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sabato, 30 settembre 2006

LA PRIMA VIA ITALIANA DI 6° GRADO

postato da gabrielevilla alle 00:29 in storia dell alpinismo

Se per la prima via di 6° grado il mondo alpinistico ha acquisito come definitivo il dato della Solleder-Lettembauer alla Nord Ovest della Civetta del 1925, quello della prima via di 6° grado italiana pare trovare, ancora oggi, discordanti indicazioni e vari libri e guide di alpinismo forniscono risposte divergenti. Scrive Spiro Dalla Porta Xidias in “Emilio Comici. Mito di un alpinista”: “Forse non è un caso se la prima salita alla Nord-Ovest della Cima di Mezzo delle Tre Sorelle nel Sorapis risulta pure la prima via di sesto grado aperta da un italiano. Ed è curioso notare come in meno di due settimane – in dodici giorni per l’esattezza – gli arrampicatori italiani siano riusciti ad effettuare ben tre itinerari nuovi di quel sesto grado che pareva fino allora riservato ai Germanici e agli Austriaci: 26-27 agosto, parete N-O della Sorella di Mezzo (Comici-Fabjan), 30-31 agosto, Spigolo S-O della Cima della Busazza (Videsott-Rittler-Rudatis), 6-7 settembre, Pilastro Sud della Marmolada (Micheluzzi-Perathoner-Christomannos). Differente opinione esprimono Vincenzo Dal Bianco e Giovanni Angelini nella guida Civetta–Moiazza, Tamari (1984): “Videsott, Rudatis e Rittler, dopo alcuni tentativi ed esplorazioni, riuscirono a forzare la grande parete della Busazza proprio nel cuore di essa, cioè lungo lo spigolo che divide la parete propriamente ovest da quella definita meglio come sud-ovest con una salita non a torto definita la prima conquista italiana di sesto grado. Fu impresa di larghissima eco, paragonata per lunghezza e difficoltà alla via Solleder-Lettembauer”. Il fatto è che in quegli anni (e stiamo parlando del 1929) non c’erano i mezzi d’informazione di oggi, né la valutazione delle difficoltà era così “precisa” dal momento che l’arrampicata artificiale non era ancora stata distinta dalla libera e comunque erano i ripetitori, soprattutto con la comparazione, a confermare o smentire la valutazione attribuita alle vie in prima salita, com’è successo anche per le vie portate ad esempio di “primo sesto grado italiano”. Così scrive Gino Buscaini in “Le Dolomiti Orientali”, Zanichelli (1983): “La via Comici alla Sorella di Mezzo fu aperta nel 1929 e allora definita prima via italiana di sesto grado. Attualmente nessun passaggio è quotato di sesto grado, ma è certo stata una delle prime vie dure di quegli anni e nell’insieme rimane impegnativa ancora oggi”. Così Vittorio Varale in “Sesto Grado”, Longanesi (1971): “L’appartenenza di queste due scalate (Sorella di Mezzo e spigolo della Busazza) alla classe dell’estremamente difficile, nel dopoguerra solleverà obiezioni da parte dei ripetitori. Cosa che non accade per la terza scalata del genere effettuata una settimana dopo, precisamente il 6-7 settembre: quella del pilastro Sud della Marmolada”. E alcune pagine più avanti, aggiunge: “La scalata di Micheluzzi dev’essere considerata di un valore a sé rispetto a quelle dello stesso anno (1929). Se queste, poi, sono state oggetto di ridimensionamento, il pilastro della Marmolada non si tocca”. Non è quindi un caso se Reinhold Messner nella sua presentazione del libro “Ascensioni con Gino Soldà”, Tamari (1980), da storico dell’alpinismo, non si pone nemmeno il problema e scrive perentorio: “Il primo italiano ad aprire una via estremamente difficile fu Micheluzzi, che con Perathoner e Christomannos vinse nel 1929 il pilastro Sud della Marmolada, una via di 6° grado, ancora oggi tra le più difficili in questo gruppo”. Tuttavia, guardando a posteriori, il dato rilevante non è tanto chi sia stato il primo, ma quella "contemporaneità” di grandi prestazioni che cominciò a fare parlare di una vera e propria scuola italiana di arrampicamento. Nel capitolo “L’iniziativa italiana (1930-1940) così si esprime Doug Scott in “Le grandi pareti”, Il Castello (1976): “Per più di trent’anni i rocciatori tedeschi e austriaci erano stati i protagonisti dell’evoluzione alpinistica nella Alpi Orientali, mentre gli italiani si erano accontentati di seguire i più attivi colleghi del nord. Dal 1929 la situazione si capovolge, gli italiani assursero al ruolo di protagonisti, e furono uomini come Vinatzer, i fratelli Dimai, Gilberti, Tissi, Comici, Cassin, Micheluzzi e molti altri a realizzare le più importanti scalate di questa decade”. E l’elenco di Doug Scott fa certamente torto a gente come Gino Soldà, Raffaele Carlesso, Alvise Andrich, Umberto Conforto e chissà quanti altri che furono protagonisti di quel decennio che molti hanno identificato come il “periodo d’oro del 6° grado” e che fu indiscutibilmente contrassegnato dagli alpinisti italiani.      

