Titolo: IL LIBRO DELL'ALPE
Autore: Giuseppe Zoppi
Collana: La Montagna
Casa editrice: L’Eroica di Milano
Pagine 204
Prezzo: 10 lire
Anno: 1931 (3° edizione)
Nuovi linguaggi, informazione, ricerca, sperimentazioni culturali... tornando dal Paese, al termine di una splendida giornata, tutto questo mi passa e ripassa per la mentE... ma dove l’ho già letto?
Solo dei libri vecchi spulcio le pagine iniziali alla ricerca di curiosità storiche... infatti: anno 1931, sulla copertina di un libro della collana “la montagna” della casa editrice L’Eroica di Milano campeggia la scritta:
- è una casa editrice che si propone di mettere in valore le più preparate forze nuove della letteratura e dell’arte –
Eroicaisass...
Anni di bancarelle assolate hanno ingiallito le pagine di questo libro che sfoglio leggendo le annotazioni fatte all’acquisto.
Si tratta della 3° edizione del 1931 de “Il libro dell’Alpe” di Giuseppe Zoppi, scritto ancora nel 1921 e divenuto un best seller nella svizzera italiana tanto da essere adottato come testo di lettura nelle scuole.
L’annotazione è interessante perché dai contenuti del libro si possono rilevare quali fossero, all’epoca, i messaggi politically correct; un dato “storico” importante per la comprensione degli avvenimenti.
Anche l’autore desta interesse: Giuseppe Zoppi, oltre ad essere il direttore della Collana, è rettore dell’università di Friburgo, poeta e narratore con molti libri scritti, saggista e traduttore; quindi senz’altro una figura di spicco del mondo culturale del tempo.
Così inizia la lettura; sinceramente, quando acquistai i volumi della collana, lo feci soprattutto da collezionista; da lettore mi aspettavo dei libri “da costruzione” anche se alcuni, come “Una notte sui Dru” (recensito su questo sito) sono comunque delle belle letture.
La prima sorpresa è la struttura, si tratta di capitoli brevi, ben 62 su 204 pagine, una metrica da internet, un blogger ante litteram...
I contenuti sono degli spaccati di vita alpina dei primi anni del ‘900, la salita agli alpeggi, la lunga estate e il ritorno per l’inverno, visti dall’autore con (forse per...) gli occhi di bambino.
Luoghi, personaggi, situazioni sono immersi in un clima idilliaco dal quale vengono volutamente escluse le storie di miseria, sofferenza e emigrazione che certamente caratterizzavano quegli anni, anche nella neutrale e asettica Svizzera.
Il risultato sono delle piccole belle storie, fiabe di un Paese universale senza tempo da leggere ai bambini: scorpacciate di mirtilli e polenta gialla (solo quella) versata sul tagliere al centro della tavola dal quale ognuno mangiava con il proprio cucchiaio di legno; presenze inquietanti nelle notti di temporale; cacce spietate agli animaletti del bosco per poi piangerne la morte... ma non alla donnola, perfida e vendicativa da non importunare pena sfortune certe.
E ancora storie “esemplari” come quella del ladro del “campanone” (così era detto il pentolone del formaggio) il quale, dopo averlo rubato, vi si rifugiò in una notte di tempesta, ma al mattino la neve accumulata era talmente alta che non riuscì più a smuoverlo e fu ritrovato in primavera (sotto la pentola).
E infine gli alpigiani, (scopro che oltre all'attuale nostro "malgaro" esiste la categoria dei "servi", così indicati dallo Zoppi coloro che lavoravano all'alpeggio, senza essere proprietari di armenti) presenze distanti nella vastità della montagna e tra tutti Tonio, i cui “scarponi chiodati mordevano la terra come artigli di belva e se sdrucciolavano su qualche scalino sprizzavano scintille di fuoco”, silenzioso ma sempre presente a infondere sicurezza in ogni occasione.
Ultima annotazione.. un collegamento ai nostri tempi: nella prefazione Giuseppe Zoppi propone un tema già sentito all’epoca e di estrema attualità oggi:
“…l’idea che molti in pianura hanno della montagna: piccozza, corde, cime da scalare, aria cielo, gioia.
La montagna per questa gente, è insomma la regione fatata a cui si va e donde si torna.
Non passa loro per la mente che essa sia, anche e soprattutto, un pezzo di mondo in cui stabilmente e duramente si vive.
