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mercoledì, 30 novembre 2005

LA MONTAGNA INVENTATA

postato da albertoperuffo alle 10:58 in intraisass
Ci siamo. O meglio siamo a buon punto. Questo è quello che ci viene da scrivere dopo la MAGNIfica :-[lasciatemi usare questo aggettivo libera(la)MENTE :->] serata di ieri a Vicenza e dopo le tribolazioni di lunedì a Trento preFestival. Nella difficile partita a scacchi che stiamo giocando, densa di pericoli di ogni genere e di avversari imprevisti, qualche buona mossa, folle e premeditata, la facciamo anche noi. Già, premeditiamo ciò che all'apparenza può risultare folle. E poi forse lo sarà. Ma ieri sera l'Auditorium Canneti di Vicenza ha accolto con grande calore Pierino Dal Pra, Michele Guerrini e Lorenzo Nadali. In programma c'era il loro film da noi co-prodotto e distribuito, LA CATTEDRALE. Ovviamente ci abbiamo messo del nostro, introducendo il film con il racconto I love Marmolada di Michele, letto dalla nostra voce, Nicola Brugnolo, mentre sfilavano sullo sfondo diapositive di arrampicata sulla Parete d'Argento. E per meglio spiegare cosa potesse essere o rappresentare una "cattedrale" ai nostri occhi, abbagliati fin dalla nascita dalla luce delle Dolomiti, ci siamo permessi di iniziare con alcuni stralci del capolavoro omonimo di Raymond Carver, un breve racconto dove il protagonista si sforza di spiegare a un cieco, "avversario imprevisto" in casa sua, cosa sia una cattedrale. Cosa non facile. Ma il pubblico ha apprezzato. E se fosse solo questo che spiega il nostro esordio, così violento, in queste note, sarebbe poca cosa. La grandezza di ieri sera è stato che tra il pubblico c'era, inaspettato, inattendibile, imprevedibile, niente di meno che Andrea Gobetti. Capitato là perché sapeva. E' da anni che abbiamo un sogno comune, un obiettivo segreto, o meglio remoto, che non possiamo ancora svelare, e forse ora i tempi sono maturi. O perlomeno, nel postserata, all'Antica Casa della Malvasia, celeberrima osteria di Vicenza, lo abbiamo rispolverato, tingendolo con un bel giro di vino. Rosso. O meglio, per l'appunto, TINTO. Come suggerito da Andrea dopo una nostra rivelazione. Già, quasi ad onorare il Tinto Brass della montagna che c'è in noi [non dimenticate l'aggettivo di apertura e cosa disse una volta un nostro grande amico]. E così, per chiudere, seduti in compagnia di Pierino, Michele, Lorenzo, gli amici vicentini e l'allegra Fattoria [in fine mundi, noi siamo agri-cultori dell'alpinismo, ossia CULTORI spesso AGRI di non vedere germogliare il grande potenziale che ha nel suo seme l'andare per le montagne], ci siamo dati appuntamento a data da destinarsi ricordando che da oggi nella nostra produzione abbiamo il privilegio di presentarvi, dopo LA VIA INVISIBILE di Franco Michieli, LA CATTEDRALE sopra citata, la novità tanto attesa: LA MONTAGNA INVENTATA Appunti per una storia dell'alpinismo di Enrico Camanni e Vincenzo Pasquali (migliore opera di produzione autonoma al Filmfestival di Trento). Entrate su intraisass multivision per saperne di più o acclamate la nostra Paola Lugo, motore primo della collana eXplorazioni verticali.
In arrivo L'OMBRA DEL TEMPO di Andrea Gobetti, Fulvio Mariani e Claudio Cormio. 
 
Ed ora, di nuovo, immersione.

PS: Rimettere il piede e il cuore al Canneti dopo la grande serata del Mass, per molti di noi [c'erano molti dei suoi amici] è stato... non so come definirlo... Sì, ritornare con il cuore a un grande momento condiviso. Non dimentichiamo, mai, il Mass.
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martedì, 29 novembre 2005

GELO

postato da mluisanodari alle 06:53 in storie dal tibet

Sono le 7 di mattina ma è notte fonda, e le stelle sono tante, tantissime.

Mi fermo sulla sponda del Kyichu e guardo il fiume che sta gelando, di giorno in giorno, piano piano, con una lentezza disperante e inevitabile. Le stelle gelide questa mattina si sentono spietate, e si riflettono lucide nell’acqua e sul ghiaccio.

Il lamento di un cammello viene da dietro alle mie spalle. Un lamento lunghissimo, strozzato, strascinato, che viene inglobato dalla notte, che si perde nel buio. Non ottiene risposta. Il mondo è immobile. Le case sono immobili, i camini sono immobili, i cani sono immobili.

Scendo sulle rive e seguo le lingue di ghiaia fino ad arrivare al centro del fiume, e guardo l’acqua che scorre lenta, cupa, nera, profonda, tra il ghiaccio.

Seguo le mucche che guadano piano, pigre, nel gelo. Il fiato e la saliva ghiaccia attorno alle loro bocche, mucche barbute, mucche natalizie.

Cammino nella valle nel buio profondo, verso i monti. Il freddo rende tutto immobile, silenzioso, lontano; pure gli altoparlanti hanno finalmente smesso con gli inni nazionali.

