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giovedì, 30 novembre 2006

IL MOSCHETTONE DI FRANZ KUMMER

postato da mariocrespan alle 09:26 in ritorni a valle

CIMA DELLA MADONNA di Mario Crespan

Frastornato dai dubbi imperiosi di un amore acerbo e grandissimo, andavo come in trance, quel giorno, sullo Spigolo del Velo. Superato il secondo pilastro, tre tiri di corda verticali con troppi chiodi – dovevo usarne uno e saltarne due se no la corda non scorreva – eravamo lì, riuniti, a guardare oltre la famosa spaccata. Non sapevamo decidere per dove proseguire, dopo. E fu allora, prima di ogni altro indizio, prima di aver notato il grosso chiodo collocato a sinistra dello spigolo arrotondato che indicava la via da seguire, fu allora che vidi, alcuni metri più in alto, sulla destra, sopra una paretina gialla e strapiombante dall’aspetto friabile, un chiodo con moschettone. Perché ne fui tanto sinistramente attratto? Dopo la spaccata, cominciai a dirigermi verso quell’ovale di ferro dondolante nel vuoto. Era difficile, certo più del quinto grado annunciato. Mi alzai per un paio di metri e misi un chiodo, che entrò appena. Poi ancora su, il moschettone si avvicinava, ma era sempre più dura. Infidi cubetti di roccia gialla per le punte delle dita. Fu uno di questi a cedere, a tradirmi? Forse. Di colpo mi squilibrai, e mi avvidi di cadere. Schizzò via il chiodo che avevo piantato e precipitai nella fenditura tra pilastro e parete. Ivano riuscì a tenere e poco dopo fui di nuovo accanto all’amico, con un gomito sbucciato e dolorante.

La corda, per l’effetto carrucola attorno alla cresta, aveva retto lo strappo, pur mezza tagliata. E il moschettone rimaneva lì, testimone oscuro e beffardo. Ignoravo quale storia nascondesse. Mi era costato un volo, un salto nel vuoto quando stavo per agguantarlo. Ma ero scampato agli inferi, potevo rientrare alla vita. Poi, mentre il mio sguardo non riusciva a staccarsi da quella inquietante presenza, quasi per ironia scorgemmo il chiodo buono. Subito tentai il passaggio ma il braccio ferito non mi dava più la sicurezza necessaria. Ivano non se la sentì di condurre e così mestamente discendemmo, con una infinità di brevi calate – avevamo dovuto accorciare la corda – ancorate ai tanti chiodi presenti sulla via e lungo la variante diretta che avevo superato sciolto e veloce… Che peccato! E quel moschettone continuava a non uscirmi di mente, si sovrapponeva all’immagine del volto femminile che da giorni, da settimane felicemente mi tormentava, avvolgendo di dolorosa estraneità rocce e montagne, boschi e nuvole, perfino la diletta Val Pradidali che da quassù, durante l’ascesa, avevo visto emergere a poco a poco oltre la compattissima parete nord.

No, non potevo sapere che il fatale anello di ferro era la vita di un uomo. L’ultima scintilla di energia, l’ultimo respiro prima del distacco, del volo – quello sì – mortale. Avvicinando lo stesso limite vi avevo percepito un dramma lontano, una sfida, una lotta dall’esito tragico; un punto cruciale estremo e assoluto, dove anche l’amore grande che sentivo bruciare in me poteva finalmente sciogliersi e penetrare l’avulsa solennità della montagna, immersa in una solitudine perfetta e implacabile, esaltata dal pieno sole di giugno.

 

Tante volte era rimasto in ammirazione dinanzi a un paesaggio, a un monumento, a una piazza, a uno scorcio di strada, a un giardino, a un interno di chiesa, a una rupe, a un viottolo, a un deserto. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto.

Un segreto molto semplice: l’amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.

Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata una attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici? 

Quanto meschina sarebbe, di fronte a un grande spettacolo della natura, la nostra esaltazione spirituale se riguardasse soltanto noi e non potesse espandersi verso un’altra creatura.      

Perfino le montagne che egli aveva intensamente amato, le nude scabre inospitali rupi in apparenza così antitetiche alle cose d’amore adesso assumevano un senso diverso. La sfida alla natura selvaggia? Il superamento dell’io? La conquista dell’abisso? L’orgoglio della vetta? Che spaventosa cretineria sarebbe, se consistesse solo in questo. Difficoltà e pericoli diventerebbero ridicolmente gratuiti. A lungo egli aveva meditato il problema ma senza riuscire a risolverlo. Adesso sì. Nell’amore per le montagne si annidava clandestinamente un altro impulso dell’animo.

 

Giugno rimane mese di segreti fermenti. Mancano le folle dell’estate. E lassù non esistevano ancora né segnavia, né rifugi. Nient’altro che la remota Caséra di Sora Ronz. Nel trionfo della sera luminosa rientrammo a San Martino. Non mi lasciava l’immagine sconvolgente dell’essere amato, né di quel moschettone dondolante da cui spirava il freddo alito della nera signora.

 

Non so come avvenne e chi me ne parlò. Fu certo qualcuno che, durante uno dei miei rari racconti di quella sofferta esperienza, esclamò:

– Ah, ma sicuro, il moschettone di Kummer!..

