Sono le 7 di mattina ma è notte fonda, e le stelle sono tante, tantissime.
Mi fermo sulla sponda del Kyichu e guardo il fiume che sta gelando, di giorno in giorno, piano piano, con una lentezza disperante e inevitabile. Le stelle gelide questa mattina si sentono spietate, e si riflettono lucide nell’acqua e sul ghiaccio.
Il lamento di un cammello viene da dietro alle mie spalle. Un lamento lunghissimo, strozzato, strascinato, che viene inglobato dalla notte, che si perde nel buio. Non ottiene risposta. Il mondo è immobile. Le case sono immobili, i camini sono immobili, i cani sono immobili.
Scendo sulle rive e seguo le lingue di ghiaia fino ad arrivare al centro del fiume, e guardo l’acqua che scorre lenta, cupa, nera, profonda, tra il ghiaccio.
Seguo le mucche che guadano piano, pigre, nel gelo. Il fiato e la saliva ghiaccia attorno alle loro bocche, mucche barbute, mucche natalizie.
Cammino nella valle nel buio profondo, verso i monti. Il freddo rende tutto immobile, silenzioso, lontano; pure gli altoparlanti hanno finalmente smesso con gli inni nazionali.
Cammino tra le case dei paesi e neppure i cani alzano la testa per guardarmi passare, per controllarmi. I salici stanno rinsecchiti e inerti nei loro tappeti di foglie cadute, i rigagnoli di sporcizia si sono congelati, e non soffia neppure il vento. Gli yak stanno immobili in mezzo alla strada, sagome nere nel nero, come enormi mammut nel ghiaccio.
Salgo veloce verso il passo, per i campi. L’erba è gelida, crocchia secca sotto agli scarponi. Una lepre morta mi guarda da sotto un cespuglio con il suo occhio nero e profondo, e mi sembra quasi viva. Arrivo al passo, e finalmente sento l’alba sulla pelle, e il sole mi inonda. Mi lascio scaldare e guardo il mondo sotto. I campi, le case e il buio. Fuori dal sole il mondo sembra fragile, teso, come sul punto di frantumarsi da un secondo all’altro, in mille pezzi, nel gelo.
L’enorme gipeto plana e si ferma al sole, a un metro da me. Enorme e bellissimo, con il suo capo coperto di lingue arancio come il fuoco. Bellissimo e bruttissimo, con i suoi occhi rossi, profondi, calmi e spietati. Mi guarda. Mi inquieta. E puzza terribilmente di morte. Io gli canto Nick Cave, ‘Are you the one I’ve been waiting for’. Lui tace, mi guarda negli occhi e non se ne va.
Non esiste alpinista che non conosca la via Solleder-Lettembauer alla Nord-ovest della Civetta, la “parete delle pareti”. Così la descrive la guida alpinistica di Oscar Kelemina: “E’ la più classica via in arrampicata libera del gruppo. Pericolosa per la caduta di pietre. Estremamente pericolosa in caso di maltempo per le cascate d’acqua e le scariche di sassi. Percorribile completamente in arrampicata libera e molto impegnativa”. Una descrizione, però, non basta a spiegare il “mito” che ha contraddistinto questo percorso, perché altre vie dolomitiche dello stesso periodo sono altrettanto lunghe e impegnative, ma non ugualmente conosciute e famose. Il fatto è che la via Solleder-Lettembauer, aperta il 7 agosto del 1925, ha avuto un’importanza storica senza uguali in quanto fu portata ad esempio agli alpinisti quale scalata di “sesto grado”, ovvero il primo itinerario quotato di estrema difficoltà, secondo la scala di sei gradi messa a punto dai fortissimi arrampicatori della cosiddetta Scuola di Monaco, che tutti conoscono con il nome di scala Welzembach e che ha fatto testo sulle Alpi per il successivo mezzo secolo, fino a metà degli anni settanta. Oggi quel “sesto grado” non è più il limite delle possibilità umane in arrampicata, la via non è più un riferimento e la sua ripetizione è passata di moda, quasi caduta nell’oblio, forse uscita dall’immaginario collettivo della maggior parte degli alpinisti. In quest’anno 2005 sono passati giusti ottant’anni da quell’estate del 1925 e pare proprio che nessuno si sia ricordato di questo anniversario, forse perché si è abituati a festeggiare i centenari, o magari anche a ricordare gli avvenimenti quando possono creare business, piuttosto che per valorizzarne la reale importanza. In tempi in cui sempre più spesso quando ci troviamo a parlare di alpinismo, ci viene da aggiungere “resistente”, quasi ad esorcizzarne il progressivo affievolimento, forse sarebbero proprio questi gli anniversari se non da celebrare, quanto meno da non dimenticare.
