Passando di corsa da Rawalpindi a Islamabad sono riuscito a rigettare uno sguardo sul blog. Non posso che ringraziare Mauro Mazzetti per il preziosissimo lavoro che ha fatto, specie considerando il pessimo servizio satellitare con cui abbiamo avuto a che fare. Nel messaggio in arrivo sul blog, spedito qualche giorno fa, troverete ulteriori precisazioni. A seguire, sotto, ritroverete i messaggi precedenti in versione riveduta (in rosso le revisioni). Quantitativamente pochi gli errori, tuttavia a volte generanti grandi improprieta' e controsensi. Al mio rientro rimettero' mano a tutto quanto dedicando appositamente uno spazio del sito alla spedizione con moltissime delle foto che non siamo riusciti a inviare.
Un caro saluto a tutti e grazie ancora a Mauro, davvero super pensando ai modesti mezzi, con corrieri che a volte portavano in giro le nostre foto a improbabili punti internet... dislocati ai piedi della Karakorum Highway
;-)
Alberto Peruffo
PS In arrivo, dopo il mio ultimo messaggio, un grande scritto di Carlos Buhler (lo sto traducendo)!!
Pur impigliati tra le affascinanti ed appassionanti spire della spedizione al Rakaposhi/Batura, cerchiamo comunque anche noi, da questa parte del mondo, di "mettere il piede fuori" dai consueti ed omologati sentieri culturali.
Dopo le preziose indicazioni di Marco Conte, leggiamo quindi quanto ci ha scritto Paola Lugo, inviata molto speciale a Cervinia.
Amo andare al cinema. Quando si spengono le luci mi emoziono sempre un po’, sospendo il mio già precario senso di realtà, dimentico che sto solo vedendo macchie colorate che si muovono su un telo, e me ne sto lì, a bocca aperta, ad aspettare il miracolo della visione.
Amo andare in montagna. Mi piace camminare, scalare, sciare. Mi piace starmene seduta lì, a guardarle, le montagne. A chiedermi come fanno ad essere così belle, ogni volta, da commuovermi sempre un po’.
E allora perché mi arrabbio tanto ai film festival di montagna? Dopo avere passato 20 giorni di severa autocoscienza, ritardando vergognosamente queste righe per Intraisass, penso che la ragione sia essenzialmente questa: perché è frustrante, per un’alpinista, seppur mediocre come me, vedere tante bellissime storie di avventura, di denuncia ambientale, di vita montana, e troppi banali, ripetitivi film di alpinismo. E perché i pochi degni di essere visti, fatti circolare, scompaiono nel nulla, spesso senza essere stati premiati. E perché spesso, molto spesso, i film premiati, agli alpinisti proprio non piacciono. Senza tediare ulteriormente i bloggers di intraisass, rimando alle esilaranti cronache che Franco Michieli ha scritto sui vari film festival. Sottoscrivo pienamente le sue riflessioni del luglio 2005, sulla necessità di premiare i contenuti d’avanguardia dell’impresa narrata e non solo la forma cinematograficamente perfetta, per evitare i troppi prodotti confezionati alla perfezione e tristemente senz’anima.
Tenendo conto che alla fine si ama un film spesso per ragioni così intime e personali, che ogni giudizio critico va preso con beneficio d’inventario, andare a Cervinia è valsa la pena per:
a) lo splendido Le dernier trappeur di Nicolas Vanier , dedicato a Norman Winter, uno degli ultimi cacciatori di pellicce del Canada, che verrà distribuito nelle sale dalla Mikado il prossimo autunno e giustamente premiato come migliore lungometraggio
b) Pinguini e uomini di Jacquet e Maison, che mostra le proibitive condizioni di ripresa del lungometraggio La marche de l’empererur, film da vedere solo per non perdersi l’arrivo di migliaia di pinguini imperatore in fila indiana, nelle immense solitudini dell’Antartico
c) L’homme qui revient de haut di Gilles Perret, dedicato a Marc Batard, uomo scomodo dell’alpinismo francese, grandissimo e misconosciuto, che ha vissuto la propria omosessualità in un mondo che non accetta tanto facilmente la diversità. (A proposito, Batard è in cerca di un editore italiano per la sua biografia. Sicuramente qualcosa di più di un libro di “alpinismo”) Non premiato
d) Mount Poi – the big thing di Jochen Schmoll, non solo il solito resoconto della solita spedizione in terre lontane. Ma Kurt Albert e Stefan Glowacz hanno ancora tanto da dire e da scalare (l’ho già detto: non pretendo di essere obiettiva). Non premiato
e) i film dedicati al degrado ambientale, da Thirst di Alan Snitow e Deborah Kaufman sulla lotta per il possesso dell’acqua, a Les seigneurs de l’arctique di Caroline Underwood sulle specie minacciate dal riscaldamento globale, e tanti altri. Bravi, bravissimi agli organizzatori per avere dedicato tanto spazio “alla sfida delle sfide” (come l’ha definita Enrico Camanni nel catalogo del film festival): “progettare il mondo che verrà”.
