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martedì, 31 gennaio 2006

DOCUMENTARI E TORDE - parte II

postato da mluisanodari alle 14:12 in storie dal tibet

Mi telefona alla fine una donna moderna –per dirla alla Luca Visentini- non proprio quella ma di sicuro erano amiche, di Channel 4/BBC.

Nel frattempo, constatando che George Clooney non era comparso e il Ragno-telefono non funzionava (sigh), mi ero appellata ad un altro supereroe (Cabernet) e avevo grufolato nella gioia per 5 giorni, mantenendo un rispettabile e costante livello alcolico ad hoc per i festeggiamenti, con l’altrettanto rispettabile compagnia di Silvia&GP&il-CAI-di-Vi e l’ “ML bevi troppo in fretta” del nostro IN-TRA-blog.

La donna moderna in questione mi trascina svogliata per mezz’ora un accento dell’Inghilterra meridionale e sbobina urletti eccitati, quelli che i britannici usano per farti capire che ti considerano una emerita pittoresca troglodita, per intenderci, oltre che per farti capire il loro progressismo&partecipazione nel considerare l’idea di parlare con te. Mentre ascoltavo nel baratro della perplessità la British-voce, pensavo che probabilmente la sera la voce avrebbe indossato una gonna a palloncino verde, scarpe blu col tacco e sarebbe andata al pub, senza calze, con gambe paonazze e livide dal freddo, a dire che aveva parlato con un’italiana so-lovely-but-so-rude (rude=grezza), poi ubriaca di 3 pinte di birra ed un bicchiere di vino avrebbe rombato un burp digestivo come uno dei miei nomadelli del Changtang dopo 7 tazze di tè al burro, e sarebbe andata nel vicolo a fianco al pub a fare pipì o avrebbe consumato un amore frettoloso (con il vicino di tavolo probabilmente) nel vicolo di cui sopra (venite a trovarmi a Cambridge per crederci).

La donna moderna mi chiede dove abito in Italia e trema soddisfatta di puro esotismo britannico quando nomino Venezia (il 70 km da non li ha sentiti); percepisco poi alla cornetta una frase -con sospiro- oh gli uomini italiani (moh, il ragno-telefono non funziona). Nel frattempo annaspo disperata per pescare dalla testa un AccentoCambridge, per farmi almeno ammettere alla considerazione della parlante British-English-purosangue-di-razza, consapevole della mia lingua tarata sul Tibetan/Cinese/Cabernet.

La sua voce mi mitraglia domande: ‘Ah so lovely che lei viva là’… (Mah, amorevole che io viva là?) Ma in questa zona c’è la civiltà? Perché noi cerchiamo zone vergini (Civiltà? dal 2000 a.c. circa…zone vergini? Mah!!!!) ML: Beh lei deve capire che siamo nella Repubblica Popolare Cinese… Ma i suoi nomadi si muovono? ML: Beh se son nomadi… Ma i suoi nomadi sono anche agricoltori o raccoglitori? ML: Meh in realtà è talmente arido che c’è poco da raccogliere o coltivare, e le popolazioni con cui lavoro si muovono in una zona tra i 4500 e i 5000 m, una specie di altipiano… Ma allora salgono? ML: Hum, beh, le spiegavo che è un altipiano… Ma mi racconta un viaggio tipo di 4 settimane che fanno i nomadi? ML: Mah, stanno nell’area per 5 mesi con gli yak e le dolci dri (le femmine yak), fanno i nomadi, con le tende, è una zona remota… Ma ce li hanno i camion? ML: Beh, i più fortunati… Perché sa, noi abbiamo una presentatrice che è pure stata all’Everest… ML: si, pure io, e capisco, noi viviamo a –30° C… Ma secondo lei, se viene una troupe, e viene per 4 settimane, c’é la possibilità di avere il caffè alla mattina per la presentatrice? In quel momento ho immaginato un ENORME, BELLISSIMO, LIBERATORIO terremoto, maremoto, o valanga, o EVENTO CATARTICO DI PROPORZIONI IMMANI, MONTAGNE CHE SI SFRACELLANO O GHIACCIAI CHE SI SMACELLANO che investisse TUTTE le linee telefonica e TUTTI i cavetti elettrici, TUTTI i satelliti di questo mondo per liberarmi dalla donna moderna in questione, e dalla presentatrice-che-era-stata-all’Everest.

