L'autunno procedeva a Garés pacificamente, turbato soltanto dagli spari mattinieri del vecchio Nanni che presso il Piàn de Giare non mirava più agli animali ma godeva comunque dei botti e delle sue reminiscenze da cacciatore. Ed il 7 novembre 1989 arrivò la nevicata decisiva, quella che ricopre i sentieri sino alla primavera inoltrata. Dovevo chiamare in città. Avvisare che sarei rientrato l'indomani. Salii, al solito, da Arturo. Questi mi riferì che con la locanda e con la Baita delle Comelle al momento chiuse, perché fuori stagione, l'unico apparecchio utilizzabile nelle vicinanze era quello di Albino. Mi accompagnò da lui. Entrai così per la prima volta nella sua casa. Ricordo una cucina calda e sobria. Un antico sapore di famiglia e due quadretti con le foto della naia e delle nozze. Telefonai. Riappesi. Albino, il mio laconico socio nel gioco delle carte per cinque lunghi mesi, mi congedò abbracciandomi e baciandomi benevolmente su entrambe le guance. Non dimenticherò mai quest'onore, dal più anziano in paese! Il mattino seguente spalai la neve nello spiazzo dove lasciavo l'automobile. In retromarcia andai ad accomiatarmi dal Galinòt che, sulla panca già del nonno Galina, stava davanti alle Cesurette straordinariamente imbiancate. Davanti al luminoso Miél, nonché alla fuga degli Altipiani. Non ci veniva da piangere e ripartii per Firenze.
Ma un mercoledì qualunque dell'aprile 1990, con un'irresistibile deviazione da un impegno di lavoro nei paraggi, ero nuovamente su. Non stavo nella pelle e appena guadagnai la piazzetta alta di Garés incontrai per primo il caro Galinòt. «Ah, bene, sei qui!», mi disse con immediatezza, come se fossi stato via per poco tempo e quasi che vivessi ancora lì. Aggiunse: «C'è da portare Albino ad Àgordo, all'ospedale. Serve giusto una macchina, tu sei disponibile?». Albino, d'inverno, era stato operato alla gola. Doveva recarsi ad una visita di controllo, a quanto pareva proprio quel giorno. Qualche minuto dopo scivolavamo tutt'e tre giù per la Val del Bióis ed io, pur dispiacendomi delle condizioni di salute del nostro compare, ero contento che mi avessero coinvolto e che mi considerassero dei loro. Lasciammo Albino all'ospedale con l'accordo che saremmo ripassati un'ora più tardi. Arturo ed io partimmo in quarta con l'auto per andare a vedere l'Agnèr. Salimmo ben oltre Col di Pra, fin sopra Pont. L'amico, al presentarsi di una slavina che tagliava la strada, mi spronò impavido: «Vai! Vai! Vai! Vai! Vai! Vai! Vai... ». Non so in che modo ne uscimmo. Ho un "buco nero" al riguardo, simile a quelli che compromettevano la memoria di un'altra nostra conoscenza, Asola, quando combinava uno dei suoi disastri. Convenimmo in ogni caso che l'Agnèr era il monte più bello. Tornammo da Albino. Quest'ultimo lo ritrovammo in giro per i bar di Àgordo che inveiva al pari di Felice Caccamo, con ciò che gli restava della voce, contro la moglie rea di averlo confuso sulla data effettiva della visita. Fissata, in verità, per il mercoledì successivo. Nemmeno da sano lo avevo sentito sbraitare tanto. Riprendemmo ridendo la via del paese.
cari amici & blogger,
l'anno volge al termine con post sempre più sorprendenti. Cosa ci porterà il 2007?
