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martedì, 30 gennaio 2007

LUMIGNANO, UN MONDO DA RISCOPRIRE

LUMIGNANO di Michele Guerrini e Andrea Minetto - CLIMBGUIDE ANTERSASScari amici, un breve post per ricordarvi a chi ancora non avesse avuto notizia diretta o indiretta (v. PM) che questa sera all'Auditorium Canneti in centro storico a Vicenza presenteremo la nuova collana di guide edite dalla nostra casa editrice. Si comincia con Lumignano: un ottimo lavoro di equipe firmato da Michele Guerrini e Andrea Minetto per la grafica di Marco Simiomato. Il tutto dovrebbe sfociare in una grande festa con molte sorprese. Vi aspetto, specie nel postserata all'Antica Casa della Malvasia ;-)

lunedì, 29 gennaio 2007

IL MOSCHETTONE DI FRANZ KUMMER 2

postato da mariocrespan alle 08:33 in ritorni a valle

Luglio 1998.

Col Checo, alle sette di mattina, siamo ancora a Treviso, e nulla è stato deciso. Dove si va? Quando la scelta cade proprio sullo Spigolo del Velo non me ne sento affatto turbato: eppure non ci sono più tornato da quel bel giorno di giugno di trentasette anni fa, una ferita che da allora è rimasta aperta. Però troppo tempo è passato perché i miti si siano potuti conservare intatti. Croste si sono accumulate su di me, e sedimenti del vivere. Penso di saperla lunga e forse ho perduto disponibilità. Dove andrò a caccia di emozioni se mi sono abituato a guardarmi da fuori come uno spettatore quasi indifferente?

Ora è stagione estiva già piena e, quando siamo al Rifugio del Velo, sullo spigolo già si vede una processione di cordate. Veloci saliamo slegati fino a raggiungere la coda del gruppo, alla base della variante Bettega, alias Steger. Già qui non riconosco alcunché, mi muovo in una landa sconosciuta. Strombazzano le macchine, sibilano le moto sulla strada del Passo Rolle. E qua sopra è un autentico ingorgo vociante, si intrecciano grida e richiami, battute e consigli. Sembrano tutti bloccati e le corde sono imprigionate da una quantità di rinvii. Sorpassare? Nemmeno a pensarci.

Ma il Checo non ci sta, ed ecco che ne pensa una delle sue. Si lancia in traversata su una aerea placca, verso il liscione della parete nord.

– Ma dove vuoi tirarmi dentro? – gli dico.

– Si va, si va, non è facilissimo, ma si va!

– Ma io non ho voglia di traversare quel placcone…

– No, no, non ci sono problemi, vedrai!

Nel frattempo i componenti delle altre cordate si mostrano assai incuriositi dalla nostra manovra. Devo, infine, avventurarmi a mia volta e caspita! è più di quinto, non era in programma. Roba piccola, ma insomma d’accordo, si va. A metà traversata mi giro verso il gruppo che aspetta pazientando: ho tutti gli occhi puntati addosso. Ma in tal modo raggiungiamo indisturbati la vetta del primo pilastro e ci lasciamo alle spalle un buon pezzo di ingorgo.

Il salto successivo è occupato da un’altra fila di cordate. Non so come ma, in un orribile intrico di corde, riusciamo a passarle tutte, tranne una. Siamo così arrivati al tratto chiave, ma ciò non basta ancora ad intaccare la mia coltre di indifferenza. Dov’è sparita la sommità del secondo pilastro, teatro di accadimenti cruciali? Qui pure mi muovo in un paesaggio ignoto. Non riesco proprio a persuadermi che sono sul luogo, quel luogo. E il moschettone di Kummer? Che l’abbiano levato di mezzo? Forse sì. In fondo poteva pericolosamente fuorviare, come era successo con me. In ogni caso non me ne interesso minimamente, lancio solo qualche sguardo distratto ma subito distolto, quasi avessi timore di vedere alterata la scenografia impressa nella memoria da tanto tempo. Impossibile rivivere il clima di quel giorno, ora non ho più dubbi. Meglio concentrarsi sull’ultima cordata da superare, che è già all’intaglio. Subito vi scendiamo anche noi, perché adesso – pare – non si fa più la spaccata e si riprende esattamente dal forcellino, sotto il quale si bloccò il mio volo. Peccato, con la spaccata si guadagnavano alcuni metri che, già molto lisciati dall’uso, sembrano ostici. Fa niente. Subito riprendiamo a salire, in velocità. Checo – lo so – ama correre, e io mi adeguo ma, data la situazione, non me ne dispiace. Meglio correr via da qui. Meglio non inquinare il ricordo.