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sabato, 28 gennaio 2006

24 ORE SULLA TORRE DEI MONACHESI

postato da lucavisentini alle 23:28 in il paese

Partiamo in quattro nella magia delle 6 dal bivacco del Col Mandro. Riprendiamo il bosco meglio che in un documentario e ci risvegliamo del tutto, pian piano, con gli uccelli, rifornendoci dell'acqua presso un rivolo, naturalmente. Varchiamo la forcella, del Col Mandro. Attraversiamo la prateria del Piàn de la Lora. Non prestiamo un'attenzione particolare al diruto Casón di Col Reàn, poiché non potrebbe ospitare alcun umano. Obliquiamo per zolle e ghiaie, facili facili, sulla sinistra. È come se fossimo scivolati sino all'attacco. Una fiaba d'esordio... ma adesso sono cazzi! Sopra di noi, quanto nel più classico "récit d'ascension", s'erge grandiosa e prevalentemente ignota la Torre dei Monachesi. Nemmeno dieci cordate nell'intera storia dell'alpinismo, pensiamo, hanno calcato la sua vetta. Conosciamo i nomi ed i cognomi dei primi salitori, Leo Rittler e Willi Leiner, nonché la data della loro impresa: l'8 settembre 1928. E la relazione degli stessi, più o meno fedelmente, è stata riportata nelle guide in nostro possesso di Dal Bianco ed Angelini e del Kelemina. Sappiamo d'una visita di Bianca di Beaco con un amico. Sappiamo della cavalcata per le creste di Renato Casarotto in estate, dei fratelli Bruno e Giorgio De Donà con Olindo De Biasio d'inverno. Attacchiamo dunque la grande montagna. Riparte lesto lo Sgrenza. Ci attendono due camini per due lunghezze sul III grado, crediamo. Ma dopo il primo tiro di IV ci ritroviamo a metà del primo camino, soltanto. Lo Sgrenza vorrebbe infilarsi in un crepaccio verticale, un viscido cunicolo all'Indiana Jones, nel quale s'intravede un lontano chiarore allo sbocco. Lo dissuado e scarta in aperta parete, di lato, sfiorando il V grado. Chiodiamo, schiodiamo. Apriamo praticamente la via per un doppio tratto ancora, nel secondo incavo. Quanto tempo è trascorso? Più del previsto e ci beffa, da destra, il sopraggiungere di una rampa pressoché elementare. Nessuno mai l'ha notata. Tosti i tedeschi a cominciare là dove le rocce propriamente affondano più in basso. È andata così, lo accettiamo, rimontando un'agevole banca detritica. Affrontiamo l'estenuante scarpata intermedia che si conferma intorno al II grado. Lo Sgrenza rimanda di continuo le soste e mi sollecita contemporaneamente a muovermi. Ne sono rassicurato, si vede che si fida. Siamo quasi in cresta. Scoppia, nella migliore tradizione, il temporale. Urliamo a Gus e ad Ombre, affiancati, di cercare un possibile riparo lungo la cengia laterale. Vagano per un po' e quindi si rassegnano, sotto la pioggia (oltre uno spigolo banale, nel versante della Val dei Cantoni, avrebbero trovato non dei landri, bensì degli alberghi). Noialtri ci copriamo con un telo da imbianchino 4x4. Lo Sgrenza estrae del cioccolato dallo zaino mentre io rifletto su questi rovesci estivi che vengono dalla Marmolada e spesso investono di striscio la Civetta, andando ad accanirsi piuttosto sulla Schiara o sui Monti del Sole. Va in tale modo, fortunatamente, anche stavolta. Ci rimettiamo in cammino, comunque sia attardati. Ci affacciamo sul profilo e con il sole rinnovato ai luminosi appicchi della Cima della Terranova da una parte, della Cima della Busazza dall'altra. Ed ecco probabilmente il salto, il passaggio chiave dei compilatori sul IV grado superiore. Per la verità una duplice pancia. V grado la prima e V superiore la seconda. Bon, bon, ne siamo fuori. Minchia, minchia, minchia, incombe un ulteriore muro, friabile, di VI grado. Ora, io sono un escursionista imprestato all'alpinismo. I medesimi compilatori devono avere valutato il passo più difficile descritto dai pionieri sul IV grado della scala Welzenbach, arbitrariamente. Scomodano il VI a proposito delle traversate di Casarotto e dei De Donà con De Biasio, senza comprendere che qua si sovrappongono all'itinerario originario. Lo Sgrenza rinviene un chiodo e superatolo mi dice dalla sosta: «Trova il sistema di venire su». Riuniti, aggiunge: «Non abbiamo scalato delle montagne tanto impegnative assieme, sinora». Mi gaso e vinco diversi strappi ulteriori di V grado sul finale. Giungiamo in vetta, tutt'e quattro, stanchi e commossi. Sono le 20. Lo Sgrenza stabilisce la strategia: «Scenderemo obbligatoriamente al buio, pertanto riposiamo un poco mangiando qualcosa e tentiamo di arrivare almeno sul ciglio del balzo contrapposto con l'ultima luce». C'è una pace irripetibile ed accarezzo e memorizzo la rocca sommitale, intuendo di doverla lasciare per sempre. Ci abbassiamo prudentemente verso la Torre Su Alto, quando si annebbia. Lo Sgrenza mi assicura finché ritrovo, sul bordo, un vecchio ancoraggio di Bruno De Donà. Levo i chiodi con la mano, richiodo, chiamo i compagni. Lo Sgrenza inserisce una maglia rapida, non potendo permetterci che la corda poi s'incastri. Si cala in un gran vuoto sconosciuto. Viene la notte.