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venerdì, 29 settembre 2006

ESSERE SEMPRE ALTROVE

postato da mauromazzetti alle 08:17 in alpinismo
Una volta si viaggiava in treno, diciamo attorno ai diciott’anni, utilizzando l’InterRail per risparmiare. Scopo principale, ufficialmente dichiarato alla partenza: conoscere nuove culture, vedere posti differenti, respirare un’aria più europea, imparare un’altra lingua. Scopo reale, mai ufficializzato ma praticato allo spasimo: cuccare.
L’importante era dunque risparmiare – forse qualcuno avrà sentito parlare delle 5 “S” di Siamo Studenti Sempre Senza Soldi.
Anche in questo agosto è stato applicato il teorema del risparmio in occasione di viaggi europei.
La differenza sostanziale, però, va ricercata nello scopo del viaggio, che ha visto protagonisti due giovani francesi di 18 e di 16 anni: scalare montagne in Norvegia e magari aprire anche una nuova via.
Niente di meglio che utilizzare il treno, visitando al passaggio alcune capitali del nord, e poi salire su un autobus, e poi fare autostop, il tutto con 150 chili di materiale vario. In tema di risparmio, la minispedizione ha lucrato anche sulle batterie delle frontali, considerato l’aumentare del periodo di luce nei paesi nordici [d’estate]. I due Vincent, Bouchet e Cellier, montato il campo base in un piccolo parcheggio sulla riva del mare, si sono subito dedicati all’arrampicata.
Eccoli quindi impegnati, ma senza stress, con il “sistema norvegese”: niente chiodi, niente spit, tutto da proteggere nature, su una gran bella via di “impegno moderato” [così definita nel loro sito]. I due scalano un pilastro alto 500 m con difficoltà TD, max 6a+. Adeguatamente riscaldato, a seguire il Vincenteam si lancia su un sistema di fessure mai estreme, che però regala loro, per la prima volta, una sensazione di avventura totale. Ne scaturisce Essere sempre altrove, prima salita assoluta.
Peraltro, quando si è in giro, non è mai il momento di rientrare. Così il duo visita le isole Lofoten e poi si fa lasciare da una barca ai piedi di una scogliera. Scansata quella trentina di base jumpers che si butta dalla sommità, i due Vincent [nomen homen?] si appendono a 900 metri verticali che mettono a dura prova le loro braccia. Ma che importa? Nella filosofia semplice e spontanea dei due ragazzotti basta utilizzare bene friend e blocchetti, mescolati a brevi tratti di artificiale, per godersi al meglio la salita.
Significativo il commento finale dei due, che hanno utilizzato in questo modo una bella fetta delle loro vacanze: “Felici, perché come Ulisse abbiamo fatto un bel viaggio”.
Che la fantasia torni al potere?
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giovedì, 28 settembre 2006

NEL SEGNO DEL PETTIROSSO GIGANTE #2. Il primo week-end di Oltre le Vette.

postato da marcoconte alle 21:09 in incontri e manifestazioni
bellunoMentre aspettiamo l'inaugurazione di Oltre le Vette 2006, confermata per sabato sera alle 18 presso l'auditorium comunale in piazza Duomo a Belluno, due parole sulle iniziative previste per questo fine settimana e un accenno a quanto trascurato nei precedenti interventi.
L'edizione del decennale si apre sabato sera alle 21 al teatro comunale con l'ArtVideoMix 20.000 piedi sopra il mare di Alberto Peruffo, uno spettacolo da molti già apprezzato questa primavera al Filmfestival tridentino e qui messo in scena nella nuova versione perfezionata e corretta. «Chi si aspetta una nuda cronaca alpinistica, con le "solite" belle immagini di montagna e avventura, resterà forse disorientato», leggiamo intanto nel comunicato stampa diffuso ieri dall'organizzazione: «Ma chi apprezza la montagna come "detonatore" artistico, come palcoscenico emozionale, come spazio contiguo alla nostra quotidianità, senza mistificazioni, passerà una serata davvero memorabile». Il regista Alberto Peruffo ha anche annunciato un possibile finale a sorpresa per la proiezione bellunese (spero che il gran capo mi permetta l'indiscrezione), non ancora del tutto sicuro ma per ora soltanto probabile. Ogni spiegazione ulteriore sarebbe prematura in questo momento, e dunque i curiosi saranno costretti giocoforza a venire a vedere in prima persona.
La giornata di domenica verrà invece dedicata per intero alla cinematografia di montagna. Si comincia alle 16.30 in teatro con la proiezione di alcune pellicole di ambientazione alpinistica in lingua originale, destinati espressamente agli studenti delle scuole medie e superiori. Si prosegue alle ore 21 ancora in teatro con la prima serata del ciclo La natura e gli uomini - la montagna nel cinema, in collaborazione col Filmfestival di Trento. Sono in programma i film intitolati Tracce di Marco Preti, Il gioco è fatto di Fiorino Moretti, Un Buddha sul Badile di Gianluca Maspes, Cerro Torre, el arca de los vientos di Ermanno Salvaterra, L'homme qui révient de haut di G. Perret e Dopo Srebrenica di Andrea O. Rossini.
Per tutta la durata di Oltre le Vette 2006 (ma con una proroga fino al 22 ottobre) resteranno infine aperte anche diverse mostre. Presso i loggiati di Palazzo Crepadona ci sarà in primo luogo l'esposizione fotografica Alpinismo acrobatico - le Dolomiti e l'invenzione dell'arrampicata: si tratta di fotografie del primo Novecento scattate da Guido Rey, Emil Terschak e Joseph March, documenti che testimoniano l'evoluzione dell'arrampicata nella storia di un secolo fa. Al piano terra di Palazzo Crepadona, sala Cappella, è invece allestita la mostra Viaggiatore in stile Touring - Giacomo Bersani socio TCI: fotografia, bicicletta e montagna agli inizi del Novecento. Le mostre di pittura trovano infine spazio nei locali dell'auditorium in piazza Duomo: quella intitolata Dolomiti: verità e sogno raccoglie i quadri di Lalla Ramazzotti Morassutti, nipote dello scrittore Dino Buzzati; al piano terra è invece visitabile la raccolta di dipinti Alta quota: emozioni. Montagna arte interiorità, della pittrice parmense Maria Grazia Passini. Una mostra filatelica sui temi della montagna è infine aperta in orario pomeridiano presso la Sala De Luca di Borgo Pra, a due passi dal centro cittadino.