Appresi così che l’infernale aggeggio che mi aveva fuorviato si diceva fosse la testimonianza estrema del tentativo di salita solitaria di Franz Kummer allo Spigolo del Velo, conclusosi con la sua mortale caduta. Cosa avvenne quel 12 agosto 1927? A cosa servirono chiodo e moschettone? E perché Franz si ostinò a salire per di là? Voleva forse tracciare una variante diretta? Non lo sapremo mai. È lecito pensare a una manovra di autoassicurazione che però, evidentemente, non impedì la tragedia. Di sicuro su quel passaggio, sul fatale anello di ferro, si consumarono gli ultimi febbrili istanti della sua vita. Uno dei protagonisti della prima salita sull’immane parete est del Sass Maòr venne a morire qui, sull’opposto versante della cima sorella, appena un anno più tardi. Sass Maòr e Cima della Madonna uniti nel medesimo destino. In effetti, visti da San Martino, sembrano due facce di un’unica realtà formale. Quasi a costituire un legame non solo estetico, ma più profondo, intimo e sottile, e con diverse e inquietanti implicazioni. Me lo fece notare Bepi Mazzotti:

– La vera Cima della Madonna – mi disse – è il Sass Maòr, perché… non ha il velo!

Proprio così. La maschera e il volto, l’amore e la morte. Singolarissime corrispondenze che già avevo colto quel giorno di giugno del 1961 quando – alla base dell’ultima difficoltà – il moschettone mi stregò, attirandomi verso il punto in cui Kummer se ne andò per sempre. E che continuarono a lacerarmi mentre, nel sole del pomeriggio, tornavo a valle lasciandomi indietro quell’universo splendente e impassibile.

 

[Brano tratto da Un amore, di Dino Buzzati]

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martedì, 28 novembre 2006

LA TERRA PRIMA DEL TEMPO

postato da mauromazzetti alle 14:16 in alpinismo extraeuropeo
“E’ stato lo sforzo più duro che abbiamo mai sopportato in montagna”. Con queste parole il trio anglo-americano comprendente Jim Lowther, Mark Richey e Mark Wilford ha sintetizzato lo sviluppo e l’esito di una mini spedizione nella parte più orientale del Tibet. I tre speravano infatti di scalare per la cresta est [e per la prima volta] il Denang (6860 m), la vetta più alta della zona.
Caratteristica della montagna è quella di avere una parete verticale di oltre 3000 m di altezza, raggiunta dopo sei giorni di avvicinamento, l’attraversamento di due ghiacciai ed il superamento di due cascate di ghiaccio, il tutto inframmezzato da trasferimenti in profonda neve polverosa. Ma, 300 metri sotto la vetta, la loro progressione è stata fermata da un crepaccio che tagliava in due la cresta. Visto ormai che si era fatto tardi, i tre hanno tenuto un consiglio di guerra dentro il crepaccio: neanche la traversata tirolese che avevano attrezzato li ha convinti a proseguire. Le condizioni meteo “artiche” hanno invece suggerito loro di non rischiare, considerata inoltre la lontananza dal ogni fonte di soccorso [il termine inglese remoteness rende ancor meglio la distanza dalla civiltà n.d.r.].
Anche l’attesa di due giorni al campo alto (6200 m) non ha dato i frutti sperati: il cattivo tempo non ha consentito neanche di cercare una via alternativa. Meno male che l’humour anglosassone ha contribuito ad allentare la tensione: Richey ha infatti commentato come anche i viveri fossero alla fine, e come l’ultima razione giornaliera fosse rappresentata da tre colpi di tosse.
Nonostante il disappunto per la non riuscita della spedizione, i tre hanno aperto la via all’esplorazione di questa incontaminata ed affascinante regione, dove solo tre vette sono state salite, a fronte di oltre un migliaio mai scalate. Richey ha infine commentato come l’avvicinamento attraverso foreste primordiali e gorge scolpite da profondi flussi di acqua turchese li abbia portati veramente in una terra prima del tempo.
sabato, 25 novembre 2006