Cammino tra le case dei paesi e neppure i cani alzano la testa per guardarmi passare, per controllarmi. I salici stanno rinsecchiti e inerti nei loro tappeti di foglie cadute, i rigagnoli di sporcizia si sono congelati, e non soffia neppure il vento. Gli yak stanno immobili in mezzo alla strada, sagome nere nel nero, come enormi mammut nel ghiaccio.

Salgo veloce verso il passo, per i campi. L’erba è gelida, crocchia secca sotto agli scarponi. Una lepre morta mi guarda da sotto un cespuglio con il suo occhio nero e profondo, e mi sembra quasi viva. Arrivo al passo, e finalmente sento l’alba sulla pelle, e il sole mi inonda. Mi lascio scaldare e guardo il mondo sotto. I campi, le case e il buio. Fuori dal sole il mondo sembra fragile, teso, come sul punto di frantumarsi da un secondo all’altro, in mille pezzi, nel gelo.

L’enorme gipeto plana e si ferma al sole, a un metro da me. Enorme e bellissimo, con il suo capo coperto di lingue arancio come il fuoco. Bellissimo e bruttissimo, con i suoi occhi rossi, profondi, calmi e spietati. Mi guarda. Mi inquieta. E puzza terribilmente di morte. Io gli canto Nick Cave, ‘Are you the one I’ve been waiting for’. Lui tace, mi guarda negli occhi e non se ne va.

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lunedì, 28 novembre 2005

UN ANNIVERSARIO DIMENTICATO

postato da gabrielevilla alle 09:11 in varia, storia dell alpinismo

Non esiste alpinista che non conosca la via Solleder-Lettembauer alla Nord-ovest della Civetta, la “parete delle pareti”. Così la descrive la guida alpinistica di Oscar Kelemina: “E’ la più classica via in arrampicata libera del gruppo. Pericolosa per la caduta di pietre. Estremamente pericolosa in caso di maltempo per le cascate d’acqua e le scariche di sassi. Percorribile completamente in arrampicata libera e molto impegnativa”. Una descrizione, però, non basta a spiegare il “mito” che ha contraddistinto questo percorso, perché altre vie dolomitiche dello stesso periodo sono altrettanto lunghe e impegnative, ma non ugualmente conosciute e famose. Il fatto è che la via Solleder-Lettembauer, aperta il 7 agosto del 1925, ha avuto un’importanza storica senza uguali in quanto fu portata ad esempio agli alpinisti quale scalata di “sesto grado”, ovvero il primo itinerario quotato di estrema difficoltà, secondo la scala di sei gradi messa a punto dai fortissimi arrampicatori della cosiddetta Scuola di Monaco, che tutti conoscono con il nome di scala Welzembach e che ha fatto testo sulle Alpi per il successivo mezzo secolo, fino a metà degli anni settanta. Oggi quel “sesto grado” non è più il limite delle possibilità umane in arrampicata, la via non è più un riferimento e la sua ripetizione è passata di moda, quasi caduta nell’oblio, forse uscita dall’immaginario collettivo della maggior parte degli alpinisti. In quest’anno 2005 sono passati giusti ottant’anni da quell’estate del 1925 e pare proprio che nessuno si sia ricordato di questo anniversario, forse perché si è abituati a festeggiare i centenari, o magari anche a ricordare gli avvenimenti quando possono creare business, piuttosto che per valorizzarne la reale importanza. In tempi in cui sempre più spesso quando ci troviamo a parlare di alpinismo, ci viene da aggiungere “resistente”, quasi ad esorcizzarne il progressivo affievolimento, forse sarebbero proprio questi gli anniversari se non da celebrare, quanto meno da non dimenticare.

giovedì, 24 novembre 2005

UOMINI FUORI POSTO

postato da marcoconte alle 20:36 in incontri e manifestazioni
Il più serio è Alessandro Gogna, che in veste di presidente della giuria deve per forza avere un occhio di riguardo per la forma. Anzi no, è Ettore De Biasio a sognare di essere in qualunque posto tranne che davanti alle telecamere e ai flash dei paparazzi. Per non parlare di Luca Visentini, che sul palcoscenico insieme ai premiati sale solo perché questa volta non può proprio farne a meno. San Polo di Piave, sabato 19 novembre: a giudicare dal lusso e dall'atmosfera "VIP" della serata, la cerimonia conclusiva del Premio "Gambrinus" Giuseppe Mazzotti non sembrerebbe a prima vista un luogo per noi, epidermicamente parlando.
Per quanto riguarda la manifestazione in sé niente da dire, per carità: tutto appare luccicante, efficiente, telegenico. Massimo rispetto anche per le autorevoli decisioni della giuria e la selezione dei testi vincitori, tutti meritevoli del prestigioso riconoscimento assegnato. Ci mancherebbe, e chi siamo noi per metterlo in dubbio? Chissà, forse siamo solo noi montanari, termine inteso in senso ampio, a non saper apprezzare la situazione. Uomini fuori posto dunque, come scriveva tempo addietro Manrico. E la tensione del momento a volte gioca anche brutti scherzi. Per un errore nella scaletta delle premiazioni, ad un certo punto Alessandro Gogna sembra annunciare che il volume Pale di San Lucano del nostro Ettore abbia addirittura vinto il Premio Speciale della Giuria: Franco Miotto già si alza dalla sedia per applaudire, ma si tratta di uno sbaglio. Ad ogni modo, non sputiamo nel piatto dove si mangia: il premio vinto nella sezione Montagna ce lo portiamo a casa con innegabile soddisfazione.
Poi, fino a tarda notte, la comitiva dei montanari si occulta dai riflettori e nella penombra acquisisce nuovamente coscienza della propria unicità e specificità. Davanti ad un calice di rosso, naturalmente. La compagnia è allegra e siamo in tanti: i già citati Ettore, Luca, Alessandro e Franco; ma non mancano anche Mario Crespan, Mauro Corona, Adriano di Casera Ditta e diversi altri. È quasi una rivincita, dobbiamo rifarci delle oltre due ore e mezza trascorse a scaldare le poltrone nel Parco Gambrinus. Arriviamo infine a casa a Belluno che quasi albeggia, in un gelo siderale. Ce l'abbiamo fatta anche questa volta.