Cosa possono concertare due pastori di pecore valcellinesi passando da Milano ed in attesa alla Stazione Centrale della coincidenza del treno per tornare sui monti? Consultano un giornale cittadino e tra le cartomanti, le chiromanti e le massaggiatrici, ne cercano più d'una che eserciti al momento nello stesso luogo. Pare combinino, al telefono. Si recano in taxi sul posto. Entrano nell'appartamento e vanno nelle rispettive stanze insufficientemente isolate dalle porte a soffietto. Ed è inevitabile che Icio senta ad un certo punto Vasili esclamare: «Diàl, me mangeto al pitòt!» (Perbacco, mi mangi l'uccello!). Ad Icio così viene da ridere. Di conseguenza ride anche Vasili. Ridono, ridono contagiosamente. Non combinano più. Commettono pure l'errore di chiedere indietro gli onorari per via delle mancate prestazioni. Esce di botto dalla cucina un energumeno e presi a calci si ritrovano entrambi sulle scale.
Sospendiamo il giudizio morale (sta un mondo strano là fuori). È successo.
Domando unicamente ad Icio, che qui a Cimolais mi ha appena raccontato il misfatto, quando è successo. E lui candido come i suoi agnelli, facendo mente locale, mi risponde: «Ah! Guarda, era ancora viva la mia povera madre...».
E lei mi guarda, e mi dice che se anche questa vita è una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, lei non lo dirà mai a me, perché il suo dolore e la sua fatica sono talmente privati e talmente suoi e talmente incistati nella sua vita che non permetterà mai né che io li veda, né che io li dica, né che io ne faccia nome, né che io li usi.
E ti guardo sorella mia dalle 108 trecce dell’Amdo e rispetterò e difenderò le tue labbra sigillate e la forza dei tuoi zigomi contratti, e quello sguardo che mi hai rivolto, che mi ha sfondato dentro come una pugnalata, una lama secca che mi hai pure rigirato dentro.
Perché io l’ho riconosciuto nei tuoi occhi sorella mia, e tu hai visto che io l’ho visto in te, e così tu l’hai riconosciuto in me, perché noi ci riconosciamo sempre, tra noi.
E mentre me ne sto qui seduta sopra il monte a guardare Lhasa mille metri più sotto nel caldo sudato e assetato di un novembre tibetano, e mentre ti guardo continuare a camminare a capo chino dietro ai tuoi uomini, sulla kora sulla cresta di questo monte che è polvere, cespugli spinosi e sete, penso che farei un falò di me stessa e di tutte quelle parole che affermano di conoscere, e di tutti noi che diciamo di sapere e conoscere. E non ho il coraggio di continuare a camminare se tu mi stai davanti sorella mia, in questa natura che si è gelata all’improvviso in pietra, per colpa di quel piccolo sporco segreto. Sorella mia.
