La polemica infuria sul Torre di Maestri come le sue mitiche tempeste e mi chiedo se questo è l’alpinismo in cui credo.
Per chi pensa che l’alpinismo sia qualcosa di più di uno sport con i propri primati, gare, risultati e classifiche, che Maestri sia arrivato in cima o meno al Torre è un problema suo, il problema nostro è perché si voglia (a tutti i costi!) (ri)stabilire – verificare una verità che difficilmente emergerà univocamente costringendo l’alpinismo al vaglio di alcuni “nonsisabeneincaricatidachi” che debbano indicare la verità assoluta.
Viene in mente il caso Bonatti/K2, ma non è la stessa cosa, allora più persone contemporaneamente sulla stessa montagna diedero diverse versioni dei fatti – persone vs. persone dove la verità andava stabilita come in tutti i rapporti umani; qui si tratta dell’essenza dell’alpinismo, uomo (se stesso) e montagna; riportare la propria esperienza individuale vissuta da soli in ambienti non controllabili e verificabili; che la verità sia di Maestri o meno questo conta solo per aggiornare l’elenco dell’imprese, ma quanto scritto, le esperienze, le emozioni (anche non vissute) sono invece reali nel lettore e poco importa allora se si tratta di un romanzo o di una relazione di via.
L’alpinismo è bellezza da vivere, gioia di godere delle storie altrui con le quali sognare; una storia ben scritta anche se si scopre essere un romanzo è sempre meglio di un’arida relazione di imprese fini a se stesse che invadono oggigiorno libri, riviste, siti internet ecc.
Inaspettata e improvvisa, ieri è arrivata una notizia che mi ha strappato da ogni altro pensiero e racconto in corso. Un’interruzione non solo della mente, ma di una sensazione corporea: il sentirsi riconfortati nei muscoli e nei sensi, noi profughi dell’ormai antico allontanamento dalla natura, dalla conoscenza di persone che hanno scoperto un cammino inverso, alla ricerca verso il futuro di capacità e dimensioni sepolte dentro di noi in profondità abissali; persone che hanno intuito strade stupefacenti dando fiducia ai misteriosi animali selvaggi che tuttora le percorrono.
Ieri, domenica 26 marzo 2006, Angelo d’Arrigo ci ha lasciati a causa di un incidente improvviso e ancora non chiarito. Angelo, che sotto le ali del suo deltaplano ha volato sopra i deserti, le steppe e le foreste, sopra l’Everest e l’Aconcagua e molte montagne della terra; che ha allevato grandi uccelli migratori e veleggiatori e con loro si è librato nelle correnti di ogni cielo del pianeta, è morto in una banale dimostrazione aviatoria, su un comune piccolo aereo a motore non pilotato da lui, che di colpo ha virato verso il suolo.
«Dico spesso ai giovani che si avvicinano al volo, e in generale all’avventura, che quando si parte non basta procurarsi il biglietto d’andata; bisogna prima di tutto dotarsi di un biglietto di ritorno». Me l’aveva detto più di una volta, in quelle poche occasioni in cui ho avuto la fortuna di discorrere con lui. Sono contento che questo suo principio di grande attenzione, di preparazione perfezionistica dei suoi voli planati assieme ai grandi volatili non sia stato infranto. La sua appassionante e straordinaria ricerca dell’imitazione con ali tecnologiche delle ali biologiche degli uccelli, per poter volare come loro – lento, fino quasi a fermarsi nel cielo, come solo i grandi veleggiatori sanno fare e nessun velivolo umano – non è fallita. Nessun sintomo di esagerazione nella sua avventura visionaria. Ha interrotto il suo volo un qualche guasto di un mezzo a motore come può capitare a chiunque di noi, anche in auto.
Incontrarlo e sentire i suoi racconti, le sue motivazioni, mi aveva aperto un’universo. Ci siamo sentiti pochi mesi fa, quando stava per partire per il tentativo di innalzarsi nella corrente ascensionale che si forma in particolari condizioni sopra i versanti dell’Aconcagua, sulle Ande. Un’idea nata dalla scoperta che stormi di condor, a volte, dentro quella “termica” riescono a veleggiare a quota superiore ai 10.000 metri, caso unico al mondo. Per questo, con l’aiuto di grandi esperti di aeronautica, si è costruito due ali di deltaplano con le stesse caratteristiche di quelle dei condor, e per studiarne i segreti ha volato per lungo tempo con due esamplari di quella specie da lui allevati nel cielo dell’Etna, montagna sotto cui si era stabilito. L’impresa è riuscita: sorvolando l’Aconcagua il 31 gennaio 2005, e stabilendo il nuovo record di altitudine in deltaplano nel cielo del Cerro Tupungato alla quota di 9100 m il 6 gennaio 2006 (vedi www.angelodarrigo.com).
