in attesa dell’inizio della serata. Oramai ho imparato che sono una “grande coppia”, diversi nell’aspetto e nell’atteggiamento e forse proprio per questo complementari. Mi ricordano un po’, anche nell’aspetto fisico, i migliori Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, per anni protagonisti di film “leggeri” ed alla fine unanimemente riconosciuti veri artisti. C’è una foto di Carlo Caccia che li ritrae in quella serata, simmetrici nella postura, contrastanti nell’aspetto, fondamentalmente inimitabili (vedere per credere, sfogliando Portfolio Trentino). Mi sono piacevolmente intrattenuto, accovacciato di fronte a loro, già comodamente seduti, scambiandoci le impressioni sul blog e sulle nostre reciproche intenzioni di scrittura. Di fronte al rallentamento di qualcuno della “squadra”, quasi autocostituendoci “zoccolo duro”, dopo avere evocato Mauro Mazzetti, ci siamo confermati l’impegno almeno fino a fine anno a garanzia dei post notturni di Mario Crespan, degli “amori andati in vacca” di Luca Visentini, (eccetto uno, perché mi ha fatto stare troppo male), per i “ricordi sfusi” del sottoscritto. Certo che il rallentamento di qualche bloggers e la scomparsa di qualche altro ha fatto un po’ impoverire il blog, facendo venire a mancare qualche voce. Inizialmente eravamo sembrati una squadra di calcio con la “panchina lunga” e forse ora siamo diventati una squadra di basket e qualcuno sta pure all’ala giocando pochi palloni, mentre la panchina sembra svuotarsi. Forse sarebbe opportuno che l’allenatore chiamasse un “time out” per fare un punto della situazione, verificare gli schemi di gioco, forse anche riaccendere qualche entusiasmo sopito.
Questo soprattutto mi è rimasto nella mente di quella serata: la grande coppia “Ciccio” Crespan e “Franco” Visentini, le grandi wall di Yosemite e del Capitan con i loro protagonisti ed i vuoti mozzafiato, e pure le tette di una delle due “operatrici” del bar dell’Auditorium Santa Chiara, dove ci siamo fermati per un rapido drink. Mozzafiato pure quelle. 

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giovedì, 12 luglio 2007

ANDAR PER GHIAIE

postato da mariocrespan alle 18:26 in ritorni a valle
Ghiaione sotto gli Aghi di Mario CrespanPossono accompagnare attese, o accogliere festosi ritorni. Sono i territori intermedi, non ancora corpo di montagna ma neppure pertinenza di valle. Terreni di passaggio privi di tracce o sentieri dove, assieme allo sguardo, si allarga e scivola il pensiero. Balze verdi, miste ad affioramenti rocciosi, piste da camosci che si spingono fino addosso alle pareti. O ghiaioni, la cui risalita può costare fatica improba. “Preferisco attaccare dall’erba – mi diceva un mio vecchio compagno di corda – così, se salto giù, vado a cadere sul morbido”. Preziose, le linee di verde, se non sono troppo ripide o addirittura verticali, come sui micidiali zoccoli delle Pale Lucane. Amiche quando, ben zollate, vanno a insinuarsi su, tra i macereti, regalando dislivello.
Per parte sua, il ghiaione evoca dubbio, insicurezza, appoggi instabili, procedere con poco costrutto. “Un passo avanti e due indietro”, ghignavano sornioni i “nonni” del CAI, rivolti ai pivellini. Sulle fiumane frananti di certi canali degli Spalti di Toro occorre talora arrancare in Dülfer, palmo a palmo, sfruttando la parete a lato. Non di rado l’azione dell’acqua predispone terreni sconvolti, conche, crinali, merletti di ghiaie intrisi di umido terriccio, macigni che scuri sovrastano trattenuti a stento da precarie strutture.
Eppure, il ghiaione può diventare, col tempo, misura di maturità alpinistica, avendo imparato ad affrontarlo in scioltezza e agilità secondo i dati offerti alla vista, a scegliere linee di stabilità lungo le quali saltar su in leggerezza, senza muover pietra e con moderato sforzo. Per una volta nessuna via obbligata. Decidono reattività e freschezza mentale.
È singolare come i ghiaioni conservino le medesime caratteristiche anche quando li si voglia rappresentare, per esempio negli schizzi illustrativi delle guide. Per quanto mi riguarda, amo disegnare ancora le montagne con matite ed acquerello. Tosto o tardi arriva sempre il momento dei ghiaioni. Arriva con sollievo perché vien meno l’obbligo della precisione, basta rispettare gli andamenti principali, giusto come accade sulle cartine IGM. Riuscire a rendere viva la sensazione, l’illusione del terreno è il principale imperativo che rimane. Matita e pennello possono muoversi indisturbati – al pari dei nostri passi durante l’ascesa – liberi da costrizioni. Vagano, lievemente, senza creare discrepanze ritmiche. Passi e segni diventano puro gioco formale, astratta tessitura di trame. La matita indugia ma non deve fermarsi. Trascorre di continuo dal segno puro al tratteggio senza mai ripetersi, ordinando il caos. Per disegnare ghiaioni è bene averne profonda esperienza, aver acquisito quella maturità accennata poc’anzi. Con la stessa scioltezza si va a far crescere il ghiaione sulla carta, tentando di lavorare sulla globalità pur nell’obbligo sequenziale. Alla fine, metro dopo metro, se ne viene a capo, in forcella o al piede delle rocce. O al limite inferiore del disegno.
 