All’alba del secondo giorno è di nuovo il momento delle Vette, ma per non eccedere dopo l’intensità di ieri ci limitiamo a salire sul San Sebastiano per il Viaz dei Cengioni, ben presto avvolti dalle nebbie ascendenti. Mario, come in altre occasioni, riesce a raccontare tutto il tempo una serie di storie quasi incredibili e vere che, chissà come, capitano sempre a lui e che, se messe nero su bianco, a mio parere varrebbero un premio letterario. Forze invisibili che dominano le persone e bloccano l’amore: Mario riesce a vedere in qualche modo l’impalpabile rete di gabbie, le dà forma. Per ora sono io a fare l’uditore privilegiato, a mischiare di continuo lo stupore per il mondo umano rievocato e la sorpresa degli scenari nuovi dietro ogni sperone. Una buona introduzione per la sera: oggi a Belluno c’è un decisivo appuntamento con l’Oltre, il Caffè Filosofico all’Auditorium, dove un gruppo di non-filosofi si trova a discorrere sul tema «A che serve la montagna?», con l’aiuto del filosofo Giannangelo Campodonico dell’associazione Notte Chiara (ricordate Leopardi? “Dolce e chiara è la notte e senza vento”). Lo stampato che presenta l’incontro parte in modo magistrale: “Il mondo va sempre peggio”. Ma stimola a reagire con filosofia anziché col caos: “un groviglio di contraddizioni ecologiche, economiche, sociali può derivare da un errore filosofico”. Altro che errore! Ecatombe filosofica! Il dramma è che invece noi commettiamo un errore sull’orario, e mentre Mario prende il treno per casa io arrivo alla cerchia dialogante alle 18 anziché alle 17. Disdetta! Non mi resta che sedermi in disparte e ascoltare il finale, in un’atmosfera di sereno coinvolgimento fra i partecipanti. E la risposta? No, è ovvio, non si arriva a dire «a che cosa serve la montagna», ma è per tutti interessante pensarci, ascoltare. Non odo nessuna delle sciocchezze mikebongiornistiche che avrei potuto temere, ma spicca la presenza di ipotesi decisamente opposte, tipo: “la montagna non dovrebbe essere neanche toccata dall’uomo” (una ragazza giovanissima) oppure “è l’uomo con la sua presenza e la sua sensibilità che dà un valore reale alla montagna” (Manrico Dell’Agnola e Antonella Giacomini, alpinisti-esploratori di straordinaria esperienza che ben conosciamo). Finale: tutti felicemente sorpresi di aver dialogato con tanta serenità pur nella diversità di vedute. «Non va sempre così, nemmeno ai caffè filosofici – specifica Campodonico -; mi sono capitate risse con lancio e sfascio di sedie. Si trattava di un tema religioso».
Ancora non so che sto per essere introdotto a una querelle in cui volano (e voleranno) ben altro che le sedie. Ma non qui, s’intende. Appena incontro Flavio vengo rassicurato sull’invito a cena con Ermanno Salvaterra (intendo dire gratis!), senza sospettare che il dramma del Cerro Torre si stia facendo così enorme. Con animo leggero me ne sto dunque al bancone dell’enoteca in simpatica compagnia di Roberta Olivotto, segretaria della rassegna, e di Luca e Katia, aiutanti di Flavio, restando io stesso sorpreso per la prontezza priva di qualsiasi complimento con cui rispondo “sì, volentieri!”, quando Roberta propone un Prosecco. Sono davvero così assetato dopo il modesto San Sebastiano? Ma forse è l’iconografia del martirio dell’omonimo Santo a suscitare l’ansia per un frizzantino. Seduti uno di fronte all’altro con in mezzo due parallelepipedi di formidabili lasagne ai funghi - e accanto a noi Flavio -, Ermanno e io stiamo attaccando la cena quando lascio trapelare la mia collaborazione ad alcuni numeri di Alp. “Dunque avrai certo seguito la polemica scoppiata dopo l’uscita di quel trafiletto su Alp, in cui si riportava una mia semplice risposta ad una specifica domanda, cioè che personalmente sono poco convinto della salita al Torre di Maestri ed Egger nel 1959?” Il cubo di lasagne che sto smantellando si ghiaccia per un istante in forma di hielo: ahimé, non ne so nulla! Ero rimasto al documento di Rolando Garibotti di qualche mese fa, poi il buio [n.d.r. PDF >> A Mountain Unveleid - Una Montagna Svelata, la versione italiana del testo di Garibotti inviataci da Ermanno Salvaterra]. Cerco di cavarmela con la considerazione che la polemica è esplosa sui quotidiani trentini, mentre io abito dietro lo spartiacque dell’Adamello, in terra lumbard. Con somma pazienza Ermanno mi aggiorna: pare che il batti e ribatti abbia preso una tal corsa che finirà come col K2, se non peggio. Flavio, con tutto il suo fair-play, tenta a più riprese di introdurre argomenti più allegri, ma in fondo Ermanno è la Patagonia, e il grido di pietra è là. C’è dell’altro: Ermanno sta partendo proprio per tentare la via Maestri – Egger del ’59 (da alcuni ritenuta mai salita o addirittura impossibile), tentativo da cui ci si aspettano clamorose rivelazioni. Inevitabile il pompaggio giornalistico.