QUESTIONE DI STILE

Un po' latitante la nostra redazione in queste ultime settimane. Presto ne scoprirete il perché... a prescindere dai nuovi contenuti che entreranno la prossima settimana in diverse sezioni, a partire da intraisass multivison per arrivare ai contributi speciali.
 
Nonostante si cerchi di stare in disparte, per concentrarsi sul proprio lavoro, e osservare attentamente, per non perdere di vista ciò che capita in giro per il mondo, è difficile non dire qualcosa su argomenti che ti stanno particolarmente a cuore, per quanto difficili, complessi e senza soluzione definitiva. Specie quando si è coinvolti in corrispondenze private con personaggi del calibro di Yuri Koshelenko e Carlos Buhler. E' stata sollevata una riflessione sullo STILE ALPINO, specie in vista della futura spedizione russa alla Parete Ovest del K2 prevista per la prossima stagione e guidata dall'antico Viktor Kozlov. Spedizione di stampo pesante, che vedrà impegnati i migliori alpinisti russi, si pone come obiettivo di aprire una via nuova su una parete tra le più difficili che si possano affrontare, con qualsiasi mezzo. Diciamolo subito, lo stile alpino qui è futuristico. E se andiamo a leggere
l'intervista di exweb a uno degli uomini di punta del team russo, Pavel Shabaline, restiamo positivamente colpiti dalla chiarezza d'intenti e dall'equazione "different tasks = different styles". Differenti obiettivi, differenti stili. Ricordiamo che Pavel è appena reduce dalla prima salita in stile alpino della parete Nord del Khan Tengri insieme col suo compagno di sempre, Iljas Tuhvatullin, cordata di punta dell'ultima titanica impresa russa, sia in fatto di squadra sia in fatto di obiettivo, la via nuova sulla parete Nord dell'Everest firmata nell'estate del 2004. Chi parla è dunque uno che agisce su campi diversi e con stili differenti. Ma leggiamo uno stralcio di quest'intervista, una delle pagine più interessanti pubblicate in questi ultimi mesi nell'oceano della rete, uno stralcio in cui Pavel cerca di far capire cosa sia per lui l'alpinismo, con particolare riferimento alla traumatica esperienza del Khan Tengri dove è ritornato con lesioni irreversibili: «... Ho arrampicato per trent'anni. Era prevedibile che qualcosa del genere potesse accadermi. Dopo tutto, io non arrampico solo per "divertimento": Iljas e io abbiamo scalato la parete Nord del Khan Tengri perché l'alpinismo è la nostra vita. E la vita porta con sé non solo divertimento, ma anche problemi, paure e sopravvivenza. La nostra vita è la nostra scelta. La vita non ci detta le regole, siamo noi che scegliamo la nostra vita e le nostre regole. L'alpinismo non è lo scopo principale della mia vita. L'alpinismo è per me vita in se stesso. Le lesioni non sono perciò un problema: sono ancora vivo e capace di fare ciò che voglio. E io voglio solo ciò che posso...» - ecco dunque che la questione di stile si sposta sul complesso piano dell'ESPERIENZA SOGGETTIVA.
Una mia riflessione.
Poniamo due piani confluenti. Da un lato lo STILE (e i relativi mezzi), dall'altro il PROBLEMA (la montagna e il suo ambiente). Facendoli scivolare uno sull'altro otteniamo l'ESPERIENZA OGGETTIVA che andiamo ad affrontare in quanto alpinisti e persone. Più il problema è grande, più elegante è lo stile, maggiore sarà l'esperienza oggettiva. Ma l'esperienza oggettiva, per quanto grande, può diventare storicamente insignificante se s'infrange sulla superficie di chi la prova. Se essa non trova terreno fertile nel SOGGETTO, per varie cause e motivazioni, non solo congenite, per non dire genetiche, ma soprattutto per condizionamenti culturali, tra cui il più pericoloso è la competizione, ecco che anche la più grande impresa del mondo diventa una bolla di sapone, bella a vedersi, ma fragile e pronta a implodere di fronte all'imperturbabile specchio ANTIallodole che noi sappiamo essere la storia, uno specchio caviforme, un cono rivolto in sé quasi fosse un buco nero scivoloso pronto ad ingoiare i frantumi di esperienze sterili. In altre parole, se l'Antartide non avesse avuto un Shackletone o il Changabang un Boardman & Tasker, oggi l'avventura polare e l'avventura alpinistica non avrebbero il peso che attualmente hanno nella storia, nella nostra esperienza culturale basata sull'esperienza degli altri. Quindi, io credo e chiudo, per rispondere ai miei corrispondenti, che l'alpinismo, e la vita in genere, non sia solo una questione di stile.
 
