Nell’agosto di quel 1975 avevo avuto occasione di fare le prime arrampicare in Dolomiti, ma ciò non aveva placato la voglia, anzi, l’aveva ancor più esaltata. Mi ero iscritto al Cai a luglio e al momento dell’iscrizione mi avevano detto che il corso di roccia era già stato svolto a primavera, ma che stavano pensando, viste le richieste di svariati soci, di organizzare alcune uscite da svolgere a settembre ai Colli Euganei. L’idea mi aveva solleticato ed avevo cominciato a prendere informazioni su questo luogo, Rocca Pendice, dove, dicevano, si potesse scalare una parete alta più di cento metri. E chi l’avrebbe mai detto? Io no di certo che nemmeno sapevo dell’esistenza di una Sezione del Club Alpino a Ferrara se non me l’avesse detto un amico appassionato di montagna, figuriamoci una parete da scalare a poco più di un’ora d’auto dalla mia città. A dirmi delle uscite erano stati due personaggi caratteristici con cui avevo fatto conoscenza la prima volta che ero andato presso la sede: uno, Leandro detto Leo, molto posato, con una barbetta ad incorniciargli il volto, l’altro, Antonio detto Toni, massiccio ed estroverso, sempre intento a raccontare qualcosa, preferibilmente delle sue arrampicate di cui pareva andare molto orgoglioso. Erano stati proprio loro a controfirmare la mia domanda d’iscrizione al Cai come soci “presentatori” non appena avevano sentito del mio interesse per l’arrampicata. In quel momento mi avevano ricordato il gatto e la volpe della favola del Collodi ed io, in effetti, mi ero sentito molto Pinocchio con le mie tre monete di entusiasmo e nessuna idea di dove e come riuscire a spenderle. A settembre quando venne il giorno della prima uscita salii in auto proprio con Toni il quale, caricati me ed un altro oltre ad una delle pochissime donne presenti, si diresse a gran velocità verso i Colli Euganei, gomito fuori dal finestrino completamente abbassato e parlata eloquente a raccontare a noi passeggeri ignari che cosa avremmo trovato a Rocca Pendice e che cosa avremmo fatto sotto la sua guida e quella degli altri soci esperti. Io, seduto proprio dietro al posto di guida, investito in pieno dall’aria che entrava dal finestrino, me ne stavo in attento e rispettoso silenzio, rifiatando soltanto quando si rallentava ai rari incroci che trovavamo lungo la strada. Arrivai con i capelli completamente arruffati e la sensazione di avere fatto il viaggio in moto e, il ricordo di quella sensazione, ad oltre trent’anni di distanza, ancora mi pervade. Al parcheggio del cimitero di Teolo arrivarono, dopo la nostra, anche tutte le altre auto e ci fu ben presto un gran fermento, un distribuire di corde, un indicare col dito verso l’alto dove, dal verde della boscaglia, si vedeva emergere una cresta di rocce scure e levigate, le famose “Numerate”. Alla fine iniziammo il nostro avvicinamento incamminandoci per subito infilarci nella boscaglia in cui regnava ombra e frescura. Mi avevano dato una corda da portare, in mano naturalmente, perché io non conoscevo altri modi e fu proprio quello a fregarmi non appena arrivammo in un tratto in cui un canaletto formato da rocce inclinate e ricoperte di ghiaietta ostacolava il camminare. Come il più sprovveduto dei principianti scivolai e, non volendo d’istinto mollare la corda, caddi di lato scorticandomi ben bene il braccio ed il dorso della mano. Ovviamente risposi con un disinvolto “nulla, nulla” a chi mi chiedeva se mi ero fatto male e proseguii ostentando una certa indifferenza. Il sentiero proseguiva ripido in mezzo alla fitta macchia mediterranea per perdersi proprio sotto le rocce che avevamo visto dal parcheggio. Chissà se qualcuno di quelli che mi videro arrivare lacero e sanguinante dal braccio e dalla mano avrebbe potuto immaginare che di lì a poco più di due anni sarei diventato il primo istruttore sezionale di roccia (assieme all’amico Paolo) e in capo a pochi altri anni Istruttore di Alpinismo e direttore dei corsi di alpinismo e roccia della sezione di Ferrara? Penso che nessuno se lo sarebbe potuto immaginare e, del resto, se me lo avessero detto, non ci avrei creduto nemmeno io.
