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giovedì, 29 dicembre 2005

AGNÈR, INVERNO 1982

postato da marcoconte alle 18:21 in storia dell alpinismo
Feste natalizie in pieno svolgimento, ore di luce ai minimi termini e clima decisamente nevoso, almeno qui nei dintorni di Belluno. Ogni anno di questi tempi mi torna puntuale in mente l'ultima avventura in montagna di Riccardo Bee, scomparso sul Monte Agnèr a ridosso del Natale 1982 durante un'ascensione solitaria. Sono passati 23 anni da quel giorno. Nessun "conto tondo" particolare per questo anniversario: solo un ricordo rispettoso nei confronti di uno dei più grandi alpinisti bellunesi di ogni epoca, uno scampolo di memoria emerso in modo spontaneo per un gioco di contrasto, una nostalgia triste in giorni dove la felicità sembra obbligatoria per ragioni di mercato.
Sappiamo molto poco delle circostanze in cui Riccardo perse la vita. Era partito da Belluno il giorno di Santo Stefano con lo scopo di ripetere in invernale la via Messner sulla parete nord, un itinerario che lo aveva già respinto pochi anni prima e dove aveva promesso di non tornare. La compagnia degli amici lo attendeva al rifugio Scarpa per festeggiare il capodanno, ma Riccardo non arrivò mai all'appuntamento. Morì probabilmente ancora il primo giorno di scalata dopo 100 m di progressione, e venne rinvenuto dal soccorso alpino sulla neve alla base della parete.
«L'Agnèr sembrava una gigantesca torre di ghiaccio», leggiamo nel Ritratto biografico scritto nel 2004 da Ivo Ferrari che consigliamo caldamente di rileggere per comprendere la statura di questo autentico "cavaliere solitario" delle Dolomiti. «Quello di Bee era senza alcun dubbio un alpinismo romantico e di sacrificio, [...] un alpinismo silenzioso».
I capolavori di Riccardo Bee, compiuti in solitaria o in sodalizio con Franco Miotto, si chiamano Burèl, Spiz di Lagunàz, Pelmo, Pizzocco, Agnèr. Cime selvagge, vette dimenticate, un po' forse come lo stesso Riccardo. Chissà, forse ci stava simpatico proprio per questo.
venerdì, 23 dicembre 2005

ALPINAUTI, SIETE PRONTI PER IL 2006?

postato da albertoperuffo alle 11:16 in
Prossimi alle 100000blog visite, irreperibili fino al 2006, e per buona parte di esso :-[ ve ne accorgerete con i programmi che presto pubblicheremo ]-; ci congediamo dal 2005 - in EXTRAclima natalizio - con una poesia di José Saramago + l'importante appello Emergenza Pakistan di Mountain Wilderness.
 
Discorso del vecchio del Restelo all'astronauta
 
 Qui, sulla Terra, la fame perdura,
 e la miseria, e il lutto, e di nuovo la fame.
 
 Fumiamo sigarette accese col napalm
 e ci diciamo amore ignorando cos'è.
 Ma tu sei la riprova per noi della ricchezza,
 e della povertà, e della fame ancora.
 In te abbiam riposto non so che desiderio
 di cose pure e nobili, e alte più di noi.
 
 Con occhi acuminati, scandiamo sul giornale
 l'ebbrezza dello spazio, le sue meraviglie:
 gli oceani salati che stanno intorno a isole
 riarse dalla sete, dove non piove mai.
 
 Ma il mondo, astronauta, è tavola imbandita
 dove mangia, giocando, la fame solamente,
 la fame, astronauta, la fame solamente,
 e gioca con giocattoli che sono bombe al napalm.
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giovedì, 22 dicembre 2005