Prima di abbandonarvi, e per restare marginalmente in argomento, vi segnalo la serata di domani a Bergamo di Simone Moro sui Magnifici Ottomila al Palamonti, mentre Silvio Mondinelli con il suo K2 sarà ad Arsiero (VI) presso il cinema Patronato Don Bosco. Chi invece dalla cronaca, che non si sa se diventerà storia, vuole passare al mito, consigliamo vivamente di andare a La Villa in Badia (BZ) sabato 26 novembre per la proiezione del primo film - Le Rëgn de Fanes - sulla leggenda ladina dolomitica «più sostanziosa e complessa, quella del mitico Regno di Fanes», una fiction in ladino di cui maggiori informazioni le potrete attingere dal sito
www.fanesfiction.com. Chi sarà mai il Re delle Dolomiti lì ritratto, urlante, alpinisticamente parlando, di questi giorni? Dove su tutti i quotidiani nazionali è risalita alla ribalta la vicenda CERRO TORRE. Leggiamo Un'impresa riapre il giallo del Torre e «Rolo» parla dello stile alpino di Giorgio Spreafico. Questione di stile?
domenica, 20 novembre 2005

ERA ANCORA VIVA LA MIA POVERA MADRE

postato da lucavisentini alle 20:05 in il paese

Cosa possono concertare due pastori di pecore valcellinesi passando da Milano ed in attesa alla Stazione Centrale della coincidenza del treno per tornare sui monti? Consultano un giornale cittadino e tra le cartomanti, le chiromanti e le massaggiatrici, ne cercano più d'una che eserciti al momento nello stesso luogo. Pare combinino, al telefono. Si recano in taxi sul posto. Entrano nell'appartamento e vanno nelle rispettive stanze insufficientemente isolate dalle porte a soffietto. Ed è inevitabile che Icio senta ad un certo punto Vasili esclamare: «Diàl, me mangeto al pitòt!» (Perbacco, mi mangi l'uccello!). Ad Icio così viene da ridere. Di conseguenza ride anche Vasili. Ridono, ridono contagiosamente. Non combinano più. Commettono pure l'errore di chiedere indietro gli onorari per via delle mancate prestazioni. Esce di botto dalla cucina un energumeno e presi a calci si ritrovano entrambi sulle scale.

Sospendiamo il giudizio morale (sta un mondo strano là fuori). È successo.

Domando unicamente ad Icio, che qui a Cimolais mi ha appena raccontato il misfatto, quando è successo. E lui candido come i suoi agnelli, facendo mente locale, mi risponde: «Ah! Guarda, era ancora viva la mia povera madre...».

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giovedì, 17 novembre 2005

DOVE SONO FINITE LE NOTIZIE DI...

Dove sono finite le notizie di montagna... domanda un nostro attento lettore. Così com'è formulata la domanda, con tanto di punto esclamativo, una domanda che esclama, si potrebbe rispondere... al mare. E In veri-verità, il mare nasconde la più profonda verità sulla montagna. Ma se anche ciò fosse difficile da cogliere nessuno può negare, semmai annegare, che la montagna più alta del mondo NON è l'Everest, che è la più elevata, bensì il Mauna Kea, la Montagna Bianca delle Isole Hawaii [io ci fui con il mio sopraMARINO]. Pensate, misurata dalla base sottomarina fino alla vetta, detta montagna ha un'altezza di 10205 m, 4205 sopra il livello del mare. Perciò, consiglio ai lettori performanti di correre a scalare la montagna più alta del gLOBO: filologicamente parlando è la più imPORTANTE per l'accredito alpinistico e non ha bisogno delle fatiche e dei sotterfugi delle montagne più elevate del mondo, a meno che non si parta dalla base [donde è vivaMENTE consigliato il SUBuso delle bombole]. Ma torniamo a noi. Al blog. Forse il nostro lettore voleva dire... ma dove sono finite le notizie d'alpinismo. Di montagna et relata mi sembra parliamo. Vedi, mio caro amico [le tracce digitali sono indelebili ;-], non è che ci sia la tanta paventata "crisi dell'alpinismo" la cui evoluzione porterebbe alla "morte dell'alpinismo". Giammai, c'è piuttosto la crisi degli alpinisti. C'è sempre meno gente che fa alpinismo, almeno alpinismo di quello che interessa alle nostre news. Alpinismo esplorativo. Di conseguenza ci sono meno notizie da riportare, meno persone che scrivono su questo o quello che accade in giro per il mondo. Meno giornalisti preparati. Per tutto il resto troverai ampia documentazione sui link-news a destra. E a noi, spesso, come oggi, non ci resta che parlare dei soliti noti. Degli immensi Mick Fowler e Chris Watts che anche quest'anno hanno aperto una grande via su una montagna sconosciuta e inviolata, il Kajagiao, il Cervino Tibetano alto 6447 metri. Oppure rimandare all'ultimo articolo di Giorgio Spreafico che ci racconta dell'epilogo al Cerro Torre sul tentativo alla Maestri primigenia da parte della cordata Salvaterra-Garibotti. O annunciare la nuova scalata protoinvernale di Jean Christophe Lafaille al suo dodicesimo Ottomila, il Makalu. O chiudere con le prodezze di Kari Kobler che ha annunciato che renderà sicura la montagna più insicura della Terra, il K2, allacciandolo di cinture, le corde, e di uomini ignoti, gli sherpa, affinché metà degli illusi alpinisti clienti, sospinti dentro a un corridoio di ossigeno, raggiungeranno sicuraMENTE la vetta, credendo di aver fatto alpinismo. Che mente (sost.), che mente [verb.]. DeMente [dial.].
martedì, 15 novembre 2005