..i due mondi, alpino e alpinistico, hanno bisogno di reciproca comprensione e simpatia..” (1931)
Un tema tuttora dibattuto (ricordo la recente iniziativa Messner/Corona) per riconoscere la -montagna abitata-, certamente quale tesoro di biodiversità e culture, come luogo di svago ed arricchimento ma anche indispensabile alla vita (intesa come sopravvivenza) di interi Paesi e, in questo senso, da considerare con assoluto (e operoso) rispetto.
Sull’ultima pagina di questo libro un po’ dimesso e permeato di religiosa fatalità, un vivace richiamo al contesto storico:
“viva per sempre l’Italia, alunna della poesia e maestra dei popoli”
E’ pur sempre il 1931!
L’Inizio di un decennio d’oro per l’alpinismo, soprattutto italiano, nel corso del quale saranno, di fatto, risolti tutti i problemi classici delle Alpi.
Un decennio in cui l’alpinismo correrà sul filo del rasoio del nazionalismo, giovandosi, a volte compiaciuto, della grancassa della propaganda dei regimi (ricordate l'epopea dell'Eiger?), più spesso rimanendo isolato nei suoi inevitabili individualismi.

“Quando raggiungo la Forcella Oderz, il panorama cambia totalmente. La conca verde di Pis Pilon, con il VII Alpini al centro, contrasta totalmente con quello che mi lascio alle spalle. La Val de Piero è lì sotto, angusta e quasi opprimente eppure assolutamente affascinante.”
Come Andrea Gabrieli (vedi post del 9 agosto) pensai in quel maggio dell’82, quando assieme a tre amici arrivai alla forcella Oderz. Venivamo da Passo Falzarego e siccome non era bello per arrampicare avevamo “ripiegato” su quell’escursione che ci fece conoscere un angolo del gruppo della Schiara a noi ignoto. La Val de Piero, con la sua angustia, il suo sentiero pensile a lungo affacciato sul baratro, quella parete che non ti aspetti che è il Burèl, le cascatelle con i muschi gocciolanti, il verde iniziale e le rocce dopo, su in alto, ti tiene chiuso dentro di sé per ore e, quando sbuchi in forcella, ti lascia spaziare con lo sguardo e con la mente e ti senti come un uccellino a cui avessero aperto improvvisamente la porta della gabbia. Tornammo indietro per lo stesso percorso e, alla fine, mi sembrò di avere conosciuto un piccolo paradiso, un angolo selvaggio e accattivante al tempo stesso e così a lungo rimase nella mia mente, fino a quell’agosto del ‘92, fino a quella telefonata che arrivò, imprevista e atroce. La voce dentro la cornetta fece il nome del mio più caro amico, salutato tre giorni prima, alla partenza per le vacanze: “… erano in due … stavano scendendo per la Val de Piero … hanno trovato un franamento del sentiero … hanno tentato di passare … uno è caduto nella scarpata … 50 metri … il fondo del torrente … una roccia … morto sul colpo!”. Morto: non ci sono altre parole con un significato così definitivo e irreversibile. Il mio amico non c’era più. Due giorni dopo lo portarono a Ferrara e andammo al funerale, vedemmo tanti piangere e a nostra volta piangemmo, parlammo, cercammo di capire e rimanemmo sgomenti. Due giorni dopo partimmo in tre, c’incontrammo a La Stanga con un altro amico che era in vacanza a Falcade e assieme anche lui iniziammo a risalire la Val de Piero. Nel bosco, all’inizio, vedemmo i ciclamini e, ricordo, fu struggente; proseguimmo oltre inoltrandoci nella parte più impervia; pensai che non mi appariva tanto diversa da come l’avevo vista dieci anni prima. Era sempre bella, affascinante, selvaggia, ma era come se stessi camminando per recarmi all’inferno. Arrivammo sotto la parete del Burèl e, più sopra, riconoscemmo il franamento che ci era stato descritto e lo raggiungemmo. Due di noi si fermarono, io e un altro ci legammo con la corda da roccia, superammo assicurati il franamento e, subito oltre, scendemmo la scarpata, in quel punto ripida ed erbosa, per raggiungere il fondo del torrente; lo percorremmo per qualche decina di metri fino a che non riconoscemmo il grosso masso, attorno si vedeva la ghiaietta calpestata e smossa dai soccorritori. Capimmo tutto quel giorno, ma non ci servì a lenire il dolore per quella morte. Sono tornato in Val de Piero, due anni dopo, a settembre. Scendemmo da forcella Oderz dopo essere partiti dal rifugio VII Alpini dove avevamo pernottato con un gruppo del Cai Ferrara e dopo avere posto un targa ricordo nella chiesetta vicino al rifugio e assistito ad una messa di suffragio: con noi era la moglie del nostro amico che aveva molto insistito con me per compiere quell’escursione e poter vedere a sua volta il luogo della tragedia (che nel frattempo era stato messo in sicurezza dal Cai di Belluno). Scendendo guardavo la valle e la trovavo, nonostante tutto, sempre affascinante, selvaggia, unica. Arrivai a La Stanga psicologicamente spossato: era come se avessi camminato all’inferno (ma quello era solo dentro di me), in effetti, avevo riattraversato un piccolo paradiso, quello racchiuso dalla Val de Piero. Per l’ultima volta nella mia vita.