Apro anche oggi la mia parentesi. Fisso la magnifica coppa di vino rosso che mi sta davanti, provo a svuotarne una metà, ma vedo che continuo a non capirci un tubo. Certo, non sono in grado di scalare il Torre, perciò non sono coinvolto. Né ho messo a repentaglio la vita o sperperato tutti i miei risparmi per conquistare per primo una vetta ambita da tutti (in compenso l’ho fatto per montare il mio primo film, ma è un altro discorso). D’accordo, sono un estraneo. Nonostante ciò, continuo a non capire perché la prima salita del Torre sia un problema. Il K2 era una questione nazionalistica, che c’entra? Ma altrove...sia la montagna che i personaggi della sua storia acquistano ben altro fascino se le loro vicende materiali restano un mistero. Perché si deve dire e spiegare tutto? Che con la devolution i casi K2 siano invece regionalistici? Provo a ingoiare la seconda metà della coppa. Basta togliersi dal petto la medaglia della conquista (passo indispensabile) e considerare davvero le avventure vissute come un concatenamento di eventi pazzeschi, del tutto estranei alla quotidianità civile, intimamente nostri, e perciò non giudicabili (ma neanche convalidabili) secondo quei criteri. Flavio, vedendo la mia coppa vuota, giustamente la colma. E pensare che, con lungimiranza, negli anni scorsi mi ero permesso di proporre sia sul campo che a parole, in molte sedi, questa filosofia (provate a bervi Esploratori all’incontrario, qui su Intraisass – però, eccellente questo rosso!) pensando a come ci si sarebbe potuti mettere a ridere, proprio come Werner Herzog nel gran finale del Grido di Pietra che è l’unica cosa azzeccata del film. Ma forse a tutti noi piace di più battersi per una scemenza che rasserenarsi per una meraviglia. A me sembra che l’incredulità sia un premio, non un danno. È il premio che Dio ha scelto per sé. Restare nel mistero è un risultato più grande che finire nella classifica statica delle prime salite, che sono tutte storie morte per sempre. Un racconto lascia un segno eterno se dice e non dice, se lascia credere e non credere. Fino in fondo però. Come questa coppa. Caspita, già finita di nuovo? L’Amleto di Shakespeare farebbe ridere, col suo fantasma, se fosse un testo storico. È più eterno di tutti i testi sulla storia di Danimarca perché crea il mistero dell’uomo, non lo spiega. Il Cerro Torre merita un Amleto, non una bella agiografia con l’elenco delle salite. Su Intraisass si può dire, o è meglio passare Oltre? Chiusa parentesi.
È evidente che l’Ermanno è davvero temprato: dopo il seracco di lasagne si sente già a posto, mentre io ingoierei ancora una cornice di meringata. Ma dopo quello che ci ha raccontato sui montanari delle sue parti che facevano i portatori ai rifugi, che come ridere portavano su in spalla stufe da un quintale trattenendole colle mani, decido di star bene con un semplice ultimo sorso di vino. Il Teatro è strapieno: i film di Salvaterra non lasciano poltrone vuote. Uno dopo l’altro ci trasportano sempre più dentro la dimensione del Torre, non quello da lontano con la sua figura snella, ma quello percepibile a contatto con le placche nella tempesta, che è enorme, larghissimo, una massa fredda e granitica che si espande fin Oltre i limiti del visibile; è uno spazio compiuto che si mostra come la vera patria di Ermanno e dei suoi amici sospesi per settimane lassù, spazio di casa ormai indipendente dall’esistenza di una Vetta.