MARY VARALE: UNA DELLE PIONIERE DEL 6° GRADO

postato da gabrielevilla alle 08:41 in storia dell alpinismo

Non c’è articolo sull’alpinismo degli anni ’30 o servizio storico sulle Tre Cime di Lavaredo che prescindano dal pubblicare “quella” foto in bianco e nero in cui si vede lei, mezzo passo dietro a lui e un po’ più in alto (sono su di un pendio inclinato), con il braccio sulla sua spalla destra ed un ciuffo di capelli che le esce, civettuolo, dal foulard che tiene in testa a mò di bandana. Entrambi indossano una canottiera ed i pantaloni alla zuava: lei è Mary Varale, lui è un giovanissimo Riccardo Cassin, tutti e due hanno un’espressione assai seriosa. E Cassin scrive nel suo libro “Cinquant’anni di alpinismo”: “L’anno seguente conosco l’eccezionale scalatrice Mary Varale, che diverrà celebre nel 1933 con la prima ascensione allo Spigolo Giallo della Piccola di Lavaredo con Emilio Comici e Renato Zanutti: con lei apro, il 2 luglio 1931, una bella via, la prima per me, sulla Guglia Angelina, Parete Est”. Chi è dunque questa “eccezionale scalatrice”? Solo quella che arrampica con Cassin e Comici? La moglie del noto giornalista sportivo Vittorio Varale? Nel mondo alpinistico, prevalentemente maschile, se non maschilista, alle donne è sempre stata prestata poca attenzione e Mary Varale non è certo sfuggita a questa regola, anche se è stata, innegabilmente, una delle pioniere dell’alpinismo femminile italiano. Nata a Marsiglia nel 1895, Mary Gennaro inizia da giovanissima a frequentare la montagna nel gruppo dell’Ortles e del Disgrazia e fra il 1924 e il 1935 scala 217 montagne sia in cordata che in solitaria. Nel 1924 effettua le prime scalate nelle Dolomiti con il famoso Tita Piaz che rimane impressionato dal suo talento. Negli anni seguenti, in cordata con le migliori guide dell’epoca (lo stesso Piaz, Dimai, Agostini, Pederiva, Comici) realizza molte difficili scalate, quasi tutte in “prima femminile”; una decina sono le prime ascensioni assolute e fra queste: la Cima dei Tre nel gruppo della Civetta-Moiazza, con Renzo Videsott e Domenico Rudatis (1930); la Guglia Angelina nelle Grigne con Riccardo Cassin (1931); lo Spigolo Giallo alla Cima Piccola di Lavaredo, con Emilio Comici e Renato Zanutti (1933); la via diretta alla parete Sud Ovest del Cimon della Pala, con Alvise Andrich e Furio Bianchet (1934). Il marito, Vittorio Varale così scrive della moglie Mary: “La sua passione per le cime non era soltanto roccia e strapiombi, gridi gioiosi dalle vette raggiunte, ma anche le passeggiate sui prati e nei boschi alla ricerca di fiori e funghi mangerecci. Vi rimaneva per lunghi periodi, dividendo la semplice esistenza dei montanari della Val Malenco e della Val Masino nelle loro rustiche abitazioni aiutandoli nelle bisogne quotidiane. Quando occorreva si caricava del fieno nelle gerle, accudiva alle faccende domestiche”. Alla fraternità montanara e alla bontà umana, al buon umore e alla cordialità, Mary accosta anche la forza e l’animosità del carattere, pronto ad esprimere con decisione dissensi e contrarietà. Così, in seguito alla mancata concessione da parte del CONI, che agisce su proposta del Cai, delle medaglie al valore atletico (non concesse nemmeno ad Alvise Andrich e Furio Bianchet suoi compagni al Cimon della Pala, ma concesse ad altri alpinisti a suo parere meno meritevoli) nel 1935 Mary Varale si dimette polemicamente dalla sezione Cai di Belluno. Oggi presso la Biblioteca Civica della città si può reperire fra le oltre duemila lettere che costituiscono il “Fondo Varale” lì istituito, anche quella autografa del 20 luglio 1935, completata con l’elenco delle ascensioni da lei compiute, con la quale Mary Varale rassegna le dimissioni. Le sue parole sono aspre ed inequivocabili: “In questa compagnia di ipocriti e di buffoni io non posso più stare, mi dispiace forse perdere la compagnia dei cari compagni di Belluno, ma non farò più niente in montagna che possa rendere onore al Club Alpino dal quale mi allontano disgustata anche per una ingiustizia commessa col rifiutarmi un articolo”. In seguito al suo allontanamento dal Cai, poco a poco riduce l’attività in montagna, anche a causa di una grave forma di artrite che la colpisce ancora giovane. Nei lunghi anni d’immobilità è il marito Vittorio ad assisterla, fino alla morte che sopraggiunge a Bordighera nel 1963. Pensare a questa donna che nel 1935 ebbe la decisione di scrivere una lettera di tal fatta suscita grande ammirazione: carattere da vendere e grande coraggio, certamente ancora più che salire una parete di 6° grado. Tanto di cappello a Mary Varale, pioniera dell’alpinismo femminile ma soprattutto una donna, lei sì, di 6° grado.

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venerdì, 24 novembre 2006

UNA MATASSA DI INQUIETANTI DOMANDE

postato da mluisanodari alle 12:00 in storie dal tibet
Dopo 3 giorni di umor tetro, ad un passo dal ritorno (dove?), insidiata da una matassa di inquietanti domande, con nella testa Rainy day women di Bob Dylan, saggiamente ieri sera ho deciso di ascoltare il consiglio di Davide, giunto sotto forma di un sms che conservo per i momenti di sconforto. ‘Vai a berti 62 aperitivi e vedrai che dormire sul tavolo del bar, ti porterà percezioni (domani) di quanto la vita possa essere frizzante… non farlo, ne saresti capace’.
Tattica, strategia ed abnegazione. Sì, sono pragmatica, temo. Dunque, il primo e difficile passo è individuare il bar, perché, si sa, il Dunya è chiuso. Il secondo passo è cercare di capire cosa bere, a Lhasa. A parte la Lhasa beer, birra tibetana a fermentazione totalmente casuale che provoca altrettanto poco casuali atroci dolori allo stomaco, e la grappa cinese, non c’è molto altro. Individuato il bar, che abbia ovviamente un ristoratore accondiscendente, e che soprattutto conservi ancora qualche lattina di birra decente da mischiare con la suddetta Lhasa beer, onde alleviare la gastrite, c’è da scegliere il compagno, o meglio, la compagna di sbronza (con tante grazie a Bukowski). Ingri arriva puntuale, con tutta la sua carica di un metro-e-cinquanta di bionda e giovanissima norvegese. Piomba al telefono sibilando frasi sconnesse contro l’universo maschile e inneggiando un ‘girl power’. Io incupita da 3 giorni di umor tetro, colgo l’occasione come una faina in un pollaio. Me la trascino nel mio covo secondario dove il giovane ristoratore locale studiato di cuisine française ci sorride benevolo sospirando al ricordo dello slavato fidanzato francofono. Fuori profonda Lhasa serale, gente che va, gente che viene, nomadi carichi della birra di Lhasa, musulmani che vendono frutta secca in enormi carretti, e le ragazze di Lhasa urlanti, ubriache ed agguerrite tra frotte di ragazzi di Lhasa solamente e desolatamente urlanti ed ubriachi. Dentro due occidentali, una piccola e bionda e un’altra grande e nera, si applicano con fervore a due materie inquietanti: uomini & birra. A noi si aggiunge il ristoratore, ferrato nei medesimi soggetti. Una gatta compunta dagli occhi gialli colmi di disprezzo osserva da un angolo del bancone, mentre carcasse di yak sconciamente spellate navigano sotto le finestre, inseguite da branchi di cani neri dagli occhi gialli.
Break on through to the other side, cantavano The Doors.
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ACONCAGUA HORROR - II

postato da francomichieli alle 10:34 in cosas patagonicas

Quel pasticciaccio brutto del cavalletto video

 

«Certo che sei sfortunato» convenì con aria seria padre Topio incrociandomi all’ingresso dell’albergo quel mezzodì, e offrendosi comunque di prestarmi delle mutande visto che le mie erano state tutte rubate, dopo che il mio vagabondaggio per le orride vie periferiche di Mendoza alla ricerca dello zainetto ghermito era fallito. Già. Perché la sparizione delle mini cassette video con le immagini girate in Patagonia era solo l’ultimo atto della serie di avvertimenti che fin dall’inizio mi avevano intimato di lasciar perdere: «questo film non s’ha da fare!», mi gridavano. Così ora che lo stracarico bus El Poderoso arrancava su per gli immensi e preistorici terrazzi fluvioglaciali della valle andina del Rio Mendoza, tagliati a picco dal fiume marrone, io me ne stavo rincantucciato sul mio sedile a rimuginare sulla maledizione del cavalletto.