LA KORA DI SERA UTSE

postato da mluisanodari alle 04:54 in storie dal tibet

E lei mi guarda, e mi dice che se anche questa vita è una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, lei non lo dirà mai a me, perché il suo dolore e la sua fatica sono talmente privati e talmente suoi e talmente incistati nella sua vita che non permetterà mai né che io li veda, né che io li dica, né che io ne faccia nome, né che io li usi.

E ti guardo sorella mia dalle 108 trecce dell’Amdo e rispetterò e difenderò le tue labbra sigillate e la forza dei tuoi zigomi contratti, e quello sguardo che mi hai rivolto, che mi ha sfondato dentro come una pugnalata, una lama secca che mi hai pure rigirato dentro.

Perché io l’ho riconosciuto nei tuoi occhi sorella mia, e tu hai visto che io l’ho visto in te, e così tu l’hai riconosciuto in me, perché noi ci riconosciamo sempre, tra noi.

E mentre me ne sto qui seduta sopra il monte a guardare Lhasa mille metri più sotto nel caldo sudato e assetato di un novembre tibetano, e mentre ti guardo continuare a camminare a capo chino dietro ai tuoi uomini, sulla kora sulla cresta di questo monte che è polvere, cespugli spinosi e sete, penso che farei un falò di me stessa e di tutte quelle parole che affermano di conoscere, e di tutti noi che diciamo di sapere e conoscere. E non ho il coraggio di continuare a camminare se tu mi stai davanti sorella mia, in questa natura che si è gelata all’improvviso in pietra, per colpa di quel piccolo sporco segreto. Sorella mia.

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sabato, 12 novembre 2005

GiroVAGandO a NOVEMBRE

Dal mese di novembre gli appuntamenti legati alla cultura della montagna si fanno sempre più f[r]itti. Difficile elencare tutte le segnalazioni che arrivano in redazione e bisognerà escogitare qualcosa di agile e veloce per pubblicare un utile promemoria che possa servire da guida ai nostri lettori. Ad esempio ieri sera a Castelfranco Veneto è iniziata la oramai classica rassegna LA VOCE DEI MONTI, giunta alla XVIa edizione. Primo ospite il sAgAce Rudi Vittori. Per i prossimi appuntamenti entrate qui [comunicato culturale].
Cambiando regione e passando alle arti visive, un giro interessante potrebbe essere quello che porta alle irregolari forme delle opere di Maria Grazia Passini e ai regolari spazi dell'OTTAGONO-SPAZIO MONTAGNA, sede CAI della Sezione di Milano. L'artista lombarda, che da un po' pediniamo, esporrà da martedì 22 novembre, giorno dell'inaugurazione, fino al 2 dicembre. Titolo dell'esposizione: ALTA QUOTA: EMOZIONI montagnaarteinteriorità.
Giocando in casa, infine, volevamo annunciarvi la nostra ultima apparizione pubblica con lo spettacolo MONTAGNE, SOLE, SILENZIO - Sentire come chi guarda, pensare come chi cammina - Cinque stanze artistiche per un progetto culturale presso il Cinema Vittoria a Gorizia, lunedì 14 novembre alle ore 21. Dopodiché chiuderemo i boccaporti del nostro soPRAmarino per dedicarci alla nostra nuova postproduzione, l'ArtVedioMix VENTIMILA PIEDI SOPRA IL MARE. Per arrivarci la strada è lunga, e la vita è breve. Perciò è meglio prepararsi, cominciando dalla nuova copertina di intraisass. La nuova foto è di Alessandro Pianalto, le PAROLE VERTICALI di Alejandra Pizarnik, miei FORMIdabili compagni di viaggio, dentro e fuori di me.
venerdì, 11 novembre 2005