Quante volte ci siamo sentiti rinfacciare che la curiosità mal si accompagna ad una reputazione di rispettabilità, che in fondo è meglio badare agli affari propri senza porsi tante domande inutili? Non c'è niente da fare: spesso riconosciamo che le piccole e grandi comodità della nostra vita quotidiana sono frutto dell'intuizione di quanti hanno saputo guardare un po' più in là del proprio naso, ma nel medesimo tempo non sappiamo fare a meno di guardare con sospetto chi devia dal sentiero più largo e comodo per seguire una traccia quasi invisibile, o magari uno sperduto viàz che taglia a metà una parete di roccia.L’Alpenverein Sudtirol ha recentemente sostituito numerosi cartelli segnavia bilingui con altri riportanti l’indicazione esclusivamente in lingua tedesca. L’episodio si è verificato nell’area altoatesina del Parco Nazionale dello Stelvio, nel gruppo dell’Ortles Cevedale, dove perfino il rifugio Canziani, che sorge in una valletta laterale della Val d’Ultimo sulla sponda orientale del Lago Verde, non viene più indicato con il nome italiano ma soltanto con l’originale nome di HochsterHutte. Nell’articolo vengono riportati i pareri in merito di Cesare Maestri (alpinista largamente conosciuto), di Lorenzo Zampati (responsabile del Soccorso Alpino in Alto Adige) e di Roberto Mantovani (direttore della Rivista della Montagna). Tutti e tre sono concordi non solo nel sottolineare il mancato rispetto della legge sul bilinguismo, ma soprattutto il fatto che la mancanza delle indicazioni in italiano possa rappresentare (per gli escursionisti di lingua italiana) una potenziale fonte di rischio in quanto viene a far mancare riferimenti precisi che erano presenti da anni sul territorio. L’articolo ricorda che il rifugio Canziani, costruito nel 1909 dalla Sezione Hochst, fu assegnato dopo il primo conflitto mondiale, alla Sezione di Milano che lo riedificò nel 1927. Con la realizzazione dell’invaso artificiale del Lago Verde il vecchio edificio andò completamente sommerso e fu ricostruito più in alto e consegnato nel 1969 alla Sezione di Milano che, dopo alcune opere di adattamento, lo inaugurò ufficialmente nel 1977.
L’articolo è del 18 agosto 2006 ed è pubblicato su “il Giornale” che, tengo a precisare, non rientra nelle mie letture abituali. Piuttosto segnalo la presentazione che è fatta di Cesare Maestri quale “grande alpinista dei Ragni di Lecco, protagonista con lo svizzero Toni Egger dell’epica salita al Cerro Torre, in Patagonia, nel 1959”. Che Cesare Maestri fosse conosciuto come “ragno” lo sanno tutti, ma “delle Dolomiti” non già di Lecco che si trova in Lombardia mentre lui è di Madonna di Campiglio in Trentino, come del resto Toni Egger non era svizzero bensì austriaco, precisamente di Lienz. Chi informa gli altri, come il giornalista, dovrebbe per primo informare se stesso per non incorrere in qualche imprecisione, come questa, talmente grossolana da muovere al sorriso. E se sia di bonario compatimento o di magnanima indulgenza ferragostana, lo si lascia alla libera scelta del lettore.