Stamattina, nelle prime ore dell’alba, salii con gli sci su un monte sopra casa. C’era nebbia fitta, il cielo non si vedeva; l’aria mi pareva più vuota per la scomparsa di Angelo. Poi la nebbia rimase alle spalle ed emersi nello spazio di un’altra era. Ogni profondità e ogni simulacro umano erano sommersi da un perfetto mare bianco, fino agli orizzonti. Le montagne innevate emergevano dal mare come dall’innlandsis, e di colpo mi parve di riavere davanti agli occhi scene del mese scorso, sullo Hielo Patagonico, o di anni fa, in Groenlandia. Ero sopra a casa, eppure tutto era trasformato in un mondo sconosciuto. Nel cielo si succedevano striature azzurre e bianche, facevo correre lo sguardo e notavo come sarebbe stato bello lassù il deltaplano di Angelo. Cominciavo a sentirmi strano; c’era qualcosa di irriconoscibile. Non c’era un solo aereo; non c’era un solo uccello. Non c’era un solo suono se non quello del vento. Non c’erano né case né paesi né movimenti umani, ma solo ondulazioni bianche e montagne bianche, fuse tra loro. Di colpo vidi l’Antartide e Angelo con le sue ali: era diretto lì, ora, era il suo nuovo sogno, volare sopra i ghiacci del continente bianco. Per qualche minuto persi la percezione del reale e mi sentii tremare di un timore sacro.
Polvere.
Polvere e basta.
Polvere che mi entra negli occhiali e negli occhi, polvere che mi entra nella bocca, polvere che mi entra nei polmoni.
In alto, più in su, il granito dei gipeti. Una massa di granito scuro per i funerali al cielo. Per niente romantico e per niente gentile.
Un po’ più in giù cammino sotto un sole folle, nella polvere e nell’aria secca, da oltre sette ore. Molti metri di dislivello ripetuti molte volte, non li conto più, ormai non hanno più importanza. Sangue dal naso come una fontana, l’aria è troppo secca. Nello zaino due litri d’acqua e un paio di mele. Sento nelle orecchie le urla di disapprovazione totale –ML svalvolata- di un recente amico alpinista, serio lui. Io no, oggi no, per nulla.
Polvere comunque. Polvere dappertutto. Questa terra mi si disintegra sotto le scarpe. La polvere porta via le voci nella mia testa, e gli arbusti spinosi mi tatuano tutta la pelle scoperta, un modo concreto per riportarmi alla realtà. Mi attacco alla coda di uno yak per farmi strada tra le spine, lui si gira pigro a guardarmi e inaspettatamente fa il suo lavoro. Grazie amico.
Polvere e basta.
Ma c’è polvere e polvere. Questa polvere è una polvere stronza, una polvere che cambia ogni volta e che ti striscia addosso come un serpente, una polvere che ti si pianta dentro fino a farti vomitare. Polvere e terra. Se si alza il vento poi, è anche peggio. Perché allora la polvere si trasforma in tempesta, ti si appiccica alla pelle e agli occhi e non riesci più a distinguere nulla: la ripa del monte, lo yak che hai davanti, la striscia che stai seguendo facendo finta che sia un sentiero, cocciutamente. La polvere non ti fa vedere neppure quando arrivi su in alto, lungo la cresta, su a 5000 metri.
Mi infilo in una gola gialla per ripararmi. Ci metto un po’ a scendere, mano dopo mano, senza corda. Mi sento di nuovo pessima e relativa, oggi. Ma giù mi aspetta un rivo d’acqua tra le codine bianche ritte di zampe e sederi leprosi in movimento. Addirittura delle gemme tra le spine di quei cespugli mortali. La primavera, nonostante tutto. Mangio la seconda mela e scelgo di seguire la gola gialla. Finirà la polvere, prima o poi. Ma guardo in alto e non vedo ancora il cielo, niente azzurro, solo una massa di giallo sbiadito in movimento, senza speranza.
