23 agosto 1969, pomeriggio.Tanto tempo fa, nella prima delle mie due esistenze, giravo per le montagne con un gruppo di alpinisti denominati I Dangers. E di quest'epopea, dei Dangers, credo che vi racconterò qualche cosa. A cominciare da quella volta in cui battendo a tappeto le Dolomiti di Sesto e di Auronzo soggiornammo, per ben tre settimane, presso il Rifugio Lavaredo. Era l'ultima sera. Avevamo appena cenato e discorrevamo dinnanzi al rifugio rimirando la Cima Grande, la Cima Piccola, la Cima Piccolissima e la cima piccipiccipiccipiccinina. Uno di noi, il pur minuto Angy, non aveva ancora terminato di confidarci che in vetta al Monte Bianco, in pieno agosto, possono anche ritrovarsi fino a cinquanta persone, allorché venne sovrastato alle spalle dall'improvvisa e stentorea smentita: «Non contarne!». Ci voltammo spauriti. Sorprendemmo l'omaccione, compare di bevute della cupa madre del simpatico gestore, che in cambio dei viveri e dell'alloggio attendeva alla ristrutturazione degli infissi e che durante tutta la nostra permanenza non aveva completato una sola finestra e non ci aveva mai rivolto la parola. Via lo stesso gestore, al momento, pensammo di essere fritti. Ma lui, l'omaccione, rilanciò subitamente: «Di più, di più!». E noi, allora, rilassati e azzardanti: «Cento?». Lui di nuovo, perentorio: «Di più, di più, duecento!». «Azz!», esclamammo, fiutando il gioco. Lui, incalzante, dopo averci rivelato che nonostante l'età e la pancia in passato si arrampicava quanto una scimmia: «Dibona alla Grande?». Noi tartarughe, bastarde: «Quattro, cinque, sei ore?». Lui gongolante: «Un'ora e mezza!». Aggiungendo nostalgico: «Eravamo giovani, andavamo come delle bestie». Ancora lui: «Spigolo Giallo?». Ancora noi: «Quattro, cinque, sei ore?». Lui, fermamente: «Un'ora e mezza!». Sospirando, al solito: «Eravamo giovani, andavamo come delle bestie...».
Non volevamo certo portargli via il cuore. Era un gioco, appunto. Era semplicemente amore. Così che per anni lo adottammo con sistematico affetto, ritoccando fra noi le distanze e gli impegni. «Mille metri?». «Sesto grado?». «Di più!». «Di più!». E se del motivo per il quale ho vissuto due volte di seguito, omettendo dell'amore medesimo uno dei venti volumi, credo che qui dal paese non vi racconterò proprio un bel niente, sappiate almeno che noi Dangers eravamo altrettanto giovani. Andavamo come delle bestie.
Nel luglio di quell’anno 1975 mi ero iscritto alla sezione Cai di Ferrara, poi, in agosto, avevo cominciato ad arrampicare sulle Dolomiti durante le vacanze: prima Giorgio, poi Bruno De Donà erano stati i miei capicordata. A settembre ed ottobre, anche sull’onda dell’entusiasmo per le salite effettuate, avevo partecipato ad alcune uscite di arrampicata organizzate in sezione per iniziativa di alcuni soci appassionati. Erano questi dei volonterosi, sufficientemente esperti di nodi, che si prestavano a fare sicurezza a chi voleva salire, dando consigli sul dove mettere mani e piedi, il tutto in maniera molto informale, con il solo scopo di divertirsi arrampicando. Il luogo di esercitazione prescelto lo chiamavano “Le Numerate”, cioè una palestra di roccia con alcuni brevi percorsi sulla trachite di Rocca Pendice, in quel di Teolo. In effetti, la caratteristica che maggiormente risaltava agli occhi del visitatore arrivato lì per la prima volta, erano proprio i grandi numeri scritti in rosso alla base di ogni percorso. Nella mia ignoranza alpinistica, allora veramente abissale, non avrei mai immaginato che vi fosse un luogo dove poter arrampicare a poco più di un’ora d’auto dalla mia città. Mi ero assai divertito in quelle uscite tanto che, contravvenendo clamorosamente ai miei fermi propositi estivi, avevo addirittura iniziato a fare il capocordata su alcuni percorsi, scelti fra quelli più facili che in precedenza avevo salito assicurato dall’alto. Lo avevo fatto stanco di attendere lungamente una corda calata da sopra a farmi sicurezza; non era stato nulla di eclatante, tuttavia sufficiente per fare esplodere in me la passione per l’arrampicata, spalancandomi la porta di una possibile autosufficienza come capocordata. Durante l’inverno, in assenza di fotocopiatrici, avevo trascritto diligentemente dalla “Guida alpinistico-turistica dei Colli Euganei” tutta la storia