Erano le due di notte quando due ombre attraversarono la piazza del paesino di Pecol per andare ad imboccare il sentiero di Crépe per scendere veloci ad Avoscàn. Era ancora notte fonda quando vi arrivarono ed attraversarono la statale agordina per andare a prendere il sentiero del Colmandro che, ripido e faticoso, conduce in Val Civetta. Da lì proseguirono in direzione nord e percorsero tutta la valle per arrivare alla forcella Coldai che scavalcarono per poter continuare lungo il sentiero Tivàn, che seguirono fin sotto al gigantesco spallone di roccia su cui sale la via ferrata degli Alleghesi. Lì c’erano già passati, circa un mese prima, ma allora era stato più facile perché erano arrivati a Malga Piòda con la 500 del loro amico “cittadino” Gabriele, che però non ne aveva voluto sapere di salire la ferrata e non c’era stato verso di convincerlo. Adesso però non c’era nessuno ad ostacolare quella voglia di salire che li pervadeva e non faceva nemmeno avvertire loro la stanchezza per il lungo percorso già affrontato per arrivare fin lì. Così cominciarono a seguire le funi metalliche e gli infissi della ferrata e si alzarono abbastanza velocemente in quella bella giornata settembrina, anche se di vie ferrate non ne avevano mai percorsa una prima di allora. Proseguirono rapidi fino a raggiungere un gruppetto di escursionisti padovani, lo seppero perché scambiarono qualche parola con loro. In effetti, furono gli escursionisti padovani, attrezzati correttamente con tutto quanto serviva per la sicurezza, a fare loro qualche domanda: da dove venivano, perché non avevano cordino e moschettone, nemmeno il casco, nè l’attrezzatura idonea per quel tipo di escursione. Ricevettero risposte un po’ vaghe, se non reticenti, e s’incuriosirono, soprattutto osservando il più giovane dei due, un adolescente di circa dodici anni, un po’ magretto, sulla schiena uno zaino più grande di lui. Fu proprio guardando lo zaino che uno dei padovani si accorse di una cosa strana che, in parte, ne sporgeva; era una specie di rampino di legno e gli venne naturale chiedere che cosa fosse. Inutile spiegare che era uno strumento non propriamente rispondente alle norme UIAA, più precisamente erano sei metri di corda di canapa, fissati con un nodo dentro ad un foro ricavato in quel rampìn di legno, che serviva per legare i fasci di fieno per portarli sulla testa, com’era in uso fare una volta, dal prato fino al tabià. Nei loro intenti sarebbe dovuto servire nel caso avessero trovato qualche difficoltà e fosse stato necessario farsi sicurezza con la corda. Gli escursionisti padovani capirono che avevano a che fare con due ragazzi alla loro prima esperienza e legarono il più piccolo con un cordino ed un moschettone, comunicandogli un bonario: “adesso venite in cima assieme a noi”. E così avvenne; dopo di che scesero per la ferrata Tissi e raggiunsero il rifugio Vazzolèr dove si separarono, gli escursionisti padovani ben contenti di avere fatto la loro buona azione evitando pericolosi rischi ai loro occasionali e inesperti compagni di escursione. A quel punto i due ragazzi proseguirono scendendo per la Val Corpassa e raggiunsero l’abitato di Listolade quando era oramai buio da un pezzo. Riuscirono a trovare un passaggio in auto fino ad Avoscàn e da lì, nuovamente a piedi, salirono per il ripido sentiero di Crépe fino a Pecol. A mezzanotte, ventidue ore dopo averlo lasciato, si ributtarono nel letto, stanchi ma soddisfatti di avere realizzato il loro sogno alpinistico.
Così me la raccontò il mio amico Bruno De Donà nel settembre del 1971, l’avventura sua e del fratello Giorgio. O meglio, così mi ricordo oggi come me l’abbia raccontata trentacinque anni fa, quando ritornai a Pecol in un fine settimana di quel settembre dopo la nostra avventura comune vissuta in agosto sul Civetta. E me la raccontò con l’entusiasmo di chi ha scoperto un mondo nuovo, una realtà fino ad allora sconosciuta ma perfettamente rispondente alla propria passione e alle proprie aspettative. Quella sera, conscio delle mie paure insuperabili nei confronti delle verticalità e del vuoto, cominciai a capire che i nostri sentieri si sarebbero ben presto dovuti separare. E me ne dispiacque molto.