Alle otto si sera sto ancora comandando alle mie gambe di mettersi una davanti all’altra, per arrivare a Samdeling. Il muro ocra altissimo del monastero sembra non avvicinarsi mai. Ogni passo e ogni respiro è come vomitare sabbia. Una monaca mi guarda entrare in cucina e mi riempie di tè al burro. Come doping, penso. Pemba passa venti minuti cercando di pronunciare il mio nome. Abbrevio in Isa, ma niente da fare, sono impronunciabile oggi. Devo trovare un altro nome, penso. ‘Non tornare - Pempa mi dice - sta arrivando il buio, devi fermarti a dormire’. ‘Sì – dico - in questo paese non si viaggia mai, con il buio’.
PROLOGO
Dovrei essere sbigottito a camminare per il centro di Milano pochi giorni dopo un mese e mezzo sulle Ande argentine, e invece niente, non c’è tutto quel contrasto che c’era una volta: la globalizzazione, si sa... Anzi, qui sì che sono all’estero, volti neri che ti sbarrano il passo, ti tirano per il braccio, altro che là: tutti italiani o nipoti di italiani, e le battute, in giro, sugli italiani – risolini su chi sarebbe stato il primo a farsi prendere a sberle dal vento per dieci minuti in cima al Torre -, e qui invece tutti neri e seri sotto la Madonnina d’oro che sta ritta in cima a una torre molto più sottile e non si muove da secoli, col vento che ci si è già spaccato sopra le mani e ormai lascia stare.
Quale vento patagonico, poi? Io là non ho riconosciuto quasi nessun racconto di quelli che si leggono e raccontano da sempre. C’erano i luoghi, ma con contenuti diversi. Che diavolo di Patagonia ho incontrato? Svicolo con uno slalom i marocchini carichi di libretti da vendere, voglio solo raggiungere una libreria per immergermi un’oretta tra cose scritte e rimettere a fuoco la coscienza di come si può raccontare un viaggio, un’avventura, una ricerca rendendo omaggio alla vita anziché alle cronachette da TG (diciamo TGzero, che rende bene il livello di tutti i TG). La vita potrebbe essere una folata casuale di vento patagonico che ti butta in faccia la polvere e basta, o un cammino misterioso verso l’amore di Dio. Siccome non si può stabilirlo, conviene prenderla come un esperimento: in ogni istante che vivi puoi sperimentare se TU vai più verso la polvere o verso l’amore (è difficile distinguerlo in diretta, perché spesso l’amore ha una certa polvere negli occhi, mentre la “polvere e basta” sa gridarti al megafono lusinghe mozzafiato), e quando cerchi di raccontare questi zigzag tra l’uno e l’altra di nuovo devi usare espressioni e immagini come esperimenti, oppure torni al TGzero. Qualcuno chiede fatti, come se i fatti potessero essere scritti o filmati anziché vissuti. Già quando li vivi sono solo un esperimento, se non menti a te stesso; figurati quando, magari contemporaneamente, li traduci in parole usurate e inviate a distanza. Beh, questo Intraisass è stato inventato come spazio sperimentale, giusto per proporre una piccola alternativa ad altri 25 milioni di siti che fanno reality-show. D’accordo, ma come trovare un appiglio nuovo perché simile alternativa sia goduta come un piacere conoscitivo anziché far saltare i nervi perché “ignora la realtà oggettiva”?
Esco logorato dalla libreria stracolma di idee e stavolta il marocchino che mi aveva promesso di aspettarmi all’uscita mi afferra e non mi molla più. «Ho speso quasi tutti i miei soldi per i poveri del Perù, non posso salvare il mondo!». Niente. Compro un libretto a sette euro e ringrazio il bravo giovane. Dopo aver ritirato in laboratorio quel che resta delle mie foto patagoniche (questo “quel che resta” lo capirete qualche puntata più avanti), mi siedo giù nel metrò e comincio a leggere. S’intitola “La stazione”, è una raccolta di racconti sperimentali pubblicato da Terre di Mezzo. E comincia con un’intervista a Domenico Starnone, noto scrittore di romanzi e sceneggiatore cinematografico. A un certo punto resto di stucco: ecco, quello straniero dell’Africa, con la sua insistenza, mi ha messo in mano quello che stavo cercando per dare un senso a questo blog. Come poteva sapere? Leggo e rileggo le parole di Starnone guardandomi in uno specchio, senza riuscire a darmi ragione della coincidenza:
«Non ci sono vie di mezzo. O si vive o si scrive. Perché scrivere è una cosa che assorbe in maniera totale. Non è possibile pensare che mentre si vive si scrive. In quel caso la vita diventa un’appendice dello scrivere, fornisce occasioni che nutrono la scrittura, si guarda al vivere in funzione dello scrivere. Ma scrivere davvero significa immergersi nella vita. Non si può vivere una passione d’amore senza esserne integralmente vittime. Non si può dire: “io vivo questa passione, però poi mi guardo mentre sono appassionato, mi sorveglio per mutarla in scrittura”. Se è così, primo non vivo, e secondo scrivo di ciò che vedo e non di ciò che so. Ci sono miti che sono stati usati per segnalare questo scollamento. Panteo, che si nascose nel bosco per spiare l’orgia delle baccanti, venne da loro sbranato. Perché? Stare a guardare senza farsi catturare dalla vita è una grave colpa, specie per uno scrittore. Bisogna vivere per poi scrivere e non scrivere per poi vivere. Rimandare prudentemente la vita è di gran lunga più rischioso che rimandare prudentemente lo scrivere».