trascrivendola sul quaderno e, quando riuscivo a salire qualcuna di quelle “tracce” lasciate dai Maestri dell’alpinismo, ne ero oltremodo soddisfatto e inorgoglito. Da quell’agosto nel quale avevo iniziato ad arrampicare, avevo passato metà autunno e tutto l’inverno, a salire le Numerate con Alberto, un amico di Padova conosciuto sul posto: insieme ne avevamo salito ogni angolo, ogni linea, ogni fessura. Ci eravamo trovati tutti i fine settimana, senza mai che una volta ci fossimo dati appuntamento, solamente ognuno di noi due sapeva che avrebbe trovato l’altro, indipendentemente dal tempo meteorologico e anche sul più crudo dell’inverno, quando dentro ai caratteristici appigli a forma di acquasantiera della trachite, si trovava il ghiaccio. Per noi le Numerate, in quel periodo, erano “la montagna” e avere la possibilità di arrampicare a poco più di un’ora d’auto da casa sembrava un sogno. Nelle giornate migliori si andava anche sulla parete Est, utilizzando gli schizzi che avevo ricalcato dal libretto. Si saliva la Carugati, lo spigolo Barbiero, lo Spigolone e poi, durante la settimana, seguivano dosi massicce di flessioni sulle braccia, piegamenti sulle gambe, chilometri di corsa. Le palestre per il “fitness” sono venute molti anni dopo e così anche i muri artificiali di arrampicata, sicché ci si arrangiava come ognuno meglio credeva. Alberto, ad esempio, aveva un suo personale metodo di allenamento, molto artigianale, ma efficace. Usava la camera d’aria di una ruota di bicicletta che estendeva tirando con le braccia, come a volerla allungare. Un sabato Alberto arrivò alle Numerate con un lungo livido bluastro che gli segnava il volto e alla mia domanda preoccupata su cosa gli fosse successo rispose semplicemente: “me se gà roto la camera d’aria intanto che tiravo”.
Le Numerate di Rocca Pendice. “Dal gennaio 1943 Aldo Bianchini e Bruno Sandi aprono numerose brevi vie (poi “numerate”) e, col successivo aiuto di altri volonterosi, adattano a palestra, con lungo lavoro di pulizia e di sistemazione, la ridente e panoramica parete ovest di Punta nord di Pendice”. (COLLI EUGANEI–Guida alpinistico-turistica–CAI Sezione di Padova–1963). Oggi la palestra delle “Numerate” è dedicata all’alpinista cieco Toni Gianese, caduto in montagna il 19/7/1979. Gli itinerari vanno dai 20 ai 50 metri e, pur nella limitata lunghezza, presentano tutta la gamma delle difficoltà alpinistiche e sono luogo ideale per chi vuole apprendere l’arte dell’arrampicare in tranquillità e sicurezza. Una bella foto degli itinerari e una loro descrizione con nome, lunghezza e difficoltà la si trova su “Arrampicate sui Colli Euganei-Guida alpinistica dei Monti Pendice e Pirio”-CAI Sezione di Padova-Data di stampa non indicata).
Torino Thiene Bassano Sandrigo Bassano Breganze Bassano Montecchio… Bassano? No, giacché sono qui a Montecchio passerò alla “Casa di Giovanni”. Chissà se troverò Alberto? Così potremo finalmente vederci, dopo tanto scrivere via internet.
Ecco la libreria, ci entro, il posto è veramente accogliente, merita sedersi per terra a leggiucchiare a caso. “Quello” là è sicuramente Alberto. Ora è impegnato, sta parlando con un signore. Aspetterò, intanto spulcio i libri.
Rigoni, Corona, Sepulveda, Chatwin… Toh, c’è anche Meneghello, da noi al NordOvest è praticamente introvabile.
Ogni tanto tengo d’occhio Alberto, andarmene così senza salutarlo sarebbe veramente insensato, chissà quando tornerò da queste parti.
“Quel” signore con cui parla, dove l’ho già visto? Le facce io le confondo, il mio forte sono i suoni, le voci. Quelle non le dimentico.
E “quel” signore sta leggendo qualcosa, a mezza voce, in mezzo alla libreria.
I sensi innescano trappole della memoria. Insidiosissime, ci casco sempre. Just like now.
Montecchio… Torino, Cortile del Maglio, estate. Luci, ombre, serata elegante. Un palco, tre figure. Discorso lieve, ironico, essenziale e coinvolgente. Spettacolo indimenticabile (abuso di aggettivi).
Gabriele Vacis, regista e lettore. Natalino Balasso, attore e lettore. Luigi Meneghello, scrittore e lettore... di se stesso. “Libera nos a Malo”, lo spettacolo.
A Torino? Allora (era) là, ora (è) qui, a Montecchio, davanti al vostro umile servitore, nella “Casa di Giovanni”. Lo stupore mio è talmente evidente che non passa inosservato.