VENTO DELL'EST, VENTO DELL'OVEST

postato da mariocrespan alle 10:50 in ritorni a valle

Nubi oltre la Cima BrentoniFine luglio 2006.
La grande terrazza dell’Hotel Monte Pana sorride al pieno pomeriggio. Tutto perfetto: colori, nuvole, distese d’erba e di bosco. Non si vedono le tante auto parcheggiate qui, dietro l’albergo, e nemmeno si notano le due seggiovie che, più discoste, collegano il fondovalle con i prati del Mont de Sëura, dove amava passeggiare il vecchio Pertini, e da cui poco distano gli attacchi delle grandi vie da nord – antiche o moderne che siano – del troneggiante Sassolungo. Le sue rocce prorompono verso il cielo, plasticamente modellate dal sole. Volteggia tra i tavoli il cameriere, recando vassoi di mirtilli con panna. Anche per noi, ovviamente.
L’amica di cui siamo ospiti, e che alloggia presso un bell’albergo di Selva di Val Gardena, è deliziata da tale spettacolo, un balsamo per occhi, mente e corpo provati da mesi di stress, di nebbia, di inquinamento.
– Che meraviglia! – esclama ancora una volta, comprendendo con ampio giro della mano la visione tutta intera.
– Sì – dico io – sono davvero belle le Dolomiti di Gardena… Ma hanno il loro fascino anche le Dolomiti meno frequentate, e non solo quelle. I monti che abbiamo in Comelico, ad esempio.
– Forse sì – risponde lei, perplessa – ma qui le rocce sono così radiose, colorate… Da voi, invece, le montagne sembrano nere, tristi, abbandonate.
Ahimé – mi vien da pensare – poveri, emarginati Brentoni! Per non parlare del Crìssin, del Pupera Valgrande, del Tudaio. Povere creste di confine, verdescuro crinale dove si succedono elevazioni misconosciute come Cavallino e Cavallatto, Palombino e Vancomùn, nonché il Peralba infine maestoso! Eppure in questo quadro, certo più appartato, proprio il Peralba si leva bello e possente, e tutt’altro che “nero, triste e abbandonato”, dai prati di Val Visdende. Ed è visitato da fiumi di persone, almeno quanto il Sassopiatto del “sentiero Schuster” e del piano inclinato che scivola sul Giogo di Fassa.
Ma allora – mi chiedo – dove collocare il giusto confine tra selvaggio e addomesticato? Su quale terreno dovrebbe muoversi l’alpinista onde ne possa scaturire un confronto capace di trasformarsi in forza vitale piena, in fecondo impulso per muscoli, cuore e neuroni? Come e su quali basi circoscrivere un’etica tale da consentirci di accettare una manomissione portata all’ambiente d’alta quota al puro scopo di frequentarlo? Cosa si deve favorire, la sana fatica o l’infingardo tornaconto personale, la conoscenza o il banale sfruttamento? Su tali interrogativi si gioca, in fondo, il futuro delle nostre amate montagne.
Le due province atesine – rispetto a quella bellunese – hanno cercato di ottimizzare il turismo dolomitico. A prescindere dalle strategie, le relative pianificazioni sono state studiate e predisposte con cura: regolano parcheggi e traffico, ma talvolta arrivano fin nel cuore delle pareti, e perfino sulle cime. Tutto sicuro, tutto collaudato. Gli ospiti fanno riferimento all’Albergo, istituzione cardine. Alberghi piccoli o grandi, ma tutti ugualmente confortevoli. Strutture di ospitalità che si dispongono in ogni dove, ridisegnando – in cornice festosa colorata a gerani – l’urbanistica di paesi e frazioni. La tradizionale architettura originaria è schiacciata dall’Albergo in spazi sempre più angusti, quando essa stessa non si trasformi in apparato ricettivo. L’Albergo, poi, è collegato ai rifugi da incantevoli stradine e sentieri tracciati attraverso boschi e prati distesi in morbido declivio. Lungo il cammino, presso altre strutture intermedie di conforto, si possono consumare abbondanti porzioni di kaiserschmarren – o di altre delizie culinarie. Talora i sentieri sono addirittura lastricati e proposti in pendenze diverse a seconda di allenamento ed età. E in certe zone la concentrazione di rifugi e impianti è oramai altissima (si veda il Catinaccio, ad esempio, o l’Alpe di Siusi).
Per questo nelle Dolomiti, a mano a mano che dal lontano occidente del Brenta si procede verso levante, ecco che orizzonti, paesaggi, boschi, crode, prati si inselvatichiscono. Le estreme Dolomiti dell’est si fondono nelle Alpi Carniche in dissolvenza incrociata. Non si spingono oltre Misurina e dintorni i turisti che prediligono il terreno curato e attrezzato, quello che piace alla nostra amica e che – secondo lei – contribuisce perfino a colorare le montagne. Sentieri dolci, folle ordinate si spandono. Vanno in barca sul lago, si recano in seggiovia al Col de Varda per arrampicare, o scorrazzano in mountain bike su viottoli dedicati. Tutti al loro posto, comodamente e senza patemi. Poi – improvviso – il tuffo in Val d’Ansièi ripropone wilderness e raccoglimento, le solitudini distaccate delle Marmarole, del Sorapiss, del Popera – Dolomiti ancora – che qui incombono oltre piedestalli basali complessi ed impervi: Vallon dei Camosci, Buse di Socénto, Val Gravasecca, Bosco di Somadìda, ed altri. Per poco si staglia a cielo il vecchio rifugio Tiziano, da un mondo remoto. Non più folla, non più comodi sentieri. Solo imprendibili altezze.
Il vento dell’est riporta contatti meno rasserenanti, più da vicino riflette sogni e paure e ce li ributta addosso ingigantiti. Facile perdere indirizzo e motivazione all’ascesa. Facile arrendersi a domestiche incombenze o gradevoli esercizi. Facile non abbandonare il conforto della casa o dell’osteria, della valle, delle voci amiche e consuete. E l’avventura? E il silenzio? E la vera natura, la vera montagna? C’è tempo. Domani. Se ci bastano l’animo e la voglia. Intanto continua la bella discesa, e sempre lo sguardo rimane attratto da quel campo pensile di ghiaie sul fianco occidentale della Croda di Ligonto, alto e sospeso su Val Giralba. Un angolo di parete che è lì a rodermi, a grattare nel profondo con beffarda ironia. Perché so che è un campione di montagna autentica, di quella giusta da affrontare. Sbrigativamente bollata come facile, ma scomoda da morire. Pronta a smascherare ogni nostro piccolo alibi, impietosa e sublime. E dove la Val d’Ansièi quasi spiana e si apre verso le prime frazioni di Auronzo, alle cinque in punto della sera ecco a indicarci la strada l’ombra antica di Berto Fanton, che eternamente arrampica l’immane lastronata del Crìssin.

[l'immagine, a diversi livelli di ingrandimento, si trova nell galleria FOTO RECENTI - n.d.r.]