Abbiamo in serbo grosse novità. Ricordate il mio ultimo post? Ecco, da quel giorno molti progetti sono arrivati, giunti, disgiunti, riapparsi, eclissati e finalmente riemersi. Presto alcuni di questi saranno concreti. Dai primi di gennaio il nostro già forte blog si rafforzerà per dare sviluppo a quei primi pensieri. L'idea è nata. Tra pochi giorni sarà realizzata. La soluzione è il sistema binario, come le rotaie parallele di un tram, con le traverse che comunicano cosa accade da una parte e dall'altra. INTRAISASS si sdoppierà in un doppio blog dove due diverse nature si alimenteranno reciprocamente, specchiandosi, accattivandosi lo sguardo dei lettori che si troveranno tra i due binari, i quali ultimi potranno così mantenere identità e libertà, con possibilità di interagire. A fianco di INTRAISASSblog e la sua moltitudine di voci, è in arrivo, udite-udite, INTOtheROCKS, le blognews di alpinismo esplorativo. Chi potrà assolvere con professionalità, passione, competenza, sguardo giovane e prospettiva storica questo difficile compito? Conosciamo solo una persona in Italia che lo possa fare. Chi ancora non lo conosce [è un nostro blogger!?] lo scoprirà con l'anno nuovo.
Con questo nuovo passaggio, quasi a suggello dell'eredità lasciata dalle vecchie INTRANEWS [spazio che fu davvero un blog ante litteram che conteneva in nuce la doppia natura annunciata], INTRAISASS assumerà quindi due differenti espressioni: INTRAISASSblog [la moltitudine di voci che già conosciamo e che che abbiamo imparato ad apprezzare come unica nel panorama nazionale per le sue singolari caratteristiche] e INTOtheROCKS [niente meno che la traduzione letteraria in inglese del nostro antico toponimo, considerato che il 20% dei lettori del fuINTRAISASS è a tutt'oggi di lingua inglese e che mancando, non solo in Italia, ma anche in Europa, un sito di news specifiche per l'alpinismo esplorativo, e non di commistione tra le diverse attività della verticale, è prevedibile che il nuovo spazio da noi programmato sarà letto ancora di più fuori d'Italia e che a motivo di ciò si pensi per il futuro a una traduzione in inglese].
Insomma, arriva il 2007. Affilate le piccozze a martello, lo spirito del vecchio intrablog non è morto. Ci sarà da combattere. Schermo contro schermo. Felici feste.
Manara Valgimigli, scrittore e filologo vissuto tra la fine dell’800 e la prima metà del 900. E ancora: Professore di letteratura greca, saggista, interprete e traduttore di classici, Accademico dei Lincei…
Insomma, uno studioso classico, un letterato. Un uomo lontano dalla mia cultura e dal mio tempo. Eppure, quasi per caso, mi ritrovo tra le mani “Il Mantello di Cebète” nella prima edizione del 1947.
Mi racconta allora mio padre che il nonno era amico di Valgimigli, e fu proprio Valgimigli stesso a consigliargli Castelrotto e l’Alpe di Siusi come luogo dove trascorrere le vacanze. Luoghi che per questo motivo ho conosciuto fin da piccolo e che tutt’ora frequento. Le mie prime montagne.
“Il Mantello di Cebète” è una raccolta di racconti e di riflessioni di Manara Valgimigli, legate a luoghi e persone. E trova spazio nel libro il suo rapporto con la montagna, quello di un escursionista dei primi del ‘900.
"Qualche felicità c'è, anche in questo mondo. Va bene che si tratta sempre, tutt'al più, di leggére ebbrezze che un poco ci allontanano, appunto, da questo mondo, e ce lo fanno scordare; ma insomma c'è. E chi è savio sa ritrovare la felicità sua, confacente alla sua natura e ai suoi gusti; e così anch'io, che sono savio, la mia. E la mia, finché dura, è questa: sacco su le spalle, grosse scarpe ferrate, pipa tirolese; e andare in giro per le Alpi. Più su, e meglio è; più solo, e meglio è...." (La strada, la bisaccia e la pipa).
Non mancano, naturalmente, i riferimenti classici: “La montagna è come una di quelle grandi liriche, diciamo, elementari, dove le parole sono al loro luogo eterno e non si possono né scambiare tra loro né mutare con altre. La memoria è memoria di cose. Rileggete. Silvia rimembri ancora (…) E ne avete per la millesima volta, e più ogni volta, brivido e tremore. Così la montagna. Così la strada. Le cose, gli alberi, i sassi, i picchi le svolte, quella salita e quella discesa, sono al loro posto eterno, immobili e immutabili.” (Il Vial del Pan).