“Se il pensiero di una donna ti angustia non affrontare alcuna scalata, neanche facile”. Con queste parole mi fulmina un amico, grande e famoso alpinista, mentre scendiamo nel bosco – 24 agosto 2005 – dove la quiete, che sempre si riaffaccia dopo l’arrampicata, libera storie vissute a metà o quasi per intero, ma non ancora chiuse. Nulla più trattiene l’emergere di esperienze amare, mai digerite. Però il momento è propizio perché il ghigno beffardo che occhieggia dietro la porta si possa condividere serenamente col compagno.
Ambedue ci siamo lasciati alle spalle abbastanza vita per aver ampiamente verificato, assieme alla verità dell’enunciato, la difficoltà di sottrarsi alla pratica della montagna quando incalzano amori. Ogni situazione è rischiosa, e magari per opposte ragioni. Ma tra i dubbi dell’approccio, della rispondenza, e quelli del temuto ed imminente abbandono sento prevalere i secondi nella scala del disordine mentale e della disperazione. Il senso di perdita è devastante e il tema della separazione può incunearsi nello svolgersi di un’arrampicata richiamando esiti drammatici dalle spire di un destino divenuto ineluttabile e che può presentarsi sotto forme diverse. Nella separazione, l’istante passato resta in noi configurandosi diversamente, soprattutto se non è stato vissuto fino in fondo e perciò continua ad aleggiare intorno.
La vita si è fatta leggera, la posso buttare sul piatto al primo passaggio impegnativo pur di trarmi d’impaccio, e comunque non me ne importa niente. Intanto parlo con gli altri, baratto il gergo di cordata, i compagni vedono la mia superficie appena increspata da una lieve brezza ma – da qui fino in profondità – oscilla un fluido ossessivo. Ciascun rito ripetuto della scalata, col suo carico di realtà, si abbatte su di me come uno schiaffo. La vista si appanna, il consesso sempre uguale di cime circostanti si trasforma in un’insuperabile barriera di indifferenza. Insiste e martella quasi struggente l’ultima banale canzone intercettata dall’autoradio. Ecco, adesso vado a doppiare uno spigolo e subito oltre la rivedo, nuda, seduta sul bidè, intenta alle sue abluzioni, vedo la linea flessuosa della schiena che si perde sui fianchi, lei avverte il mio sguardo, si volge di scatto e mi sorride, aperta. Oltre lo spigolo il passo è più difficile ma mi sento quel sorriso addosso – chi pensa a proteggersi? – si va, si va e basta. Ne imito la voce, adesso, mentre salgo, una voce con strane inflessioni le cui origini mi sono rimaste misteriose, il suo cantare ogni interrogativa secondo cadenze di un’altra regione, forse, e di cui senza volerlo mi sono appropriato, ed ora ripeto al vento domande inutili per ascoltare nella mia la voce di lei, il suo canto perduto. Il sentimento si erge, incontrastato, non ne ho pudore e la dignità smarrita mi induce ad accattare briciole di illusoria terapia. Ogni ritorno al “prima” è un flashback che ferisce e annienta. Ciascun movimento – il piede su un piccolo appoggio, l’equilibrio dinamico da perseguire nella progressione – si svolge in preda a un’assurda eccitazione che grida e mi scalpita dentro. Gli alpinisti, anche sul facile, hanno voglia di estremo, strapazzano l’anima. L’amore indecente che si lascia guardare, l’amore prepotente che si deve fare.
Anche la gioiosa aspettativa, lo so, può far volare giù. Ricordo bene il mio insensato innalzarmi verso il moschettone di Kummer, quel giorno sullo Spigolo del Velo. Solo una manciata di fibre della corda mezzo tagliata mi tenne legato alla vita. Danzava nei miei occhi l’immagine di lei, e non era successo ancora niente, solo correnti di sguardi e di attese, piogge d’aprile accolte al riparo di una tribuna da stadio.
“Stai attento – insiste l’amico – l’amore in parete uccide”. Nessun crollo fatale, dunque? Nessuna bufera governata unicamente dal cieco destino? Dove erravano i pensieri di Preuss e Cozzolino, cosa stringevano le loro mani nell’attimo subito precedente il salto nel vuoto? Qual era il senso del crepuscolo per Comici, quel pomeriggio d’ottobre in Vallunga? E quali le peregrinazioni esistenziali di Lorenzo che, solo poche settimane fa, condussero i suoi passi incontro al fulmine?