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mercoledì, 27 settembre 2006

ZAR E RE

postato da mauromazzetti alle 13:54 in alpinismo extraeuropeo
Qualcuno ricorderà il film “Caccia ad Ottobre Rosso”, dove un affascinante Sean Connery [affascinante in senso relativo, ovviamente] regalava ai “nemici americani” il prototipo di un sottomarino nucleare russo. Durante le concitate fasi dell’inseguimento, c’è uno scambio di battute fra yankees. “Magari i russi non hanno un piano”. “I russi hanno un piano anche quando vanno a c@@@@@!”.
Ecco quindi che i russi hanno un piano per tutto, anche per funzioni para-meta-fisiologiche come quelle alpinistiche. Per esserne convinti passate qui, sul sito mountain.ru,e leggete il diario della spedizione che ha salito dal 15 luglio al 28 agosto la parete NNO del monte Pogrebetsky (6487 m) nell’area del Tien Shan. Valutate se tutto non è stato pianificato ed organizzato. La particolarità dell’impresa sta nel fatto che questa parete non era mai stata scalata finora; il sito in questione la definisce infatti “l’ultima parete mai salita dell’ex Unione Sovietica”. Riguardo alla storia alpinistica, risulta una sola via sul picco, per la cresta ovest nel 1980. Sulla parete nord ci sono stati invece tre tentativi, tutti arenatisi senza successo.
Il terreno d’azione è veramente invitante e stimolante (…): un tetto che sporge a strapiombo per 150 metri, roccia di inquietante conglomerato, fessure disegnate nella sabbia, assenza di posti decenti dove bivaccare con un minimo di comfort e cose simili. Un’occhiata alle foto darà un’idea della faccenda.
A proposito di americani, o più precisamente di America. Nella Sierra Nevada è stata salita la cresta nordest del Mt Clarence King. O meglio, la cresta è stata percorsa per la prima volta da Pavel Kovar e Misha Logvinov. I due [forse emissari segreti del team russo di cui sopra] hanno camminato per almeno 30 miglia ed arrampicato per un giorno e mezzo. Il risultato? Una nuova via di 16 tiri su una cresta, costellata di traversi esposti e sostenuti, difficilmente proteggibili. Il posto sembra promettere bene per le nuove esplorazioni, considerate le innumerevoli possibilità. Unica pecca, proprio per trovare qualcosa che non va: il Traverso del Re è stato completato in tre giorni ma in due riprese. Michele Strogoff, pardon il postino, ha suonato due volte.
martedì, 26 settembre 2006

SELLA PREVALA. Quando?

postato da andreagabrieli alle 10:16 in varia

Sella prevalaCi sono salito un inverno di qualche anno fa, una gita scialpinistica in una giornata un po’ grigia di tardo inverno. Altre gite nella zona del Canin non era possibile farne, troppa neve instabile e pesante. Nonostante la funivia e la piccola sciovia, il Piano del Prevala, col rifugio Gilberti al centro e la catena del Canin a far da contorno, conservava ancora il suo fascino. Arrivare sulla Sella Prevala significava trovarsi in un ambiente montano di notevole bellezza: il Canin e il Montasio alle spalle, Il Triglav di fronte e, ai tuoi piedi , quasi 1600 metri più in basso, la vallata del Koritnica e la Val di Trenta. Il confine del Parco Nazionale del Triglav sfiora la Sella Prevala, pochi metri ad est. L’unica nota stonata in quel luogo era il ronzio portato dal vento della funivia che sale da Bovec, sempre sul versante sloveno.

Ci siamo passati l’altro giorno, a Sella Prevala. Ma siamo arrivato tardi. Prima di noi è arrivata la seggiovia. Gli Sloveni hanno anticipato i tempi e hanno cominciato a realizzare quel collegamento sciistico tra Sella Nevea e Bovec di cui avevo anni prima sentito parlare. Oltre il cippo di confine, quasi a sfiorare la vecchia trincea della prima guerra mondiale, sono passate le ruspe a spianare la pista, poi è arrivato il cemento e i piloni. Previdenti da quelle parti: i seggiolini erano già sulla fune, in attesa della neve e degli sciatori.

Ci affacciamo al versante italiano, con la paura di trovare la stessa scena. E invece nulla. Ma i conti non tornano: che senso ha un’opera e un investimento di questo genere solo da una parte, senza uno sbocco?

Scendiamo verso il Gilberti. Sul Piano qualche cosa è cambiato: la vecchia sciovia non esiste più, sostituita da una moderna seggiovia che arriva a due passi dal Rifugio. E affiancata da una pista nuova di zecca.

Proseguiamo la nostra discesa verso Sella Nevea. Le sorprese non finiscono, le ruspe stanno aprendo una nuova pista proprio sotto le pareti del Bila Pec. Alberi abbattuti, rocce sventrate.

Ora i conti tornano, la sensazione è che sul versante italiano siano semplicemente in ritardo, che per questa stagione invernale il collegamento non ci sarà, ma ci si sta lavorando. Quando si fanno le grandi opere bisogna sempre pensare per tempo alle infrastrutture...

Così, una volta a casa ho cercato di capirci qualche cosa di più. E trovo una dichiarazione del Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Riccardo Illy, che dice che si, il collegamento si farà l’anno prossimo, che la zona diventerà un "piccolo gioiello delle Alpi Orientali". Con tutte le (ovvie) dichiarazioni di contorno sul rilancio turistico dell’area.