Per concludere , ecco un motivo della rabbia di cui sopra:
Perché premiare Women of K2, dove nessuna banalità sull’alpinismo femminile ci viene risparmiata (persino l’ultima telefonata dal Campo base di Alison ai figlioletti rimasti in Inghilterra), quando era in concorso Amazonia vertical di Pavol Barabas a ricordarci che il vero alpinismo non è spettacolo, spot televisivo, ma ricerca?
Traduttore uguale a traditore: questo mi sono detto, quando ho finalmente ricevuto una mail da Alberto Peruffo, dopo settimane passate a far scorrere avanti ed indietro il nastro della segreteria telefonica per capire a volte malamente le considerazioni che arrivavano dal Baltar Glacier. Traduttore uguale a traditore, in ciò agevolato dalle difficoltà di trasmissione. Ecco quindi che, soprattutto in un caso, il senso del pensiero è stato stravolto, capovolgendone il significato e l’intendimento. Vi propongo così il testo aggiornato [e veritiero] del messaggio già messo in rete venerdì 19 agosto. Noterete le sostanziali variazioni: il titolo diventa “Un paradiso incompiuto” ed è stato aggiunto il paragrafo finale.
mauromazzetti
Versione riveduta Se dovessi trovare una formula per aprire la scena di uno spettacolo che rappresenta la nostra avventura, comincerei così, nel buio della sala, con l’indice dell’attore improvvisamente illuminato e puntato contro l’attenzione del pubblico: Alberto Peruffo Nota tecnica
UN PARADISO INCOMPIUTO
10 agosto 2005 - Baltar Glacier, 4100 m.
Se dovessi trovare una formula per aprire la scena di uno spettacolo che rappresenta la nostra avventura, comincerei così, nel buio della sala, con l’indice dell’attore improvvisamente illuminato e puntato contro l’attenzione del pubblico:
“Ebbene, voi credete sia pazzo un padre che abbandona il figlio per andare a scalare una montagna ventimila piedi sopra il mare”.
Non oso pensare, o svelare, il resto; ma a quella prima e tremenda insinuazione risponderei di sì. Lo è. Il padre che abbandona un figlio, o i figli, specie se giovanissimi, per andare a scalare una montagna sconosciuta lontana giorni e giorni da casa, con relativi rischi e pericoli, un po’ pazzo lo è. Sia questo [...] da associare ad un eccesso di pathos, o ad un difetto di equilibrio. L’importante è riconoscersi in questa particolare forma di anomalia che porta gli uomini a sobbarcarsi di fatiche enormi per briciole di libertà. O vanagloria. Lontani da casa, lontani dai figli.
Qui, al nuovo Campo Base, nel remotissimo Baltar Glacier, l’esplorazione procede a singhiozzo. Non solo le condizioni ambientali, dure e al di là del nostro potere, sono le nostre avversarie, ma anche le condizioni soggettive. Isolati come siamo dal mondo, arroccati spesso nei nostri irriducibili caratteri, la nostalgia ci assale e il pensiero vola verso casa, incontro ai nostri bimbi, alle nostre mogli e ai nostri cari. Nulla di patetico in tutto ciò, bensì la cruda e meravigliosa realtà della nostra debolezza. Cruda perché dobbiamo resistere, meravigliosa perché ci rende partecipe dei nostri limiti. Quand’è che nella vita di tutti i giorni ci rendiamo partecipi dei nostri limiti?
