Non spiace mai leggere gli articoli di Giorgio Spreafico su La Provincia, uno degli ultimi quotidiani ancora free in rete e tra i pochi, se non l'unico, che parla regolarmente e con competenza di alpinismo. Ci soffermiamo su tre articoli:
CORVO NERO: ripetizione di una della grandi vie del Mass da parte di Ivo Ferrari e Fabio Valseschini >>>
UN BUDDA SULLE ALPI: cosa avranno combinato Merizzi, Maspes e amici sulle cime della Valmasino? >>>
SERATE DEI GAMMA: come sempre le serate culturali del Gruppo Gamma primeggiano per qualità e novità >>>
Così viene identificato Leonhard Angerer nelle note esplicative della mostra che si apre questa sera alle ore 19.00 presso la Galleria foto-forum, Bolzano, via Weggenstein 2/I.
La presentazione di Augusto Golin (Festival Internazionale “Montagna esplorazione” Città di Trento) e l’introduzione dello storico Hans Heiss ci conducono alla scoperta di un cronista [che vive e lavora nel tempo]. Ma non solo. Angerer è infatti anche radiologo asettico [cioè uno studioso dei raggi, della luce, in più non contaminato].
Il risultato del suo lavoro lo si può vedere fino al prossimo 20 ottobre.
>>> Comunicato Stampa con foto.
Esiste in commercio un libro, “La morte sospesa” dell’inglese Joe Simpson, edito dalla Vivalda di Torino. In quel capolavoro, l’autore narra l’incredibile, angosciante avventura del suo autosalvataggio. Con una gamba spezzata, abbandonato dal compagno a metà discesa del Siula Grande, una montagna di 6536 metri nelle Ande Peruviane, Joe si cala letteralmente strisciando, metro dopo metro, verso valle, verso il campobase, verso la salvezza. Il compagno non ha compiuto un gesto di vigliaccheria, è stato costretto ad abbandonarlo per non morire anche lui. La sua è stata una scelta difficile, traumatizzante, ne rimarrà segnato. Per giorni e giorni Simpson si trascina verso valle con l’incubo di trovare smantellato il campobase e più nessuno ad attenderlo. Mi fermo qui, per non svelare oltre la storia, che afferra il lettore per la gola dalla prima all’ultima pagina. Il preambolo serve a sottolineare che da sempre i feriti in montagna, soli e abbandonati dalla fortuna, cercano di trascinarsi a valle verso la salvezza. Centinaia sono gli episodi di gente ferita in montagna che è scesa in basso, è calata con le ultime energie verso il fondovalle, dove stavano i paesi, dove c’era qualcuno che poteva prestar loro soccorso.
Questo istinto di sopravvivenza, insito nell’uomo fin dalla sua apparizione sulla terra che, quando è in pericolo lo spinge verso il basso, è stato completamente stravolto dalla tecnologia del terzo millennio. Un mio amico, infatti, per portare a casa la pelle dopo essersi ferito in montagna, è dovuto andare in su, anziché in giù, e non era affatto impazzito. Nell’ottobre dell’anno passato, questo amico, cacciatore di prim’ordine, era uscito assieme al suo cane Fosco, di buona ferma ma un po’ addormentato, per una battuta ai galli forcelli nella zona Col del Mus, dalle parti di casera Galvana. Le giornate erano belle, il sole ancora caldo, anche se, alla sera, un’aria piuttosto gelida congelava le orecchie avvertendo il cacciatore che l’autunno era ormai alle porte. L’amico attraversò tutta la Val del Grap, sotto le Centenere, e dopo aver bevuto abbondantemente alla Fonte del Ciuffolotto, s’avviò in battuta verso il Rifugio Maniago. Aveva preso un gallo e contava di spararne un altro sul Col Bozzìa, luogo ideale per forcelli e cedroni. Infatti lo beccò. Fosco fermò di punta, il volatile frullò. L’amico, che si chiama Carlo, lo tirò giù a volo. Raccolse il forcello, aggirò la radura e pian piano tornò verso la baita Galvana con l’intenzione di pernottarvi e riprendere la caccia il giorno dopo. Il giorno dopo non era di caccia ma Carlo è una specie di ibrido, metà cacciatore regolare, metà bracconiere. Dormì alla casera, in compagnia del suo cane e di un bel fuoco alimentato con travi di larice, spezzoni dell’antico tetto, demolito per fare quello nuovo. Di notte il mio amico sognò la strega Galvana e si svegliò con i brividi addosso.