Si approssima settembre, il periodo più intenso dell’anno, chiusa in dolcezza dell’estate. Tra gli alberi appare il tetto del rifugio. Battaglie segrete e cruente, quelle dell’amore. E nessun bilancio possibile.
[Con una frase di Ernst Bloch e due versi di Francesco De Gregori]
Mentre si avvicina il secondo anniversario della prematura scomparsa di Lorenzo Massarotto, Paola Favero ci comunica che il prossimo fine settimana è in programma in Valle di Santa Felicita - Romano d'Ezzelino (VI) - il secondo Meeting alpinistico dedicato alla memoria del "Mass" ed organizzato dall'associazione Dimensione Montagna. La manifestazione avrà inizio venerdì 29 e terminerà domenica 1 luglio.Me l’ero cercata e dovevo immaginarmi che attraverso la Rete si sarebbe diffusa la notizia della mia curiosa metamorfosi, ma avevo masticato tanta di quella montagna severa che mi erano spuntati per davvero i controcoglioni e potevo anche tentare di sistemare in un sol colpo più clienti. Mi avvicinai dunque nel fondo della valle al paese e benché fosse domenica sentii i trapani e le motoseghe rimbombare dalle cantinette e dalle baracche annesse alle abitazioni, sentii gli automobilisti salutare con delle improvvise clacsonate alle spalle i pedoni a cui abbreviavano sistematicamente la vita, sentii una cantilena ed un cicaleccio tanto insistenti quanto rumorosi che, non me ne vogliano Trilussa o Pasolini, così come nel corso dei miei lunghi anni non avevo ancora conosciuto un solo romano timido, in quest’altro territorio dove mi stavo addentrando temevo di non incontrare nessuno che amasse la moderazione sonora, il sottotono, il silenzio: certi bambini dicevano “iua” anziché “io” ed accentuavano il verso in questione a mo’ del Wyoming di Ovosodo che ne restavi impressionato e rintronato credo per sempre, mentre l’Urlo Perforante (“Tes!”, “Tas!”, “Tasi!”...) di alcune madri fuoriusciva dai muri delle case che se lo avesse avuto in dotazione a suo tempo Goldrake lo avrebbe di sicuro preferito alla pur efficace Alabarda Spaziale. Trovai comunque una donna piacente e spazientita, mai vista prima, una certa Linda. Mi porse all’orecchio il suo telefonino affinché ascoltassi un tale esaltatissimo che parlava da una presunta muraglia immensa dell’apertura di una nuova via che avrebbe intitolato “Aspetta e spera” e che era un continuo susseguirsi di diedrini, di placchette, di caminetti e fessurine codificati con lettere e numeri segreti, non un gran mondo insomma. Sfrecciò giù dagli impianti in quel momento un ragazzotto sopra un ingombrante quad della multinazionale di origini ladine MuchoDollars&LamontKaputt. Entrambi frastornati, per avvistare almeno l’appicco sul quale si stava cimentando il nostro climber, Linda ed io ci dirigemmo verso un poggio panoramico segnalato ancor di più della Fertazza in Civetta, ma colà giunti scoprimmo che un consorzio fassano vi aveva costruito cento alberghi con la sauna turca e che senza pagare la mezza pensione per una settimana al minimo non si poteva scorgere proprio un bel niente. Ebbi un istante di amnesia e mi ripromisi di non abbandonare il campo se non avessi concluso per benino il tutto, intanto che il giovinastro dell’ex Skipass Dolomiti aveva raggiunto con il mostruoso fuoristrada l’abitato e gridando a più non posso richiamava un suo parente abbastanza prossimo, mi sembra il zio. Poi ricordai e giacché potevo decisi di accontentare nel contempo questa e quello, cioè l’Italia benedetta e l’altro Paese (Od il Paese benedetto e l’altra Italia? Che confusione!). Aspettai quindi che il sole tramontasse, che i pallidi monti si accendessero. E per non star lì a spiegare l’inspiegabile dissi a Linda che le avrei mostrato una cosa, anzi due, dopo di che mi calai i pantaloni assieme alle mutande sporche di più giornate alpine e lei, rimuovendo chissà perché ogni derivato di Giovanni, sotto la spinta di un’impressione viva ed inattesa pronunciò a voce alta: «Ciò, Toni, o Bepi o Gigi, o come Zio Can te ciami, che bei osei!».