E qui, nel Baltar Glacier, le possibilità sono infinite. Abbiamo fatto un consulto fra i guru dell’esplorazione alpinistica mondiale. Mediante Carlos Buhler, via satellitare, abbiamo sentito il britannico Stephan Venables, abbiamo poi incrociato le notizie con i nostri amici esploratori tedeschi, infine, abbiamo chiesto informazioni di prima mano all’italiano Simone Moro.
Non c’è dubbio, sebbene difficile da raggiungere perché geograficamente remoto e culturalmente chiuso, il Baltar Glacier è un paradiso verticale del futuro.
Un paradiso tuttavia incompiuto. Se alzo lo sguardo dal prato da cui vi sto scrivendo, in riva a un perfetto lago alpino e circondato da incommensurabili montagne, non scorgo gli occhi dei miei bimbi. Domani partiremo per le prime vette inviolate della valle. Ventimila piedi, 6000 metri, sopra il mare.
Nota tecnica
L’11 agosto Renzo Corona e Ivo Ferrari aprono una superba linea di 1200 metri in puro stile alpino su una cima inviolata di 6000 metri.
Il giorno successivo una bufera di neve respinge Alberto Peruffo, Carlos Buhler, Mirco Scarso e Michele Romio nel tentativo di raggiungere un’altra delle grandi cime inviolate della valle.
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Prima versione
UN PARADISO COMPIUTO
10 agosto 2005 - Baltar Glacier, 4100 m.
“Ebbene, voi credete sia pazzo un padre che abbandona un figlio per andare a scalare una montagna ventimila piedi sopra il mare”.
Non oso pensare, o svelare, il resto; ma a quella prima e tremenda insinuazione risponderei di sì. Lo é. Il padre che abbandona un figlio, o i figli, specie se giovanissimi, per andare a scalare una montagna sconosciuta lontana giorni e giorni da casa, con relativi rischi e pericoli, un po’ pazzo lo é. Sia questo di partire da associare ad un eccesso di pathos, o ad un difetto di equilibrio. L’importante è riconoscersi in questa particolare forma di anomalia fatta di uomini, a sobbarcarsi di fatiche enormi per la libertà. O vanagloria. Lontani da casa, lontani dai figli.
Qui, al nuovo campo base, nel remotissimo Baltar Glacier, l’esplorazione procede a singhiozzo. Non solo le condizioni ambientali, dure ed al di là del nostro potere, sono le nostre avversarie, ma anche le condizioni soggettive. Isolati come siamo dal mondo, arroccati spesso nei nostri irriducibili caratteri, la nostalgia ci assale ed il pensiero vola verso casa, incontro ai nostri bimbi, alle nostre mogli e ai nostri cari. Nulla di patetico in tutto ciò, bensì la cruda e meravigliosa realtà della nostra debolezza. Cruda perché dobbiamo resistere, meravigliosa perché ci rende partecipe dei nostri limiti. Quand’è che nella vita di tutti i giorni ci rendiamo partecipi dei nostri limiti?
E qui, nel Baltar Glacier, le possibilità sono infinite. Abbiamo fatto un consulto fra i guru dell’esplorazione alpinistica mondiale. Mediante Carlos Buhler, via satellitare, abbiamo sentito il britannico Stephan Venables, abbiamo poi incrociato le notizie con i nostri amici esploratori tedeschi, infine, abbiamo chiesto informazioni di prima mano all’italiano Simone Moro.
Non c’è dubbio, sebbene difficile da raggiungere perché geograficamente remoto e culturalmente chiuso, il Baltar Glacier è un paradiso verticale del futuro.
L’11 agosto Renzo Corona e Ivo Ferrari aprono una superba linea di 1200 metri in puro stile alpino su una cima inviolata di 6000 metri.
Il giorno successivo una bufera di neve respinge Alberto Peruffo, Carlos Buhler, Mirco Scarso e Michele Romio nel tentativo di raggiungere un’altra delle grandi cime inviolate.
Versione riveduta RITRATTI TRA LA PAROLA E IL SILENZIO Io sono/ il figlio della terra/ mosso dal vento/ per
18 agosto 2005 – Baltar Gla
Ami
Non ho trovato modo migliore
Brevemente, volgendo lo sguardo a sinistra, mi è fa
Carlos, d’altra parte, uno dei massimi himalaisti
Se guardo inve
Poi, a guidare i vi
Infine i nostri due fotoreporter.