Il primo passo di questo esperimento è andato da sé verso l’amore.
Le idee e i progetti, così come i velieri, solcano gli oceani fin che li sospinge il vento dell’entusiasmo. Si è spento il vento di entusiasmo che sospingeva il veliero di intraisass? Non è dato sapere, nemmeno a noi sperduti bloggers, legati ad un capitano che, solo lui, conosceva la rotta senza mai darcene indicazione. Altre volte intraisass è risorto dalle sue ceneri, subendo trasformazioni, sempre in positivo. Sarà così anche questa volta? Ancora non è dato sapere, ma solo sperare. Sperare che anziché un veliero pronto a riprendere il vento, intraisass non sia come una triremi romana che ci veda affondare assieme ad essa, incatenati ai ceppi delle sue stive. Restiamo in attesa fiduciosa …
Shisha Pagma non vuol dire cresta dei pascoli. Shisha Pagma vuol dire posto-alto-dove-la-carne-di-yak-viene-male. Il suo antico nome era grande palla, a causa della sua forma. Il popolo Tibetano non è tutto pacifico cortese sensibile sorridente e religioso, come non lo sono altri popoli, come non lo siamo noi. L’Everest o Chomolangma non è una divinità, e non vuol dire grande madre, ma solo Signora di Langma. Cho Oyu non è la Dea del Turchese, ma il Lord Turchese. Le montagna sacre-storiche per la fondazione di questo paese non coincidono con gli 8000, le montagne sacre stanno in Trans-Himalaya, centro Tibet, o stanno nel Kompo, nel Tibet di sud-est.
E’ ritornato il mio gipeto, caro Luca e caro Franco, il mio enorme e grande gipeto, il mio puzzolente e visionario e semplicemente se stesso gipeto, sulla cresta dello Bsam. Sincero e bastardo. Sono salita e c’era ancora lui a guardarmi dentro; il cammello si lamentava ancora, strozzato, ululante e solitario. I fiori rosa dei peschi cercavano di consolarlo, ma lui si strozzava comunque.
Sono scivolata via da lui, ignorandolo, guardando i ventri aperti delle pecore nel quartiere musulmano, e i galli sgozzati e dissanguanti, a testa in giù, manovrati da signore dalle mani grondanti e rosse, a fianco all’università. Sono andata a salutare le prostitute vicino la torre della televisione, e loro, gentili, mi hanno offerto tè dolce. Un tizio guercio e zoppo che chiedeva l’elemosina mi ha detto sbavando che tanto fa lo stesso, che è tutto lo stesso, e poi mi ha lanciato addosso la stampella di legno, vomitando offese.
Poi sono risalita dal gipeto, perché non c’era nient’altro da fare. Gli ho raccontato di alpinisti eroi che pensano di andare a scalare montagne sconosciute in questo paese, e che invece sono ben conosciute e scalate da chi ci abita, gli ho raccontato della coniglietta polacca di playboy che vuole scalare la Chomolangma, e gli ho detto che tutto sommato mi sta simpatica, alla faccia di tutti quelli che se la tirano. Gli ho detto che non ce la faccio più a sentire ipocrisie e giudizi morali, gli ho detto che sono stanca di chi si crede infallibile, al di sopra di tutto, e soprattutto saggio. Il gipeto mi ha sorriso e mi detto di lasciar perdere, che è venuta la mia ora di farmi un giro con lui; mi ha detto anche che è ora che io smetta di raccontare questo mondo come un enorme biscotto bruno, che questo mondo è così com’è, scarno, ruvido e violento, come il mondo da cui provengo, solo che questo è un po’ meno ipocrita e molto più selvatico. Mi ha detto che è ora che io mi faccia un giro con lui, che è ora di mollare tutto e andare via.
L’ho preso in parola.