CINQUE GIORNI, OLTRE LE VETTE - 2 Tutti a Belluno

postato da francomichieli alle 10:21 in

All’alba del secondo giorno è di nuovo il momento delle Vette, ma per non eccedere dopo l’intensità di ieri ci limitiamo a salire sul San Sebastiano per il Viaz dei Cengioni, ben presto avvolti dalle nebbie ascendenti. Mario, come in altre occasioni, riesce a raccontare tutto il tempo una serie di storie quasi incredibili e vere che, chissà come, capitano sempre a lui e che, se messe nero su bianco, a mio parere varrebbero un premio letterario. Forze invisibili che dominano le persone e bloccano l’amore: Mario riesce a vedere in qualche modo l’impalpabile rete di gabbie, le dà forma. Per ora sono io a fare l’uditore privilegiato, a mischiare di continuo lo stupore per il mondo umano rievocato e la sorpresa degli scenari nuovi dietro ogni sperone. Una buona introduzione per la sera: oggi a Belluno c’è un decisivo appuntamento con l’Oltre, il Caffè Filosofico all’Auditorium, dove un gruppo di non-filosofi si trova a discorrere sul tema «A che serve la montagna?», con l’aiuto del filosofo Giannangelo Campodonico dell’associazione Notte Chiara (ricordate Leopardi? “Dolce e chiara è la notte e senza vento”). Lo stampato che presenta l’incontro parte in modo magistrale: “Il mondo va sempre peggio”. Ma stimola a reagire con filosofia anziché col caos: “un groviglio di contraddizioni ecologiche, economiche, sociali può derivare da un errore filosofico”. Altro che errore! Ecatombe filosofica! Il dramma è che invece noi commettiamo un errore sull’orario, e mentre Mario prende il treno per casa io arrivo alla cerchia dialogante alle 18 anziché alle 17. Disdetta! Non mi resta che sedermi in disparte e ascoltare il finale, in un’atmosfera di sereno coinvolgimento fra i partecipanti. E la risposta? No, è ovvio, non si arriva a dire «a che cosa serve la montagna», ma è per tutti interessante pensarci, ascoltare. Non odo nessuna delle sciocchezze mikebongiornistiche che avrei potuto temere, ma spicca la presenza di ipotesi decisamente opposte, tipo: “la montagna non dovrebbe essere neanche toccata dall’uomo” (una ragazza giovanissima) oppure “è l’uomo con la sua presenza e la sua sensibilità che dà un valore reale alla montagna” (Manrico Dell’Agnola e Antonella Giacomini, alpinisti-esploratori di straordinaria esperienza che ben conosciamo). Finale: tutti felicemente sorpresi di aver dialogato con tanta serenità pur nella diversità di vedute. «Non va sempre così, nemmeno ai caffè filosofici – specifica Campodonico -; mi sono capitate risse con lancio e sfascio di sedie. Si trattava di un tema religioso».

Ancora non so che sto per essere introdotto a una querelle in cui volano (e voleranno) ben altro che le sedie. Ma non qui, s’intende. Appena incontro Flavio vengo rassicurato sull’invito a cena con Ermanno Salvaterra (intendo dire gratis!), senza sospettare che il dramma del Cerro Torre si stia facendo così enorme. Con animo leggero me ne sto dunque al bancone dell’enoteca in simpatica compagnia di Roberta Olivotto, segretaria della rassegna, e di Luca e Katia, aiutanti di Flavio, restando io stesso sorpreso per la prontezza priva di qualsiasi complimento con cui rispondo “sì, volentieri!”, quando Roberta propone un Prosecco. Sono davvero così assetato dopo il modesto San Sebastiano? Ma forse è l’iconografia del martirio dell’omonimo Santo a suscitare l’ansia per un frizzantino. Seduti uno di fronte all’altro con in mezzo due parallelepipedi di formidabili lasagne ai funghi - e accanto a noi Flavio -, Ermanno e io stiamo attaccando la cena quando lascio trapelare la mia collaborazione ad alcuni numeri di Alp. “Dunque avrai certo seguito la polemica scoppiata dopo l’uscita di quel trafiletto su Alp, in cui si riportava una mia semplice risposta ad una specifica domanda, cioè che personalmente sono poco convinto della salita al Torre di Maestri ed Egger nel 1959?” Il cubo di lasagne che sto smantellando si ghiaccia per un istante in forma di hielo: ahimé, non ne so nulla! Ero rimasto al documento di Rolando Garibotti di qualche mese fa, poi il buio [n.d.r. PDF >> A Mountain Unveleid - Una Montagna Svelata, la versione italiana del testo di Garibotti inviataci da Ermanno Salvaterra]. Cerco di cavarmela con la considerazione che la polemica è esplosa sui quotidiani trentini, mentre io abito dietro lo spartiacque dell’Adamello, in terra lumbard. Con somma pazienza Ermanno mi aggiorna: pare che il batti e ribatti abbia preso una tal corsa che finirà come col K2, se non peggio. Flavio, con tutto il suo fair-play, tenta a più riprese di introdurre argomenti più allegri, ma in fondo Ermanno è la Patagonia, e il grido di pietra è là. C’è dell’altro: Ermanno sta partendo proprio per tentare la via Maestri – Egger del ’59 (da alcuni ritenuta mai salita o addirittura impossibile), tentativo da cui ci si aspettano clamorose rivelazioni. Inevitabile il pompaggio giornalistico.