Scrive ancora Valgimigli nel racconto “Il Vial del Pan”: “… le dolomiti orientali hanno una loro gentilezza e chiarezza che altri monti, credo, non hanno. Più le fanno accoglienti i sentieri bene tracciati, i segnavia frequenti, i frequenti e comodi rifugi. Ma non per questo perdono solennità. Da chi le avvicina vogliono anch’esse reverenza, non confidenza e familiarità villane. In un abito qualunque non è lecito andare. A salire quelle scalèe bisognano vesti che pareggino in convenienza e decoro i più severi abiti di società. Se no la montagna vi umilia e vi scaccia.”
Potesse tornare ora Valgimigli tra il Monte Pez e l’Antermoia, al Pordoi o alla Forcella d’Alleghe avrebbe difficoltà a riconoscere le Dolomiti descritte oltre sessant’anni fa.
Titolo: Il mantello di Cebète
Autore: Manara Valgimigli
Editore: Le Tre Venezie, Padova
Anno: 1947
Pagine 167
(La casa editrice La Mandragola ha pubblicato una nuova edizione nel 1999)
Stava morendo, zia Libera.
Natale era appena trascorso e, nella grande casa abitata solo da tre vecchi – e, saltuariamente, da me, sempre pronto a fare il quarto a tressette – uno di loro stava per lasciare la compagnia.
Trascorrevo due ore al giorno dall’altra parte del Piave, riva sinistra. Mi allenavo sugli sci da fondo lungo una pista battuta con gli stessi sci da noi stessi che la usavamo. Non eravamo molti in tale esercizio, non più di tre o quattro. Uno era Maurilio De Zolt, anche lui agli inizi ma già scatenato e furioso, già campione.
Quando qualcuno sta per andarsene il paese partecipa. Gente viene a salutare, ad accompagnare brevemente le ultime ore. Per me il momento di più profonda immedesimazione si consumava nel tempo dedicato allo sci. Mi affannavo su neve oramai vecchia, su tracce irregolari e tortuose tra lingue di bosco e aperture di costoni, ma la condivisione dell’evento qui raggiungeva il culmine. Per ogni giro di pista, proprio dove gravava un intenso odore di resina, transitavo due volte di fronte alla casa che, pur al di là del fiume, era ben visibile. Sapevo che zia Libera giaceva nella stanza a pianterreno, in attesa, e di tanto in tanto mormorava “povera me, povera me…”. Una settimana prima il femore rotto era giunto come un annuncio inesorabile. Mi chiedevo in cosa o in chi potesse riporre speranza quella vecchia dolce e riservata, dallo sguardo triste. Non c’è una gran bravura a morire – mi consolavo – alla fine ci riescono tutti. Toccava a lei, adesso.
Spesso i miei andirivieni si compivano quasi al calare del buio, le brume del Piave a stazionare sull’acqua nel volgere del gelido pomeriggio. Buona morte – dicevo tra me, nel moto incessante della corsa – commiato sereno, in fondo. Non il disumano ospedale di città ma la chiusa naturale della vita, senza alcun accanimento. Insisteva l’odore di resina mentre la pista – luce vacillante, ghiaccio su barba e sopracciglia – mi riportava ancora una volta in vista della casa.
Il penultimo giorno dell’anno prese a nevicare, e continuò nella notte. Veniva giù fina fina, costante. La strada era come un tappeto, le poche macchine scivolavano via sottovoce. La finestra a pieno vetro, la tendina tirata in banda, guardavo controluce i fiocchi volteggiare illuminati da un lampione. Sogni e visioni ritornavano con un ritrovato abito di stagione.