In quanto a me, esigente
Nota te
Periodi di tempo bello massimo di due giorni non hanno permesso di avvi
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Prima versione
RITRATTI TRA LA PAROLA ED IL SILENZIO
18 agosto 2005 – Baltar Glacier
Amico delle nubi,/ compagno del fulmine,/ figlio della terra,/ dov’è la tua casa?/ Un campo di rose/ giallo frumento/ un monte nevoso/ un greto scosceso/ una femmina audace/ la parola è il silenzio.
Non ho trovato modo migliore che questi versi sepolti per iniziare l’ultimo messaggio che vi giungerà dal Baltar Glacier. Presto ripartiremo per Karimabad, da dove potremo stilare con più distacco un resoconto della nostra spedizione. Ora, invece, immersi tra azione e contemplazione, siamo divisi, o meglio sono diviso, fra la parola ed il silenzio. In mezzo c’è un mondo che si vorrebbe dire. C’è l’esplorazione e la comunicazione. Due aspetti della medesima realtà che molte volte non vanno d’accordo, perché chi esplora non sa o non vuole comunicare e chi comunica non sa o non vuole esplorare. E così ho pensato, per fare emergere questa molteplicità, la parola sul silenzio, di raccontare qualcosa sui miei compagni di spedizione. Pure loro sono divisi fra esplorazione e comunicazione e un loro ritratto potrà essere non solo lo specchio delle loro montagne, ferite o sognate, ma anche delle nostre promesse.
Brevemente, volgendo lo sguardo a sinistra, mi è facile iniziare da chi è impegnato in una straordinaria salita. Una riga di nevi incassata in un diedro di roccia, che cade da 6000 a 5000 metri sta accogliendo l’azione di Renzo Corona di Primiero, e Carlos Buhler, americano del Montana. Renzo è una forza pura della natura. Talmente forte, possente e sicuro che a volte spaventa. Non che non sia buono e docile di carattere. E’ piacevole stare con lui. Ma lui invece indietreggia. Parte per la sua strada e a volte non comunica. Agisce. Carlos, d’altra parte, uno dei massimi himalaisti contemporanei, stupisce per la sua impareggiabile pazienza e meticolosità. Vive in un tempo dilatato. L’attesa e la preparazione di ogni suo gesto, dal cibo alla parola, sono le sue armi vincenti. E’ come un meccanismo che ha tempi di carica lunghi e resistenza insondabile. Se Renzo e Carlos riusciranno nell’itinerario in cui sono impegnati, sarà una gran bella ascensione, che resterà non solo nella loro storia personale.
Se guardo invece a destra, è restata nel solco della mia vista la superba linea salita sempre da Renzo con il bergamasco Ivo Ferrari su una verticalissima parete di neve che sbuca a 6250 m. Ivo è una delle persone più strane ed impulsive che mi è capitato di incontrare in vita mia. Non ha onde medie, solo alti e bassi, che ininterrottamente e senza riserve comunica al mondo esterno. Pure lui è una forza impetuosa della natura, ma non più pura, una forza che è in continua lite con il proprio limite.
Poi, a guidare i vicentini, c’è Mirco Scarso, presidente del CAI di Montecchio, l’alpinista più resistente e sincero che io conosca. Lui tiene un diario quotidiano fitto fitto. Chissà cosa c’è scritto. Se volete raggiungere un obiettivo e avete bisogno di qualcuno che vi batta una traccia, anche morale, affidatevi a Mirco, il mio compagno per eccellenza. Con Michele Romio, il più giovane del gruppo, abbiamo salito un’incredibile “parete nord” per ripidezza, continuità e pericoli obiettivi. La vera impresa l’ha fatta nei cieli. Partito indisposto dal Campo Base ha raggiunto i 5000 m del campo alto dopo aver attraversato chilometri di pietre instabili e nevi. Con tutto il materiale in spalla per il campo. La notte non ha dormito e l’indomani ha terminato la parete con noi, mentre i suoi occhi comunicavano sofferenza, tenacia e anche paura. La sana paura che per noi alpinisti è un’opzione. E mentre noi raggiungevamo la cresta del Daryio Sar per uno sperone sulla sinistra Ivo, solitario, virava a destra della parete per raggiungere direttamente la discesa. Un’altra grande cavalcata della Primula Rossa (o Bionda) delle Dolomiti. Dentro di lui il ricordo del fratello Dario e del nostro caro potente Mass.