QUANDO L'UOMO SI PERDE NELLA MONTAGNA

Incontro per la prima volta Fausto De Stefani a Castelfranco Veneto, durante una manifestazione organizzata per promuovere e finanziare il suo progetto Una scuola professionale in Nepal. Devo all'amico Vittorino Mason il piacere di aver conosciuto questo personaggio, a dir poco "fuori dal coro" nonostante un coro vero e proprio, il mio, abbia precedentemente allietato la platea con un breve concerto natalizio.
Mi bastano pochi scambi di opinioni che subito penso: «Questo non sembra proprio un alpinista». Nessun malinteso, si tratta di un giudizio in senso positivo. La traduzione è: «Questo non è un conquistatore dell'inutile». È lo stesso Fausto a confermare il mio giudizio poco dopo: «Lionel Terray mi ha insegnato molto».
Fausto, che significa la tua affermazione "Vado alla ricerca di oasi, dove il pensiero e i sogni camminano parallelamente"? «La natura per me è favola, magia, mistero, sogno», risponde lui: «Credo che attraverso i sogni e la magia delle parole sia possibile viaggiare, sia possibile la conoscenza».
E cos'è allora la favola, lo incalzo ancora. «Non è solo fantasia, perché la favola contiene una buona dose di autenticità. Ma si tratta di una realtà che viene colorata dalla nostra soggettività: non esistono rumori, ci sono bensì suoni e armonie della natura che bisogna imparare ad ascoltare e distinguere».
Ma tu sei anche famoso per la ricerca dell'essenzialità nell'attrezzatura e nella dotazione tecnica, giusto? «La cosa più importante per me è la qualità dell'esperienza. Trovo che abbia più valore camminare su un sentiero in un bosco di faggi o abeti, piuttosto che attaccarsi alle funi metalliche di una via ferrata».
Dove se ne sta andando l'alpinismo? Che fine farà? «Sulla vetta del K2 si prova l'emozione di vedere l'orizzonte con una forma diversa, e non è facile rassegnarsi al fatto che finisca tutto lì: vogliamo di più. Questo fa parte della natura umana. Io tuttavia ho scelto di convogliare questo spirito di conquista verso vette di un altro tipo, non quelle tradizionali bensì altre più vicine alla nostra comunità umana. Sono fatto così: non riesco a scindere l'amore che ho per la montagna dall'impegno nelle tematiche sociali e ambientali».
È tardi quando esco dal "Tamburello" e risalgo in corriera con gli altri colleghi coristi alla volta di Belluno. Attraversando la marca trevigiana immersa nella notte la mia fantasia cammina altrove. In una remota vallata del Tibet, probabilmente.
mercoledì, 21 dicembre 2005

ZHANMU

postato da mluisanodari alle 06:34 in storie dal tibet

ZhanMu. Confine Repubblica Popolare Cinese e Nepal. Non so immaginarmi un altro posto così poco Cina e così tanto tenacemente Cina. Ho in testa il Cho Oyu e Tingri, e un Tibet che è così diverso dal Tibet centrale. Ho nella schiena tutti i singoli sassi di quella benedetta strada fatta ai 20 all'ora a cambiare gomme esplose. I crick si mettono in posti incredibili in Tibet. Tipo nel punto esatto in cui nel libretto di istruzioni c'è scritto NON METTERE ASSOLUTAMENTE. In coda compilo le scartoffie cinesi. Arriva un Tibetano con due passaporti. Lo guardo. Mi guarda. Mi chiede. Comincio a scrivere in cinese, poi gli spiego che deve firmare. Lui firma, piano, bene, meticoloso, in tibetano. Arriva un altro con 20 passaporti...e via così. Per molto. Alla faccia di chi dice che ai tibetani non dovrebbe essere insegnato il cinese.

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mercoledì, 14 dicembre 2005

EH SI' E' ORA...

postato da mluisanodari alle 11:03 in storie dal tibet

È ora.

È proprio ora.

Abe hai ragione.

Pure i due biondoni mi si sono ri-piazzati di nuovo sotto la finestra. Screanzati e strepitosi e bavosi come al solito, ma irresistibili. Mi hanno pure chiesto i CSI, e il bis di Matrilineare. In cammellese, ovvio. Hanno qualcosa di strano in quegli occhietti marroni lacrimosi, è come se guardandoti ti pigliassero in giro, sarà pure colpa di quel ghignetto che si ritrovano, o di quelle labbrone ruminanti in costante movimento che sembrano Mike Jagger (ehm, scusa Luca), o sarà che sto tentando disperatamente di dare una piega decente al sacco a pelo e nello sforzo immondo mi sento osservata & vulnerabile (Marco!).

Gli zaini gli ho fatti, sono già in corridoio.

Insomma è arrivata l’ora. L’ora dell’autobus per Kathmandu, che è troppo freddo per gli aerei. Il ragionamento non fa una grinza ma dicono così. Un po’ di bei polverosi giorni in Friendship Highway per una pausa invernale. Himalaya, giallo e bianco, burro e polvere, la signora di Langma, il Signor Turchese (Cho Oyu), magari lo Shisha un po’ prima, Zangmu e poi Kathmandu. Danno -20° C - sisì, proprio sotto zero. Poi Vienna e Venezia. Venezia è un bell’arrivo, altro che la Malpensa. Casine casette canali e Cannaregio. E un prosecchino, ovviamente.