Sugli ultimi tiri di corda finalmente ritornano silenzio e sensibilità, e raggiungiamo la vetta senza più disturbi di sorta. Perfino il rumore del traffico si è attenuato.

Nel limpido pomeriggio scendiamo a Malga Zivertaghe in tranquillità e leggerezza.

 

Lo Spigolo del Velo non è terreno da sottovalutare. Venticinque anni fa si è portato via la vita di tre ragazzi trevigiani imprigionati lassù, sempre sulla cima del secondo pilastro – luogo di drammi e di tragedie – da una bufera di neve improvvisa e violentissima.

A me è sembrato davvero irriconoscibile. Ma certo non la via si è trasformata, né la montagna in sè. Ciò che si è sovrapposto ha stravolto proporzioni e prospettive, ha creato una incolmabile dissociazione tra luogo ed accadimento. Sono cambiati materiali, abitudini, approccio, rumori, impianti. Qua sotto ora c’è un enorme rifugio. Ferrate e sentieri attrezzati cavalcano creste e forre, si incrociano da ogni parte e arrivano dappertutto. Il mistero non esiste più. Del giorno di tarda primavera di trentasette anni fa quassù non è rimasto nulla. Nulla di nulla, men che mai l’amore – quell’amore. E lontananza, spazi, silenzio: dissolti. Non nutro rabbia, né rammarico o stupore. Non poteva andare altrimenti.

Non qui, non ora dovevo venire a cercare il senso della mia caduta da poco sotto il moschettone di Kummer. Nessun limite della vita può sopravvivere, così visibile ed acuto, come fosse scolpito per sempre sulla roccia. Quell’istante lontano stava ancora in me, potevo ritrovarlo, tornare sino a lui, solo scendendo più profondamente in me. Era dunque prevedibile che non potessi vedere il moschettone penzolare nel vuoto, come allora. Non era solo la ridda di voci e richiami che lassù si incrociavano, ma la sensazione di un completo scombinarsi di ogni coordinata dimensionale che mi impediva di imbattermi o incespicare in qualche asperità di pietra per ritrovare il tempo perduto.

Quante volte, dopo il mio piccolo viaggio alle soglie del grande baratro, ho sognato il passaggio della spaccata, talora facile, oppure difficile, o situato altrove, o rivissuto in frangenti surreali o simbolici, o addirittura impossibile! Ed ancor più spesso ho immaginato, e continuo a immaginare, un seguito ed un epilogo felice alla scalata interrotta a qualche spanna dal moschettone di Kummer. Gli ultimi tiri, la vetta, la discesa sarebbero stati un tripudio, una festa.

E quante volte ho assaporato cogli occhi della mente un ritorno allegro e gioioso a San Martino! Ho perfino ricostruito un diverso divenire non solo per l’estate che stava per cominciare, ma anche per le stagioni degli anni successivi, per la mia vita stessa nella sua totalità. E per quell’amore acerbo e grandissimo che portavo in me, che si alimentava di ogni molecola di natura e di montagna, e che mi frastornava con i suoi dubbi imperiosi mandandomi a spasso come in trance, quel giorno, sullo Spigolo del Velo. Quello stesso spigolo del Velo che ora è diventato – assieme al moschettone di Kummer – “polvere d’oro nel vento”.