Quando rientro in Agordo dopo l’una e dopo il sempre simpatico finale gratuito in birreria, so che per quasi tre giorni metterò da parte l’Oltre – gli appuntamenti di Belluno fanno pausa – per dedicarmi alle Vette senza tregua.
Il bello delle montagne affacciate sulla Valle del Piave è che pur toccando al massimo i 2500 m hanno i loro piedi a 500-700 m, per cui le mie predilette salite da 2000 m di dislivello qui sono la norma. Per due giorni salgo e scendo le erte e articolate forme della Val Canzoi, avvolto quasi sempre in nebbie densissime, ascendenti come fossero mosse da un’enorme ruota di mulino che si mette in moto all’alba per fermarsi solo al tramonto. I luoghi sono spezzati in mille risalti, anfratti, cubi rocciosi diroccati, circhi nascosti, viaz, creste, pinnacoli, archi, canyon, piani improvvisi, Vette a una scala ridotta rispetto ad altre grandi montagne, con un conseguente moltiplicarsi della varietà e della sorpresa. La nebbia mi permette di salire a caso, di scoprire da solo viaz o passaggi segreti; di apparire al cospetto dei camosci all’improvviso e di vederli volare nel biancore come i raggi di un fuoco d’artificio. Di ascoltare il concerto immenso del bramito dei cervi perduto in una vastità insondabile, risonante sopra i Piani Eterni o echeggiante nel vuoto della Val Slavinaz. Senza tregua, il giorno seguente mi presento alle Case Bortot per attraversare la Schiara. Su da ovest nell’aria fradicia, tanto impregnata di brume che, quando incoccio nella Gusela, la sua cima non si vede. Eppure più su la Vetta è tersa, sopra ridondanti cavolfiori bianchi. Giù, verso est, ripiombo nel biancore umido. Mi sto impregnando di spazi bellunesi, in quantità abnorme, che mi riempiono, mi sostengono dall’interno come gonfiandosi e confermando la loro massa. Me la trasporto per l’interminabile saliscendi serale per le Case Bortot, a un’ora che non so, ma a un ritmo da pazzi perché Flavio e sua moglie Tiziana mi aspettano a cena a casa loro. Purtroppo mi sono perso l’incontro delle 18 “Sul Monte Ararat sulle tracce dell’Arca di Noé”, tema del resto molto discusso e sfuggente, ma in compenso approdano al mio piatto le concretissime e indiscutibili arche a forma di padella che salvano i cibi raffinati preparati da Tiziana. Quando poco dopo scricchiolo meniscosamente su per la scalinata del Teatro Comunale ho nelle gambe circa 20.000 metri di dislivelli in salita e in discesa entro i famosi cinque giorni di Zinnemann, un’ottima condizione per confrontarsi con le montagne folli filmate negli anni ’30, tema della serata. Ora devo dire subito che un film sullo sci come Der Weisse Rausch (Ebbrezza Bianca) di Arnold Fank, di cui è proiettato un estratto di 25 minuti rimontato di recente, io non l’avevo mai visto. E appena termina, so con certezza che, se è esistito quello sci, oggi lo sci è morto. Stecchito. Possiamo girare i festival che vogliamo, gli snowpark che vogliamo, trattenere il fiato per i salti da 50 metri dei freerider che vogliamo (le stazioni lasciamole perdere), ma tutto, al confronto, fa pena. Il paragone che vedo potrebbe essere questo: tra una grande orchestra con coro capace di interpretare la Nona di Beethoven, e un disgraziato che strimpella la sua chitarra da solo in mezzo a un immondezzaio. Anzi, un po’ più in là c’è un altro tristone che si bea delle sue noticine su quattro corde, ma sempre per i fatti suoi e ascoltando solo se stesso e il rombo dei camion che scaricano schifezze, mentre un po’ più in là se ne sta un altro ancora. Non parlo di colpe, ma di contagio dei tempi. Eppure la coralità eccezionale, la coreografia pittorica, l’allegria senza pasticche, la fantasia travolgente, devono essere esistite per lo meno nella mente, se quel film è stato fatto. Dove siamo finiti? Provate a vedere il DVD “Vast