Infine i nostri due fotoreporter. Crista-Lee Mitchell, canadese, in dolce attesa, dopo il Rakaposhi ci ha privato del suo dolce sorriso e della sua abile indiscrezione nel cogliere ciò che pochi di noi avrebbero il coraggio di cogliere in terra straniera. Il vicentino Alessandro Pianalto è invece riassumibile nella formula “vede ciò che gli altri non vedono”. E qui al Campo base nessuno ha dubbi in proposito. Le immagini che ha catturato dal Baltar Glacier saranno il pane per l’alpinismo del futuro e, io credo, capolavori della fotografia artistica del paesaggio (Tra le altre cose, la BBC ha annunciato che il prossimo anno sarà nel Baltar Glacier).
In quanto a me, esigente come sono sulla comunicazione inter nos, non trovo modo migliore per darvi appuntamento a Karimabad che pescando, anche in chiusura apparentemente, altri versi sepolti:
Io sono/ il figlio della terra/ mosso dal vento/ per contrastare il tempo/ e tornare/ dentro.
Alberto Peruffo
Nota tecnica
Periodi di tempo bello massimo di due giorni non hanno permesso di avvicinarsi troppo alle due montagne più alte della terra ancora da salire, Batura III e II. In questi ultimi giorni stiamo perlustrando le possibilità di salita dal Baltar Glacier.

photo by Alessandro Pianalto

photo by Alessandro Pianalto
Se dovessi trovare una formula per aprire la scena di uno spettacolo che rappresenta la nostra avventura, comincerei così, nel buio della sala, con l’indice dell’attore improvvisamente illuminato e puntato contro l’attenzione del pubblico:
“Ebbene, voi credete sia pazzo un padre che abbandona un figlio per andare a scalare una montagna ventimila piedi sopra il mare”.
Non oso pensare, o svelare, il resto; ma a quella prima e tremenda insinuazione risponderei di sì. Lo é. Il padre che abbandona un figlio, o i figli, specie se giovanissimi, per andare a scalare una montagna sconosciuta lontana giorni e giorni da casa, con relativi rischi e pericoli, un po’ pazzo lo é. Sia questo di partire da associare ad un eccesso di pathos, o ad un difetto di equilibrio. L’importante è riconoscersi in questa particolare forma di anomalia fatta di uomini, a sobbarcarsi di fatiche enormi per la libertà. O vanagloria. Lontani da casa, lontani dai figli.
Qui, al nuovo campo base, nel remotissimo Baltar Glacier, l’esplorazione procede a singhiozzo. Non solo le condizioni ambientali, dure ed al di là del nostro potere, sono le nostre avversarie, ma anche le condizioni soggettive. Isolati come siamo dal mondo, arroccati spesso nei nostri irriducibili caratteri, la nostalgia ci assale ed il pensiero vola verso casa, incontro ai nostri bimbi, alle nostre mogli e ai nostri cari. Nulla di patetico in tutto ciò, bensì la cruda e meravigliosa realtà della nostra debolezza. Cruda perché dobbiamo resistere, meravigliosa perché ci rende partecipe dei nostri limiti. Quand’è che nella vita di tutti i giorni ci rendiamo partecipi dei nostri limiti?
E qui, nel Baltar Glacier, le possibilità sono infinite. Abbiamo fatto un consulto fra i guru dell’esplorazione alpinistica mondiale. Mediante Carlos Buhler, via satellitare, abbiamo sentito il britannico Stephan Venables, abbiamo poi incrociato le notizie con i nostri amici esploratori tedeschi, infine, abbiamo chiesto informazioni di prima mano all’italiano Simone Moro.
Non c’è dubbio, sebbene difficile da raggiungere perché geograficamente remoto e culturalmente chiuso, il Baltar Glacier è un paradiso verticale del futuro.
Alberto Peruffo
Nota tecnica
L’11 agosto Renzo Corona e Ivo Ferrari aprono una superba linea di 1200 metri in puro stile alpino su una cima inviolata di 6000 metri.
Il giorno successivo una bufera di neve respinge Alberto Peruffo, Carlos Buhler, Mirco Scarso e Michele Romio nel tentativo di raggiungere un’altra delle grandi cime inviolate.