Domenica 30 luglio 2006 a Erto non è una giornata come tutte le altre. Dopo una prima occhiata frettolosa, a dir la verità, non si viene colpiti da particolari eclatanti: il sole scotta, turisti e bancarelle affollano la diga del Vajont e nelle osterie del paese si fa trascorrere il tempo fissando in controluce il contenuto di un bicchiere. Cosa c'è di diverso rispetto al solito? La novità è che questa volta ci sono i binocoli, e ogni cinque o sei binocoli spunta qua e là anche un telescopio con treppiede, di quelli che si usano per la caccia. Le lenti sono puntate sulla parete settentrionale del Col Nudo, la grande muraglia grigio - argento che precipita dalla cerchia dei monti dell'Alpago nelle sottostanti vallate vicine al rifugio Casera Ditta. Su quella parete, dal giugno del 1981, esiste una via alpinistica estrema che attende di essere ripetuta: si tratta della direttissima sul Gran Diedro Nord, aperta tra il 12 e il 14 giugno 1981 da Franco Miotto e Benito Saviane.Negli anni ’30, tempo di nazismi e di fascismi, il nazionalismo era un valore molto enfatizzato, certamente anche in alpinismo. Ma non fu per amor patrio che Attilio Tissi e Giovanni Andrich pensarono di andare ad affrontare la via Solleder-Lettembauer alla nord ovest della Civetta, prima cordata di italiani e prima ripetizione senza bivacco, contribuendo ad annullare quel gap tecnico che l’alpinismo italiano aveva pagato a quello di lingua tedesca nel corso degli anni ’20. Semplicemente, preso atto delle loro straordinarie capacità alpinistiche, si sentirono invogliati a cimentarsi sulla più grande via della più bella montagna della loro valle. Gustosa la cronaca dell’evento, fatta da Alfonso Bernardi, attraverso la testimonianza diretta di uno dei protagonisti, Giovanni Andrich.
Così fu che, all’alba del 31 agosto 1931, Tissi ed Andrich partirono dal rifugio Vazzolèr alla volta della Solleder, accompagnati da un portatore – un bravo montanaro di Sospirolo – incaricato di recuperare gli scarponi ferrati e di portarli al rifugio Coldai. Ancor prima dell’alba, i tre sono ai piedi dello zoccolo della muraglia, che, proprio in corrispondenza dell’attacco della direttissima, protende nelle ghiaie una specie di artiglio di croda. E la montagna dà ai temerari un pauroso benvenuto, sotto forma di una scarica di pietre, fra cui fa spicco un cospicuo macigno di un buon metro cubo. Risalito lo zoccolo insidioso, i due sono ora alle prese con la difficilissima fessura d’attacco. Tissi, per salire più spedito, ha caricato Andrich di entrambi i sacchi. Sale con la leggendaria sicurezza e si porta in un punto di sosta. Nel frattempo giù in basso, provenienti dal Coldai ecco apparire le figure di due alpinisti. Sapranno dopo che si tratta di Hans Steger e Paula Wiesinger, una fra le più celebri cordate del momento, nelle Dolomiti. Quando tocca ad Andrich, questi compie una mossa sbagliata che gli provoca un crampo alla mano, mentre si trova in posizione assai critica. Andrich si rende conto che un volo significherebbe, quantomeno, un pauroso e pericoloso pendolo. Proprio quando le forze stanno per abbandonarlo, riesce ad infilare con la mano un chiodo in un piccolo buco della roccia e ad appoggiarvi sopra un piede. E’ quanto basta per riprendere fiato. “Ma intant – rievoca Andrich – là all’attacco avòn fat le maschere!”. Steger e la Wiesinger osservano, dal basso, quei due matti sconosciuti, convinti di vederseli cascare addosso da un momento all’altro. Invece, la cordata italiana riprende la sua marcia, ora veloce e spedita ed, in breve, scompare sopra il temibile “camino bloccato”. Giunti nel canalino ghiaioso sovrastante, Andrich racconta al compagno come si era trovato “inte le pétole” e che “’l li aveva spendésti tuti”. Tirano fuori dal sacco una bottiglia di zabaglione che ottiene effetti prodigiosi. In breve distanziano di molte lunghezze la cordata che li segue e, strada facendo, arricchiscono persino il loro arsenale con vari chiodi e moschettoni abbandonati da qualche precedente ripetitore. Hanno la fortuna di trovare poca acqua sulla temuta ”cascata” della grande gola superiore e, sforzando l’andatura, ad onta della stanchezza, alle 18 sono in vetta. La gioia della vittoria è turbata dall’incertezza della via del ritorno, che nessuno di loro ha mai percorso. Si calano di corsa, alla brava, aspettando di incontrare il noto “Passo del Tenente”, ma, come dice Andrich, non trovano ”né passo del Tenente, né passo del Capitano!”. Ben presto sono sul sentiero Tivàn. E’ ormai buio, ma Tissi, per fortuna, ha un “feràl” (lanterna), però ben presto inciampa e il “feràl và a remengo”. Alla cieca si calano, battagliando con le mughe fino a che raggiungono un pastore all’addiaccio con il suo gregge. Dietro un compenso di cinque lire, accetta di accompagnarli al rifugio Coldai. Qui giunti ordinano subito tre pastasciutte. “Ma il terzo dov’è?” chiede il custode. “Arriva, arriva!” rispondono ed, in quattro bocconi, si fan fuori i tre piatti. Poi salgono nel dormitorio. L’indomani scendono ad Agordo. La notizia si sparge in un baleno e allora “tèra vèrzete!”. Entusiasmo degli amici ad Agordo, a Belluno, negli ambienti alpinistici veneti. Arriva un telegramma di congratulazioni di Antonio Berti …
(Da “La Grande Civetta”, a cura di Alfonso Bernardi, ZANICHELLI Editore – Bologna, luglio 1972).