cari amici & blogger[s]
una comunicazione di[s]servizio. La redazione chiude e se ne va in giro fino al 9 luglio senza alcuna possibilità di accedere ad un computer. Perciò un invito ai blogger[s] di controllare e di gestire il blog in modo autonomo. E mentre il nostro Carlo Caccia su www.intotherocks.net rivela, inconsapevolmente, il probabile nostro obbiettivo del 2009, associato ad un altro colosso del Karokaram che conosciamo molto bene, vi salutiamo restando in tema "itinerante": da oggi trovate in rete la pagina web con le poco credibili - per l'immaginario collettivo - immagini della nostra ultima opera[zione]: l'apparizione di THE WANDERING CEMETERY nel centro storico di Vicenza e sulla storica Collina della Commenda. Un caro saluto ;-)
Sperso, là, in fondo alla mente e nella notte dei tempi, il ricordo di una passeggiata, mano nella mano, e l’aspettativa trepida di una cosa sconosciuta, solo desiderata, ma non ancora sperimentata… infine, una panchina, ma non di quelle tradizionali, bensì un blocco di trachite che sembrava un vecchio baule grigio scuro e gli alberi fronzuti a sovrastare, quasi a voler proteggere e ad invitare di vincere la timidezza dei miei quindici anni… e lei, piccolina, mora e tombolotta, con quelle forme piene, rotonde ed aggraziate, belle da guardare e desiderare, con quei capelli a caschetto ad incorniciarle il viso e quel sorriso dolce. Seduti sulla panchina, fianco a fianco, si continuava a parlare, ma il mio cuore era in tumulto al pensiero di baciarla… e infine i visi si avvicinarono, le labbra si sfiorarono e… sorpresa… trasalimento… chi mai poteva sapere che a baciare si facesse in quel modo e… che bello. E in ultimo il sorriso di lei e la sua voce, un po’ maliziosa, a chiedere “era il tuo primo bacio, vero?”. E il mio silenzio a confermare una risposta fin troppo scontata…
Meno lontano, ma ugualmente nitido il ricordo della mia prima scalata. Il tumulto di pensieri durante l’avvicinamento, prima per la carrareccia sterrata e poi per il ripido sentiero fino ad entrare in quel magico angolo delle Dolomiti che viene chiamato il “giardino di Re Laurino”. E su ancora fino ai piedi delle Torri del Vajolet, e infine sotto quello spigolo di roccia, slanciato nel cielo, bello, elegante e talmente desiderabile da scalare da riuscire a farmi vincere la paura atavica del vuoto che mi faceva pulsare forte il cuore. Ancora, i rituali del legarsi in cordata, impostare la sicurezza a spalla, sapere che non l’hai mai fatto, ma capire che riuscirai a farlo e che ti piacerà perché istintivo, quasi come un rituale amoroso mai conosciuto ma che senti far parte del tuo codice genetico, del tuo istinto di animale e di uomo. Poi il richiamo dell’amico, quel “parti”, atteso e un po’ temuto, e tu che tocchi la roccia, muovi i piedi e ti allontani da terra. Cominci a sentire il brivido del vuoto intorno e quando arrivi allo spigolo vero e proprio e quasi lo cavalchi, quella vertigine ti travolge, ti disorienta, ti fa vibrare in un misto di piacere e di paura. E su ancora, sempre lungo lo spigolo aereo, fino a raggiungere, infine, l’esposta cima della Torre e capire che la discesa in corda doppia, anche quella mai fatta, ti darà altre paure, altri brividi mescolati a piacere, in quel misto di sensazioni anche contrastanti che costituiscono l’essenza stessa dell’arrampicata. Ed in ultimo, terminata l’esaltante scalata, seduti con le spalle al rifugio, lo sguardo rivolto a quelle torri di roccia, a quello spigolo appena percorso, il tuo capocordata ti fa una domanda che è al tempo stesso un’affermazione: “L’è bel rampegàr, véra?”. E ti rivedi sorridere, in silenzio, a confermare una risposta fin troppo scontata…
Ed entrambe le volte quel leggero ma insistente, piacevole ed eccitante senso di vertigine.