Dallo scuro della stanza non mi stancavo di seguire la neve cadere fitta e minuta, luminosa, appena scossa da improvvisi refoli di vento. Da fuori se ne poteva distinguere il tenue fruscìo. Talora pareva di percepire una presenza sotto casa, dei passi attutiti in direzione della stanza di zia Libera. Di chi era quel sommesso scalpiccìo, chi mai poteva aggirarsi dall’esterno verso il luogo dove una vita stava per involarsi? In due occasioni corsi ad affacciarmi ed a scrutare nell’oscurità, ma non vidi nessuno. Non il minimo segno sul manto immacolato. Se si guarda la finestra mentre cade la neve, pare sempre che qualcuno stia attraversando il cortile per entrare in casa, non è vero?
Persisteva la neve a schiarire le tenebre, e si posava. Questo è il momento migliore, quando ogni cosa tace e nulla ancora può turbare l’intatto candore, non umido di temperatura che rimonta, non sopravvenuta impura fanghiglia né sferragliare di arroganti ruspe. La stagione prende forza nel buio e nel silenzio.
Durò tutto il giorno seguente. La notte successiva, quella di Capodanno, la nevicata a poco a poco si diradò, poi cessò e si portò via l’ultimo soffio di vita di zia Libera. Anche la morsa del freddo si allentò e una subitanea sciroccata devastò l’abbondante coltre bianca appena formata. Il bosco al di là del Piave ridiventò scuro.
La neve cadente marca un’interruzione, sembra voler sospendere il tempo. I moti della natura e dell’animo si fanno spiriti che volano e si fondono nel medesimo turbinìo della tormenta, e attendono. Attendono di essere sciolti dall’abbraccio.
Neve su altra neve è l’inverno.
(Corsivo di Boris Pasternak, da Il dottor Zivago)
8 dicembre 2006, sera.
Perché mai pensavo che il centro di Bassano si riducesse a pochi isolati antichi affacciati sul Brenta? Mille volte l’ho sfiorato, varcando il fiume in vista del Ponte Coperto e dell’incantevole scenario urbano che lo circonda, dominato dal Grappa, ma – adesso che mi aggiro nell’intrico di vie, vicoli, piazze – mi accorgo che qui non ho mai messo piede. In effetti, l’unico ricordo, e parecchio remoto, si riduce ad una scappata sul celebre Ponte, con sosta alla grapperia Nardini per una tradizionale ”tagliatella”. Ora mi muovo per queste vie animatissime come in un sogno, i gruppi di persone sembrano scaturire dalla nebbia. Del sogno mi scontro con l’assenza di ogni dimensione. E poi fa caldo, un caldo che non appartiene alla vigilia dell’inverno ma ad una stagione impazzita. Da due secoli almeno non avevamo un autunno così mite. Ho nostalgia delle nuvolette di fiato, dei lunghi periodi di pioggia e vento che facevano vibrare i vetri delle finestre e apprezzare il calore della stufa. Sono sconcertato da queste stranezze meteorologiche, e dalla città bella e sconosciuta nella quale vago alla ricerca di un luogo che – come nei sogni – non riesco a raggiungere.
Quando i cicli naturali si deteriorano sembra che lo stravolgimento che ne consegue sia riscontrabile soprattutto nei ritmi alterati delle stagioni, sintesi di un mondo che si degrada e corre alla distruzione. I dubbi sul presente ritornano insistenti, oscuri e minacciosi, e si alimentano nel confronto con il passato, con i giorni scanditi sui moti climatici.
Le stagioni sono una tematica frequente in molti campi dell’arte. Musica, pittura, poesia, letteratura vi hanno largamente attinto con descrizioni, interpretazioni, simbolismi. Le mutazioni periodiche incarnano la metafora della morte e della rinascita, sollecitano feste e rituali popolari nelle ricorrenti peculiarità – le scadenze astronomiche, il migrare degli uccelli, la neve, i colori, il lavoro dell’uomo. Ma adesso esse alludono sempre più a prospettive incertissime. Ciò rimanda ancora una volta al tempo andato, simile a un addio.