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A QUANTO PA[d]RE

postato da albertoperuffo alle 10:38 in cultura, intraisass

Molti bloggerS in ferie, a quanto pa[d]re, o in proCINTO di partire. Per il Monte Cinto. Che esiste. Bellissimo. In Corsica. O, come il nostro Mauro, per vette ben più lontane, vedi l'Aconcagua, a festeggiare il Natale e l'anniversario del CAI-ULE.
Qui invece si continua a lavorare a produzioni sotterranee che prima o poi emergeranno. Per intanto, eccovi l'elenco PUNTI VENDITA per trovare i DVD intraisass multivision. Una buona fetta - specializzata d'Italia - è coperta. Per chi avesse suggerimenti scriva a multivision@intraisass.it.

Un suggerimento per gli amanti della fotografia lo diamo invece noi. In questi giorni è stata inaugurata presso la Sezione CAI di Milano la mostra VAL DI MELLO - La piccola Yosemite. Autore un fotografo che noi seguiamo da tempo, Federico Raiser. Per maggiori dettagli e per un viaggio virtuale attraverso splendidi scatti fotografici vi invitiamo ad entrare nel suo sito:
www.federicoraiser.com.

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venerdì, 09 dicembre 2005

COSA SUCCEDE IN VAL SUSA?

postato da albertoperuffo alle 10:37 in cultura
In questi giorni chi non vive sul campo il problema della Val Susa, difficilmente riesce a farsi un'opinione di cosa stia realmente accadendo.
TAV o no-TAV...
L'informazione classica, ipermediata, certo non aiuta. Così abbiamo deciso di affidarci allo sguardo di una persona che riteniamo molto obiettiva, Luca Mercalli. Riportiamo di seguito due delle sue lettere già ampiamente diffuse in rete ma che abbiamo scelto di ri-proporre all'attenzione dei lettori a cui fossero sfuggite. Un'inflazione di informazione, specie se alternativa e obiettiva, non fa mai male, in particolare modo quando di mezzo c'è l'interesse di una comunità pacifica e reale che si scontra contro gli interessi di una comunità economica e fittizia.
 
Da
www.spintadalbass.org Lettera che ha inviato Luca Mercalli a Repubblica indirizzata a Chiamparino (sindaco di Torino)

«Nel febbraio 2004, Ti difesi pubblicamente contro le accuse di mancato sgombero neve durante una massiccia precipitazione. Presi questa decisione perché ritengo importante cercare di essere obiettivi e sforzarsi di capire quando le cose sono giuste o sbagliate. Ora ti chiedo indietro il favore. Ti chiedo di valutare con coscienza la questione dell'opposizione al TAV in Valsusa, lasciando perdere la propaganda retorica fatta di "opera strategica", "occasione di sviluppo", "corridoio internazionale". Parole vuote, mancano i numeri che dimostrano effettivamente quali siano i vantaggi. Invece di numeri sugli svantaggi in questi anni se ne sono accumulati assai, messi nero su bianco da professionisti e docenti universitari (
www.notavtorino.org). Ma si fa di tutto per non accettare la loro discussione.
Ci sono molte contraddizioni nel sostenere - destra e sinistra insieme - questa "grande opera". In genere si dice che la politica ha la vista corta, pochi mesi o al massimo pochi anni. Per questo non si investe sulle energie rinnovabili, sul risparmio energetico, sul risanamento dell'assetto idrogeologico, sulla pianificazione urbanistica, sulla ricerca scientifica. Strano che per il TAV, opera che sarebbe pronta tra oltre 15 anni, si sia invece tutti così solerti... C'è qualcosa sotto.
Intanto la "nobile Torino" è un colabrodo. Come ci si può agitare così tanto per far partire un'opera faraonica che sfregia le Alpi e manganella le persone, quando non si riesce a dimostrare nemmeno di saper chiudere piccoli cantieri aperti da decenni, come il passante ferroviario? Ogni volta che vado in studio Rai a Milano, osservo sconsolato il degrado di Porta Susa, i rifiuti, il cantiere infinito di corso Inghilterra, un biglietto da visita triste, altro che città olimpica. Si dimostri di saper risolvere prima l'ordinario dello straordinario. Il Tav è un progetto fuori luogo nel contesto morfologico del territorio italiano. E' un simbolo di una voracità ambientale infinita che le leggi fisiche non permettono più di sostenere a lungo. Chi percorre l'autostrada Torino-Milano vede oggi la nuova linea TAV che è uno scempio geografico, una muraglia opprimente di calcestruzzo che chiude il guardo a sud per 100 km. Un atto d'arroganza tecnologica per guadagnare mezz'ora. Centocinquantanni fa la ferrovia ancora oggi in servizio, assai meno invasiva, ridusse quel viaggio da quattro giorni a quattro ore. Miglioriamo il servizio che già c'è, fatto oggi di zecche e di ritardi sistematici. E' un problema di rapporto costi-benefici. Sette miliardi di euro per un inferno di cemento che scempia i migliori terreni risicoli d'Europa. Torino e il Piemonte non saranno lastricate d'oro né grazie a questo o a quel nuovo treno "veloce". Invece potranno trovare nuove opportunità nell'elaborazione di un nuovo modello di sviluppo meno invasivo, già suggerito da un grande manager Fiat torinese, troppo presto dimenticato: Aurelio Peccei. Sì, proprio lui, il fondatore del Club di Roma, promotore dello studio MIT sui limiti dello sviluppo. E' un libro del 1972, in biblioteca si trova, e Tu che sei un forte lettore, so che andrai a riprenderlo. Vedrai che abbiamo di fronte problemi assai più impellenti del TAV».
Luca Mercalli
 