  

Ora bisogna sapere che per girare un film decente è indispensabile un ottimo cavalletto con testa video, ovvero massiccio, stabile e con rotazione morbida e fluente per ottenere delle panoramiche non a scatti. Dopo aver girato il mio primo film per almeno l’80% col cavalletto e per il resto con la macchina a mano, ed essere stato scartato a Trento “perché il film era girato tutto con la macchina a mano in stile Lars Von Trier che fa venire il mal di testa”, ero ovviamente partito per la Patagonia con due cavalletti, di cui uno era un Manfrotto professionale pazzesco con testa video da 6 kg costato una fortuna, trasportabile solo da alpinisti dell’epoca eroica. Bisogna sapere anche un’altra cosa: da quindici anni a questa parte, cioè da quando uso quasi ogni anno gli aerei per viaggiare, oltre il 50% dei voli si concludono con la sparizione di uno dei miei bagagli. Questa percentuale è assolutamente realistica e non ha nulla a che fare con lo humour nero. È semplice testimonianza dei frutti del progresso umano. Tutto cominciò al minuscolo aeroporto allora sterrato di Lukla, in Nepal, quando consegnai lo zaino per l’imbarco e mai più se ne vide traccia. Nei miei innumerevoli via vai all’aeroporto di Kathmandu per avere notizie, cercarono anche di dirmi che non avevo diritto di recuperarlo perché sul biglietto la dicitura a mano Mr. Michieli sembrava un po’ Mrs. Michieli. Da allora ho fatto una ventina di viaggi in aereo, ciascuno con andata e ritorno e molti cambi intermedi di velivolo, dunque potete calcolare quante volte sono uscito dagli aeroporti scarico e con l’aspetto di una tigre feroce. Ovviamente anche stavolta, quando arrivammo a Buenos Aires dall’Italia, l’unico zaino che mancava era il mio più grosso, quello con dentro una straordinaria scelta di capi alpinistici che avvolgevano i due preziosi cavalletti. L’ufficio bagagli smarriti non trovò alcun indizio della sua fine.

  

Cocciutamente, e per rispettare l’impegno a documentare il viaggio, costrinsi tutti alla ricerca di un nuovo cavalletto video a Buenos Aires, prima di andarcene in Patagonia dove sicuramente non ne avremmo trovati. Assieme al cugino italo-argentino di Domenico che entusiasticamente ci ospitava, battemmo a piedi la sconfinata città frugando tutti i negozi colmi di attrezzature fregate a precedenti viaggiatori, ma tra migliaia di tipi di cavalletti uno davvero adatto allo scopo non saltava fuori. “Filmare o non filmare?”, mi arrovellavo digrignando, mentre una miriade di giovanotti ci sbarrava la strada ad ogni passo offrendoci biglietti da visita di locali particolari con moltissime ballerine a loro volta particolari che a quanto pare funzionano a ogni ora del giorno e della notte, ma noi «nada, sin cavalletto no se puede, nada!», e via a cercare.

Vidi così tanti cavalletti inadatti che alla fine ne comprai uno a caso, senza più capire se sarebbe servito o no. Comunque la sera, a casa dei nostri ospiti, impacchettammo tutti i bagagli con cura meticolosa, avvolgendoli religiosamente in sacchi di plastica e scocciandoli integralmente per disincentivare le manomissioni. All’alba un taxi-furgone fermò esattamente davanti al portone: non dovevamo far altro che spostare questa mole di zainoni insaccati dalla portineria al bagagliaio. Facile. Li consegnammo ferocemente al check-in, volammo e fummo a El Calafate. Domenico telefonò al cugino: «Come? Hanno ritrovato lo zaino? Bene! Come non era quello? Cioè...un altro?»...

Incredibile. Eppure era successo. Un’oretta dopo la nostra partenza dalla casa di Buenos Aires, il gestore di un chiosco lì vicino era arrivato per l’apertura mattutina. Notò uno strano saccone nero appoggiato accanto al portone e andò a vedere. Un biglietto appiccicato riportava dei nomi italiani, oltre a quello del cugino di Domenico con relativo recapito. Con mostruosa onestà citofonò al cugino...

  

Guardammo il nostro cumulo di bagagli appena recuperati. Quale mancava? Non ci fu neanche bisogno di cercare. Era assente quello che conteneva una residua collezione di capi alpinistici nuovi che avvolgevano il cavalletto appena comprato. Nelle ore seguenti mi consultai con padre Topio a proposito dei segnali che Nostro Signore a volte ci manda quando stiamo intraprendendo una via inopportuna. Ma lui mi redarguì, mettendomi in guardia dal cedere a simili credenze.