  

[Corsivo di Marcel Proust, da Il tempo ritrovato]
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sabato, 27 gennaio 2007

IL CUSTODE DELLA PALESTRA DI VAL CISMON

postato da gabrielevilla alle 00:23 in storie, storia dell alpinismo

Il torrente Cismon, che impone il nome a quel tratto di valle, scende da Primolano e scorre verso Bassano del Grappa fra ripide pareti entro le quali si snoda la strada statale della Val Sugana. Su quelle difficili pareti e quelle delle valli laterali sono stati tracciati, dagli anni sessanta in avanti, tantissimi itinerari (più di cento) di difficoltà sostenute, sia in arrampicata libera che in artificiale. Il primo ad aprire itinerari di ampio respiro, paragonabili per difficoltà e impegno alle vie classiche delle Dolomiti, fu il bassanese Carlo Zonta, seguito poi da tanti altri alpinisti, anche di fama, che nelle stagioni preinvernali trovavano su quelle ripide pareti l’occasione per prolungare la stagione alpinistica. Come Renzo Timillero, ad esempio, Guida Alpina, per anni gestore del rifugio Treviso in Val Canali o il forte Lorenzo Massarotto in cordata con Leopoldo Roman. Anche i giovani "emergenti" presero ad andare sulle vie del Cismon a misurarsi: i mestrini Alberto Campanile ed Ezio Bassetto, Manrico Dell’Agnola (oggi fotografo di fama e scrittore), i meno conosciuti Daniele Lira, Fabrizio Lorenzin, Roberto Campana, Andrea Spavento (autore dell’ultima recente guida di arrampicata della valle) e tanti altri ancora. Fra tutti un posto di riguardo va assegnato a Umberto Marampon, definito nella guida "gran provveditore" della palestra di Cismon. Nelle mie frequentazioni ho avuto modo di conoscere personalmente Umberto "Rampegon", come qualcuno lo ha soprannominato, o "Marampa" come altri amano chiamarlo. Persona modesta e schiva, è diventato alpinista di una certa notorietà in seguito all’apertura di vie nuove che vanno a "cercare" i grandi tetti delle pareti dolomitiche, superate con la tecnica dell’arrampicata artificiale. Alcune di queste sono divenute famose come la via della Libertà alla Torre Venezia in Civetta, o il tetto "dei 9 metri" alla Pala delle Masenade in Moiazza o la via "del ricordo" alla Croda Spiza, sempre in Moiazza. Marampon si è preso la cura, per anni, di mettere in sicura le vie della Val Cismon, segnalarle e ripeterle per trascrivere i nomi dei ripetitori segnati nei vari libretti di via e riportarli nel librone/diario che si trova alla trattoria Ferronato a Cismon del Grappa, divenuta nel tempo punto di ritrovo e documentazione dei frequentatori della valle. Ero passato anch’io alla trattoria qualche anno fa e guardando il librone/diario avevo notato una nuova "creatura" di Umberto Marampon: il grande tetto del Covolon, in Val Gadena. Il tetto sporge di 49 metri, recita la guida, e probabilmente è il più grande finora salito in tutta l’area alpina e prealpina. "Diavolo di un Marampa – pensai – dove lo avrà scovato uno strapiombo del genere?".

 