Da www.planetmountain.com Lettera aperta di Luca Mercalli dopo gli scontri di questi giorni
 
«Carissimi, è stata una giornata epica qui in Val Susa. Sembrava di essere tornati nel medioevo più oscuro (anzi, ora ci siamo dentro). Non solo per il cielo cupo e nebbioso particolarmente malinconico tra i castagni ingialliti alla base del Rocciamelone. Sono appena tornato dai luoghi di guerra civile e ho la nausea. Fortunatamente non per un pugno in pancia, ho evitato i manganelli portando in giro un collega giornalista della Radio Svizzera Italiana. Ma ho il vomito per quello che ho visto, indegno di un paese civile e democratico.
Oltre mille poliziotti, carabinieri antisommossa e finanzieri lanciati contro la gente comune, come se fossimo stati i peggiori delinquenti (quelli, invece, tranquilli agiscono impuniti... dove avete mai visto 1000 uomini in assetto di guerra, dico mille, fare un'operazione di polizia contro malviventi o truffatori?). Fin da ieri sera centinaia di persone, pensionati, studenti, di tutti insomma, hanno dormito nei boschi, braccati come fiere selvatiche, per essere pronti all'alba a fronteggiare le ruspe.
Così è stato, in mezzo ai boschi alle sei di stamattina sono arrivati i blindati, sembrava di essere a Baghdad. I Sindaci in prima linea, rappresentanti dei cittadini regolarmente eletti, presi a sberle dai carabinieri, con frasi del tipo: "Lei chi crede di rappresentare con quella fascia tricolore?". Altri presi a cazzotti e buttati a terra, gente con le mani alzate e disarmata, che ribadiva la protesta PACIFICA, spostata di peso dai prati espropriati. Vigili urbani che proteggevano i propri concittadini ARRESTATI (e poi rilasciati) dalla polizia di stato: ma come, Stato contro Stato? Chi è più ufficiale? Un pubblico ufficiale che difende il suo territorio dall'arroganza e dalla rapacità delle lobby cementiere o gli agenti aizzati da Roma dal ministro-talpa Lunardi?
Eppure le interviste che abbiamo raccolto erano di una maturità sorprendente: manifestanti maturi e competenti, gente che citava Gandhi e il picco del petrolio. Gente che si chiedeva cosa mai dovremo trasportare tra vent'anni sui questi treni super-iper-mega, quando non si fanno funzionare decentemente nemmeno quelli che abbiamo ora. Gente che chiedeva di impiegare 15 miliardi di euro non per bucare un'ennesima volta le Alpi, ma per gli ospedali, per le energie rinnovabili, per il risanamento ambientale.
Tanto per fare esercizi di termodinamica della follia: 15 milioni di metri cubi di roccia estratta dalla galleria di 54 km sotto il Moncenisio non sanno dove metterli. Ecco la brillante soluzione pensata dai progettisti: l'imbocco del tunnel è a circa 600 m, a 2000 m c'è la cava dalla quale fu prelevato il pietrisco per la costruzione della diga del Moncenisio nel 1968. Dunque, riempiamo la cava con lo smarino e il gioco è fatto! Con un nastro trasportatore lungo 16 km eleviamo rocce della densità di 2500 kg/mc su 1400 m di dislivello. Solo la deriva dei continenti è capace di tanto, ma lavora con incrementi di 1 mm all'anno. Capite cosa vuol dire il delirio dell'energia facile? E noi stiamo qui a pensare di risparmiare pochi miseri watt isolando il tetto o andando sul motorino elettrico...
I vecchi della montagna, fermi di fronte ai blocchi della polizia, dicevano che sono passati solo 60 anni da quando le bande partigiane facevano gli stessi sentieri inseguite dai tedeschi. Pensate a queste cose quando tra tre mesi vi presenteranno la Val di Susa imbellettata per le olimpiadi invernali.
Boh, ora sono troppo scosso per proseguire, rischio di scrivere stupidaggini. Ne riparleremo a sangue meno bollente. Grazie per i vostri messaggi di solidarietà...»
Luca Mercalli
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giovedì, 08 dicembre 2005