Particolare Ghiaione di Mario CrespanPer contro, in discesa, i primi passi sulle morbide ghiaie sono una promessa di felicità, i salti successivi la vita piena che si schiude. Si corre giù nella polvere, gli occhi vigili a scoprire incoerenze e filoni a grana fine, si asseconda il pendio con movimenti fluidi e ininterrotti, con scivolate controllate, ma lo sguardo permane complessivo, come sul foglio da disegno, la matita schizza qua e là nervosamente ma con dolcezza, il pennello poi la segue ma anche la contraddice e inventa e contrappone campiture casuali ma previste, e intanto si perde quota, si divalla, portiamo in noi la vetta per la quale siamo passati, l’anello di cammino già quasi completato, è la gioia del ritorno, il ritorno a valle, la normalità riconquistata, la morbidezza vellutata del verdescuro di fondo, scuro di bosco e abbandono di prati che già cedono a un vago imbrunire, verdeazzurro ombreggiare che aspetta, promette, restaura affetti e amori, riconduce minestre e seggiole, le finestre di casa, gli occhi dei gatti, i passi sulle scale, la ritrovata appartenenza, e ancora divalliamo gioiosi, ognuno per sé, ognuno appagato di un suo segreto trionfo, certo di un domani rasserenato, di un risveglio più ben collocato sulla tavola sinottica dell’immaginario, e divalliamo ancora, consci che fra poco la festa finirà là dove si ristabilisce il sentiero, là dove ricomincia la nebbia e noi ne siamo di nuovo inghiottiti, la nebbia che dissolve sembianze e distilla la pienezza appena vissuta e goduta, scendiamo dissolti nella nebbia indistinta di un prima e un dopo riallineati sull’asse di giornate già meno limpide. Ma la discesa non è sempre tanto lieta e veloce, il terreno può essere duro, irregolare, non ghiaie soffici ma precarie e assurde cataste di macigni, e sassi rotolanti, tanto da imprigionare la mente e trattenere spensieratezza. Il pietrisco nelle scarpe diventa fastidio, non piacevole solletico. Tutto bene lo stesso. L’esultanza o la tensione del ritorno si sommano alla cima raggiunta, alla sorpresa dei cambi di versante, all’acqua che ci ha dissetato, ad ogni frammento di vita riconosciuto e accolto. L’esperienza dei passi si incrocia con quella dei segni. Della montagna non si butta niente.
                       
Beato l’uomo che ha potuto
                   quel che gli spetta oggi carpire
                   e che, sicuro di sé, può dire
                   domani venga il peggio, oggi ho vissuto.
 
[Non ricordo proprio l’autore dei versi citati]
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