Succede nel frattempo un fatto strano. Fra gli amici rimasti al bivacco del Col Mandro c'è un tipo nuovo, Mirmo, dotato d'inesperienza e di un cellulare. Non ci vede tornare. Chiama il Soccorso Alpino. Fortuna che gli rispondono di non potersi muovere a quell'ora, ci proveranno il mattino. Fortuna che i Ragazzacci sono numerosi e son dei ragazzacci. Non perdono una messa di domenica, ma girano sui monti come degli anarchici. Giunge al medesimo bivacco, nel buio, il fido Tino. Rispetto a Mirmo, senz'altro più scafato. Ci conosce da una vita e non gli torna il quadro. Sale fino sulla forcella, del Col Mandro. Urla di notte il nome dello Sgrenza, Matteo. Ma così si chiama pure il nostro Lothar - Matteo Beretta! - che all'insaputa di tutti s'è incredibilmente portato anch'egli sul tardi e con lo Squiccia... nel diroccato Casón di Col Reàn. Tra noi, dunque, che lontani non sentiamo e Tino. Risponde: «Sì, tutto bene, dormiamo qui e ci vediamo domattina». Tino rientra. Annulla la chiamata di soccorso. È una coincidenza pazzesca. È un clamoroso equivoco. Sono salvo però. Sono decenni che mi cercano. In ogni stazione dolomitica hanno affisso una mia foto segnaletica ed è stato promesso un premio al volontario che mi scoverà. Un adesivo d'oro da appiccicare dietro al lunotto della quattroruote personale. Perché mi ostino a scrivere della montagna malgrado sia nato in città. E nella città più invisa, Milano. Ed io c'ero in Val di Fassa la sera che per un'improvvisa bufera Tone Valeruz s'incrodò con dei clienti pesti sulla Micheluzzi della Marmolada, nei primi anni '80. Non stavano più nella pelle. Persino i maestri di sci, quelli che mai avevano toccato la roccia, accorsero l'indomani sopra Punta Penia. In cento, lassù, a recuperarlo. Per guardarlo in faccia e fargli capire che, sì, lui si chiamava Tone Valeruz, ma intanto erano loro a tirarlo fuori dai guai. Dovesse venire quindi il mio turno, mi ritrovassero addirittura incolume, minimo minimo ne uscirei con le gambe spezzate.