Non è certo un caso che due scrittori italiani tra i più letti e amati, due uomini della montagna – Mario Rigoni Stern e Mauro Corona – nelle loro opere più recenti facciano esplicito riferimento alle stagioni. Ed è davvero assai singolare che ambedue i volumi – Stagioni di Rigoni Stern e I fantasmi di pietra di Corona – siano articolati in quattro capitoli dal titolo identico e in identica successione: inverno, primavera, estate, autunno. Quasi che i due autori si fossero messi d’accordo.
Corona orchestra su un desolato complesso di edifici in abbandono – i richiami alle stagioni si susseguono nella narrazione come sapienti tocchi di pennello – la storia minuta del suo paese scomparso. Ne indaga le trame segrete con un linguaggio che – da vero scultore, con opera di cavare – ha saputo rendere essenziale ed ampio di registro. Protagonisti sono gli abitanti della vecchia Erto nei loro rapporti spesso ruvidi o violenti, sullo sfondo di un’aspra quotidianità e della tragedia del Vajont, più o meno latente. Le lotte per sopravvivere, vivere e convivere filtrano natura e metamorfosi di stagioni. Rocce, montagne, valli, burroni, animali, spiriti della terra, eventi naturali si fanno uomini e storie di uomini, e compongono episodi a cavallo tra ordinaria follia e pause di respiro.
Rigoni Stern, invece, sembra non privilegiare alcun elemento umano o naturale: la guerra, la caccia, gli anni della scuola, gli animali e le piante, il lavoro, la gente, l’altopiano con i suoi paesi, tutto ciò confluisce in un quadro straordinariamente unitario in cui non vi sono protagonisti assoluti. La narrazione si risolve in un infinito peregrinare che, pur seguendo il filo delle stagioni, procede per molteplici rimbalzi di pensiero senza mai smettere il parallelo ed inesausto cammino della memoria, nostalgico e struggente. È stupefacente la cultura che traspare dalle pagine di Rigoni Stern in tema non solo di flora e fauna ma di conoscenza profonda del territorio. Storia, etnologia, scienze naturali diverse si sono formate, integrate, sedimentate nelle attività di ogni giorno. Lungi dal rimanere sterile erudizione si sono trasformate in cellule e pane quotidiano, sangue e indumenti di lana, sensi reattivi e allenati, orizzonti di altopiano. E ciò grazie ad un totale radicamento nella terra di origine, mai abbandonata e amata da sempre. Lo stile stesso della scrittura, di una sconvolgente ed esemplare linearità, deriva dalla medesima formazione. Le esperienze di vita in montagna insegnano l’economia di forza ed energia, la scelta della via più conveniente, ivi comprese lingua e comunicazione.
In ambedue i casi è abbastanza palese come le stagioni rappresentino il riferimento costante ad un mondo felice che non ritroveremo più.
Spesso i turisti che la domenica vengono a guardare la diga mi chiedono cosa c’è di interessante da vedere nel paese vecchio. Rispondo che possono visitare il Duomo di Erto. Il Duomo sono le quattro vie che seguono i fantasmi di pietra, da percorrere in pellegrinaggio nelle quattro stagioni, pensando alla vita che fu.
A queste parole finali di Mauro fanno eco quelle, ugualmente conclusive, di Mario, dall’altopiano:
Così una dolce malinconia ti prende, la melanconia dell’autunno, e sotto un larice, all’asciutto, cerchi anche tu un luogo dove accucciarti per meditare sulle stagioni della tua vita e sull’esistenza che corre via con i ricordi che diventano preghiera di ringraziamento per la vita che hai avuto e per i doni che la natura ti elargisce.
Adesso piove in questa città a me ignota e imprigionata nelle dimensioni senza tempo del sogno, nelle luci notturne e nell’animazione che permane, nella stagione che induce larvato sgomento. Eppure, malgrado i piccoli egoismi e il generale frastornamento, qualcosa rimane nella gente di vago timore e di incertezza. Si profilano rese dei conti. I popoli diseredati son già qui a bussare alla nostra porta. Il pianeta dà segni preoccupanti di cedimento. Le parole di Mario Rigoni Stern e Mauro Corona fanno bene, riportano umanità e attenzione. Voci dalla montagna che stupiscono, commuovono, conquistano le folle. Perché, se no, qui, a Bassano, dove ha parlato dei suoi Fantasmi di pietra alle cinque della sera, adesso, quasi a mezzanotte, Mauro Corona – seduto all’aperto in un bar di Piazza Garibaldi – sarebbe ancora circondato da decine di persone che non si stancano di ascoltarlo?