«Ma Lei è… ma Lei era… l’ho vista… l’ho sentita… c’ero… ricordo… assieme a...».
Le voci si sovrappongono, turbine e disordine, caos dal quale emergono sensazioni, ricordi, emozioni. Ritrovare il suono di una voce, in una piazza, in una stanza.
Accaduto veramente a Montecchio Maggiore, il 07 febbraio 2007.
“Questa regione è un luogo dove scalare tutto l’anno su ogni difficoltà. Quando dalle altri parti cala la nebbia ed arriva il gelo, qui si arrampica in maglietta; basta saper dove andare! Ma niente paura, per gli amanti del freddo nord è sufficiente addentrarsi nell’entroterra per trovare scenari himalayani. La Liguria è così…si può ripetere un canale di ghiaccio alla mattina e poi andare a scalare a torso nudo nelle pareti a picco sul mare il pomeriggio”.Con queste parole l’autore invita ad un viaggio intrigante, porge una sfida inusuale, suggerisce insoliti percorsi. Molto spesso – quasi sempre – le guide di settore puntano alla specializzazione più spinta. Roccati invece ci mostra come sia possibile attraversare la Liguria in punta di scarpette (e di ramponi in qualche caso), toccando e conoscendo siti noti ma anche poco conosciuti fuori da un ristretto ambito di affezionati frequentatori. Ecco quindi la sfida: trovare nuovi stimoli e nuovi spunti dove sembrerebbe essere già stato scritto e descritto di tutto e di più. Ed ancora i percorsi – anzi, i per-corsi, cioè il muoversi attraverso – sono accuratamente distribuiti lungo tutto l’arco delle due Riviere.
Le scelte degli itinerari, essendo soggettive, possono risultare ovviamente opinabili o non pienamente condivisibili. La matrice che li lega, il minimo comun denominatore che li apparenta, è però incontrovertibile ed inattaccabile: si tratta della curiosità, una sana curiosità di chi vuole esplorare in senso opposto (diverso), rovesciando l’ovvietà e l’omologazione a favore di una visione e di uno scenario sgombri da ripetitività e cristallizzazione. Vie per tutti i gusti e per tutte le capacità quindi, con l’etichetta del “no big” ma con puntate impegnative e significative anche sopra il grado 6 francese.
Dal punto di vista della grafica e dell’impaginazione, siamo poi di fronte ad uno sforzo e ad un impegno rimarchevoli. La guida si legge e si interpreta bene, scorre piana nei dettagli tecnici così come nei passaggi e negli accenni storico-culturali e personali; l’apparato fotografico rende bene l’idea delle montagne di Liguria, affacciate a balcone sulle terrazze coltivate e sul mare da cartolina; le schede sono divise, anche cromaticamente, in funzione delle diverse attività trattate; gli schizzi sono precisi ed intuitivi, non richiedendo sforzi particolari per essere capiti.
Una buona guida pertanto, capace di invogliare i “foresti” a provare esperienze arrampicatorie molto particolari, ed i locals a guardare con occhi differenti strutture rocciose spesso sottovalutate o non considerate.
Titolo: L’altimetro segna zero
Autore: Christian Roccati
Pagine 208 con foto a colori e disegni
Editore: Le Mani – Microart’s Edizioni – Recco (GE) – gennaio 2007
Agosto 2003.Ricordo i primi corsi roccia alla fine degli anni ’70: tutti con i pantaloni alla zuava, i calzettoni di lana (preferibilmente rossi), le camicie a scacchettoni colorati con il rinforzo in pelle sulla spalla per le doppie alla Piaz, le borracce di alluminio con la fodera di panno verde attorno e quell’universo, prettamente maschile, di aspiranti “lottatori con l’alpe”. Dovevano arrivare gli anni ’80 (e parlo della mia esperienza personale nell’ambiente ferrarese, ma credo il discorso si possa generalizzare) per vedere qualche ragazza affacciarsi in questo mondo ed ingentilirlo un po’, farlo uscire da schemi non solo rigidi, ma da vera e propria casta. Come non dimenticare, ad esempio, il “divieto di accesso” allora esistente per le donne nel CAAI, il Club Alpino Accademico Italiano che suonava, né più né meno, come la preclusione della Chiesa al sacerdozio femminile e che si può definire solamente con una parola: discriminazione? In seguito la presenza femminile ai corsi di roccia divenne abituale, così come più in generale le donne entrarono nell’ambiente dell’alpinismo. Le allieve erano quelle che più spesso portavano un’allegra risata negli ambienti di solito seriosi dei corsi e questa di certo è stata una cosa positiva, non solo per l’allegria in sè, ma anche per quello smitizzare un ambiente che, a volte, si prendeva, e si prende tuttora, troppo sul serio. Ricordo di essere riuscito ad assistere, a volte, a vere e proprie “scenette” involontarie, quando istruttori molto compresi nella parte alla domanda “ricordi il nodo per fare l’assicurazione al compagno di cordata?” si erano sentiti rispondere “Ma certamente. E’ il mezzo marinaio!”