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lunedì, 25 settembre 2006

LA PATAGONIA NUEVA - XIII

postato da francomichieli alle 11:35 in cosas patagonicas
Moleskine & disavventure di passaggio
  
L’ultimo giorno di permanenza al Chalten decisi di tenere fermo il corpo, mano sinistra esclusa, per concentrarmi su un altro aspetto del viaggio: scrivere. Ho cominciato questa mia narrazione proprio domandandomi come può aver senso raccontare di montagna e di wilderness oggi, tempo di virtuality-show e di notiziole telegrafiche in diretta da cime e campi base con contorno di sbrodolate redazionali. Avevo scovato un suggerimento che ricalcava il mio sentire: tu non spiare gli eventi se non vuoi che ti si rivoltino contro, ma vivili, e solo in un secondo tempo, se vuoi, raccontali, sapendo che tutto ciò che si scrive – se non è esperimento scientifico verificabile - è fiction. Sì, è tutta fiction, che serve a comunicare voglia di vivere, e di vivere bene, non un’impossibile riproduzione del reale accaduto.
E così eccomi ritirato nel famoso locale delle fette di torta fitzroyane al cioccolato e dulce de leche – quella che, ingoiata, mi permise di traversare il Cerro Electrico di corsa dal Chalten alla Piedra del Fraile –, dove seduto a un tavolo d’angolo, accanto a un finestrone che sigillava fuori le nuvole di polvere alzate sulla via sterrata, mi misi a calcare per la prima volta le pagine di una famosa Moleskine. Di per sé sarebbe un po’ snob, per non dire kitsch: come noto, i quaderni a copertina rigida e nera “Moleskine” venivano confezionati in una rilegatoria di Tours, in Francia, ed erano maniacalmente usati per scrivere appunti e diari da Céline, Hemingway, Sepùlveda e naturalmente Chatwin, che li rese famosi. Nel 1986 l’artigiano morì e la produzione si fermò, cosicché Bruce si lanciò in una campagna di accaparramento degli stock residui in alcune cartolerie. Dopo tanto parlarne ovviamente qualcuno si è rimesso a produrli (in seconda di copertina c’è un astuto recapito italiano), e a Natale, poco prima della partenza, mio fratello me ne regalò uno, costosissimo. Poi rivelatosi eccellente come pagine da diario, anche perché i nomi troppo illustri dei precedenti utilizzatori suscitano in ogni semplice scribacchino un sentimento autoironico, sempre utile nello stilare memorie.
  
Dunque, centellinando le gigantesche fette di torta, scrissi per otto ore di seguito, senza interruzione, salvo nei dieci minuti in cui un gruppo di israeliani mi si avvicinò indagando: «Are you? Are you?», intendendo chiedere se ero l’attore Robin Williams, del quale periodicamente sono additato come sosia, e vollero assolutamente scattarsi numerose foto al mio fianco. E ovviamente scrissi a mano, con la biro, muovendo il mio polso mancino in accordo con le molte decine di migliaia di lettere che mi capitò di calcare quel giorno, secondo linee che per ciascuno, enigmaticamente, formano uno stile grafico personale, diverso da qualunque altro. «Che sciocchezza!», ha già lasciato intendere qualcuno dei 25 lettori del blog. «L’importante è il contenuto che devi comunicare, non come è scritto! Col P.C. raggiungi tutti in un attimo, che senso ha più metter roba su carta?». Tra volontari dell’Operazione Mato Grosso, tra Italia e Perù, ci scriviamo lettere a mano. Peggio: data l’aleatorietà delle poste, le affidiamo a conoscenti che viaggiano in un senso o nell’altro, così vengono consegnate da amici ad amici, magari un mese o due dopo che sono state scritte. Trovarsele in mano quando sono state così attese, con la scrittura personale di ciascuno, e sapendo che sono frutto di un impegno complessivo, anche fisico, non solo di dita sui tasti, è più importante delle idee in sé che vi si possono trovare.
  
Mi sono rimaste impresse certe infinite discussioni di gioventù, a proposito delle grandi opere d’arte dell’antichità: c’era chi sosteneva che le statue di Fidia, per esempio quelle di qualche Venere, oppure un Partenone, mancanti rispettivamente di qualche braccio, piede, testa o bassorilievo, avrebbero dovuto essere ricreate ricostruendole come l’artista le aveva pensate e volute: perché ciò che si deve tramandare, e conoscere, sarebbe “l’idea” di quella Venere o Partenone, non la statua in sé. Altri invece ritenevano più affascinante l’originale così come ci è arrivato: in fondo una Venere cui le vicissitudini della storia abbiano asportato certi pezzi – accidenti, magari proprio quei pezzi! -, racconta qualcosa di più vero dell’illusorio modellino perfetto e ideale: c’è qualcosa, nella realtà, che è più decisivo, che supera le nostre idee. Inutile dire che io mi schieravo su questo secondo fronte: proprio la montagna mi aveva già tirato verso la sua materia. Sono un innamorato dei corpi, come Galileo Galilei, che dichiarava di amare mille volte di più una piccola pianta di arancino coltivata in un vaso, con le sue foglie e i frutti, la sua sete, il suo dover invecchiare, rispetto a quei pianeti e stelle fisse che avrebbero dovuto essere di cristallo perfetto, liscio e intangibile, nonché gelido e vuoto. E come Galileo soffro constatando che di nuovo si sta formando una pseudo-conoscenza di un universo cristallino, non fatto di umile terra come il nostro pianeta mortale e quindi risuscitabile. Sempre più ci viene visualizzato asettico su cristalli liquidi e ce lo beviamo come povera acqua imbottigliata; sempre meno avremo il coraggio di guardare dentro quel cannocchiale per riconstatare: «ma quelle sono pianure e montagne della nostra stessa materia!».
Sì, anche queste righe sono solo idee disincarnate, peggio delle stelle fisse della Scolastica pregalileiana. Scrivere su Internet mi lascia perplesso. Ancor più mi lascia perplesso leggerci.
La rapidità, anzi l’immediatezza ottenuta con un clic, si traduce in fretta, e la fretta in superficialità. Mancano i corpi, la materia, in questo connettersi. Tuttavia, essendo questa la scelta del mondo odierno, la coltivo in parte, perché il primo desiderio è di essere comunque in relazione: chissà, anche l’astratto può essere una tappa. E la lunga barba che cresce di fronte al virtuale può stimolare a riesplorare il reale. Accetto purché, per equilibrio, io riesca a tener vivo anche l’atto materiale: scrivere a mano per otto ore consecutive su Moleskine in un locale patagonico col supporto di blocchi di torta massicci come pilastri del Fitz Roy.
  