Ma, prima di raccontare quel che sognò, occorre dire chi era la Galvana. Maria Corona de Fat, detta Galvana perché monticava la baita omonima, classe 1879, femmina bella e altera, in odor di strega, era l’unica donna del paese che riuscisse a tenere una malga da sola, con vacche e capre, tagliare e spaccare legna, fare formaggio, burro e ricotta, senza l’ausilio di un uomo o l’aiuto di chicchessia. Gli uomini li odiava, non permetteva loro di avvicinarsi. Questa sua caratteristica la rendeva ancor più desiderabile. Molti furono i corteggiatori. Un paio cercarono di stuprarla, ma furono sfortunati. Galvana li punì a colpi di roncola, attrezzo che portava sempre appeso alla cinghia dei pantaloni, dietro la schiena. Nei primi anni del novecento, vedere una donna in pantaloni non era cosa di tutti i giorni, e la diceva lunga sull’emancipazione e il caratterino di Maria de Fat detta Galvana. Si racconta che il suo sguardo avesse il potere di seccare fiori ed erbe , bastava che volesse. Un episodio al proposito le dà ragione. Un giorno su alla baita le sparì un porcellino. Era l’inizio di giugno. Pensò glielo avessero rubato mentre stava al pascolo. Con occhi di fuoco tracciò un segno nell’aria e disse: «Chi tiene il mio maialino non deve arrivare vivo alla fine dell’anno». Passarono i giorni, venne luglio. Galvana s’accorse che un grosso cespuglio di tasso, rigoglioso e splendido fino ad allora, iniziò a seccarsi. A settembre era già scheletro, morto in piedi, secco e duro come osso. Galvana staccò la roncola dalla cinghia e s’apprestò ad abbatterlo per farne fuoco. Quando spostò i ciuffi d’erba per tagliarlo basso, in una buca tra le radici vide lo scheletro del suo porcellino. Era caduto accidentalmente nel foro morendo soffocato. Ma Galvana non concedeva scuse o giustificazioni. La sua maledizione aveva fatto morire l’albero che teneva con sé il porcellino. La minaccia era andata a segno, il tasso non arrivò vivo alla fine dell’anno.
La donna sparì misteriosamente un giorno di luglio del 1919, a quarant’anni, lasciando la baita incustodita con vacche e capre che urlavano di dolore perché nessuno le mungeva da giorni. Si mormora che fu uno spasimante della frazione Spesse a spararle e che l’abbia sepolta nei dintorni della baita. Si racconta pure che durante il plenilunio di luglio, dopo la mezzanotte, si può udire la voce di Galvana che canta una canzone malinconica. Celio giurava di averla sentita da ragazzo e mi dettò anche le parole. Dicevano così: «Ero regina di questa valle – ero padrona delle mie bestie – non ho più vita, vivo da morta – vago nei boschi in cerca di pace – nel sonno eterno pace non trovo – sonno che viene pace che va». Conoscendo Celio non ebbi difficoltà a credergli anche perché simili parole non sarebbe mai stato capace di inventarle.
Ma torniamo al mio amico Carlo e alla visione onirica che lo inquietò quella notte alla baita Galvana. Sognò che stava scendendo a riempire la borraccia nella fonte d’acqua che sgorga poco sotto la casera, quando comparve una donna in pantaloni che gli disse: «Non di là, quella non è acqua buona, torna su, vai verso le cime Centenere, lassù è acqua giusta che toglie la sete». Carlo le rispose male, disse che non era scemo a salire fino alle Centenere quando disponeva di una fonte a pochi metri. «Mi vuoi prendere in giro? – brontolò – non c’è acqua sulle Centenere, ma se ci tieni tanto vacci tu». La donna con calma rispose: «Solo camminando in su troverai acqua giusta, se andrai in giù non arriverai a bere niente anche se abbondano le sorgenti». Detto questo la donna sparì, Carlo si svegliò, il sogno era finito. Rimase alquanto scosso da quel messaggio ma poi, mentre programmava la battuta, si fece un buon caffè e tutta l’inquietudine evaporò nell’aria del mattino. Quel giorno Carlo tartassò il Col del Mus senza stanare nulla, nemmeno un francolino. Allora puntò a oriente, dove il bosco prometteva. Fu quando si trovò sotto le Centenere che successe l’incidente. Verso le nove, mentre attraversava una valletta, il suo piede trovò una buca. L’arto si piegò malamente emettendo un suono preoccupante come quando si spezza un ramo secco. Carlo capì di essersi rotto la caviglia sinistra. All’inizio lo prese lo sgomento giacché le Centenere non sono dietro casa. Poi il suo cuore si rallegrò. Ricordò che nella patta dello zaino teneva il cellulare. Accasciato per terra, estrasse l’apparecchio e fece il numero a memoria di alcuni amici, tra i quali anche il mio. Il telefonino non prendeva. Da quel momento Carlo precipitò nel panico. Quando capì che non poteva comunicare, lo prese il terrore. Attaccò a tremare in tutto il corpo, a sudare e sussurrare: «Sono morto, sono morto, prima che mi