Prendo lo spunto dal titolo del pregevole “Giornale di bordo” su Orizzontintorno di ieri, per segnalare un’apparente paradosso di questi giorni, paradosso ripreso dal sito climbing.com.
Si tratta di due prime salite di linee nuove su ghiaccio, scovate dagli slovacchi Čmárik e Kopold in Karakoram. In particolare, i due hanno scalato la Torre est dell’Hainabrak, che sfiora i 5800 m. Al secondo tentativo, effettuato l’8 di giugno, gli slovacchi si sono mossi a mezzanotte ed hanno risalito 1000 metri di parete ghiacciata verticale; dopo un bivacco, hanno raggiunto la cresta sommitale.
Si sono quindi rivolti alla Shipton Spire, tentandone la scalata per la vergine parete nord; i due però, hanno “marcato visita”, rinunciando così dopo 450 metri di tentativo.
Ma Čmárik e Kopold non hanno ritenuta chiusa la loro campagna.
Il 23 di giugno si presentano infatti sotto la parete nordovest dell’Uli Biaho (6400 m), per risalirne il pericoloso couloir retrostante. Partiti con una lunga sezione di ghiaccio verticale, gli alpinisti hanno proseguito fino a notte, bivaccando poco e male. A seguire, i due hanno affrontato il tiro più difficile: al solito [perché altrimenti non fa notizia – e forse ormai non la fa neanche più così n.d.r.], il ghiaccio era sottile, improteggibile, appiccicato alla roccia mercè gli usuali miracoli di coesione.
La cima è stata finalmente raggiunta, anche se non contemporaneamente. I due hanno fatto sosta 10 metri sotto la vetta, ed hanno superato alternativamente il nevoso fungo finale, considerato l’esiguo e fragile spazio a disposizione.
Doppie a non finire per tutta la notte e rientro alla base 54 ore dopo l’inizio dell’avventura.
Ivo Ferrari e Fabio Valseschini: sabato scorso erano sullo Spiz de la Lastia, nel gruppo dell'Agner. Erano, per la precisione, su quella parete nord-ovest già salita da Detassis e Castiglioni nel 1935 e da Lorenzo Massarotto e Leopoldo Roman nel 1981. Ivo la guardava da un pezzo, aveva studiato per bene i tetti del settore sinistro e si era convinto che qualcosa, là in mezzo, si potesse combinare. Ci volevano soltanto due cose: la giornata giusta e il compagno giusto. Che dire? Che sabato scorso il buon Ivo ha trovato entrambi gli ingredienti e, mescolandoli come lui sa fare, ha cavato dal pentolone una via memorabile. E l'ha chiamata Stella stellina per ricordare il suo Dario, un tesoro di pochi mesi che, a dir la verità, gli somiglia proprio. Sono saliti alternandosi al comando della cordata, Ivo e Fabio (perché anche il Valseschini, lecchese, è un tipo tosto, di quelli che non si tirano mai indietro) e dopo aver lasciato il fondovalle alle 5.30 del mattino, dopo aver attaccato la via alle 8.30, sono sbucati in vetta alle 14.15. Un bell'andare, non trovate? Perché la nuova viona, che a detta di Ferrari è il massimo - ma proprio il massimo, il non plus ultra - in fatto di bellezza, logica e molto altro, si sviluppa per 600 metri e presenta difficoltà di V e V+, con un bel tiro di VI+. Attenzione, poi: Stella stellina è una scalata senza chiodi intermedi. I due amici si sono divertiti con clessidre e spuntoni, con friend e dadi e il martello lo hanno lasciato sull'imbragatura (a parte in sosta, per piantare 3 o forse 4 ferri). Una successione magica di fessure, una linea ideale verso il cielo aggirando bravamente, come per magia, i soffitti colossali: una scalata su roccia perfetta che Ivo non dimenticherà, che forse racconterà sabato a Feltre (dove riceverà il "Pelmo d'oro") e alla quale, cari lettori, ne seguiranno altre dello stesso genere. Tanto, ormai, c'è Fabio.
Ecco l'ultima fatica di Spiro Dalla Porta Xydias.
Un libro interamente dedicato non al Campanile di Val Montanaia, ma al rapporto dell'autore con questa montagna: "estetica così perfetta da diventare etica"; la guglia "più bella del mondo"; il Campanile che non può essere secondo nemmeno al Cervino. Tale è la passione che un capitolo del libro è dedicato ad un minuzioso confronto tra le due cime.
Esiste un legame talmente forte tra Uomo e Campanile da lasciare quasi interdetti; a questa "stupenda Guglia" Spiro Dalla Porta ha legato la sua vita alpinistica e la sua esistenza stessa.
Un legame indissolubile che si percepisce in ogni riga del libro. Perché ricostruendo la storia alpinistica dell'autore e la storia alpinistica del Campanile, le cose si confondono, si sovrappongono.
Pochi alpinisti si riconoscono in una cima come Spiro nel Campanile, tanto che lui stesso si definisce, insieme a Corona e a Casara, uno dei tre "uomini del Campanile".
Resta l'addio dato al Campanile, che porta ad accostarsi al libro con una sorta di amarezza. Che viene cancellata via via che ci si addentra nella lettura e nel rapporto tra Spiro e il Campanile.
Titolo: Addio al Campanile
Autore: Spiro Dalla Porta Xydias
Pagg. 163
Editore: Luca Visentini Editore, giugno 2006
Prezzo: € 12,00