Così inizia una mia cronaca scritta, a fine novembre del 2002, dopo la ripetizione di quel percorso che è il sogno fatto materia di ogni artificialista, un viaggio che inizia nel fondo di un antro di omerica memoria e termina fuori, quasi metafora, come un parto che dal buio del fondo conduce alla luce esterna, alla vita, cinquanta metri più in là ed a quaranta da terra. E ricordo, giusto un anno dopo, al Teatro Canneti di Vicenza al termine della serata di presentazione del volume Intraisass2 proprio lui, Marampa, venirmi incontro, salutarmi calorosamente ed abbracciarmi. “Volevo ringraziarti per quello che hai scritto”; e mi disse di una ricerca fatta in internet da un suo amico che lo aveva portato a leggere quel mio racconto. Incredibile e modesto Marampa, diventato amico dopo tanti incontri avvenuti ogni volta che ero andato in Val Cismon e mentre salivo mi capitava sempre di vedere arrivare quella faccia barbuta e sorridente, magari a chiedere, dopo aver sentito battere il martello, se avessi rimosso qualche chiodo dalla via ed io a tranquillizzarlo che no, io i chiodi al massimo li aggiungevo, non li toglievo. L’ho riconosciuto perfettamente nel bel post scritto da Mario Crespan “… l’uomo dei tetti, l’uomo che canta. L’ultimo degli indipendenti…”, l’ho riconosciuto soprattutto in quel “…l’artificiale al limite del virtuosismo, ogni tetto una via, o vie che irrazionali salgono zigzagando a tirarne dentro il più possibile, di tetti...”, che mi ha fatto tornare alla mente la Marampon-Rizzon alla parete di Primolano, 120 metri di V, A2, A3, con quel secondo tiro (duro ed esaltante) che strapiomba di venti metri su trentacinque di sviluppo e di tetti ne “tira dentro” sette. E veramente non saprei che altro aggiungere a descrivere quello che, agli amici che venivano con me ad arrampicare, scherzando, presentavo come “il custode della palestra di Val Cismon”.       
venerdì, 26 gennaio 2007

CONFERENZA DI KURT DIEMBERGER A CONDOVE (TO)

A Condove (TO), serata inaugurale del Valsusa Film Fest con un'ospite di eccezione: Kurt Diemberger, che ha incantato con diapositive, disegni e filmati eccezionali una platea attentissima e molto divertita dalla classe ed ironia del conferenziere.
Dalle prime cavalcate sugli ottomila con Herman Buhl, passando per la Meringa del Gran Zebrù, fino ai tragici fatti del K2  dell'estate '86, Diemberger si è mosso con disinvoltura e signorilità da grande intrattenitore.
Un ottimo inizio per un festival che, anno dopo anno, acquista in fama e prestigio.

www.valsusafilmfest.it/index.htm
giovedì, 25 gennaio 2007

REQUIEM PER UN GHIACCIAIO

postato da marcoconte alle 20:38 in varia
Marmoléda«La Marmolada è a rischio, entro 20 - 30 anni il ghiaccio potrebbe non esistere più». Parola di Luca Mercalli, meteorologo ed esperto di glaciologia già di casa sulla terza rete RAI nella trasmissione domenicale di Fabio Fazio. Comparso di recente in qualità di perito forense per risolvere la controversia su un presunto danneggiamento del manto nevoso da parte di macchine operatrici d'alta quota, Mercalli è stato esplicito: il ghiacciaio sta morendo poco a poco, sebbene l'episodio contestato nella fattispecie non sia di per sé molto rilevante.
I numeri di questa lenta agonia sono riportati sul
Corriere delle Alpi del 24 gennaio, in un articolo a firma di Luca Petermeier: «Nel 1960 la superficie del ghiacciaio era di 3,05 chilometri quadrati, ora è di 1,75 chilometri quadrati. Circa mezzo ghiacciaio sciolto in 47 anni. A questi ritmi la vita della Marmolada è breve e la prossima generazione, del ghiacciaio così com'è, potrebbe vedere solo le foto». Quali le cause? Anche qui nessuna incertezza: oltre al cambiamento del clima a livello planetario, il principale imputato viene individuato nello sci estivo.
Se è vero che di un volto televisivo bisogna fidarsi senza battere ciglio, prendiamo per buoni anche i suggerimenti di Mercalli sulle possibili contromisure da adottare: «Gli effetti del cambiamento climatico già in atto [...] impongono di rivedere le prospettive di sviluppo dell'attività dello sci alpino». Sottotitoli per i non udenti: tutti coloro che al momento attuale stanno ancora spianando montagne e demolendo boschi per costruire piste e impianti di risalita, tengano presente che si tratta solo di inutili cattedrali nel deserto. La campanella sta suonando.
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ESPLORAZIONI, DENTRO... INTORNO

postato da giovannibusato alle 14:09 in recensioni
LA MISURA DEL MONDO di D. Kehlmann«La misura del mondo» di Kehlmann è un romanzo scientifico avvincente, scritto con stile immediato e leggero, spesso ironico; è l’incontro di due grandi scienziati assolutamente diversi ma uniti dal medesimo scopo: misurare il mondo!