Awards” contenente una ventina di cortometraggi sul freeride scelti come finalisti per la prima importante rassegna video mondiale sul tema, dove si chiede al pubblico un voto via Internet (monte premi per 50.000 dollari!). Qualcuno è ben pensato, ma guardate l’insieme. In Italia è allegato alla rivista Free.rider n. 20, ora in edicola, che con molta dignità non commenta i contenuti. No, Ebbrezza Bianca era materializzazione pura della fantasia, e la trasmette a maggior ragione oggi! Davvero un’ottima introduzione al secondo appuntamento: Das Blaue Licht (La luce blu, tradotto però con La bella maledetta), di e con Leni Riefenstahl, la celebre ed eclettica fotografa, regista, attrice, alpinista, viaggiatrice e molto altro, la cui opera ha attraversato tutto il XX secolo. Con un passaggio assai discutibile, quando si prestò a filmare le coreografie pseudo-wagneriane del Führer. Per questo motivo si temeva che alcuni snobbassero la serata (invece il teatro è affollato); del resto non dovremmo vedere più niente se considerassimo quanti tra noi si prestano tuttora a mandare in onda o a seguire allegramente coreografie assai più sgangherate per conto del nostro amato Führber. Ebbene, il film trasporta in un’atmosfera realmente leggendaria, con scene d’arrampicata libera in parete della stessa Leni in gonnella sbrindellata da considerare memorabili, anche per la capacità di realizzarle in condizioni atmosferiche e di luce particolari, sempre con vapori che vorticano in perfetta sincronia lungo la parete. Tutti e due i film della serata fanno pensare a un uso del tempo ora perduto, per lo meno nei film girati in montagna: esisteva uno studio pignolo delle immagini, dei movimenti, delle scenografie; e c’era la pazienza di aspettare che le condizioni si verificassero. Perciò si vedono cose che nella fretta di oggi non si pensa più che possano avere a che fare con la montagna.
La sveglia ad Agordo, il mattino del sesto giorno, è problematica: l’accumulo forsennato di Vette dei giorni precedenti mi ha messo decisamente Oltre. Raggiungo comunque Belluno per le 11 dentro un Teatro pieno zeppo di ragazzini, che seguono catturati la fiaba-spettacolo Montagne incantate e creature fantastiche, con la narrazione di Paola Favero, i burattini animati da Primo Zancan e i disegni, anche dal vivo, di Francesco Cattani. Paola ha un’eccezionale conoscenza delle Dolomiti Bellunesi e ha inserito i loro luoghi più misteriosi e leggendari nella fiaba, che è un invito a non perdere contatto con le esperienze che generano il fantastico.
Il finale della mia esperienza è quasi tutto in incontri, dialoghi, scoperte di intrecci di conoscenze comuni. Del resto è in buona parte questo aspetto – le relazioni umane con prospettive artistico-montane – che rendono tanto interessanti, per chi ci si butta dentro, gli Oltre di festival e rassegne. In attesa della serata di film provenienti dal Trento Filmfestival (che conosco quasi a memoria), nel bel mezzo della Taverna ci raggiunge anche la nostra Paola Lugo, curatrice della neo-collana video di montagna eXplorazioni verticali di Intraisass. In fondo il frutto di tante partecipazioni è la nascita del desiderio di inventare qualcosa che ci manca. Nel mezzo di incontri e tentativi come questi si intuisce che solo mettendo insieme le forze tra coloro che hanno tuttora una passione fallimentare per l’Oltre si può creare qualcosa che ci restituisca attivamente senso.
Così mentre Oltre le Vette prosegue alla grande, in attesa di Reinhold Messner, Gino Strada e un gran numero di altri protagonisti, artisti, film e spettacoli, scoccata la mezzanotte, i cinque giorni di Zinnemann (ovvero i miei sei giorni) scadono, e digrignando tra il voler restare e il desiderio di tornare da moglie e bambini, mi rimetto in auto per la Valcamonica.