Sentiamo giù lo Sgrenza che martella come un matto. Richiama finalmente. Lo raggiungiamo accatastandoci in una nicchia scomoda, con tre soli appoggi. Abbiamo due lampade frontali, in quattro. Che teste! Di nuovo strategia. Procederemo lentamente lungo l'oscuro Canalone dei Triestini, zigzagando con le doppie per limitare il pericolo delle frane ed approntando gli ancoraggi in un'occasione a destra e nell'altra sulla sinistra. Si calerà per primo lo Sgrenza e dopo avere chiodato una sosta a prova di bomba illuminerà gli ultimi metri da sotto. Dall'alto, Ombre rischiarerà i metri superiori. Per Gus e me saranno molte zone morte. Ma l'importante per la sicurezza, lo ribadiamo, sono gli zig-zag e le soste. Impieghiamo pure l'intera notte. Ritiriamoci con calma anche se sta arrivando un secondo temporale. Giorgio De Donà ci dirà in seguito che abbiamo fatto bene a scendere nel buio, perché se avessimo scorto di giorno l'immane pilastro precario ed incombente non ci saremmo mica azzardati. Ci dirà inoltre che rinvenendo il nostro "maillon rapide" sulla Torre dei Monachesi si è domandato: «Quassù, i climber?». I climber... Trascorro una mezz'ora abbondante nella nicchia alternando insieme ad Ombre le scarpette sugli appoggi ed il casco contro la parete. Ci abbassiamo costantemente, c'infanghiamo, inciampiamo, sbattiamo, roviniamo, becchiamo un terzo temporale. Lo Sgrenza si trasfigura nel fratello di Mauro Corona, Enrichetto, cioè Braccio di Ferro. Al riparo di una conchetta Gus prende dal sacco delle prugne secche ed è una festa. Lo Sgrenza oramai chioda in automatico. Si cala perfino sul ghiaione basale. Recuperiamo gli scarponi. Corriamo, a coppie, giù giù per la china. Gus ed Ombre ricalcano la diagonale a sinistra. Non so perché lo Sgrenza mi dà credito mirando dritto al sentiero del Rifugio Tissi. Cerco vanamente tra i mughi i varchi, le andade dei camosci. C'infradiciamo, capitomboliamo, c'intrappoliamo. Gridiamo a Gus e ad Ombre di femarsi, di puntarci addosso la loro pila. Li agguantiamo con un azimut selvaggio. Parlottiamo dinnanzi al fatiscente Casón di Col Reàn, che non dovrebbe ospitare alcun umano. Per riposare Gus prova a sedersi su una macchia chiara che gli sembra un masso. È invece una mucca accovacciata che si spaventa e s'alza, spaventando ancora di più lo stesso Gus il quale caccia un urlo. E le altre due creature che non immaginiamo addormentate fra i ruderi del casone, Lothar e lo Squiccia, manco fanno una piega. Ci rimettiamo in marcia attraverso il Piàn de la Lora, con apprensione e meraviglia per i cavalli che galoppano dintorno. Ripassiamo la forcella del Col Mandro. Riprendiamo il bosco, l'acqua. Si risvegliano gli uccelli. Ed intanto che si annuncia la radura del bivacco, dall'orologio al polso di Ombre risuonano le 6.

(Entro la fine della stagione l'immane pilastro in bilico sopra il Canalone dei Triestini crollerà. Transitasse lì qualcuno nel momento, i volontari neppure lo riconoscerebbero. Matteo Beretta morirà di schianto, sette anni dopo, sulla strada per Erto...).

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giovedì, 26 gennaio 2006

Un soffio di alpinismo ferrarese

postato da gabrielevilla alle 10:49 in alpinismo

E’ stato scritto che alcuni bloggers si erano presi un lungo periodo di riposo informatico; una vacanza? Non certo per quanto ci riguarda. Il fatto è che sui giornali locali delle pianeggianti e nebbiose lande padane nelle quali spendiamo la nostra vita poco appare di notizie di montagna sulle quali poter ragionare e dalle quali prendere spunto (spinta). Solo disgrazie, morti precipitati, travolti da valanga e simili. Ma anche qui, pur se raramente, arriva qualche refolo di venticello alpinistico a portare aria fresca di cui alimentarsi. Ci pensano due amici ferraresi (Maurizio Caleffi e Francesco Pompoli) a fare cordata per un’esplorazione iniziata nella scorsa primavera, a caccia di cascate in Val Malene, nella zona di Cima d’Asta (Lagorai) e conclusa a fine dicembre con la prima salita di un bella struttura ghiacciata alta una cinquantina di metri (difficoltà 3+/4). Ve la segnaliamo, non tanto per “l’impresa” che tale non è, ma per lo spirito alpinistico con il quale è stata realizzata, sfidando il cattivo tempo per guadagnare l’avvicinamento seguendo un tracciato “degno dei migliori cacciatori, su tratti di ripido sottobosco, diedri di roccia friabile e fango, passaggi tra arbusti e fitta vegetazione e tratti di neve alta fino alla cintola”. Che siano residui sintomi di alpinismo “resistente”? Se volete saperne di più e vedere la foto, potete leggere “Senza apparente motivo”, il racconto/cronaca dell’esplorazione e della salita, su www.intraigiarun.it.