Dare significato a  ciò che è sconosciuto, illuminare le menti perché “quando si ha paura delle cose bisogna misurarle”.

Cosa centri questo libro con i temi e lo spirito di questo sito è presto detto; se è vero, come è vero, che ogni impresa non può prescindere dalla ricerca, dalla sperimentazione, dal nuovo,  il trucco è vecchio come il mondo: ESPLORAZIONE!

Febbre antica, parola magica dai mille sinonimi e dalle mille motivazioni che porta infallibilmente l’alpinista verso l’alto, l’esploratore in giro per il mondo, il ricercatore a seppellirsi in un laboratorio.

Quando nel 1828 Von Humboldt e Gauss si incontrano in una Berlino postnapoleonica caotica ma vitale sono già scienziati di fama mondiale; due anziani geni tra i più brillanti della Germania illuminista, fondatori il primo della moderna geografia il secondo della moderna matematica.

Carl F. Gauss aveva spiegato matematicamente la curvatura dello spazio; il suo “spazio” di esplorazione aveva i confini di una scrivania, un foglio di carta bianco, un telescopio rivolto verso il cielo notturno e l’infinità di una mente superiore.

Alexander Von Humboldt al contrario, era nato per viaggiare, e viaggia… dalle Americhe all’Africa all’Asia, e misura ogni cosa che incontra; perfeziona le carte topografiche, cataloga fiori, animali, rocce, fenomeni naturali; prova su se stesso l’effetto delle erbe e dei veleni.

Diventa perfino alpinista in un incredibile capitolo che vale tutto il libro e la sua presenza qui!; una surreale descrizione dove, con il suo aiutante, diventa come l’alpinista Gos e il suo amico nella traversata dei Drus (http://www.intraisass.it/recstor9.htm).

Così in un alba nebbiosa, tra le molte passate negli anni lontano da casa si incammina con il suo aiutante Bonpland verso la vetta del Chimborazo, non prima di aver esaminato la strumentazione: telescopio, cronometro ecc. e di aver lasciato disposizioni scritte nel caso non fossero tornati.

Durante la salita la neve diventa sempre più alta, il pendio sempre più ripido  mentre la fatica e l’aria sempre più rarefatta provoca le prime vertigini.

Non viene meno però la tempra di scienziato: “affascinante, come la densità atmosferica si rarefaccia costantemente quanto più saliamo. Con dei calcoli esatti si potrebbe individuare il punto dove inizia il nulla…”.

Ben meno nobili gli effetti sul suo aiutante, alle prese con vomito e sangue dal naso e  con uno strano  signore triste improvvisamente materializzatosi al suo fianco che lo accompagna verso l’alto…

Sul ghiacciaio, i ponti di neve sui seracchi, “archi di neve poggiati nel vuoto..”  terrorizzano i nostri alpinisti: “...ed era consapevole che solo pochi cristalli d’acqua lo separavano dall’abisso...”.

Poi l’arrivo in un punto imprecisato tra la nebbia, sull’orlo di un burrone impercorribile, almeno a detta dei vari personaggi che la loro mente senza ossigeno crea e con i quali conversano anche animatamente… cattive coscienze che indulgerebbero nel dichiarare la vetta vinta anche se non è vero ma

“...nessuno potrebbe controllare, disse Humboldt pensieroso.

Appunto, disse Bonpland.

Humboldt urlò che non l’aveva detto lui.

Detto cosa? Chiese Bonpland.

Si guardarono sconcertati...”.