Quello che scrissi quel giorno è già finito triturato e reinventato in queste puntate. Nei giorni seguenti però dovetti aggiungere altre notizie. Infatti, mentre mi isolavo al tavolino di quel caffé, gli amici consumavano un arrivederci alla Patagonia. La sera prima, reduci dal macerante viaggio in bus a Ushuaia con le guide peruviane, erano rientrati al Chalten padre Topio e Valerio, nonché Bruno, che invece a Ushuaia era andato in bicicletta assieme a Michel e Maximo, vivendo grandi giornate. Era lui il più felice: il viaggio di oltre mille chilometri battuto da vento e tempeste attraverso pampas e vallate era stato entusiasmante. I due giovani aspiranti erano entrati in pieno nello spirito dell’avventura, per loro nuovissima, sempre attivi e di buon umore spingendo la bici controvento, pernottando nella tendina sbatacchiata o nelle solitarie estancias che li avevano accolti. A Ushuaia avevano un’altra faccia rispetto ai compagni giunti dopo una settimana di bus, raccontava Bruno. Valerio, lo straordinario corridore delle cime, era stato con i secondi, e si era ripreso grazie ad alcune giornate esplorative vissute dal gruppo nella valle Carbajal, alle spalle di Ushuaia nella catena meridionale della Terra del Fuoco, fra foreste paludose, castori e cime tempestose. Avevano aperto una lunga via su roccia su una cima senza nome, Valerio davanti contro la nebbia, senza mostrare per nessun motivo alcuna titubanza. Si rendeva conto che dopo aver evitato il giro sullo Hielo Patagonico, per i ragazzi sarebbe stato fondamentale mettere a segno qualcosa di avventuroso. Con Luciano e il suo GPS avevano poi effettuato la misurazione del ghiacciaio sconosciuto di quel monte, elaborandone una relazione dettagliata poi consegnata all’Istituto geografico del capoluogo fuegino. Padre Topio era il più provato dalle settimane di bus, lui così entusiasta dell’alpinismo, lui dotato di un concetto così forte dell’impegno sportivo e dell’avventura condivisa. La sofferenza non era solo per i tanti interminabili giorni passati rannicchiato sulle poltroncine anziché sulle vette patagoniche; era preoccupato dalla superficialità che inevitabilmente stordisce un gruppo di giovani alla scoperta del mondo, ritrovatisi sulla rotta di una meta d’agenzia. Lo sforzo per restare comunque positivo l’aveva giustamente logorato.
  
Per recuperare qualcosa, nel giorno della mia Moleskine gli amici intrapresero due diverse esperienze: Egidio, Valerio, Topio e Donatella decisero di andare al Paso del Viento per dare uno sguardo allo Hielo, mentre Bruno, Davide e Domenico si accordarono con Pedro Gonzales, il fiero gaucho marito di Cristina, la luminosa figlia di Egidio all’ottavo mese di gravidanza, per sperimentare una gran giornata a cavallo sui monti patagonici.
Presso la Laguna Toro, Egidio e Valerio si divertivano a provare forze e ritmi contro la violenza del vento, quel giorno stranamente restaurato. Tanto che giunti tutti al passaggio della tirolesa, la fune sospesa sulla forra del Rio Tunel, decisero di tornare indietro per l’eccesso delle raffiche. Accanto al bosco del campamento Laguna Toro trovarono degli inglesi mal messi: una sorta di improvvisa tromba d’aria si era abbattuta d’un tratto sul gruppo. Il più corpulento, un anziano sir di 105 chili, era stato sollevato di colpo e buttato alcuni metri a lato, con rottura del polso; una lady era stata parimenti sollevata e scagliata contro un’amica, incresciosamente da lei schiacciata al suolo. Inoltre un paio di tende erano state sfasciate, dentro al bosco. Donatella, medico, visitò i disgraziati, che parevano in stato confusionale.
Quando i quattro tornarono al Chalten avevo già finito di scrivere da ore; ma del gruppo partito a cavallo non si sapeva ancora nulla. Era buio pesto da un pezzo quando si affacciarono sulla porta di Egidio in stato di eccitazione. L’avevano scampata bella: Pedro li aveva portati su in cima a un monte con circa 1200 metri di dislivello e discesa ripidissima, col cavallo portato a mano, giù per uno sperone, il cavaliere davanti e il destriero a picco sopra di lui; incredibilmente per noi novellini, nessun equino scivolò. Ma dopo tanto andare, il guado di ritorno del Rio de las Vueltas si presentò al termine del crepuscolo, quasi al buio. La vasta e tumultuosa corrente appariva minacciosa, insondabile: davanti cavalcava Pedro, energico e flemmatico, quindi Domenico e poi gli altri. I cavalli entrarono nell’acqua fin oltre la pancia, quando a un tratto Domenico ebbe l’impressione che il suo stesse perdendo contatto col fondo e minacciasse di ribaltarsi. Istintivamente saltò giù di sella e si trovò in piedi nella corrente fino alla vita, sul punto di essere trascinato via. Bruno, che gli stava alle spalle, se lo vide già morto. «No logro! No logro!» chiamò Domenico, ma nessuno, nemmeno Pedro che era più avanti, poteva dirigere il cavallo fin da lui senza perdere a sua volta la stabilità. Non si sa come, Domenico riuscì a compiere qualche passo e a uscire dal vortice. «Non si deve mai lasciare il cavallo – raccomandava più tardi la limpida, sorridente Cristina -. Una volta, quando avevo appena conosciuto Pedro, anch’io sono finita in acqua, e mi sono salvata perché ho preso il cavallo per la coda!».
  
La mattina dopo ci ritrovammo nella cappelletta in riva al Rio de las Vueltas dedicata a Toni Egger, caduto sul Cerro Torre nel 1959, che raccoglie anche i nomi di numerosi altri alpinisti scomparsi sulle montagne patagoniche. «Ma sono più numerose le persone trascinate via dai fiumi», ci informò Egidio. Topio celebrò la messa, in cui ognuno ebbe qualche amico rimasto in montagna da ricordare. Non restava che partire: il bus con i nostri amici peruviani, da Ushuaia, stava già correndo verso Mendoza, nell’Argentina centrale, dove ci saremmo ritrovati tutti per deviare all’Aconcagua.
La corriera per El Calafate era pronta sotto il sole. Ci infilammo dentro e presto ci mancò l’aria. I finestrini erano sigillati. C’erano almeno 40°. Qualcuno aprì il portello del tetto, ma con scarsi risultati. Tutti pensavano che con la messa in moto sarebbe partita anche la ventilazione. Non avvenne. La situazione peggiorava. Diversi passeggeri si rivolsero all’autista, senza risultato. Alla fine venne data una risposta: non c’era che da aver pazienza. Sulla strada sterrata si andava piano e non c’era aria, ma più avanti si sarebbe trovato l’asfalto e la velocità più elevata avrebbe fatto entrare brezza a sufficienza. Così finiva: aspettando l’asfalto. Ancora pochi anni e tutte le eterne strade delle pampas saranno bitumate. Allora sì che di nuovo e sempre egli soffierà. Vento per tutti noi, il grande vento della Patagonia Nueva.
  