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VALANGHE (e pensieri in libertà)

postato da giovannibusato alle 09:19 in storie

Trent’anni di scialpinismo e vent’anni di Soccorso Alpino, l’aver letto (quasi) ogni pubblicazione sull’argomento: tutto inutile!.. quando è tempo di fare una previsione mi sento ancora come dentro ad un bicchiere di acqua e anice, ogni contorno diventa sfumato, evanescente… dovrebbe essere così ma…
Questa costante incertezza è la migliore garanzia per una onesta vecchiaia (come dice il mio amico Claudio, è più facile diventare un bravo alpinista che un vecchio alpinista..)
Ma non è stato sempre così!
Nel 1989 sapevo tutto sulle valanghe; libri, serate, prove sul campo. I cristalli di neve non avevano segreti per me; ogni nevicata era come un gigantesco Tetris (credo si chiami così quel giochetto per il pc, dove bisogna sistemare i solidi che cadono dall’alto, vi ricordate?).
"Esperto, attenzione! La valanga non sa che tu sei un esperto…” (Andrè Roch).
Io ero così esperto che ci rimasi sotto, due ore!!
La scampai grazie ad una somma di casualità che, se avessi un po’ di Fede, dovrei dire che fu un miracolo del Padreterno.
Vissi quel momento come un tradimento; quel manto (nevoso) dall’aria innocente così familiare, di cui mi fidavo si sbriciolò sotto i miei piedi senza alcun segnale premonitore, senza alcuna buona ragione.
Ora il rapporto si è guastato, non concedo più (al manto) troppa confidenza; (del resto neanche i manuali godono più di grande stima...).
Resto spesso sulla difensiva con quell’atteggiamento di diffidenza tipico di coloro che hanno vissuto questa esperienza; la sicurezza non si acquisisce dall’esterno come un qualsiasi  prodotto confezionato…
Mi ritrovo perfettamente, leggendo un documento del Collegio delle Guide Alpine, a pensare che la sicurezza non sta (tutta) nei materiali, nei manuali, nella tecnica ma nasce soprattutto dall’“esperienza consapevole”, dalla capacità di rapportarsi all’ambiente, di sentirne il respiro.
Così preparo la gita sulla scorta di ciò che mi dice l’esperienza (oltre che ai bollettini) e poi sul campo con tutti i sensi all’erta, in silenzio fiutando la neve come il gladiatore la terra...
Ma non sempre è così...
A volte un metro di neve farinosa su un pendio di 50°... uno sguardo attorno e prima che scattino gli allarmi... giù!
“Un giorno lo scorpione chiese alla rana di fargli attraversare il fiume.. la rana pensò: tu non mi pungerai perché annegheresti! Nel mezzo del guado lo scorpione la punse…la rana morente chiese: perché? ...ora annegherai! Lo scorpione rispose: lo so, ma è stato più forte di me!!”.
Non pensiate che tutto ciò abbia una morale, sono solo pensieri - (in libertà).

PS: se volete “viaggiare” su un lastrone visitate il sito www.scivolare.it/Pagine/Articoli/lastrone.html dove un simpatico amico ha filmato una valanga a lastroni “dall’interno”.