Il giorno dopo, grazie all’impegno del cugino e ad altre casualità latinoamericane, entrambi gli zaini spariti riapparvero miracolosamente sul carrello trasportatore del Calafate. Il famoso cavallettone professionale con tutto il contorno era finito a Lima, mi dissero, quindi in Brasile e a un certo punto si era ripresentato in Patagonia. A quel punto avevo tre cavalletti. Il pomeriggio del giorno seguente eravamo già su una cimetta patagonica: il Pliegue Tumbado, di fronte al gruppo del Fitz Roy. Nella brezza quieta della vetta uno dei cavalletti leggeri era lì montato a sostegno della fotocamera reflex di Bruno. Improvvisamente il vento ebbe un rigurgito di fierezza, sollevò il cavallettino e lo fece atterrare a testa in giù, provocando non si sa come soltanto una lussatura all’obbiettivo di Bruno. Il mio cavallettone con la testa da sei chili era invece stabile come una roccia. «Guarda che viene giù anche quello» mi ammoniva Bruno. «Impossibile, è troppo pesante», lo rassicuravo. D’un colpo il vento ringiovanì per un istante, e il mazzante cavalletto volò via, sfiorando la testa di Bruno che si salvò per miracolo.

  

A questa epopea, e a come il film in realtà fosse già stato messo in crisi prima del furto, a causa dei troppi, drastici tagli alla sceneggiatura messi in atto dal viaggio stesso, andavo rimuginando sul mio sedile tra le gole delle Ande. «Basta – mi dicevo nell’approssimarci a Puente del Inca –, ora godiamoci l’Aconcagua senza altri pensieri!».

 

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giovedì, 23 novembre 2006

ATTENTI AL MOSTRO

postato da marcoconte alle 21:41 in varia
piancavalloQuesta reminiscenza dagli studi universitari di qualche anno fa mi torna spesso in mente con cadenza periodica: «La cultura si colloca tra uomo e ambiente, come lo strumento per eccellenza di un più ampio controllo sulla natura». Una definizione che calza a pennello fino alla rivoluzione industriale, ma poi? A ragionare in questi termini al giorno d'oggi, per dirne una a caso, si rischierebbe di scambiare per "cultura" anche lo squartamento della montagna attualmente visibile sulle cime di Piancavallo, a ridosso del confine tra Veneto e Friuli. Sul comprensorio sciistico che si sviluppa dalla località turistica pordenonese in direzione di forcella Palantina, uno degli ingressi per l'Alpago e il bosco del Cansiglio, un mostro sta allungando i tentacoli. Questa creatura ha assunto le sembianze di una gigantesca pista da sci, una ferita inflitta a viva forza sul fianco dei monti a suon di bulldozer ed esplosivi, una cava a cielo aperto che ha cambiato il paesaggio asportando centinaia di metri cubi di roccia, un'autostrada d'alta quota per i vacanzieri della domenica. Il Monte Cavallo, trasformato in cantiere per amore del turismo, sentitamente ringrazia.
Chi ha voluto questa bruttura? Chi ha speso soldi per metterla in pratica? Chi la utilizzerà? E chi dovrà infine ancora pagare quando questa cattedrale nel deserto diventerà inevitabilmente vetusta e chiederà ancora soldi, soldi, soldi? Di questi ed altri argomenti hanno discusso le associazioni ambientaliste che si sono ritrovate lo scorso 12 novembre per il 19° Raduno in difesa dell'antica foresta del Cansiglio, ma le conclusioni non sembrano affatto incoraggianti.
«Illy, Governatore del Friuli, lo aveva promesso ed inserito nel suo programma elettorale», leggiamo sul sito di
Mountain Wilderness: «Ora tenta di forzare il collegamento tra il Pian Cavallo e l'Alpago, forse con un'azione concordata ma non ufficiale tra le due Regioni [...] Se passa il collegamento non si parlerà più di area protetta, parco o riserva, ma solo di successivi ampliamenti del demanio sciabile, così come proposto dal Comune di Farra che chiede addirittura il collegamento tra il Nevegal ed il Pian Cavallo!!»
In un post di qualche mese addietro, parlando di eccessivo affollamento su alcune località dolomitiche, mi ero riproposto una soluzione di compromesso: attendere la stagione in cui i turisti sciamano a valle e tornare periodicamente ad accertarmi che la montagna stia ancora al suo posto. Lo ammetto, si tratterebbe di un errore: nel caso di Piancavallo e del Cansiglio, se ci azzardiamo per un momento a distogliere lo sguardo, la montagna se ne va. E al suo posto finiamo per trovare una spiaggia, un cantiere, un'autostrada.
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L'UOMO DEGLI AQUILONI

postato da giovannibusato alle 11:28 in recensioni

La montagna del vecchio HeinzHeinrich Steinkotter

“La montagna del vecchio Heinz”

Curci & Genovese – Trento 2006

Pg.180 – foto b/n

 

Quando ho iniziato a leggere il libro pensavo che il protagonista fosse, al solito, l’alpinismo invece il cuore del libro è un uomo, a volte alpinista, un grandissimo alpinista.

Si dirà: insomma che differenza c’è, l’uomo... l’alpinista sono un tutt’uno…

Ma poi non è quasi mai così, l’unico aspetto che quasi sempre risalta nei libri come nelle serate, è l’alpinista, pur con le sue angoscie e le sue felicità ma sempre legate alla montagna.

Alla fine un uomo con il quale è difficile identificarsi perché la parte umana, nella quale potremmo anche rispecchiarci è corrotta dall’alpinista che invece rimane (di solito) nel mondo dei nostri sogni; quell’insopportabile alpinista che nelle serate come nei libri minimizza gli eventi facendoci sentire ancora più scarsi (almeno alpinisticamente).

Non così nel libro dove tutti i personaggi, e ce ne sono di grandi, sono legati alla loro vita di tutti i giorni che rimane comunque, la parte più importante: la famiglia, il lavoro, i figli e le amicizie.