Apro anche oggi la mia parentesi. Fisso la magnifica coppa di vino rosso che mi sta davanti, provo a svuotarne una metà, ma vedo che continuo a non capirci un tubo. Certo, non sono in grado di scalare il Torre, perciò non sono coinvolto. Né ho messo a repentaglio la vita o sperperato tutti i miei risparmi per conquistare per primo una vetta ambita da tutti (in compenso l’ho fatto per montare il mio primo film, ma è un altro discorso). D’accordo, sono un estraneo. Nonostante ciò, continuo a non capire perché la prima salita del Torre sia un problema. Il K2 era una questione nazionalistica, che c’entra? Ma altrove...sia la montagna che i personaggi della sua storia acquistano ben altro fascino se le loro vicende materiali restano un mistero. Perché si deve dire e spiegare tutto? Che con la devolution i casi K2 siano invece regionalistici? Provo a ingoiare la seconda metà della coppa. Basta togliersi dal petto la medaglia della conquista (passo indispensabile) e considerare davvero le avventure vissute come un concatenamento di eventi pazzeschi, del tutto estranei alla quotidianità civile, intimamente nostri, e perciò non giudicabili (ma neanche convalidabili) secondo quei criteri. Flavio, vedendo la mia coppa vuota, giustamente la colma. E pensare che, con lungimiranza, negli anni scorsi mi ero permesso di proporre sia sul campo che a parole, in molte sedi, questa filosofia (provate a bervi Esploratori all’incontrario, qui su Intraisass – però, eccellente questo rosso!) pensando a come ci si sarebbe potuti mettere a ridere, proprio come Werner Herzog nel gran finale del Grido di Pietra che è l’unica cosa azzeccata del film. Ma forse a tutti noi piace di più battersi per una scemenza che rasserenarsi per una meraviglia. A me sembra che l’incredulità sia un premio, non un danno. È il premio che Dio ha scelto per sé. Restare nel mistero è un risultato più grande che finire nella classifica statica delle prime salite, che sono tutte storie morte per sempre. Un racconto lascia un segno eterno se dice e non dice, se lascia credere e non credere. Fino in fondo però. Come questa coppa. Caspita, già finita di nuovo? L’Amleto di Shakespeare farebbe ridere, col suo fantasma, se fosse un testo storico. È più eterno di tutti i testi sulla storia di Danimarca perché crea il mistero dell’uomo, non lo spiega. Il Cerro Torre merita un Amleto, non una bella agiografia con l’elenco delle salite. Su Intraisass si può dire, o è meglio passare Oltre? Chiusa parentesi.

È evidente che l’Ermanno è davvero temprato: dopo il seracco di lasagne si sente già a posto, mentre io ingoierei ancora una cornice di meringata. Ma dopo quello che ci ha raccontato sui montanari delle sue parti che facevano i portatori ai rifugi, che come ridere portavano su in spalla stufe da un quintale trattenendole colle mani, decido di star bene con un semplice ultimo sorso di vino. Il Teatro è strapieno: i film di Salvaterra non lasciano poltrone vuote. Uno dopo l’altro ci trasportano sempre più dentro la dimensione del Torre, non quello da lontano con la sua figura snella, ma quello percepibile a contatto con le placche nella tempesta, che è enorme, larghissimo, una massa fredda e granitica che si espande fin Oltre i limiti del visibile; è uno spazio compiuto che si mostra come la vera patria di Ermanno e dei suoi amici sospesi per settimane lassù, spazio di casa ormai indipendente dall’esistenza di una Vetta.

Quando rientro in Agordo dopo l’una e dopo il sempre simpatico finale gratuito in birreria, so che per quasi tre giorni metterò da parte l’Oltre – gli appuntamenti di Belluno fanno pausa – per dedicarmi alle Vette senza tregua.