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martedì, 24 gennaio 2006

FESTA DELL'ALPINISMO VICENTINO

postato da albertoperuffo alle 10:07 in
Nessuna defenestrazione, mia cara ML, ma un invito alla documentAZIONE.
Documenti e azione che stanno tenendo in sospeso i contenuti classici di intraisass.it in vista dei prossimi appuntamenti, alcuni inattesi per importanza e sviluppi. Ecco così che venerdì prossimo buona parte della mia folta compagine di amici e compagni si ritroverà all'Auditorium Canneti di Vicenza per una serata che all'inizio doveva essere una festa a premi della Sezioni Vicentine e che si è trasformata nel primo - e credo irripetibile - happ&ning-ring dell'alpinismo vicentino da quando l'alpinismo ha messo piedi tra le mura della città. Ci è stato chiesto, tra il serio e il faceto, di disegnare l'alpinismo degli ultimi dieci anni della provincia di Vicenza. E a Vicenza non si scherza. La provincia è grande, ha molte montagne e molti alpinisti. E spesso si sconfina.
Noi abbiamo lanciato la rete. E tutti, dico tutti gli alpinisti da noi interpellati hanno risposto. Ognuno ci ha portato una selezione di immagini della propria attività. Noi lo/la stiamo montando. Montando. Montando. Alla nostra maniera. E vi assicuro che vedrete cose dell'altro mondo. Tante sono le montagne visitate, corteggiate, scalate. E del nostro mondo, con una moltitudine di immagini inedite e protagonisti delle prime ascensioni e ripetizioni sulle montagne vicentine che nessuno ha mai visto.
Questo è il manifesto indetto dalle Sezioni Vicentine.
I protagonisti ci saranno tutti.
E anche gli amici.
Io vi aspetto là.
Poi è l'ora di Mauro Corona.
E dei suoi, pure per lui, imprevedibili ospiti.
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lunedì, 23 gennaio 2006

DOCUMENTARI E TORDE

postato da mluisanodari alle 23:17 in storie dal tibet

Ci sono dei momenti ESALTANTI nella vita di una ragazza, come quando uno-che-ti-piace-un-sacco ti porta fuori a cena e ti bisbiglia romanticamente nell’orecchio al chiaro di luna che sei:
1.bellissima
2.intelligente
3.fantastica
4.eccezionale
5.incredibile
oltre a, ovviamente, tutte le altre benedette&bellissime cose blablabla che VOI ci dite e a cui NOI crediamo come torde lessate cadute dall’albero nella stagione della caccia (a testa in giù e zampe in su generalmente) …
Ecco, considerato il fatto che non esco a cena con uno da anni (cioè, esco a cena molto spesso con uno yak, pelo è pelo neh, ma non mi ha mai detto neppure che gli son simpatica, lo zotico) e tutto il resto lasciamo stare… questo significa che parlo di LAVORO, ovviamente.
E significa che questa cosa che sto per dirvi è ancora più bella, più grande, più esaltante, più spettacolare, più eccezionale, più incredibile, più-più-più-più-più di George Clooney che ti invita fuori a cena (Glup!). Ecco. È una di quelle cose per cui capisco perché a 28 anni mi ostino a vivere a 5200 metri nel nulla tibetano, con uno yak e nomadi a gogò, invece che trovare un bravo toso e mettere la testa a posto, come diceva la mia nonna.
Ed è bastata una sola piccolissima mail. ‘Buonasera siamo quelli di Channel 4, produttori/cineoperatori di Touching the Void e stiamo preparando una serie/documentario su popoli nomadi in zone remote e ostili (ostili? Moh, io sono OSTILE alle 6 di mattina di solito…), la sua università ci ha parlato di lei…’
Io questa sera VI AMO TANTO tutti, ma proprio tutti, e dovevo dirvelo.
E probabilmente il nostro grande occhio, L’IN-tra-blog, mi defenestrerà questa news prima di domani mattina. E io magari gli spedisco dei fiori per farmi perdonare...;-)

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TOLTO IL DENTE, TOLTO IL DOLORE?