  
PROSSIMAMENTE SU QUESTI MONITOR
lo straordinario SEQUEL di COSAS PATAGONICAS:
  
ACONCAGUA HORROR
  
Ovvero avventure e sventure del formidabile gruppo italo-peruviano reduce dalla Patagonia sulla più alta, più ventosa, più ambita, più costosa, più idolatrata, più affollata, più maleodorante, più mostruosa, più esilarante montagna delle Americhe!
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LA STORIA SIAMO NOI 2

postato da mauromazzetti alle 08:16 in gente di mare
Il Corno Stella è sufficientemente vicino al rifugio Bozano per non doversi sobbarcare sveglie ad ore improponibili. Con un’ora circa di zig zag fra ripidi pendii erbosi e sconnesse morene pietrose, è possibile raggiungere l’attacco di molte tra le vie della parete.
Anche la via “De Cessole”, o via normale al Corno, non richiede grandi sforzi fisici durante l’avvicinamento. Già dal rifugio la si intuisce, geniale nella sua semplice linea che segue l’andamento della parete, ricercandone e superandone i punti deboli. Basta immedesimarsi nello spirito dei primi salitori e pensare come loro; è per questo [così voglio credere], che non abbiamo portato con noi la relazione della via. Più o meno siamo in grado di arrivare all’attacco: da lì seguiremo l’istinto dei vecchi alpinisti, cioè di quelli senza tempo. Proveremo a giocare senza marmellare, come diciamo qui da noi, cioè lasciando da parte gli aiuti esterni e senza fregare. Il resto verrà da sé.
Eccoci quindi impegnati sui diedri iniziali, dopo la cengia erbosa che fascia la parete. Appena superati i primi tiri, cominciamo a godere della salita, che diventa entusiasmante quando traversiamo da sinistra verso destra per quasi 60 metri su difficoltà contenute. L’esposizione sembra quasi dolomitica. Appigli ed appoggi sono sempre lì dove uno si aspetta di trovarli; bisogna salire e scendere, alternativamente e sapientemente, ricercando ed utilizzando maniglie e tacchette che consentono di raggiungere una piccola sosta e di doppiare lo spigolo. Da lì iniziano i 22 metri più famosi della via: una placca di IV sup deve essere superata per aver ragione del passo cattivo, del mauvais pas. Jean Plent, la guida che per primo scalò questo tiro – ed in scarponi chiodati – non mise nessuna protezione. Nel 1903 non si usavano; nel 2006, ma anche da prima, noi abbiamo messo qualche friends. E’ storia recente, che anche sul Corno abbiano fatto proseliti i chiodatori a spit. Pure la “De Cessole” non ne è immune, laddove la roccia non consente l’utilizzazione di protezioni naturali. Ne parlo con il mio compagno di cordata, alle soste che ormai sono state rinforzate, sostituite ed incatenate; tutto sommato gli spit non mi danno troppo fastidio. Provo invece un senso di disagio nel vedere che spesso ci imbattiamo nei segni inequivocabili della magnesite. Ma per favore! Siamo su difficoltà che raggiungono al massimo il grado 4 della scala francese: era forse necessario marcare i passaggi come se fossimo impegnati su Action directe?
Magari siamo degli inguaribili vecchioni [soprattutto per causa mia, io ed il mio compagno di cordata siamo inquietantemente vicini a cento anni di età in totale]; eppure non ci sembra giusto imbrattare la storia con della polvere bianca, inutile e dannosa.
Compresi nella nostra parte di depositari della vera verità, affrontiamo le ultime difficoltà. Non quelle tecniche, che vivaddio siamo ancora in grado di tenere a bada, quanto piuttosto quelle interpretative. Dobbiamo passare a destra od a sinistra? Prendiamo il canale sopra di noi o ripieghiamo sulla placca abbattuta?
Sono falsi problemi: ancora una volta, ancora tutte le volte, basterà pensare come gli “antichi”. E’ molto semplice, del resto. Loro non cercavano la difficoltà per la difficoltà; loro hanno sempre cercato la semplicità.
Così ci ritroviamo in cima al Corno, dove un roccioso pianoro inclinato “adduce alla vetta”. Lasciatemelo scrivere così, come a volte si legge nelle guide più datate.
Tanto, lo avete capito. La storia siamo noi non vuol dire che noi abbiamo fatto la storia. La storia siamo noi vuol dire che noi abbiamo cercato.
E che questa volta abbiamo trovato.
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domenica, 24 settembre 2006

NEL SEGNO DEL PETTIROSSO GIGANTE. A Belluno dal 30 settembre al 14 ottobre la decima edizione di Oltre le Vette