. Altre volte era successo, a chi aveva insegnato il nodo auto bloccante Machard, a seguito dell’invito all’allieva di eseguire il nodo di auto assicurazione per la discesa in corda doppia di sentirsi rispondere “E’ quello a salsicciotto, vero?”. Involontarie battute di certo, ma quello che saltava agli occhi era proprio il contrasto tra l’istruttore (uomo), tutto preso dal suo ruolo e dalla serietà della montagna e dei suoi rituali arrampicatori, e l’atteggiamento più scanzonato dell’allieva (donna) a sancire che lei era interessata sì all’arrampicata, ma che, insomma, non era mica intenzionata ad entrare nella mentalità “guerresca” del rituale e che l’arrampicata andava intesa come un’attività ludico-sportiva e non come preparazione ad un “duro cimento”. Erano state, in fondo, piccole “lezioni di vita”, secondo me, per chi le aveva sapute cogliere. Ora, nel mondo delle falesie e dell’arrampicata sportiva, la presenza femminile è divenuta abituale o quanto meno molto più visibile, anche se rimane quella differenza di fondo nell’approccio mentale che a volte si manifesta nelle maniere più impensate. A me è successo di recente, ad esempio, di trovarmi a Lumignano per una giornata di arrampicata al termine della quale passammo sotto le pareti per rientrare al sentiero e scendere all’auto. Ci fermammo a guardare un climber impegnato su di un tiro che appariva assai difficile. Dopo un po’ un’amica chiese curiosa: “E’ molto impegnativa quella via MARIA CHERI’?” Non riuscivo a capire da dove fosse uscito quel nome e soprattutto non comprendevo come potesse essere conosciuto dalla mia amica che è neofita dell’arrampicata e ancora di più del luogo. Alla mia domanda rispose che lo aveva semplicemente letto sulla roccia. Fu allora che notai la scritta nera sulla roccia grigia, a caratteri tutti maiuscoli: “MARIACHER”. Scoppiai in una fragorosa risata, che lei capì soltanto quando le spiegai che la scritta che aveva così ingentilito, volgendola in francese, altro non era che il cognome di Heinz Mariacher, un famoso climber tedesco che aveva a lungo frequentato la palestra e di cui quell’arrampicata era una delle prime “creazioni”. Affatto colpita dalle mie spiegazioni circa il “famoso” Mariacher, rispose molto semplicemente: “Ah, già… mi sembrava che mancasse la I”. Impagabile! Proprio per questo l’ho voluta raccontare.
Per la cronaca, la Mariacher di cui si parla è descritta nella nuova guida di Lumignano di Michele Guerrini e Andrea Minetto (Antersass Casa Editrice – 2007) ed è presentata come <una delle prime vie della “nuova generazione”>, è datata 1981 e sono 35 metri con difficoltà 6c;si trova nel settore Lumignano Classica D.
In principio fu la Spasema. Erano proprio un pugno di fuggitivi, reduci da battaglie e campi di prigionia sparsi per mezza Europa, i primi ventidue uomini che poche settimane dopo il fatidico 8 settembre 1943 trovarono rifugio nei boschi sopra Lentiai. Prealpi bellunesi, Valle del Piave, Alpenvorland. Un territorio sottoposto al controllo diretto del Terzo Reich, insomma. In questi luoghi così insidiosi il gruppo del Boscarin (ne facevano parte ex prigionieri di guerra slavi, russi e inglesi, più alcuni volontari provenienti da Padova) non aveva vita facile, tanto che in seguito la comitiva decise per un trasferimento nella Valle del Mis. Li guidava Paride Brunetti, il Comandante Bruno che fu anche alla testa della brigata Gramsci sulle Vette Feltrine.
I Cantoni di Pelsa? Un labirinto… Un intrico di pinnacoli, torri, cuspidi di ogni tipo, esili e massicce, una selva di punte, alcune delle quali sono state addirittura definite “topograficamente irrilevanti”. Ho l’incarico di stendere una piantina schematica di questo angolo della Civetta ed oggi – 15 giugno 1997 – ho deciso di salire la Cima delle Mede, di certo assai meno famosa della regina dei Cantoni, la Torre Venezia. Una bella gita domenicale con la mia compagna di vita e di molte ascensioni per prendere appunti e schizzi, per osservare, capire, fotografare.
Finché tengono le lamine… tutta d’un fiato ecco la storia di un altro grande dello sci estremo: Heini Holzer.
In realtà, (leggasi come invito ai nostri editori) esiste un libro su questo straordinario personaggio ma, come spesso accade per i buoni testi, in lingua straniera.