Lungo la discesa persero i loro improbabili compagni e rimase solo la stanchezza; al campo Humboldt, ritirò dai portatori e distrusse la lettera/testamento, mentre Bonpland si addormentò immediatamente… che ne facessero quello che volevano... anche spedirla!

Humboldt “...scrisse dozzine di missive in cui comunicava all’Europa di essere arrivato più in alto di tutti i mortali. Sigillò accuratamente le lettere una a una. Poi perse i sensi”.

Irresistibile!

 

Daniel Kehlmann

“La misura del Mondo”

I Narratori Feltrinelli

Maggio 2006

Pagg. 254

 

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mercoledì, 24 gennaio 2007

COINCIDENZE AD OCCIDENTE 3/3

postato da mauromazzetti alle 08:28 in gente di mare
Oggi (22 agosto 1997 n.d.a.) cammino da solo nel centro di Genova, sotto una cappa di calore afoso che schiaccia senza remissione. E’ stato un vero caso incontrare il mio compagno di tante salite, lui che le canoniche ferie le passa a spellarsi le dita delle mani sulla dolomia; tra una parola e l’altra, venne fuori che il giorno dopo sarebbe partito con il figlio sedicenne per salire il Monviso. Questo monte esercita un fascino particolare su noi “occidentalisti”: la sua forma slanciata e piramidale svetta ineguagliabile nella pianura piemontese, e non importa che la sua altezza si blocchi ai 3871 metri – quindi senza possibilità di entrare nel “club dei quattromila”. La sua salita, foss’anche solo per la monotona via normale del versante sud fra nevai, sfasciumi e brevi tratti di facile arrampicata, é sempre motivo di orgoglio e di soddisfazione per chi la compie.
Ma Sergio voleva per suo figlio qualcosa di diverso, di tecnicamente più significativo: scegliemmo così la cresta est, possente sperone roccioso che sale alla vetta 1200 metri più in alto.
Camminammo di buon passo fino al rifugio (un altro Quintino Sella...), conversando con grande competenza sui massimi sistemi, da veri tuttologi. Il giorno dopo partimmo presto, così presto che dovemmo fermarci una mezz’ora su una cengia erbosa, finché il primo vago chiarore ci permise di individuare la via di salita.
Procedemmo bene e veloci, di conserva nei tratti più semplici e con brevi tiri dove la cresta si impennava repentinamente; la croce di vetta ci accolse all’improvviso, dopo l’ultimo risalto.
Cominciammo la discesa per la normale, incrociando tantissime persone che stavano per completare la prima metà della loro fatica; fra tutti quelli che stavano salendo, spiccavano una cinquantina di completi grigioverdi con penna da alpino. Davanti a tutti, un aitante sottotenente dal passo elastico, a chiudere la fila un tenente svogliato, ed in mezzo – o forse meglio da l’uno all’altro – un assatanato sergente che avrebbe fatto impallidire il suo collega di “Ufficiale e gentiluomo”. E poi tutti gli altri, coscritti e congedanti, affardellati con zaino alpino e zainetto tattico, tende e fucili mitragliatori, che agli sherpa dell’Himalaya gli avrebbero fatto un c... così.
Fu proprio uno di questi soldati semplici ad apostrofarmi: “Ciao Genova, come va?”. Feci un po’ fatica a riconoscerlo: il capello era sicuramente più corto, la barba mancava e l’abbigliamento non era certo all’ultima moda. Però era lui, il “solito” amico che riemergeva ancora una volta dalla mia memoria e dai miei ricordi. Non ebbi il tempo di chiedere di lei (o forse feci bene?) e come mai si trovasse lì - ma non ci voleva certo un genio per capirlo, e come il destino, o fato, sorte, casualità, imponderabile, si divertisse a farci incontrare di nuovo.
Dopo poche parole scambiate in fretta, gli lanciai un “Ciao, alla prossima!”, e continuai a scendere gli interminabili sfasciumi innevati con un senso di stupore e di incompiutezza.
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lunedì, 22 gennaio 2007