Cominciò con l’architettura gotica come con le montagne. Qualcosa si slanciava in alto, prendeva forma e stava lì, a sfidare lo spazio e la legge di gravità. Era domenica mattina, me lo ricordo bene perché mentre scalavamo iniziò la partita di calcio nel campetto realizzato da poco nell’area adiacente il parcheggio di Rocca Pendice. Noi avevamo appena salito i primi due salti della Cresta Nord; io facevo sicura su di una pianta, un cordino lungo girato attorno al tronco, la mia corda nuova di zecca che scorreva nel mezzo barcaiolo. Era bella la mia corda, dal vivo colore arancione con quei filetti blu intenso che affioravano sulla calza girandovi intorno a spirale; l’avevo comprata da poco al negozio Milan Sport di Rovigo dal mio amico Giancarlo (valente alpinista) e l’avevo tagliata di persona dalla matassa da 200 metri, perché allora si usava fare così. Il mio compagno, un ragazzo di Jesi, studente universitario a Ferrara, saliva da capocordata il largo spigolo tenendosi sulla sinistra, anche se a destra le rocce erano visibilmente più articolate. Non sempre è facile proteggersi sulla trachite dei Colli Euganei perché è una roccia di origine vulcanica, assai compatta, ma eravamo sulla Cresta Nord, nella palestra “di casa” e mi sentivo tranquillo, tanto che mi girai a guardare verso il campetto di calcio. La partita era in pieno svolgimento e potevo osservare quelle formichine diversamente colorate che andavano qua e là, come calamitate da quel puntino bianco e rotondo che veniva calciato da una parte all’altra del campo. Il pubblico, scarso ma infervorato nel tifo, rumoreggiava in mezzo alla vegetazione che delimitava il campo nel lato del parcheggio vicino al cimitero. Poi mi girai e guardai in alto e vidi la sagoma del capocordata stagliarsi in controluce proprio sul filo dello spigolo e contro il cielo azzurro di quella limpida domenica primaverile. Era fermo, sembrava indeciso e, improvvisamente, lo vidi muoversi, ma verso il basso, velocemente. Inaspettatamente, stava precipitando e la sagoma scura scorreva in quel controluce che ne evidenziava la velocità di caduta. Non aveva posizionato rinvii intermedi, nemmeno uno e di corda sfilata ce n’era una ventina di metri. Istantaneamente realizzai che sarebbe arrivato a terra e si sarebbe schiantato su quella spalla di roccia del primo salto della Cresta Nord che avevamo superato. Se non che, inaspettatamente, vidi la corda tendersi e mi accorsi che aveva girato, del tutto casualmente, dietro ad un grosso spuntone di roccia che aveva fatto così da rinvio naturale. La corda tesa mi diceva che Massimo (così si chiamava il ragazzo) non era arrivato a terra e dunque probabilmente era vivo dopo un volo che potevo stimare in almeno una ventina di metri. Asola di bloccaggio? Allora non sapevo cosa fosse. Feci una serie di giri di corda attorno alla pianta fino a poterla bloccare e mi potei spostare di alcuni metri sul terrazzino fino a poter vedere il mio compagno e capire che non rispondeva ai miei insistiti richiami per lo stato di choc da cui era attanagliato. Riprendemmo più tardi, entrambi, il pieno possesso delle nostre facoltà, sicché ritornai alla sosta e lo calai fino a terra e ce ne tornammo a Ferrara dove lo accompagnai all’ospedale: frattura composta del polso destro, venti giorni di gesso e tutto sarebbe tornato come prima, fu la prognosi. La mia corda nuova…. invece, non se l’era cavata così bene: proprio in corrispondenza della metà, nel tratto che aveva sfregato sullo spuntone di trachite sembrava limata e mangiata dai topi, lesionata irreparabilmente. Ne ricavai due spezzoni e un tratto di due metri “didattico”, da mostrare agli allievi dei corsi di roccia. La prima corda mai si scorda, come un amore giovanile, intenso e carico di promesse annunciate e, forse, mai completamente colte. Con quella avevo fatto la mia prima via da capocordata solo pochissimi mesi prima e alcune vie in palestra di roccia. Ne conservo tuttora un pezzo in fondo all’armadio, di quella mia prima corda, che salvò la vita ad un giovane ed inesperto arrampicatore e, un po’, certamente, preservò anche la mia.