postato da marcoconte alle 15:26 in incontri e manifestazioni
schiaraConto alla rovescia per l'edizione 2006 di Oltre le Vette - metafore, uomini, luoghi della montagna, la rassegna organizzata dal Comune di Belluno ed attesa nel capoluogo dal 30 settembre al 14 ottobre. Dopo l'anticipazione di qualche settimana addietro sulle principali novità di questa decima annata della manifestazione curata da Flavio Faoro, presentiamo qui di seguito alcune segnalazioni in merito ai punti più interessanti del programma. Consigliamo per ulteriori dettagli, e per la presentazione delle numerose mostre, di visitare anche il sito ufficiale dell'iniziativa.
Sabato 30 settembre (ore 21, teatro comunale) la rassegna ha inizio nel segno di Intraisass, con la prima replica in terra dolomitica dell'ArtVideoMix intitolato 20.000 piedi sopra il mare: ideazione e regia di Alberto Peruffo, con Alberto Peruffo, Nicola Brugnolo, Lorenzo Menato. «Recitazione teatrale, musica, letteratura, fotografia e pittura si intrecciano per narrare a uno stupefatto spettatore un'esplorazione, prima ancora che geografica e antropologica, artistica e interiore».
Mercoledì 4 ottobre (ore 18, auditorium comunale, piazza duomo): presentazione del libro Tita Piaz a confronto con il suo mito di Luciana Palla. Venerdì 6 ottobre (ore 21, teatro comunale) un altro grande appuntamento con l'alpinismo extraeuropeo: Nient'altro che del bianco a cui badare, serata con l'alpinista Nives Meroi. In primo piano le recenti imprese sul K2, Dhalaugiri ed Annapurna, portate a termine da una delle donne che al giorno d'oggi possiede più ottomila all'attivo nel panorama mondiale.
Sabato 7 ottobre due incontri da non perdere: si comincia alle ore 18 all'auditorium comunale con la presentazione del libro I fantasmi di pietra, ultima e recentissima produzione letteraria di Mauro Corona dedicata al suo paese, fermo e abbandonato dal 9 ottobre 1963; la giornata si conclude infine alle ore 21 al teatro comunale con una serata di recitazione e musica: sono di scena Marco Paolini e Mario Brunello, che presentano al pubblico il Quartetto per archi n. 1 Sonata a Kreutzer insieme a testi liberamente ispirati a Tolstoj.
Giovedì 12 ottobre (ore 21, teatro comunale) ancora alpinismo con lo spettacolo Liberi in libera - la scalata libera sulle pareti del mondo: con Simone Pedeferri, Fabio Palma e il gruppo dei Ragni di Lecco. «Il modo più pulito di salire le pareti di roccia, dalle grandi pareti italiane fino ai colossi del Pakistan e del Sud America, senza accontentarsi dell'artificiale, che già ingombra la vita di tutti i giorni».
Venerdì 13 ottobre (ore 21, teatro comunale), una serata curata dalla Sezione di Belluno "F.Terribile" del CAI: L'alpinismo del sottosuolo - la speleologia. In apertura di serata ci sarà il conferimento del premio Silla Ghedina per la migliore via alpinistica aperta durante l'anno sulle Dolomiti. Sabato 14 ottobre (ore 18, auditorium comunale) presentazione del numero dedicato alle Dolomiti Bellunesi della rivista ALP Grandi Montagne: intervengono Linda Cottino e Franco Michieli curatore del numero, oltre a vari autori e collaboratori. In serata (ore 21, teatro comunale) gran finale col concerto del gruppo corale Mialinu Pira - Tenores di Bitti, «interpreti sardi famosi in Europa per il virtuosismo delle esecuzioni e l'originalità delle proposte artistiche».

GARES 3/10

postato da lucavisentini alle 12:15 in il paese
Respirando per numerose giornate consecutive Garés, quell'anno, lo arrotondai da 29 abitanti a 30.
C'era il Galinòt, dunque, che rimediava ad un grosso squarcio nel fianco del fienile con un'insegna pubblicitaria, bianca e rossa, del Campari. O che riparava le grondaie, giù dal bordo del tetto, appeso alle staffe Cassin dei tempi delle direttissime, a mo' di Bepi Defrancesch. O che ancora meditava la sera nei boschi della Stìa od ululava la notte, ignudo, alla luna, su a Campigàt.
C'era la Marina, una vecchietta con una gamba dritta e l'altra a squadra. La volta che i garesini adulti non la incontrarono per qualche giorno, in giro nel paese, andarono da lei a bussare. Non rispondeva. Tornarono con una scala. Salì il più intraprendente. Chi? Arturo, ovviamente. Scrutò da fuori, con la sua faccia barbuta ed il suo sguardo vispo, attraverso la finestra del primo piano. La vide, la Marina, immobile sul letto con le sue mani giunte al petto ed i suoi occhi sbarrati al soffitto. Gridò, lui: «L'è morta, l'è morta!». Gli altri sfondarono. E lei li accolse con una sfilza d'improperi perché sentendo dei rumori e sospettando i ladri si era così disposta affinché la risparmiassero.
C'era anche l'Elsa. Santa madre di famiglia, santa padrona di casa. Però se rientrando sul tardi al buio avessi acceso una pila per puntarla nei prati, improvvisamente, avrei potuto pure scorgerla mentre con il passo del giaguaro, rasoterra, cacciava decine di lumache proibite.
C'erano altre donne. Una delle quali, la vicina di Nanni mi sembra di ricordare nei racconti di Arturo, aveva scampato per un soffio la morte bianca nell'inverno in cui si era addormentata supina all'aperto dopo una sbronza clandestina. Erano riusciti a ritrovarla con la neve che le lasciava oramai scoperte soltanto le narici.
C'erano le labirintiche "camere". Giù dall'amata cascata e lungo una frana preistorica sulla quale aveva preso sopravvento il bosco. Costituivano un insieme di antri segreti, collegati da un sistema di cunicoli, dove andavano a divertirsi le giovani generazioni garesine.
C'era il camion delle verdure e della frutta e dei vini, che saliva il venerdì pomeriggio dal fondovalle. Quasi tutta la popolazione lo attendeva nella piazzetta alta. Le femmine si servivano scrupolosamente per prime. Poi si accostavano rapidi gli uomini e consegnando i vuoti ritiravano le nuove damigiane da 5 litri di bianco e di nero.
C'era più in là della stessa piazza la locanda ora chiusa dell'Ivana e di Dante. Quella con il banco più piccolo d'Italia. Per il caffè. Per i giochi a carte con Albino e Nanni medesimo...
C'era nuovamente il Galinòt. C'era sempre. Mi tagliò persino il cammino in ottobre, quando andai a telefonare durante una nevicata alla sottostante capanna delle Comelle nel Piàn de Giare. Urlava: «Pistaaa!», sorridente quanto un bambino, sopra un paio di vecchi sci, sull'anca da tempo artificiale.
Ma più di tutto ricordo le nostre conversazioni pressoché quotidiane sulla panca già del leggendario nonno che inseguiva le pernici bianche nelle Pale, il "Galina". Davanti, il cupo verde delle Cesurette. Ed oltre il Miél, minimo, d'argento. E su su, verso il cielo, l'orlo degli Altipiani.
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