LADIES & GENTLEMEN: ARRIVANO LE BLOGNEWS

postato da intrablog alle 10:32 in
Photo by Loris De Barba © intraisass.it - intotherocks.netCari amici, è da tempo che ne parliamo, è da tempo che le prepariamo. Da oggi, finalmente, parte un esperimento di blog-giornalismo che non ha eguali in Italia, e forse neppure fuori dai nostri confini nazionali. Con grande gioia ho il piacere di annunciarvi INTOtheROCKS, le blognews di alpinismo esplorativo curate da Carlo Caccia. Sul solco delle vecchie intranews riprende da questa settimana un filo diretto con i protagonisti dell'alpinismo esplorativo nazionale e internazionale che ci terrà informati su tutto quello che accade in giro sulle montagne del mondo, specie quando a metterci il piede sono persone che sanno ancora riconoscere i valori e le sfide dell'esplorazione contemporanea. Per fare questo ci siamo affidati ad un professionista che dentro di sé ha coltivato passione, pratica sul terreno e prospettiva storica, qualità imprescindibili per arrivare a scrivere con competenza le cose e i fatti che il nuovo blog si prepara ad ospitare.

 

Da questo momento in poi per chi accederà a www.intraisass.it si troverà una schermata con due percorsi aggiornati in tempo reale. Da una parte l'oramai classico INTRAISASSblog, il blog che trova riunito dentro di sé una moltitudine di voci che parlano di alpinismo e non solo, cercando di uscire dalle strade battute di chi solitamente scrive di montagna; dall'altra INTOTHEROCKS.net, le blognews di alpinismo esplorativo che siamo sicuri diventeranno nel giro di breve tempo un punto di riferimento irrinunciabile per l'alpinismo italiano. Il tutto seguito dalla nostra :-[di intrablog + community]-: attenta supervisione.

 

Insomma, è giunto il momento di sdoppiarci per non cadere nella solita infausta e ben conosciuta bocca del lupo, alla quale rimandiamo il nostro Carlo. Ecco, per dare un aiuto al lupo, una sua significativa traccia biografica.
 

Carlo Caccia è nato a Erba, in provincia di Como, nel 1974. Cresciuto a tu per tu con le guglie della Grignetta, le pareti del Grignone e i tanti cocuzzoli in fila del Resegone – uno spettacolo incredibile al tramonto, incendiati e tentatori -, si è ritrovato ben presto a compiere lunghe camminate sulle sue montagne, spesso da solo, e poi ad arrampicare. Così, senza fretta e troppe pretese, ha ripetuto vie dalle Alpi Centrali alle Dolomiti, riuscendo persino a vivere l'esperienza – grandi ricordi... - di alcune prime ascensioni. Tra le quali, con gli amici (e maestri) Gian Maria Mandelli e Franco Tessari, l'indimenticabile Tempo al tempo su una parete che pochi conoscono: la nord (un muro verticale e strapiombante di 600 metri!) del Monte Moregallo, a due passi da casa. Ma attenzione: l'alpinismo è azione e contemplazione e allora ecco l'altra faccia della medaglia. Ormai da anni Carlo scrive senza posa “di montagna”, compie ricerche in archivi e biblioteche dove pochi o nessuno osano cacciare il naso e segue con attenzione i fatti e le vicende del mondo verticale. Perché? Per riportarli sulla carta delle riviste – Alp e la Rivista della montagna – con la massima precisione possibile, ripensando ai bei tempi di Gian Piero Motti e Gino Buscaini. Ha inoltre pubblicato decine di articoli – studi storici, inchieste, interviste... - tra i quali gli piace ricordare quello intitolato Claudio Corti, il silenzio è finito, uscito nel 2002 sulla Rivista della montagna, e i Ritratti per il sito internet intraisass.it. I suoi libri: due guide escursionistiche (Grigne e Resegone), la biografia (a quattro mani con il protagonista) dell'alpinista lecchese Dino Piazza, presidente dei “Ragni della Grignetta” negli anni Sessanta del secolo scorso, e un volume che non riguarda soltanto la montagna ma che vale la pena segnalare (è un lavoro di grande pazienza). Si intitola Domani avvenne. Cronache di vita lecchese dal 1939 al 1954, e raccoglie una vasta scelta di notizie pubblicate sul settimanale Il Resegone. Chiudiamo con le letture preferite (La montagna incantata e Doktor Faustus di Thomas Mann e poi Guerra e pace di Lev Tolstoj, dimenticanze escluse) e con un semplice accenno all'altro “fuoco dell'ellisse” (il primo, lo avrete capito, è la montagna): la musica di Johann Sebastian Bach, del quale Carlo Caccia possiede l'opera omnia su cd (155 dischi...), le edizioni cartacee di tutte le cantate, delle composizioni organistiche e per clavicembalo e, dulcis in fundo, un bel po' di monografie (Schweitzer, Geiringer, Basso, Buscaroli, Wolff...).