Allora ci si sente lì, noi alpinisti in saldo, assieme a Claudio Barbier, ai fratelli Rusconi quando fervono i preparativi per la nord del Cengalo; pare di sentire il freddo di dicembre e la neve fine e secca… le discussioni... i silenzi; la salita di qualche metro in un giorno... la marcia estenuante nella neve fresca.
Ma anche la morte, che il soccorritore Heinz porta a valle nel sacco Gramminger... che non è mai bella ma che scorre nel libro tra le rughe del pianto con un sorriso di pietà.

Le giornate all’Ortles andando a prestito dei ramponi dimenticati dal parroco di Solda, quel don Hurton capo del Soccorso Alpino, che gli rifila un bel paio di ramponi a 10 punte pare usati dal mitico Miniggerode.

O la salita con il suo amico Heiner al quale bastava un rampone solo…

E ancora le salite con la moglie Vitty, donna di sesto grado, conosciuta alle pendici del Brenta con il più timido degli approcci alpini:

“ho fatto la Parete rossa” … “anch’io”Steinkotter

“ho fatto la Soldà della Marmolada” … “anch’io”

Una predilezione poi  per le invernali, che sono la parte centrale del libro, anche con la testimonianza in diretta di Gianni Rusconi, quali il Pilastro dei francesi al Crozzon di Brenta, la nord del Pizzo Cengalo, la via Dibona al Croz dell’Altissimo e molte altre..

E infine la fede di cui il libro è permeato; l’alpinismo ha sempre spinto l’uomo ai propri limiti, mettendolo di fronte alle proprie capacità psichiche oltre che fisiche.

Le prime, in queste ultimi anni, sono state ammantate degli aloni mistici di religioni lontane; difficoltà immani superate grazie a stati d’animo ai confini della vita.

E invece ecco il buon vecchio Dio... nelle preghiere durante il lungo bivacco sul Croz dell’Altissimo come tra i fulmini della Thurwieser, ma anche per gli amici... per i loro desideri e per i loro problemi; una fede bella, viva, controcorrente in questi tempi di “islamfobia” un po’ pelosa... che gli aquiloni portano in alto...

Già, gli aquiloni sui quali Heinz scrive i nomi dei propri amici; che incontrano le aquile del Brenta, che portano la birra agli amici in parete!!

Dice bene Franco De Battaglia: è un libro buono, dedicato agli amici che fa dire a chi lo legge: “grazie Heinz di esserti fermato con noi”.

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mercoledì, 22 novembre 2006

SOSTA IN VETTA

postato da mariocrespan alle 16:29 in ritorni a valle

CIMA di Mario CrespanMi piacerebbe giungere in cima alle montagne da molto lontano, nel tempo e nello spazio, macinando enormi dislivelli attorniato da intatta solitudine, come usavano i pionieri. Senza avvalersi di nessun aiuto – né perfetta cartografia, né gps, né guide che arrivano dappertutto e tutto descrivono e tutto è già stato scoperto e riscoperto e rimasticato – ma solo affidandosi ai cinque sensi e seguendone i suggerimenti, esercizio obsoleto. Indagare e desumere visivamente le vie di salita prima dalle valli con l’aiuto della neve, e poi dai rilievi circostanti. Studiare, osservare i versanti più visibili nonchè gli angoli più remoti, impervi e nascosti, onde comporre nella mente la forma complessa e complessiva delle montagne. Individuare soluzioni illogiche in apparenza, ma che invece forzassero i punti di maggior resistenza con astuti aggiramenti o traversate. E infine toccare la vetta grazie ad un sentiero di ricerca condotto sul filo di una progressiva e reciproca comprensione interiore, uomo e montagna alla pari, in un’alternanza di entusiasmi e scoramenti. Come accade con i nostri simili, come accade con gli animali e perfino con gli alberi, se siamo capaci di ascoltarne la voce nel fremito corale di foglie e fronde, o nel semplice contatto del cavo della mano con la corteccia.

Quando arrivo sul culmine di un monte mi siedo al limitare del grande vuoto e rivolgo gli occhi all’orizzonte. Giro lentamente lo sguardo e lo poso su ogni piccola e grande elevazione, e in segreto pronuncio i nomi di ogni cima che da lassù riconosco. Nome per nome tutte le saluto e assaporo la loro forza e la saggezza che a loro sento di attribuire, e all’improvviso per un breve istante sono forte, saggio, coraggioso come loro. Per alimentare la mia fatica, di passo in passo, di moto in moto lungo i cammini che verranno e gli echi del silenzio. Non posso e non voglio dimenticare di essere un breve alito di cellule. Ma intendo rimanere dalla parte dell’uomo tuttavia fragile e mortale, degli occhi senza tempo di camosci e uccelli, dalla parte delle tòrte membra degli alberi, dell’erba come me talora protesa sull’abisso. E dalla parte delle montagne, sempre. Dolcemente risucchiato in un elementare ed universale flusso di continuità, di osmosi.

                                  

Non mi seguono stelle in corteo,

                             in me racchiudo l’essere e il conoscere.

Sono uno come voi, e ciò che sono e so

                             per me come per voi è la stessa cosa.

 

Ecco perché risulta tanto importante – per me – identificare le cime una per una, una per una celebrarle in un tacito saluto. In questo modo, quasi ne fossi innamorato – ma forse lo sono – può ricominciare e riprendere lena quel processo di totale identificazione con l’essere amato che di sicuro è la prerogativa più affascinante, pur magari illusoria, dell’amore.