[Brani tratti da I fantasmi di pietra, di Mauro Corona e da Stagioni, di Mario Rigoni Stern]
Dico subito che era dai tempi de “La morte sospesa” che non mi appassionavo tanto alla lettura di un libro di montagna così com’è stato per “Enigma Cerro Torre”, ultimo edito della collana “I licheni” della casa editrice Cda&Vivalda. L’enigma a cui accenna il titolo del libro è legato alla prima salita della montagna, quella via “Egger–Maestri” del 1959 della quale sempre più insistentemente si mette in dubbio l’effettuazione. Ed è molto abile l’autore, Giorgio Spreafico, ad introdurre l’argomento con il dramma umano legato alla prima scalata, per poi ripercorrere la storia dell’approccio alpinistico/esplorativo a quell’estremo lembo del mondo nel quale è collocato il Cerro Torre, infine, man mano che l’enigma si rivela con tutti i dubbi che gli sono legati, indagarlo andando alla ricerca sia dei protagonisti delle scalate che hanno portato a dubitare di quella prima salita, che dei giornalisti che vi avevano dato voce. Ne nasce un autentico “viaggio”, così come scrive lo stesso autore nella presentazione, che è sia fisico (nei luoghi della Patagonia), che psicologico (nella personalità dei tanti protagonisti), che storico (perché, alla fine, ne risulta una storia alpinistica completa, rigorosa e dettagliata delle scalate e di tutte le vie fatte e tentate al Cerro Torre). Una cosa si avverte nella lettura del libro ed è il fatto che questo prende l’abbrivio da un preesistente interesse personale dell’autore verso la storia di quella montagna e che, solo successivamente, diventa idea di organizzare i tanti elementi raccolti, completarli là dove ci sono dei vuoti o delle zone d’ombra non ben indagate o degli avvenimenti di recente accadimento che portano ulteriori elementi da esaminare e sui quali riflettere. Un libro “sincero” insomma che non nasconde intendimenti commerciali, scritto da un giornalista, uno “del mestiere”, oltretutto originario di Lecco, città in cui l'alpinismo si respira nell'aria, caporedattore de “La Provincia” di cui cura una pagina dedicata alla montagna, appuntamento settimanale che ha fatto di quel quotidiano un punto di riferimento alpinistico. Ne ho avuto conferma nella piacevole occasione d’incontro con l’autore, fuori dalle formalità, durante una cena pre serata in quel di Piacenza, in attesa di assistere alla proiezione di “Cerro Torre Dance” di Daniele Chiappa, uno dei quattro Ragni di Lecco saliti in vetta nell’oramai lontano 1974. Una proiezione che ho gustato ancora di più proprio in virtù della fresca lettura di “Enigma Cerro Torre”, un libro che ho trovato davvero appassionante e che è insieme inchiesta giornalistica, romanzo di vita, documento storico di un capitolo importante dell’alpinismo patagonico. Un libro da leggere tutto d’un fiato e poi, io credo, da rileggere con calma andando a cercare le frasi finora mai dette quelle che, probabilmente, faranno uscire la storia del Cerro Torre dalla leggenda che l’ha ammantata per decenni, per restituircela nella sua realtà drammatica, appassionante e inquietante al contempo. Frasi che, molto semplicemente, “ricollocano” alcune cose, togliendole alla retorica di cui l’alpinismo e chi lo ha raccontato, quasi mai è riuscito a liberarsi. Cercarle non per trovare sentenze, ma solamente per capire.
Elio Orlandi, pag 208: “La via del Compressore. Gran bella impresa se non fosse stata solo il frutto di una reazione umana confusa, rabbiosa, contraddittoria, dopo la valanga di polemiche e provocazioni seguita alla salita del ‘59”.