 

In bocca al lupo Carlo, siamo sicuri che te la caverai eXgregiamente!

[Alberto Peruffo + intraisass community]
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COINCIDENZE AD OCCIDENTE 2/3

postato da mauromazzetti alle 08:09 in gente di mare
Passò luglio; implacabili ed immancabili come la dichiarazione delle imposte, le ferie d’agosto svuotarono le città. Anch’io non mi sottrassi al rito tribale delle vacanze collettive: ligio alla promessa fatta a mia moglie, lasciati a casa moschettoni e corda, ci dirigemmo verso il nord della Francia. Dal finestrino della macchina scorreva la campagna bretone, dopo un’interminabile teoria di paesini, di colline coltivate, di città medioevali, di fortificazioni, di porti fluviali e marini. Il nostro itinerario aveva disegnato sulla cartina geografica un elegante semicerchio, che si completava a Mont St. Michael, raggiunto alle dieci del mattino il giorno di ferragosto del 1994; casualmente scoprimmo che l’ultima visita guidata in italiano era programmata per le 11.45. Potete quindi immaginare facilmente quale torma di turisti si diede appuntamento all’ora fatidica.
Accoccolato sotto l’improbabile ombra di un tetto spiovente, rimuginavo sul mio ginocchio malandato, che aveva ripreso a farsi sentire, incurante del luogo e della distanza da casa. Per ingannare lui e l’attesa, cominciai per gioco a contare la schiera di turisti pronti a scattare al seguito della guida. Ne censii una centocinquantina, prima che il tedio mi facesse recedere dal mio insano proposito.
Insomma, la guida fece del suo meglio, anche se parlava italiano come una vacca inglese, e ci abbandonò nell’ultima stanza, dove ci spargemmo famelici tra banchi di souvenir e totem girevoli di cartoline.
Da anni ormai non mi dedico più a questo particolare tipo di caccia, sicché cominciai a guardare le facce dei turisti, tanto per passare il tempo. Tra i volti di lombrosiana memoria, ebbi però un sussulto: lui, altezza media, capello corto curato, barba appena accennata, e poi lei minuta e carina, occhi sorridenti e luminosi. Erano i miei fugaci amici incontrati e conosciuti ai piedi del Monte Rosa non più tardi di un mese prima.
Devo dire che in quell’occasione ci comportammo tutti molto bene, senza indulgere a retoriche frasi stereotipate. Ci limitammo a scambiare le nostre impressioni sulla visita, sull’abbazia, sui nostri viaggi in Francia e sulla data di ritorno in Italia. Ci salutammo ancora una volta, dandoci nuovamente appuntamento sulle montagne, “allora ciao, ci vediamo”, ed in risposta “a che ora?”, tanto per tenere basso il tono epico e drammatico insito nella definitività del commiato.
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domenica, 21 gennaio 2007

WWW.FUORIVIA.COM

postato da lucavisentini alle 01:17 in il paese
Il forum di Planet Mountain è lento. Il forum di Fuori Via è rock.
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