INTRIGO INTERNAZIONALE SULLA OVEST

postato da marcoconte alle 21:18 in storia dell alpinismo
Riccardo Cassin oggi è un arzillo vecchietto di 96 anni. Da ciò che si apprende sulla carta stampata sembra sia complessivamente in buona salute, se si danno per scontate le inevitabili conseguenze tipiche dell'età avanzata. Me lo ricordo qualche anno fa a Belluno, durante una serata di Oltre le Vette dedicata alla spedizione italiana sul Gasherbrum IV del 1958: basso, certo un po' curvo ma nello stesso tempo anche coriaceo.
«Arrivava, guardava dal basso, saliva e non tornava mai indietro», scrisse di lui Gian Piero Motti. Proprio come un boxeur, verrebbe da dire, ed infatti il pugilato fu in gioventù il primo sport da lui praticato. E giusto settant'anni fa, per rimanere in tema di anniversari, questo vero e proprio "Rocky" dell'alpinismo fece le scarpe ad alcuni grossi calibri come Emilio Comici, Renato Zanutti ed i due bavaresi Joseph Meindl e Hans Hintermeier: si trovò insomma al centro di un piccolo intrigo internazionale al cospetto delle Tre Cime, dal quale uscì vincitore dimostrando di possedere tecnica, forza, resistenza e furbizia.
Stiamo parlando naturalmente della parete nord alla Cima Ovest di Lavaredo, vinta per la prima volta da Riccardo Cassin e Vittorio Ratti il 30 agosto 1935 dopo tre giorni di scalata. Comici aveva già rinunciato all'impresa perseguitato dal maltempo e dalla difficoltà a trovare compagni, mentre i due scalatori tedeschi attendevano pazientemente in tenda il ritorno del sole dopo essere stati a loro volta respinti più volte dalla furia degli elementi.
Ed ecco dunque il colpo gobbo di Cassin e Ratti: i due partirono in auto da Lecco in piena notte, e sempre col favore delle tenebre sbarcarono in incognito a Misurina. L'amministrazione comunale della loro città, rievoca Spiro Della Porta Xidias, si sobbarcò le spese per la benzina per i doveri imposti dall'orgoglio nazionale. Dopo un primo assaggio della parete ed un breve riposo in rifugio, si avventurarono sulla Ovest alle 2 di notte del 28 agosto nascosti dalla nebbia. Meindl e Hintermeier si accorsero della loro presenza solo quando gli italiani erano già in alto, rimanendo con un palmo di naso.
La scorsa estate, leggiamo sullo Scarpone, una cerimonia organizzata dal CAI di Auronzo ha rievocato l'episodio: c'erano Roberto De Martin, lo storico dell'alpinismo Alberto Franco e anche Guido Cassin, figlio di Riccardo. Il babbo, nonostante sia notoriamente coriaceo, questa volta di risalire alla base della Ovest proprio non se la sentiva.
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mercoledì, 07 dicembre 2005