Silvo Karo, pag 195: “Quella salita (la via del Compressore nda) è stata rubata al futuro. Maestri ha cercato di arrivare in cima a tutti i costi, non ha certo badato ai mezzi né alla logica della linea. Sì proprio una salita rubata al futuro. Senza quella sequenza di chiodi a pressione, la storia di questa montagna meravigliosa sarebbe stata un’altra”.
Silvia Metzeltin, pag 255: “… E poi resta il problema della forbice aperta dagli scalatori “privati” che spesso non danno conto nemmeno delle salite effettuate, e quelli “pubblici” che invece finiscono sulla stampa con le imprese già prima di partire per raggiungere la loro montagna. E anche questo evidentemente mina la credibilità delle cronache alpine dei nostri giorni. … solo provando a gestire meglio la cronaca alpinistica del presente si potranno forse evitare equivoci e casi indecidibili in futuro”.
Titolo: Enigma Cerro Torre
Autore: Giorgio Spreafico
Collana: I Licheni
Editore: Cda&Vivalda
Pagine: 370
Prezzo: 19,00 euro
Piani alti, piani eterni. Pause di rallentato respiro, ma anche di smarrimento, tra le montagne. Luoghi inquieti di nebbia paralizzante o di luci piene, di certezze incrinate, comunque destinati a concedere transiti pervasi di angoscia sottile. Come le battute vuote di una partitura musicale lasciano intendere una sospensione netta e forte, che qui, però, può di molto prolungarsi a mantenere tensione e stravolgere sentimenti.
Nelle Dolomiti l’Altopiano delle Pale di San Martino si impone nettamente come il più vasto e definito. Esso si estende per una ventina di chilometri quadrati su quote oscillanti attorno ai 2600 metri e genera da sé alcune dipendenze di configurazione analoga. Un ondulato pianoro roccioso, articolato e arabescato da sinuose corrugazioni distribuite a conche e tondeggianti crinali, ed i cui orizzonti lontani, ritmati da una sequela di cuspidi, si celano o si mostrano a seconda dell’affondare o del riemergere del cammino. Verso sud l’acrocoro, dolcemente elevandosi, culmina con la Fradusta e con la successione di cime prospicienti l’agonizzante Ghiacciaio della Pala. Del resto sorte migliore non tocca nemmeno allo stesso Ghiacciaio della Fradusta, un tempo secondo solo alla Marmolada, e oramai ridotto ad una vaga reminiscenza nell’inesorabile scoprirsi di ghiaie e placconate.
È il deserto dei Tartari, non c’è che dire. Se tale fosse davvero la convinzione di Buzzati non posso affermarlo, non ho condotto in merito esegesi accurate né studi critici particolari. Niente più che sensazioni sono le mie, captate da alcuni brani del racconto. Vedo il tenente Drogo, pur già proiettato in una realtà spaziotemporale assai dilatata, accedere alla Fortezza Bastiani dapprima lungo Val Cordevole e Valle di San Lucano – la valle, adesso, si stringeva, chiudendo il passo ai raggi del sole. Cupe gole laterali si aprivano ogni tanto, ne scendevano venti gelidi, in cima si scorgevano ripidissimi monti a cono… [Val di Piero o Boràl de la Besàuzega?] – e poi su a Pònt, e poi su ancora a Campigàt e da qui via per la mulattiera militare onde guadagnare finalmente il bordo dell’Altopiano dopo Campo Boaro. Continuando per la militare si può collocare la Fortezza dove si vuole, forse verso il Piz del Miél. Un posto vale l’altro, in fondo, perché qui il surrealismo buzzatiano moltiplica distanze e scombina orientamenti. Ma il carattere desolato del luogo – che ai soldati appare tutto sassi, una specie di deserto, sassi bianchi, come ci fosse la neve – permane. Poco importa che, dalla Fortezza, questo deserto si espanda indefinito verso settentrione, che il nuovo scenario travolga la Val di Garés e vi dipinga un cupo nord arcano e brumoso, dove la vista si confonde e da cui spirano venti di minaccia e d’invasione.