trovino sarò morto». Ripreso un po’ il controllo, ragionò. Come l’istinto suggerisce sempre ai feriti in montagna, decise di trascinarsi verso il basso, verso valle fino alla carrozzabile della Zemola. Ma non era facile scendere. In quella zona il terreno è ripido, pieno di forre e salti rocciosi che creano difficoltà anche all’esperto con gambe sane. Carlo si sentì perduto e, preda dello sconforto, attaccò a piangere sommessamente. Per un attimo sperò nel cane. Lo accarezzava dicendogli: «Vai, vai, corri in paese, se ti vedono senza di me capiscono, ti vengono dietro, mi trovano». Ma Fosco non capiva, era piuttosto tonto e non si mosse da lì. Restò accucciato nell’erba, come se tutto fosse regolare, ignaro del terrore che invadeva il suo padrone. Carlo veniva assalito da ondate di disperazione con vampe di fuoco nel corpo. Mi raccontò che aveva deciso di spararsi se non lo avessero trovato entro due giorni. Da quando si era rotto la gamba era trascorsa circa un’ora. Carlo stava disteso, sempre più disperato. La caviglia gli doleva, s’era gonfiata da far paura e gli parve che iniziasse a salirgli la febbre. Ad un certo punto ebbe la folgorazione. «Il sogno!» gridò. Si ricordò che la donna in pantaloni lo consigliava di salire sulla cima se voleva acqua buona, anzi, l’acqua giusta. «Devo andare in su!» gridò tra il disperato e l’allegro, se di allegria si può parlare nelle sue condizioni. «Devo andare sulla cima! – gridò ancora – da lassù il cellulare prende! Accidenti se prende, come ho fatto a non pensarci prima!» Il cuore si aprì di nuovo alla speranza anche se era conscio che non sarebbe stato facile trascinarsi fino al culmine delle Centenere. Con due pezzi di bastone e la camicia ridotta a strisce, effettuò una sommaria fasciatura alla caviglia spezzata. Legò il guinzaglio al collare del cane per farsi tirare un poco e s’avviò verso il calvario. Non poteva salire dritto causa un tetro sbarramento di rocce poco sopra, scelse perciò di risalire al Col del Mus e da lì trascinarsi lungo il vecchio sentiero dei pastori fino alla cresta. Piano piano, carponi su tre zampe e strascicando la quarta, guadagnava un metro di salita dopo l’altro, con disperazione e fatica. S’accorse che il dolore era meno acuto di quanto s’aspettasse e questo gli infuse speranza. Si trascinava sul sedere, strappando i centimetri al terreno che, uno accanto all’altro, diventavano metri. Dopo un tempo che gli parve interminabile, arrivò al Col del Mus, un aereo balcone, un giardino terrestre sospeso sulla Val Zemola, tappezzato di larici, abeti e pini scuri. Da quella finestra aperta sul vuoto, Carlo provò il telefono nel caso prendesse. Sperava di risparmiarsi il secondo calvario, la ripida pala di prato e bosco che mena sulla cresta delle Centenere. Niente. Quel maledetto aggeggio non prendeva, l’unico dato che il cellulare forniva era l’ora esatta: le due di pomeriggio. Carlo si rassegnò a proseguire, ma prima recitò un po’ di Avemarie. S’era trascinato per cinque ore sbrindellandosi pantaloni e pelle. Dopo aver disattivato il telefono per non consumare batteria inutilmente, riprese la sua Via Crucis. Andava su di culo, spingendosi con la gamba buona e le mani. Il cane gli dava una mano tirando un poco ma doveva riposare spesso. Per esser più leggero aveva abbandonato sul luogo dell’incidente zaino e doppietta tenendo solo la borraccia d’acqua a tracolla. Il tempo passava, le torture aumentavano, ma la forcella Centenere appariva sempre meno alta nel cielo. La meta si avvicinava e Carlo piangeva. Stava vivendo la sua personale “morte sospesa” minuto per minuto ma, al contrario di Joe Simpson, doveva salire anziché scendere. Il cellulare era riuscito a spazzar via in poco tempo la naturalità dell’uomo, a sconvolgere quell’istinto di sopravvivenza che, ferito, lo spinge a trascinarsi verso valle, come il naufrago a guadagnare la riva. Alle sei di sera Carlo raggiunse il culmine della cresta. Poco sotto, nell’illusione di risparmiarsi qualche metro di tortura, provò a chiamare col telefono ma l’aggeggio cinicamente ancora non prendeva. Solo quando cavalcò la forcella il cellulare accettò il segnale. Carlo pianse. Poi fece il numero di un amico. Evitò di chiamare la moglie per non spaventarla. Nemmeno un’ora dopo l’elicottero del Soccorso Alpino lo prelevava dalla cresta Centenere e lo depositava all’ospedale di Belluno. Quando il giorno dopo lo andai a trovare, conoscendo la mia avversione ai cellulari, disse: «Vedi che a volte il telefonino serve?» «Sì – risposi – ma ti cambia l’istinto». Però, da quel giorno, quando vado da solo in luoghi remoti e pericolosi, ne porto uno con me. Il cane tornò a casa da solo. Non bisogna mai andare in montagna da soli.