 

[Versi di Wallace Stevens]

[Disegno eseguito per la locandina in occasione di una delle prime conferenze di Franco Michieli, tenuta a Treviso il 6 aprile 1982]

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lunedì, 20 novembre 2006

DUE CORDATE PER UNA PARETE

postato da gabrielevilla alle 12:35 in recensioni

capragrandeNon so se questa sia una recensione, so che certamente vuol essere un invito alla lettura del libro “Due cordate per una parete” (1962, la prima italiana alla Nord dell’Eiger). La salita fu effettuata da parte di Armando Aste, Franco Solina, Pierlorenzo Acquistapace, Andrea Mellano, Romano Perego, Gildo Airoldi in cinque giorni di scalata, nell’agosto del 1962. L’autore è il bresciano Giovanni Capra, classe 1946, praticante alpinismo e scialpinismo, collaboratore de “Il giornale di Brescia” e di alcune riviste specializzate. In effetti, leggendo il libro par di cogliere il “mestiere” e una certa vocazione al giornalismo d’indagine, quasi d’inchiesta, attento non solo agli aspetti storici, ma anche al contesto sociale entro il quale si svolge la scalata e si muovono i protagonisti. Così spiega l’autore le ragioni del libro: “Heinrich Harrer fu uno dei quattro alpinisti che, nel 1938, scalarono per primi la Nord dell’Eiger. Nato nel 1912 in Corinzia, a 21 anni era membro delle SA, i gruppi d’assalto in camicia bruna, responsabili di atti terroristici contro gli ebrei e contro il governo di Vienna. Nell’aprile del ’38 fu accolta la sua domanda di far parte delle SS. Appeso allo zaino dell’Eiger, Harrer aveva il vessillo con la croce uncinata da lasciare sulla cima. Il trionfo e la gloria della scalata lo elevarono a beniamino del famigerato Heinrich Himmler, uno fra i peggiori criminali nazisti. In “Parete Nord” edito nel ’99, Harrer scrisse che fino al ’62 ”i migliori alpinisti italiani non si sono mai neppure avvicinati alla parete e i sei che compirono l’ascensione non erano certo le punte dell’alpinismo italiano contemporaneo”. Incredibile che nessun giornalista o alpinista italiano non abbia contestato un’affermazione tanto falsa e sprezzante. Dei sei Armando Aste era il più forte dolomitista in circolazione. Romano Perego aveva compiuto l’anno prima la straordinaria ascensione dello sperone sud del McKinley. Acquistapace e Mellano annoveravano diverse prime ascensioni nel loro curriculum. Semplicemente non avevano strombazzato in giro le loro scalate. Quelle parole di Harrer, scritte da lui che, nazista convinto, aveva sempre tentato di nascondere il suo passato, m’indignarono. Decisi perciò che avrei tentato di ridare ai sei scalatori la dignità che loro spettava”. Personalmente ritengo che gli scritti di Harrer non abbiano tolto dignità agli alpinisti italiani, molto più semplicemente non ne hanno scioccamente riconosciuto i meriti. Per contro Giovanni Capra, con il suo libro, compie un lavoro meticoloso: nella prima parte ripercorre la storia alpinistica dell’Eiger dalle prime salite della montagna, ai tanti tentativi (molti finiti tragicamente), alla prima scalata della parete Nord, alle successive ripetizioni ed ai tentativi italiani, fino a giungere a quell’agosto del 1962 nel quale due cordate italiane si incontrarono casualmente sulla parete e, unite le forze, giunsero insieme in vetta. Nella seconda parte del libro ripercorre le storie alpinistiche personali dei protagonisti, divisi idealmente nelle cordate che avevano affrontato la Nord dell’Eiger, fino a ricordarne i giorni della scalata. E’ una ricostruzione fatta “dal di dentro”, attraverso colloqui diretti con i protagonisti, nella quale emergono i particolari umani e gli aspetti psicologici che solitamente non sono riportati nei libri di alpinismo, più attenti all’azione, all’impresa, che non alle personalità dei protagonisti, con il cui profilo personale si conclude il libro. Le molte fotografie in bianco e nero fanno entrare ancora più dettagliatamente nel vissuto dei sei alpinisti e nella storia dell’Eiger, se ne ha così un interessante spaccato dell’alpinismo di quegli anni ’50 e ’60. A me è parso veramente un buon lavoro.

 

Titolo: Due cordate per una parete                   

Autore: Giovanni Capra

Editore: Corbaccio

Pagine: 399

Prezzo: 18,60 euro  

 
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domenica, 19 novembre 2006

A5P1

postato da gpcastellano alle 15:31 in storie

Una piccola spiegazione.

Torino 2006, Giochi Olimpici, opportunità e sviluppo. Molto si è detto, in tanti si sono pronunciati in maniere dissonanti e turbinose.

L'Evento è arrivato ed è passato. Non tutto tornerà come prima,  è un dato di fatto. E questo è un racconto su ciò che era e non sarà più. Ineluttabile? mah...

Ancora una spiegazione.

Il titolo.

Per chi ha vissuto il nascere e l'evolversi dell'Evento dall'interno di un certo ruolo (monitoraggio? controllo? verifica di parametri ambientali?) la sigla del titolo indica allo stesso tempo un luogo preciso ed un'entità geografica astratta, l'Area di Cantiere.

Dopotutto, è solo un titolo.

A5 P1

 

Non capisco, davvero… Negli ultimi due anni la frenesia di lavorare da parte di codesti esseri umani è andata sempre più aumentando, ed ora che la primavera inizia io sento nell’aria una inquietudine, un timore oscuro che mai prima di allora avevo provato. I miei due amici prediletti, Vento di Monte e Vento di Valle, che mi conoscono da quando misi la chioma fuori dal terreno, timido larice novello, mi riferiscono che in tutta la valle si respira la stessa incertezza. Non so bene che cosa avverrà nei prossimi giorni. Anch’io seguirò la sorte dei miei compagni abbattuti poco lontano da qui, per far posto ad un lungo scivolo di erba finta? Oppure verrò circondato da mura di pietra e cemento, come gli amici nati vicino al torrente? Ora i prati non ci sono più, al loro posto rimane un pianoro sabbioso, con la polvere agitata dai soffi del vento.