L’accesso all’Altopiano dalla Valle di San Lucano seguendo, in alto, il Costón de la Vena e cavalcando poi l’abisso di Val d’Angheràz fin oltre la Cima dei Balconi, costituisce di sicuro il cammino più adatto – anche se prescelto da pochi – a vivere nel profondo una straordinaria serie di metamorfosi su ambienti e stati d’animo. Il tempo necessario per superare quasi duemila metri di dislivello libera insoliti moti di pensiero e prepara il contraccolpo finale. Ma quando già si approssima la meta, la cresta ora più affilata riserva un dono inatteso. Presso una spalla erbosa aperta a spazio e vento, ecco lanciarsi nel vuoto una sottile quinta rocciosa sulla quale il gioco delle erosioni ha scavato un foro, alto quattro metri, dalla forma perfetta di cuore. È il Côr, appunto, ben noto ai valligiani. Raggiungendolo e sostandovi all’interno, oppure sopra, ci si affaccia su un baratro improvviso e immenso di 1500 metri, al fondo del quale si disegna la Val d’Angheràz, foggiata a teatro. Intorno, dal loggione opposto, vegliano Agnèr, Croda Granda e Cime del Marmòr, assieme alle altre vette intermedie.
2006, ultimi di ottobre. Otto pellegrini sono giunti fin quassù, al cospetto del Côr, a celebrare la chiusa della stagione nel breve incanto dell’estate di San Martino. Sono felice di essere uno di loro e condividere questo momento prezioso di amicizia. Lieto ciascuno ma tuttavia non alieno da sé, e impegnato a proiettare sui multiformi contrasti di verde e dolomia bilanci, entusiasmi, passioni, infelicità segrete. Il Côr è qui, davanti a noi. Accompagna. Guida lo sguardo verso la Valle di San Lucano, verso la vita – incomunicabile – di ognuno. Parco cibo passa di mano in mano. La sera autunnale già si avverte al culmine del giorno, e incalza: è adesso. Più che in ogni altro periodo dell’anno ora le montagne pretendono il silenzio, cercano la solitudine. Risospingono a valle. Ma noi continueremo a salire, invece, arrampicando il facile spigolo di roccia compatta, e presto raggiungeremo la Cima dei Balconi, e l’Altopiano.
Ci siamo, infine. Il deserto dei Tartari, è qui. Qui, da pietrificate ondulazioni, prendono origine lontanissime creste nude accavallantisi nel cielo, l’impassibile faccia delle montagne. Si contorce il pomeriggio, e si ravviva. Non è obbligata la via ed è divertente assecondare il solido pavimento roccioso seguendo – ognuno racchiuso in se stesso – l’istinto, il caso, la curiosità, la gioia, l’indifferenza. Sopravanzo un po’ la compagnia nello scavalcamento del Costón de le Saline e mi fermo a sedere su una bella lastronata ad attendere i compagni. Ed eccoli subito profilarsi a cielo, lassù, sul crinale, sette figure umane in fila. Ma guarda – mi dico – è la scena conclusiva del “Settimo sigillo”: ci sono tutti, e la Morte li invita a una danza.
Ma no, oggi no, non è certo riservato a noi un simile epilogo. Non qui, malgrado l’immobilità, malgrado le piccole sofferenze che ci portiamo addosso e la luce che inclina alla sera. Per una volta è la vita che ha la meglio, che trionfa. Nessuna morte, qui, a trascinarci a zonzo, su e giù per dossi e doline. Il Côr, tessuto dell’aria di queste montagne di baratro e leggerezza, ha ravvivato il fuoco che da sempre ci anima. Percorrendo a ritroso la strada militare a poco a poco ci tiriamo fuori, ritorniamo a valle. Non per soccombere – come il tenente Drogo – abbandoniamo il deserto Altopiano.
[Citazioni da Dino Buzzati e Ingmar Bergman. Disegno tratto da una foto di Ettore De Biasio]