Mauro Corona
Cuore di De Amicis ci suggerisce l’inizio di questo post. Ad un certo punto, un personaggio del libro si mette a ridere, ma in maniera forzata. E De Amicis commenta: “Rise, ma di un riso che non si cuoce”.
Dunque, scorrendo l’articolo apparso qualche tempo fa sul sito nordamericano neice, abbiamo ripensato a quelle righe di Cuore.
Ecco alcuni stralci dell'articolo.
Ti accorgi che sei un arrampicatore tradizionale quando
Tuo figlio arrampica meglio di te
Nello zaino tieni sei rotoli di nastro parzialmente usati
Hai smesso di arrampicare perché non riesci più a salire nessuna via
La tua portaledge è installata nella tua stanza e contiene tutta la ferramenta
Hai scarpette che riesci a tenere tutto il giorno
Non conosci la percentuale di grasso del tuo corpo
Chiedi al compagno di cordata quanta acqua ha preso
Leggi gli arretrati delle riviste di montagna
Ti alzi alle due del mattino per andare ad arrampicare
Impieghi tre ore per rimuovere un friend
Sai cos’è un ferretto da abalakov
Ti cali in corda doppia per sei tiri nell’oscurità
Sei al secondo giorno di una salita e non sei in grado di ricordare cosa hai fatto il primo
Hai vissuto una grande giornata di arrampicata fino al momento in cui non sei trovato fuori dalla via che pensavi di aver fatto
Ti trovi un blocco intatto di magnesite dentro il sacchetto
Guidi tutta la notte per poter arrampicare tutto il giorno
Guidi tutta la notte perché hai arrampicato tutto il giorno
Porti i calzini dentro le scarpette
Hendrix ti frulla in testa mentre arrampichi
Allestisci una sosta con l’unico friend agganciato all’anello porta materiali sulla parte sinistra del tuo imbrago.
Lasciando da parte le amenità, ed a proposito di alpinismo tradizionale, segnaliamo una grande prima salita effettuata dal belga Nicolas Favresse nello Yosemite.
Si è trattato di un exploit di grande rilievo; il venticinquenne alpinista [che proviene da un paese dove le montagne non abbondano], ha lavorato per un mese su di un “cantiere” installato a circa 600 metri a destra delle Yosemite Falls (v. foto ed articolo su climbing.com). Il risultato ha dato vita a “L’appat”, “L’esca”, che dovrebbe prendere all’amo chi predilige le salite a denominazione di origine controllata.
L’Appat consta di 12 lunghezze, che non hanno risentito delle mode imperanti. Ne è uscita una via di grande effetto e di spiccata qualità, dove non sono state aggiunte protezioni artificiali ad eccezione di due soste a beneficio dei ripetitori; dopo i primi cinque tiri “camminabili” (5.10 pari ad un buon VI sup. UIAA, o se si vuole 6a/6a+ francese), la gradazione si impenna con costanza, giungendo fino al 5.13a (IX, 7c/7c+). Favresse è stato inoltre parsimonioso, lesinando anche sulla quantità di protezioni, nonostante le difficoltà incontrate. Commento del salitore, che ha condotto all free e da "primo" su tutte le lunghezze: “Questa esperienza mi ha insegnato molto e mi ha aperto gli occhi sull’enorme potenziale delle vie nuove lunghe ed estreme”.