Il bello delle montagne affacciate sulla Valle del Piave è che pur toccando al massimo i 2500 m hanno i loro piedi a 500-700 m, per cui le mie predilette salite da 2000 m di dislivello qui sono la norma. Per due giorni salgo e scendo le erte e articolate forme della Val Canzoi, avvolto quasi sempre in nebbie densissime, ascendenti come fossero mosse da un’enorme ruota di mulino che si mette in moto all’alba per fermarsi solo al tramonto. I luoghi sono spezzati in mille risalti, anfratti, cubi rocciosi diroccati, circhi nascosti, viaz, creste, pinnacoli, archi, canyon, piani improvvisi, Vette a una scala ridotta rispetto ad altre grandi montagne, con un conseguente moltiplicarsi della varietà e della sorpresa. La nebbia mi permette di salire a caso, di scoprire da solo viaz o passaggi segreti; di apparire al cospetto dei camosci all’improvviso e di vederli volare nel biancore come i raggi di un fuoco d’artificio. Di ascoltare il concerto immenso del bramito dei cervi perduto in una vastità insondabile, risonante sopra i Piani Eterni o echeggiante nel vuoto della Val Slavinaz. Senza tregua, il giorno seguente mi presento alle Case Bortot per attraversare la Schiara. Su da ovest nell’aria fradicia, tanto impregnata di brume che, quando incoccio nella Gusela, la sua cima non si vede. Eppure più su la Vetta è tersa, sopra ridondanti cavolfiori bianchi. Giù, verso est, ripiombo nel biancore umido. Mi sto impregnando di spazi bellunesi, in quantità abnorme, che mi riempiono, mi sostengono dall’interno come gonfiandosi e confermando la loro massa. Me la trasporto per l’interminabile saliscendi serale per le Case Bortot, a un’ora che non so, ma a un ritmo da pazzi perché Flavio e sua moglie Tiziana mi aspettano a cena a casa loro. Purtroppo mi sono perso l’incontro delle 18 “Sul Monte Ararat sulle tracce dell’Arca di Noé”, tema del resto molto discusso e sfuggente, ma in compenso approdano al mio piatto le concretissime e indiscutibili arche a forma di padella che salvano i cibi raffinati preparati da Tiziana. Quando poco dopo scricchiolo meniscosamente su per la scalinata del Teatro Comunale ho nelle gambe circa 20.000 metri di dislivelli in salita e in discesa entro i famosi cinque giorni di Zinnemann, un’ottima condizione per confrontarsi con le montagne folli filmate negli anni ’30, tema della serata. Ora devo dire subito che un film sullo sci come Der Weisse Rausch (Ebbrezza Bianca) di Arnold Fank, di cui è proiettato un estratto di 25 minuti rimontato di recente, io non l’avevo mai visto. E appena termina, so con certezza che, se è esistito quello sci, oggi lo sci è morto. Stecchito. Possiamo girare i festival che vogliamo, gli snowpark che vogliamo, trattenere il fiato per i salti da 50 metri dei freerider che vogliamo (le stazioni lasciamole perdere), ma tutto, al confronto, fa pena. Il paragone che vedo potrebbe essere questo: tra una grande orchestra con coro capace di interpretare la Nona di Beethoven, e un disgraziato che strimpella la sua chitarra da solo in mezzo a un immondezzaio. Anzi, un po’ più in là c’è un altro tristone che si bea delle sue noticine su quattro corde, ma sempre per i fatti suoi e ascoltando solo se stesso e il rombo dei camion che scaricano schifezze, mentre un po’ più in là se ne sta un altro ancora. Non parlo di colpe, ma di contagio dei tempi. Eppure la coralità eccezionale, la coreografia pittorica, l’allegria senza pasticche, la fantasia travolgente, devono essere esistite per lo meno nella mente, se quel film è stato fatto. Dove siamo finiti? Provate a vedere il DVD “Vast Awards” contenente una ventina di cortometraggi sul freeride scelti come finalisti per la prima importante rassegna video mondiale sul tema, dove si chiede al pubblico un voto via Internet (monte premi per 50.000 dollari!). Qualcuno è ben pensato, ma guardate l’insieme. In Italia è allegato alla rivista Free.rider n. 20, ora in edicola, che con molta dignità non commenta i contenuti. No, Ebbrezza Bianca era materializzazione pura della fantasia, e la trasmette a maggior ragione oggi! Davvero un’ottima introduzione al secondo appuntamento: Das Blaue Licht (La luce blu, tradotto però con La bella maledetta), di e con Leni Riefenstahl, la celebre ed eclettica fotografa, regista, attrice, alpinista, viaggiatrice e molto altro, la cui opera ha attraversato tutto il XX secolo. Con un passaggio assai discutibile, quando si prestò a filmare le coreografie pseudo-wagneriane del Führer. Per questo motivo si temeva che alcuni snobbassero la serata (invece il teatro è affollato); del resto non dovremmo vedere più niente se considerassimo quanti tra noi si prestano tuttora a mandare in onda o a seguire allegramente coreografie assai più sgangherate per conto del nostro amato Führber. Ebbene, il film trasporta in un’atmosfera realmente leggendaria, con scene d’arrampicata libera in parete della stessa Leni in gonnella sbrindellata da considerare memorabili, anche per la capacità di realizzarle in condizioni atmosferiche e di luce particolari, sempre con vapori che vorticano in perfetta sincronia lungo la parete. Tutti e due i film della serata fanno pensare a un uso del tempo ora perduto, per lo meno nei film girati in montagna: esisteva uno studio pignolo delle immagini, dei movimenti, delle scenografie; e c’era la pazienza di aspettare che le condizioni si verificassero. Perciò si vedono cose che nella fretta di oggi non si pensa più che possano avere a che fare con la montagna.

La sveglia ad Agordo, il mattino del sesto giorno, è problematica: l’accumulo forsennato di Vette dei giorni precedenti mi ha messo decisamente Oltre. Raggiungo comunque Belluno per le 11 dentro un Teatro pieno zeppo di ragazzini, che seguono catturati la fiaba-spettacolo Montagne incantate e creature fantastiche, con la narrazione di Paola Favero, i burattini animati da Primo Zancan e i disegni, anche dal vivo, di Francesco Cattani. Paola ha un’eccezionale conoscenza delle Dolomiti Bellunesi e ha inserito i loro luoghi più misteriosi e leggendari nella fiaba, che è un invito a non perdere contatto con le esperienze che generano il fantastico.

Il finale della mia esperienza è quasi tutto in incontri, dialoghi, scoperte di intrecci di conoscenze comuni. Del resto è in buona parte questo aspetto – le relazioni umane con prospettive artistico-montane – che rendono tanto interessanti, per chi ci si butta dentro, gli Oltre di festival e rassegne. In attesa della serata di film provenienti dal Trento Filmfestival (che conosco quasi a memoria), nel bel mezzo della Taverna ci raggiunge anche la nostra Paola Lugo, curatrice della neo-collana video di montagna eXplorazioni verticali di Intraisass. In fondo il frutto di tante partecipazioni è la nascita del desiderio di inventare qualcosa che ci manca. Nel mezzo di incontri e tentativi come questi si intuisce che solo mettendo insieme le forze tra coloro che hanno tuttora una passione fallimentare per l’Oltre si può creare qualcosa che ci restituisca attivamente senso.

Così mentre Oltre le Vette prosegue alla grande, in attesa di Reinhold Messner, Gino Strada e un gran numero di altri protagonisti, artisti, film e spettacoli, scoccata la mezzanotte, i cinque giorni di Zinnemann (ovvero i miei sei giorni) scadono, e digrignando tra il voler restare e il desiderio di tornare da moglie e bambini, mi rimetto in auto per la Valcamonica.
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