postato da mauromazzetti alle 13:11 in varia

Prima la notizia, come sempre. O meglio, prima ancora una precisazione. Le Olimpiadi invernali di Torino 2006 non mi sono simpatiche; la questione sarebbe lunga da spiegare – ed immagino che darebbe la stura ad un contraddittorio serrato, peraltro ai margini ed oltre di questo blog. Lo so anch’io che le Olimpiadi sono un’occasione importante per l’economia piemontese, e l’indotto eccetera eccetera. Lasciatemi però le mie convinzioni (ovviamente di pari importanza a quelle “avverse”).
Ciò premesso, come si dice con immarcescibile linguaggio burocratico, passo alla notizia.
E’ il sito alp-info a comunicare un’altra iniziativa mediatica per l’evento olimpico. In questo caso si tratta di una struttura ricoperta di ghiaccio, con formazioni rocciose verticali e una spira nel centro. La struttura, o meglio il monumento, come viene indicato nella pagina internet del sito citato, è alta otto metri; per la sua costruzione sono stati impiegati 550 metri quadrati di materiale termoplastico. Durante la manifestazione, i dipendenti della compagnia mediatica di tecnologia differenziata, fornitrice unica di un'ampia gamma di prodotti e di servizi innovativi, indispensabili per una buona riuscita dei Giochi (cito testualmente dal sito) potranno mandare messaggi via internet, che verranno messi in mostra su un sistema di comunicazione digitale posto alla base della struttura. Questo sistema diffonderà luci colorate e suoni a intermittenza., mentre una "webcam", via internet, restituirà le immagini video della struttura ai dipendenti della compagnia.
Questa meraviglia tecnologica rimarrà in piazza Solferino per tutta la durata dei Giochi olimpici e, spenta la fiaccola, sarà trasportata in un’altra zona di Torino fino a febbraio 2007.
Il monumento è stato affettuosamente soprannonimato “Dente del gigante”, forse perché si sforza di ricordare la omonima vetta, di poco superiore ai quattromila metri, che sta sul confine tra Francia ed Italia, in territorio valdostano (occhio a quest’ultimo dato n.d.r.).
Rimangono le solite perplessità e gli immancabili dubbi.
Dopo il febbraio 2007, che fine farà il Dente? Ed inoltre. Il sindaco Chiamparino avrebbe testualmente dichiarato: “Manca meno di un mese all'inizio dei Giochi Olimpici Invernali di Torino. L'impegno che alcuni sponsor Olimpici come GE (la ditta che ha ideato il Dente n.d.r.) stanno dimostrando alla città, è per noi fonte di grande entusiasmo. Questo monumento che celebra la geografia della nostra regione in maniera così splendida e moderna fungerà da richiamo e da punto d'incontro durante i Giochi”. Tutto bene. O quasi. Perché, incontrovertibile verità geo-morfologica, il vero Dente del gigante è in Val d’Aosta, non in Piemonte (che, per consolidata definizione scolastica, sta “ai piedi dei monti”).
Per dirla con rime di infimo livello culturale (Trilussa perdonami!): Chiamparino/ sindaco di Torino/ parla latino in piazza Solferino./ Che strana mania/ trascurare la ferro-energia/ per usar male la geografia.

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giovedì, 19 gennaio 2006

RIVISTE FRESCHE DI STAMPA

postato da marcoconte alle 21:27 in cultura, varia
Ci sono un paio di appuntamenti fissi sui quali amo spesso soffermarmi nella parte centrale dell'inverno, a cavallo del cambio di annata o giù di lì: si tratta delle edizioni natalizie delle due riviste Le Dolomiti Bellunesi e Le Alpi Venete, edite entrambe dalle sezioni "nostrane" del Club Alpino Italiano. Diretta da Italo Zandonella e Loris Santomaso, la rassegna bellunese propone anche questa volta ai lettori un gradevole amalgama di interventi a tema alpinistico, storico o naturalistico, non trascurando altresì dissertazioni a carattere quasi accademico nei campi della toponomastica o della ricerca bibliografica.
«Dalla Piave in su», riprendendo il sottotitolo della pubblicazione ideato a suo tempo da Giovanni Angelini, segnaliamo il pezzo di Matteo Fiori dedicato appunto alla figura del "Profesòr" nei 100 anni dalla nascita; i ricordi di Gabriele Franceschini legati al gruppo del Cimonega – Pizzocco, scritti dalla celebre guida alpina nel suo 84o anno di età; la seconda puntata dell'articolo monografico su Hans Dülfer, opera di Dante Colli. Se non pecco eccessivamente di autoreferenza, verso la fine del fascicolo compare anche un'intervista a Ivo Ferrari curata dal sottoscritto. Non so se è venuta bene: in ogni caso mi sono impegnato.
Non è comunque da meno la rivista diretta da Camillo Berti e Armando Scandellari. Già nelle prime pagine viene preso di petto il nodo della Solleder – Lettenbauer in Civetta, ad 80 anni dalla prima salita, attraverso l'esperienza personale dell'alpinista vicentina Adriana Valdo. Più avanti è decisamente il Monte Pelmo a farla da padrone: ben tre articoli a tema sci alpinistico illustrano infatti tutte le possibilità di esplorazione invernale del "Caregòn": cima, traversate e periplo. Non mancano in coda al volume un paio di articoli ad argomento naturalistico: un resoconto di Davide Berton sullo stato di salute delle colonie dolomitiche di camosci e stambecchi, ed un articolo di Michele Da Pozzo sui primi quindici anni del Parco delle Dolomiti d'Ampezzo.
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IL FORTE DELLE OLIMPIADI