IL GIPETO VISIONARIO DI "GELO"

postato da francomichieli alle 22:41 in storie
Cara ML, è una decina di giorni che penso al gipeto bellissimo che ti si è posato accanto col suo puzzo di morte. Molte volte mi sono incantato a guardare i gipeti e leggendo il tuo post ho capito di colpo un motivo in più che prima mi era nascosto. Lui veleggia costeggiando valli e dirupi dentro e fuori ogni anfratto, per questo si sdoppia, perché è così vicino ai versanti che lo si vede volare assieme alla sua ombra. L’ombra passa come una notte imprevista dai seminatori del male. Veleggia e scruta con un occhio che è come una spada, perché non accetta che la morte resti sparsa in giro. Il suo occhio tagliente colpisce il più piccolo lembo di morte: lui lo porta dentro di sé per trasformarlo in vita. Se un osso è troppo grosso lo eleva in alto, lo fa precipitare sulle rocce perché si spacchi e poi lo ingoia. Ciò che era morte abbandonata sulla terra si trasforma nel volo di un angelo. Pur di farlo accetta il puzzo, che gli resti addosso il puzzo di morte, ma nel volo dell’angelo.
Una volta ero su un alto versante himalayano, verso i 4500 metri, dove un Lama e una monaca anziani vivevano in un eremo aereo e rivolto ai colossi di ghiaccio. Intorno veleggiava il gipeto. Il Lama lo indicò e disse: «Lui è buono». Da noi in passato lo chiamavano "avvoltoio degli agnelli" e lo disegnavano che ghermiva i bambini. Invece non mangia nulla di vivo, non uccide: mangia la morte. Chi lo chiamò in quel modo, nella sua stoltezza, inconsapevole fece una profezia. Designò una creatura divoratrice di morte e non di vita – come invece siamo noi, che mangiamo creature viventi d’erba e di carne – quale angelo dell’Apocalisse. Sarà infatti l’Agnello con i suoi angeli a muovere contro il Drago (e nessuno di noi, meglio di te, sa ora che cosa e chi sia il Drago nella terra del tuo gipeto). Nessuna particella di morte potrà salvarsi, perché il suo occhio è come una spada. Il Drago e la sua bestia della propaganda saranno rapite e dall’alto scagliate nella fornace e consunte per sempre. Come l’osso che il gipeto lascia cadere sulla roccia dai cieli per mangiarne la materia e trasformarla in penne veleggiatrici. Gli angeli non hanno boccoli biondi, ma su tutto il capo penne aranciate che furono bianche, e che loro tengono tinte con speciali terre dei monti, perché siano lingue di fuoco. Quando loro guardano il Drago con occhi che sono spade, gli mostrano il fuoco. Nessun vivente lo patirà, ma solo il Drago, perché Lui non tocca i viventi. Il Creatore dei mondi ha messo nel cielo e sulle rocce una creatura che è una profezia. Così noi possiamo vedere il destino del Drago, perché lassù vola il gipeto. Quando ci si posa accanto, noi sappiamo che il suo occhio è come una spada, e che il puzzo di morte se l’è caricato su di sé e non lo lascia per terra.
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BARRY LOPEZ + TERRITORIO

postato da albertoperuffo alle 11:18 in cultura, intraisass
intraisass.it è pronto per sbarcare in America ed accogliere tra le sue irregolari quanto imprevedibili pagine uno dei maggiori scrittori della letteratura americana contemporanea, Barry Lopez, «definito alcuni mesi fa da un'intera terza pagina di The Guardian “the greatest living landscape writer”, [...] una figura atipica nel panorama letterario. Un uomo quieto e simile alle creature che vede, descrive e incorpora nel racconto lungo un'intera vita sul rapporto tra le culture dell'uomo e il territorio. Un racconto che si sviluppa da oltre trent'anni e che passa attraverso libri sospesi tra il saggio e una narrazione affascinante, delicata, in grado di penetrare la materia senza scalfirla e condurre il lettore in anfratti nascosti e fondamentali della superficie che esplora...» - così ce lo presenta il nostro Davide Sapienza in BARRY LOPEZ Terra: l'immaginazione della cultura, il nuovo contenuto letterario delle pagina SPECIAL - Parole e Sentieri di intraisass, anticipazione-preparazione a un testo esclusivo che sarà pubblicato per la prima volta in italiano sulle nostre pagine. La traduzione sarà ovviamente affidata alle competenze dello stesso Davide Sapienza, profondo conoscitore di Barry Lopez e dei territori-temi cari allo scrittore americano. Per approfondimenti: www.barrylopez.com + Lettere dal paradiso.

Una postilla al territorio - "deflagrato" - di questi ultimi tempi, in un'altra parte di mondo. Cliccate qui per leggere Report on Earthquake, il rapporto che ci è stato inviato dal Club Alpino Pakistano, pubblicato in questi giorni nel loro sito.
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