Bah, tutto sommato, non è che mi interessi poi tanto sapere quale sarà la mia fine. Ormai sono vecchio, il tarlo od il fulmine non sono poi così terribili per me, ora.

Il fatto è che tutta questa agitazione mi disturba… eppure, ho assistito a tante vicende legate a questi uomini, non dovrei più stupirmi delle loro pazzie. Ho sentito l’urlo della valanga che li spazzava via, loro che pretendevano di resistere ai morsi dell’inverno, lassù, nella miniera. Ho sentito il pianto delle loro donne, mentre accarezzavano i tronchi dei fratelli pini del cimitero. Li avevano piantati come pallido ricordo di uomini partiti con un cappello ed una penna in testa, e mai più tornati. Ho sentito il martellare e lo scavare di coloro che costruirono una città al Colle, qui sopra. Ho imparato a riconoscere i vapori della benzina,  del cemento, della vernice. Con gli occhi dei Venti amici ho visto nastri di asfalto insinuarsi tra le pinete, risalire valli e valloni per segnare i pascoli.

E tutto questo va bene, mi sono detto. E’ nella natura delle cose, mi sono detto.

Il mio amico Torrente conosce la lingua antichissima delle Rocce, ed esse gli  hanno spiegato che, una volta, anche loro sono state piante, animali, fondi di mare, dune del deserto. Dico questo perché vi sia chiaro che pure io, il Larice più vecchio di tutta la valle,  sono cosciente del fatto che tutto cambia, muta e sparisce.

Ma oggi… quello che mi stupisce è la rapidità del cambiamento. Ti addormenti alla sera, cullato dallo scrosciare di Torrente, ed il giorno dopo Torrente è scomparso, e ti ritrovi circondato da quei mostri rumorosi e puzzolenti. Prima di sera giaci abbattuto in una spianata di polvere e sassi.

Vedo cose che non comprendo. Sulla cresta là in alto, vicino al Colle, si sono accaniti per settimane su un roccione, fermo lì da centinaia di anni. Lo hanno trafitto con mille chiodi,  per avvolgerlo con una maglia di ferro. Infine lo hanno ricoperto di terra, ed ora pretendono che là, tra la neve ed il gelo, cresca rigogliosa l’erba.

Ho chiesto a Vento di Monte se avesse idea del perché proprio a quella roccia fosse riservato un simile trattamento. Ha bofonchiato qualcosa riguardo certe pagliuzze dannose che si trovano nella pietra, piccoli frammenti di vetro…

Stringendosi nelle spalle, se ne è andato scrollando il capo. Mi è sembrato turbato, come se si sentisse in colpa per la fine di quella roccia. Ma che male fa il Vento, se nel suo impeto trascina e sparge ovunque i semi, gli odori, la pioggia, la polvere?

Tutto questo correre… i venti miei amici me lo hanno sempre detto, che tanto più veloci essi si spostano e tanto maggiore sarà lo schianto quando un ostacolo si presenterà di fronte al loro turbine. Uragani, tempeste.. tutte conseguenze del muoversi in fretta, alla cieca.

Sono vecchio e scorbutico, lo so, e quello che ora vedo non mi va giù. Non posso fare nulla, io, per fermare o limitare questa pazzia, se non ergere la mia chioma fino a quando mi sarà consentito farlo. E, fino a quel momento, registrerò nel mio tronco tutto ciò che avviene, fedele ed infallibile, nella speranza che qualcuno sia in grado di leggere e decifrare dal mio intimo ciò che furono gli inverni, le estati, le piogge e le nevi.

Tutto questo correre… non è bello, non è armonico, non è… naturale. La mia è una rabbia senza sbocco, che non potrà mai sfogarsi, se non nel suscitare ricordi di ciò che è stato e poi è cambiato.

Però… altre rabbie crescono e si preparano a colpire. Il mio vicino Torrente ha interrogato tutti i rivi, i corsi d’acqua e le sorgenti nascoste della valle. Queste gli hanno rivelato i punti deboli, le lacerazioni  invisibili dei fianchi dei monti, dei muri in cemento e delle strade che tagliano i loro fianchi. Alcune sorgenti hanno già iniziato a scavare, con calma, senza fretta. Sanno che alla smania di costruire spesso non corrisponde la pazienza di mantenere.

Torrente gongola soddisfatto, apparentemente racchiuso tra bastioni in pietra, in realtà pronto a scatenarsi. Ha tempo, ed alleati potenti pronti ad aiutarlo. I Venti hanno promesso di frugare i cieli e portare qui tutte le nuvole di pioggia e tempesta che riusciranno a trovare. Perciò Torrente potrà contare su tonnellate e tonnellate di acqua, terra e massi, pronti a schiantare, spianare e seppellire.

 

La sfida è lanciata, ma nessuno di noi ha voluto tutto questo. A noi bastavano la luce del sole, l’erba dei prati, il frusciare estivo di Torrente e la coperta invernale di Neve. Questi esseri arrivano all’improvviso, si insinuano tra le pieghe delle valli, sventrano, devastano e poi se ne vanno altrove. Anche il fuoco corre così, ma dalla cenere rinasce l’erba fresca, ed il bosco poco alla volta ritorna. Ora, invece, solo polvere, roccia spezzata e deserto. Chissà quando e come avrà luogo la riscossa di Venti e Torrente.

Io, probabilmente, non ci sarò più. Ieri sono venuti a tracciare dei segni sul mio tronco, ed ho capito che la mia fine si avvicina.

 

Un popolo superbo precipitò nell’orgoglio,

un popolo cadde dalle Huri e dai castelli.

Tutto fu chiaro quando tolsero i veli:

dalla Tua vetta erano finiti lontano, lontano, lontano.

Omar Khayyam

“Rhubbayat” (Quartine) n. 21