postato da mauromazzetti alle 11:19 in cultura, varia

Incassato all’attivo il commento del nostro intrablog, andiamo avanti lungo i nostri percorsi.
Sta arrivando Torino 2006 – nel senso di Olimpiadi invernali - scivolando sulla poca neve che si ostina a non imbiancare le piste destinate alla kermesse sportiva. Tra i danni ed i benefici che la manifestazione porrà in essere, potente moloch divoratore, ovvero novello King Kong che forse salirà sulle stranite costruzioni di Sestriere per l’ultimo atto della vicenda, annoveriamo anche qualcosa di buono.
Ci dobbiamo però spostare un po’ dal teatro della manifestazione, fermandoci all’inizio della Valle d’Aosta, proprio dove la Dora ed i quaternari ghiacciai hanno scavato uno stretto passaggio. Lì è stato costruito il forte di Bard, di cui si ha una bella visione dall’alto risalendo le strette stradine che portano alle falesie soprastanti. E’ un posto ameno, dove è possibile arrampicare tutto l’anno su bella e salda roccia.
Chi, negli scorsi anni, avesse voluto abbinare scalate e cultura, avrebbe trovato chiusa la porta del forte, lungamente in restauro. In questi giorni, invece, anche grazie al King Kong di Torino 2006, le sale dell’imponente e squadrata costruzione sono state riaperte per ospitare la mostra “Alpi di sogno”. Leggendo il comunicato stampa dell’ANSA della Regione Val d’Aosta veniamo così a sapere che la mostra si propone di avvicinare il pubblico alle diverse forme di rappresentazione del paesaggio alpino e della montagna. Rimandiamo alla relativa pagina internet per gli ulteriori approfondimenti.
Lasciateci la solita, ultima parola.
La Valle d’Aosta pullula di fortificazioni, edificate da locali signori per esigere tasse, dazi, balzelli ed imposte, oltreché per vigilare e controllare le vie di accesso; è un teatro naturale di monti e di valli laterali, uno scenario impagabile di scorci panoramici. Riprendendo la metafora di King Kong, sarebbe intrigante che lo scimmione sciatore-pattinatore-fondista-hockeysta-e quant’altro, brandendo la torcia olimpica e sventolando la bandiera con i cinque cerchi altrettanto olimpici, poggiasse la sua smisurata zampa sul forte di Bard e da lì spiccasse un salto infinito, interminabile, lunghissimo. Un salto che lo porterebbe a conoscere una realtà differente da quella che gli propineranno a febbraio.

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mercoledì, 18 gennaio 2006

A UN PASSO DAL CONFINE

Dov'è mai sarà finito l'intrablog? Mentre gli impegni si accavallano e le cavalle si dis-impegnano e gli animali s'affollano... nella nascente Fattoria, il nostro sembra essere stato visto A UN PASSO DAL CONFINE. Quale confine, direte voi. In veri-verità :-[e qui mi affido a L'ombra sui veri del veneto Calzavara ]-: non c'è il tempo né la forza di spiegarlo. Lasciamo ad ognuno dei nostri cari amici lettori libera interpretazione. Per questo rivolgo a tutti un invitante-invito a entrare nel Manifesto (fronte - retro con bios e scopi - pdf) della nuova idea-rassegna che ci è capitata tra le mani mentre impastavamo ben altro cibo per l'irripetibile progetto che ancora non si-sa-se vedrà la luce.
O meglio, quale luce vedrà.
Per prima.

A breve, rivelazioni-anticipazioni sulle previste - ma non prevedibili - improvvisazioni e sugli straordinari special guest della prima serata.